Apocalisse 12,15: serpente, non drago. Un particolare che fa la differenza

Sul finire di Apocalisse leggiamo l’ammonimento a non togliere nessuna parola dal libro profetico (Ap. 22,19). Giovanni è chiaro: avverte il lettore che ogni parola lì contenuta è importante. Questo ci autorizza a pensare che sia importante anche per lui, che scrive, per cui ogni parola che egli utilizza ha uno scopo, una funzione e un preciso significato. Se non fosse così che senso avrebbe l’ammonimento? Lui per primo è tenuto a mantenersi fedele al messaggio, alla rivelazione.

In questo senso, allora, dobbiamo prestare la massima attenzione a ciò che in Apocalisse leggiamo, certi che un sostantivo o un verbo, forse anche gli avverbi, non sono frutto del caso, della scelta, ma si muovono in un contesto ispirato che li rende insostituibili.

Ecco allora introdotto lo strano caso del capitolo 12 di Apocalisse che citeremo subito secondo la versione di CEI 2008

1 Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. 2Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.7Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, 8ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. 9E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. 10Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:

“Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
perché è stato precipitato
l’accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
11Ma essi lo hanno vinto
grazie al sangue dell’Agnello
e alla parola della loro testimonianza,
e non hanno amato la loro vita
fino a morire.
12Esultate, dunque, o cieli
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perché il diavolo è disceso sopra di voi
pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo”.

13Quando il drago si vide precipitato sulla terra, si mise a perseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, perché volasse nel deserto verso il proprio rifugio, dove viene nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente. 15Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16Ma la terra venne in soccorso alla donna: aprì la sua bocca e inghiottì il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.
17Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.
18E si appostò sulla spiaggia del mare.

Vi prego di leggere attentamente la citazione, perchè anche a me, nonostante le innumerevoli letture, era sfuggito un particolare importantissimo che si cela proprio in un gioco di parole che riassumeremo.

Al versetto 9 Giovanni elenca i nomi con cui Satana è conosciuto. Essi sono: “grande drago”, “serpente antico”, “diavolo” e “Satana”. Se noi non consideriamo la “voce dal cielo”, il resto del capitolo descrive la vicenda che costituisce la trama del capitolo stesso. Ecco, se l’avete in mente vi renderete conto che il protagonista è il drago, perchè dei quattro sinonimi Giovanni usa (tranne una sola volta) sempre quel termine. L’unica volta che ricorre a un altro termine è alla fine del versetto 12,14 a cui segue il versetto 15 in cui invece scrive serpente. E infatti leggiamo che la Donna fugge lontana dal serpente, il quale subito vomita un fiume d’acqua con cui intende farla annegare..

Giovanni non avrebbe potuto di nuovo scrivere drago? Perchè in questo caso ricorre a serpente? Si potrebbe, sulle prime, pensare che l’uno vale l’altro, ma lo abbiamo scritto all’inizio del post che in Apocalisse le parole sono importanti e mai casuali, tant’è che l’evangelista stesso mette in guardia dal modificarle. Allora una spiegazione deve esserci e noi dobbiamo trovarla.

Sgombriamo subito il campo dai possibili dubbi citando il testo greco di Ap. 12,15, dove leggiamo bello chiaro

καὶ ἔβαλεν ὁ ὄφις ἐκ τοῦ στόματος αὐτοῦ ὀπίσω τῆς γυναικὸς ὕδωρ ὡς ποταμόν, ἵνα αὐτὴν ποταμοφόρητον ποιήσῃ.

per cui è proprio il serpente la bestia in questione. Adesso non rimane che affidarci alla lettura ghematrica di ὄφις (serpente) onde evitare facili soluzioni.

Il valore ghematrico di ὄφις è 586 (lo stesso valore lo troviamo in Gerusalemme scritto in ebraico) che noi, per le ragioni che illustrerò in seguito, leggeremo come 586 a.C., data dell’esilio babilonese che tutti, tranne questo blog e la WT (qui bisognerebbe fare un discorso a parte, ma non è il caso), giudicano data assoluta. Essa però è una data storica, non biblica perchè abbiamo innumerevoli volte scritto (fra i vari post leggi questo) che la cronologia biblica non conosce quella data, ma bensì il 505 a.C.

