Nemesi, l’epilogo di un opera buffa sulle sponde di un lago

nemesi“Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) dice Gesù di se stesso, mentre  dell’albero della vita e del libro della vita dell’agnello immolato ci parla Apocalisse, circa i quali abbiamo visto che non sono solo simboli.

Infatti, il primo ha un valore ghematrico di 1425, stesso identico valore del 1425 a.C. che data l’Esodo secondo la nostra cronologia; il secondo ha invece un valore ghematrico di 989, cioè il 989 a.C. come primo anno di regno di Davide, secondo sempre la nostra cronologia.

Entrambe le date sono capisaldi dell’originale cronologico biblico, perchè dal Nuovo permettono di affondare le radici nel Vecchio Testamento e ricostruire una cronologia unica, lineare, coerente e armonica che ci parla di Gesù Cristo, della vita di Gesù Cristo. E poco importa se quella vita assume le sembianze di albero o di libro, perchè l’importante è che essi ne riassumano la storia e diano a Gesù quelle origini storiche e cronologiche altrimenti perdute.

Corrompere quel percorso cronologico, quindi, non è stato solo una operazione anti-storica e anti- scientifica, ma un omicidio, poichè è lì che si celebra “la vita dell’agnello immolato” (Ap. 13,8). E’ un’operazione che ricorda da vicino la damnatio memoriae, con cui i romani cercavano di cancellare ogni traccia della vita dei nemici.

Del resto questo è ciò che emerge anche da un altro calcolo ghematrico: la differenza tra l’esatta datazione dell’esilio babilonese e quella falsa, quando quello stesso esilio non è solo un fatto storico, ma biblicamente costituisce la porta d’ingresso al Vecchio Testamento, se è vero quanto scrive Matteo circa le 14 generazioni che separano “Cristo da Babilonia” (Mt 1,17).

Bene, quella differenza tra il 505 a.C biblico. e il 586 a.C. storico (falsamente storico) è 81, quando 81 è anche la ghematria di Κάϊν (Caino, 1Gv 3,12), e ciò denuncia chiaramente che la perdita dell’originale cronologico biblico, sostituito nottetempo da una cronologia storica, non è un increscioso incidente, ma risponde a una precisa volontà omicida di Colui che è la vita, albero o libro che sia.

Sulle prime verrebbe da pensare che i responsabili sono i soliti noti, visto quello che accadde sul Golgotà per volontà del sinedrio, ma essi da soli potevano ben poco, per cui si è pensato bene di coinvolgere i complici, una cristianità venduta che ha concordata la versione dell’omicidio ( in particolare di quell’universale e assoluto 586 a.C. che uccide la cronologia biblica e la vita di colui che essa testimoniava).

Ma non esiste il crimine, l’omicidio perfetto e manca sempre un po’ di terra per coprire il cadavere. Infatti quella vita celebrata nell’albero e nel libro è riemersa da quel sottile strato di terra