In particolare abbiamo sempre scritto che quel 586 a.C. scoordina totalmente l’asse cronologico biblico, tanto che abbiamo sempre gridato al grande falso, forti anche degli studi di R. Newton, il quale ha denunciato la cronologia tolemaica come la “più grande truffa della storia della scienza”.

Se già di per sè la faccenda diviene interessante, lo è ancor di più se consideriamo l’azione che vede coinvolto il serpente, cioè quella di vomitare un fiume d’acqua dalla sua bocca. In apocalisse quel fiume compare come ποταμός (fiume) il cui valore ghematrico è 567, che noi di nuovo interpreteremo come 567 a.C., cioè l’anno esatto descritto dal VAT 4956 in cui è descritta l’eclissi avvenuta nel 37° anno di regno di Nabucodonosor, la quale uniforma proprio la datazione storica dell’esilio. In altre parole ciò significa che è proprio grazie al 37° anno di regno di Nabucodonosor che è possibile stabilire la data assoluta del 586 a.C., che non a caso è definita tale, derivando da un’osservazione astronomica.

Cominciate a scorgere il motivo per cui Giovanni ha usato ὄφις invece che δράκων (drago)? Non è un caso, non ha scelto a discrezione, ma ha volutamente usato ὄφις perchè ὄφις doveva essere, affinchè il “giochetto” funzionasse, cioè che fosse chiaro che quella datazione è assolutamente falsa, tant’è che “esce” dalla bocca del “serpente antico”. Non a caso la Bibbia ha tutta un’altra datazione per l’esilio.

Ma c’è di più, sebbene quello appena scritto sia già abbastanza. Se indaghiamo a fondo ci rendiamo conto che i protagonisti del capitolo sono: la Donna, il serpente e il figlio (lasciamo per un attimo da parte Michele). Il figlio maschio nel testo greco di Apocalisse compare come υἱός, il cui valore ghematrico è di 486, cioè quel 486 a.C. che, conti alla mano (523 a.C [primo anno di regno di Nabucodonosr secondo la nostra cronologia] – 37 [37° anno di regno di Nabucodonosor] = 486 a.C. ) è l’esatta datazione biblica dell’eclissi descritta dal VAT 4956.

Come vedete, dietro a un semplice scambio di nomi si cela quello stesso intrigo che Newton ha cercato di denunciare; quello stesso intrigo che rende la cronologia biblica caotica e contraddittoria e costretta a strisciare ai piedi del secolo. E qualora vi chiedeste per quel motivo la datazione dell’esilio sia così importante, vi risponderei dicendo che la data dell’esilio costituisce la porta vetero testamentaria dove s’inserisce la “chiave di Davide“, perchè Matteo è chiaro quando scrive che 14 generazioni passano da “Gesù a Babilonia”, cioè che 14 genrazioni di 35 anni uniscono i punti cronologici menzionati (Gesù e Babilonia). 14 generazioni di 35 anni costituiscono un periodo di 490 anni, quando 490 è la ghemarria della locuzione greca di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide).

L’esilio, dunque, costituisce la “porta”, cambiata la quale la “chiave di Davide” e il suo possesso sono inutili e il Cristo non ha accesso alle Scritture vetero testamentarie, rimanendo privo delle Sue origini e della Sua storia.

Qualche considerazione credo si debba fare anche per l’interpretazione cronologica del dato ghematrico. Non è una mia scelta, ma è dovuta al fatto che l’incarnazione è Dio che si è fatto uomo, si è fatto storia, la quale ha come solida base la cronologia. Senza la cronologia non c’è storia; senza di essa  non c’è neppure profezia. Dunque è la cronologia l’essenza della storia, anche quella di Gesù Cristo, di cui traccia la via razionale alla Sua conoscenza.

Non a caso si è cercato, come dimostra questo post, di confondere quella via, onde creare un labirinto inestricabile dove spesso la ricerca si è persa, senza mai rendersi conto che quel caos era scientifico. La cronologia emerge dalla lettura ghematrica per ristabilire l’ordine, per ristabilire la via razionale alla conoscenza di Dio, senza la quale ci affatichiamo invano nell’attesa della grande impostura, quando essa è già in atto ed è la negazione di ogni via razionale che conduca a Dio.

Concludo dicendo che è vero: ogni parola in Apocalisse è importante e se tale importanza ci è sfuggita per cento volte, può capitare di comprenderla appieno alla centounesima. Serpente, non drago…e bravo Giovanni!

 

La stele di Mesha tra censura e Apocalisse

spadaUno dei più importanti reperti che ci ha consegnato l’antichità del Vicino Oriente Antico è la Stele di Mesha. In essa non solo si ha notizia di una rivolta di cui parla la Bibbia (in particolare ne parla 2Re 3), ma compare pure  il nome di Davide (l’altra ed ultima testimonianza è nella stele di Tel Dan).

Entrambe le iscrizioni testimoniano a favore della storicità della Bibbia, sebbene in maniera controversa. Infatti la rivolta di Mesha secondo la stele avvenne durante il regno di Acab, figlio di Omri, re d’Israele; mentre secondo la Bibbia avvenne sotto Joram, sempre re d’Israele, tanto che gli studiosi parlano d’inconsistenza, cioè del fatto che i due racconti non coincid ano. Per Davide, invece, bisogna immaginare una lettera distrutta.Inutile adesso parlare dei tentativi o delle ipotesi avanzate per spiegare ciò. A noi interessa mettere in evidenza un fatto curioso che caratterizza la stele e che potrebbe risolvere molte cose, perchè più una ricerca è aperta, più sono le soluzioni.

Dovete sapere che la stele fu fatta in mille pezzi per questioni di prezzo e poi riassemblata come possibile, ma colui che la scoprì ebbe la buona idea di fare un calco e dunque, volendo, esiste ancora un originale integro. Ed è proprio quello che rende interessante la questione, perchè non è mai stato pubblicato (wiki)  sebbene esso potrebbe dirimere molte questioni ed anche, magari, aprirne altre.

Ma non solo, sono pochissimi (se ho ben capito solo due studiosi), che hanno analizzato il calco, tanto che tutti gli studi che si sono succeduti hanno potuto solo attingere da loro (vedi nota 16), i quali neppure hanno pubblicato studi esaustivi, ma concentrati talvolta solo su una riga della stele (Lemaire). A quanto sopra si aggiunge che altri studiosi hanno parlato di falso circa la stele e questo aggiunge mistero al mistero.

Insomma chi si volesse avvicinare per motivi di studio alla Stele di Mesha troverebbe più di un ostacolo. Come mai? La domanda sorge spontanea, perchè è logico chiedersi cosa impedisca la pubblicazione di una buona foto del calco per verificare l’originale e sincerarsi del suo contenuto. Sarebbe molto importante perchè la stele di Mesha da sola potrebbe restituire ciò che quasi tutti negano: la storicità di due libri biblici, cioè 1-2 Re sia se consideriamo la rivolta di Mesha, sia la presenza della casa di Davide attestata da una fonte extra-biblica.

Poi ci sono le domande e i dubbi che questo blog da sempre solleva, cioè che come hanno falsato la Bibbia, potrebbero anche aver “inventata” la stele (c’è già chi lo affermato, vedi nota 30) o falsato la sua traduzione visto il riserbo che circonda il tutto. Che ne è, ad esempio della succitata inconsistenza dei racconti? E’ proprio vero? E’ così che c’è scritto? I pochissimi e immagino fedelissimi al mainstream che l’hanno esaminata ce l’hanno raccontata giusta? Oh quanti interrogativi fa sorgere la censura! Tra l’altro le terre francesi sono avvezze a questo modo di fare.

Infatti si coronano di un altro esempio (scandalo) illustre: Jean Carmignac, biblista e sacerdote cattolico i cui studi non sono consultabili (censurati), sebbene abbiano provato la datazione alta o altissima dei Vangeli, hanno provato cioè che è ben lungi dall’essere vero quel che si dice di essi, cioè tradizioni orali messe per iscritto da qualche comunità in un tempo successivo alla predicazione (in ogni caso un tempo tale da rendere, ad esempio, tutte le profezie contenute nel Vangelo post eventum), quando la datazione alta o altissima testimonia a favore di una contemporaneità tra l’orante (Gesù) e lo scrivente (apostoli o chi per loro).

Se pensaste che io voglia risolvere il mistero, vi sbagliereste di grosso, perchè ne voglio aggiungere un altro: la lettura ghematrica di μάχαιρα μεγάλη (la grande spada di Ap. 6,4) che dà un valore di 840, quando l’840 a.C. è l’anno a cui si fa risalire la stele. Come si vede sin da subito la ghematria non ha portato ala luce un anno qualsiasi, ma l’anno che data più di un mistero e certamente un comportamento (la censura) ben lungi dall’essere la luce del sole.

Che poi ci siano anche delle relazioni tra la Stele di Mesha e la sua storia, nonché misteri, e la grande spada è provato dal simbolo di quest’ultima: la giustizia di Dio che non è mai fuori luogo laddove si censura la Bibbia e le fonti che ne attestano la storicità e ci si affida a pochi e fedelissimi “interlocutori”, tanto che verosimilmente si può immaginare che chi impugnasse la Stele di Mesha (in particolare il suo calco) potrebbe forse in realtà trovarsi in mano una grande spada, simbolo della giustizia divina e della verità, anche storica.

 

 

 

Antipa e la fedele testimonianza: una lettura ghematrica di Ap. 2,13

antipasAbbiamo già esaminato alla luce della ghematria il mistero che circonda Antipa (Ἀντιπᾶς) e siamo giunti alla conclusione che egli è la metafora della verità negata, uccisa. Ci ha condotti a questa conclusione quel 448 che è il valore ghematrico del nome proprio, quando la cronologia di Dio calcola, unica nel panorama degli studi, la fine dell’esilio babilonese proprio nel 447/448 a.C. (stando a Dn.1,1 la fine dell’esilio sarebbe esattamente nel 448 a.C., segnando così la differenza di un anno con Ger. 25,1).

Brevemente credo sia utile ricordare che quel 447/448 a.C. è un caposaldo della nostra cronologia e non solo ciò che la contraddistingue. Ricordiamo questo perchè è bene sottolineare che l’importanza del personaggio (come vedremo tra poco ancor meglio evidenziata dall’appellativo che l’accompagna) fa il paio con l’importanza dell’avvenimento, tutte cose che illuminano una ratio ben precisa.

Affrontiamo adesso l’appellativo di Antipa, cioè quel ὁ μάρτυς μου, ὁ πιστός μου (il fedele testimone di Ap. 2,13) ricorrendo anche in questo caso alla ghematria e completando così l’esame del versetto che ci parla di Antipa. Μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele), considerati alla luce della ghematria, danno rispettivamente valori di 847 e 666. Se la seconda cifra sin da subito attira la nostra attenzione, per comprendere la prima bisogna fa riferimento alla cronologia di 1-2 Re secondo la cronologia di Dio, cioè quella ricostruita e seguita da questo blog. Affronteremo, allora, dapprima μάρτυς (testimone); poi ci concentreremo su πιστός (fedele) e da ultimo cercheremo una sintesi alla luce di Antipas.

Abbiamo visto che 847 è il valore ghematrico di μάρτυς (testimone) ma ha pure un valore cronologico che fa divenire la cifra l’847 a.C. (chi nutrisse dubbi sul metodo è bene ricordi che in primis la Bibbia  è storia della salvezza, per cui poco c’è da meravigliarsi che anche la ghematria serva allo scopo disegnando un quadro cronologico, cioè quello vero).

L’847 a.C. è l’anno esatto di unzione di Giosafat (vedi tabella) che avvenne quasi  solo un secolo dopo il primo anno di regno di Salomone secondo la nostra opinione (949 a.C.). Il fatto che questa data emerga dalla lettura ghematrica di μάρτυς (testimone) fa sì che sia possibile pensare alla validità di tutto l’impianto cronologico di 1-2 Re per come noi lo abbiamo ricostruito. E non è un caso, quindi, che solo con il 945 a.C. ( quarto anno di regno di Salomone dal quale dipende in modo assoluto l’847 a.C. di Giosafat, essendo i regni di Giuda, nel loro inizio e nell loro fine, l’uno vincolato all’altro) permette, ad esempio, una cronologia del secondo tempio perfetta, nel rispetto anche del Seder Olam Rabbath.

Alla luce di tutto questo emerge con chiarezza che la testimonianza -che vedremo fedele- riposa in una storicità e in una dignità che si vorrebbe perduta, ma che ancora 1-2 Re conservano e offrono. Ed è quell’847 a.C. e ciò che significa la testimonianza fedele la quale, seppur impugnata storicamente, emerge se considerata nella sua luce naturale, cioè quella biblica.

Ma abbiamo scritto che la testimonianza è anche fedele, quando però πιστός (fedele) presenta un valore ghematrico inquietante, presentando un 666 che è il marchio della bestia (Ap. 13,16) che sale dal mare, cioè l’epifania del male che mal si concilia con la fedele testimonianza di Gesù Cristo.

Per venire a capo di quella che appare essere la più classica delle contraddizioni in termini e nella sostanza dobbiamo collocare quel πιστός (fedele) nel suo versetto e poter così comprendere che quella fedeltà è mostrata laddove satana ha il suo trono e la sua dimora (Ap. 2,13), quella stessa dimora e quello stesso trono che decreteranno la morte di Antipas, la quale non è più però un mistero perchè è proprio quel 666, quel marchio la causa.

Infatti in Ap.20,4 leggiamo che la bestia che sale dal mare metterà a morte tutti coloro che non avranno adorato la bestia e non avranno ricevuto il suo marchio. Antipas, come fedele testimone di Gesù, non può assolutamente aver fatta né l’una, né l’altra cosa e ciò è certamente la causa della sua morte.

In conclusione, quel 666 che emerge dalla lettura ghematrica di πιστός (fedele) fa luce sulle ragioni della morte di Antipa e sulle ragioni, tornando un attimo sulla metafora che egli rappresenta, di una verità storica negata.

μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele)sono, dicevamo, gli appellativi del nostro “eroe”, per cui tutto ruota attorno alla sua figura ancora avvolta nel mistero se non interpretiamo il tutto come metafora. Antipa è la verità in un contesto di menzogna che esige la stessa fedeltà della verità, tanto da marchiare chi la accetta e da uccidere chi  la rifiuta. Quel 666 di πιστός, allora, fa luce su gli uni e su gli altri, sulla menzogna e sulla verità e sul perchè Antipa deve morire.

Il secondo tempio, Davide e la sua ghematria

davideQuesto blog si è più volte occupato della “chiave di Davide” (κλείς Δαυίδ) citata da Ap. 3,7 In sintesi abbiamo mostrato come il suo valore ghematrico sia 490, cioè un tempo profetico perchè coincidente con quello indicato dalla profezia delle 70 settimane di Daniele. Ma non solo: abbiamo anche mostrato che quei 490 anni sono anche alla base di ogni calcolo che voglia collegare la cronologia interna del Nuovo Testamento all’Antico. Infatti così si esprimono le 14 generazioni di 35 anni (14×35=490) presenti in Mt 1,17.

Tuttavia κλείς Δαυίδ è la somma ghematrica di un sostantivo e un nome proprio, quando quest’ultimo (Δαυίδ, Davide) può ben comparire a se stante in un quadro ghematrico, non solo per la sua importanza, ma anche per il suo proprio valore ghematrico che è 419.

Per comprendere tutto questo è bene precisare che nel post ricorreremo alla datazione doppia, cosa non sconosciuta agli studiosi i quali, ad esempio, vi ricorrono per il calcolo degli anni sabbatici. Essa è necessaria cominciando l’anno ebraico nel mese di settembre dell’anno gregoriano e dunque a cavallo di due anni.

Abbiamo scritto che Δαυίδ ha un valore ghematrico di 419 che se inteso come 419 a.C. è quasi coincidente con il 418 a.C. come “sesto di Dario” (Esd . 6,15),quando Esdra non  specifica se primo o secondo, tanto che la “cronologia di Dio” ha da sempre indicato che si tratta di Dario secondo, seguendo una cronologia interna (l’originale) ai Vangeli e alla Bibbia.

Il 419 a.C. sarebbe, introducendo la datazione doppia, di per sé già esatto ma noi proporremo un calcolo del tutto particolare che annulla la nostra approssimazione iniziale (datazione doppia) riferendoci al Seder Olam Rabbath che indica 480 anni tra il primo e il secondo tempio.

Le fondamenta del tempio salomonico furono gettate nel quarto anno di regno di quel re cioè, seguendo la tabella della cronologia di Dio, nel 945 a.C. A questa data bisogno togliere i 480 anni e ottenere 465 a.C. come settimo di Artaserse, anno in cui Esdra rientra con lo scopo di riedificare il tempio (cfr, Esd 7,7). Poche parole vanno spese per giustificare i primo anno di regno di Artaserse nel 472 a.C. (l’ottimale sarebbe il 471/472 a.C.)  la cronologia fa sempre riferimento a questo anno per i suoi calcoli e questo, unito al fatto che tale datazione è assolutamente storica, proponendo gli studiosi un range tra il 465 a.C. e il 475 a.C. per il primo anno di regno di Artaserse, credo sgombri il campo ai dubbi circa la sua validità.

Rientrando Esdra nel 465, dobbiamo scalare i 46 anni che Gv. 2,20 indica come quelli necessari alla ricostruzione del secondo tempio (per le questioni inerenti vedi cap. 5 della cronologia di Dio) e ottenere il 419 a.C. come ci eravamo proposti sommando le lettere che compongono Δαυίδ . Inutile aprire alle implicazioni teologiche (non è il nostro compito) che emergono tra il valore ghematrico di Δαυίδ e il tempio. Importante è semmai sottolineare come la ghematria faccia luce sulla cronologia che lega il primo al secondo tempio a una figura assolutamente fondamentale della’intera Scrittura: Davide. E tutto questo ci dice che siamo nel giusto.

 

“Le porte degli inferi”, una storia inventata.

porteLe porte degli inferi mi ha spinto a rompere un modesto digiuno, iniziato a causa della certezza che questo blog ha in buona parte esaurito il suo compito: tracciare una nuova pista nello studio della cronologia biblica, dimostrando che è possibile un quadro cronologico biblico alternativo a quello storico (va da sé che a tale scopo si è aggiunta la chiave ghematrica nell’approccio ad Apocalisse e al Nuovo testamento).

Tuttavia, come ho detto, quelle porte degli inferi hanno suscitato un interesse tale da spingermi a scrivere ciò che da tempo sapevo, ma volevo tacere, certo della sufficienza del materiale presente nel blog per qualsiasi altro studio. Sarò dunque breve, indicando solo gli elementi essenziali per evitare di ripetermi.

Le “porte degli inferi” (πύλη ᾅδης) di Mt 16,18  hanno un valore ghematrico, sommando i rispettivi nominativi, di 537. Da sempre leggiamo i valori ghematrici come date, per cui anche in questo caso lo ridurremo a 537 a.C., anno del rientro a Gerusalemme dopo l’esilio, cosa resa possibile dall’editto di Ciro del 538 a.C.

La cronologia di Dio, cioè l’originale cronologico biblico, ci indica ben altra data, cioè il 447 a.C. come anno del rientro, con una differenza non solo temporale (quasi un secolo tra le due datazioni), ma anche e più sostamziale perchè è solo il 447 a.C. che rende possibile quel quadro cronologico biblico lineare, coerente e armonico che si estende dal 70 d.C. fino all’Esodo. Dunque quel 537 a.C. confonde, perde ciò che in origine era chiaro e coerente. E non è un caso.

Infatti, alla base della cronologia ufficiale dell’Eesodo ci sono tre date fondamentali: il 586 a.C. come suo inizio; il 559 a.C. anno dell’avvento di Ciro e il 537/8 a.C. come fine dell’esilio stesso. Bene, ho già scritto innumerevoli volte che le ultime due date hanno, rispettivamente, lo stesso valore ghematrico di serpente e satana, ovviamente nel loro originale greco. Adesso si compone la triade, aggiungendosi “porte degli inferi”, completando la serie cardine della cronologia uffciale relativa all’esilio.

Qualcuno, come spesso accade, potrebbe ridurre tutto al caso, ma allora faccio notare che non solo esiste un originale cronologico biblico alternativo che sconfessa quella datazione, ma anche che la stessa scienza moderna, nei panni di Newton, ha parlato riguardo alla cronologia neo babilonese in uso della “più grande truffa di tutta la storia della scienza”, come a dire che tutta quella storia è inventata, come apparirebbe anche dal calcolo ghematrico che ci parla di serpente, satana e adesso porte degli inferi. Non credo che la scienza antica (ghematria) e quella moderna (Newton) siano perfettamente d’accordo perchè il caso ha disposto così, ma ognuno è libero di pensarla come vuole.

Mi fermo qui per non correre il rischio di scrivere un lungo e noioso post, anche se l’argomento richiederebbe ben altre riflessioni, le quali spero accompagnino coloro che mi seguono e che sono al corrente di quanto sinora già scritto. Non mi rimane allora che rimandarvi alla tabella dei valori ghematrici aggiornata per l’occasione e a cui si aggiunge anche “tenebre” di Gv 1,5 (σκοτία).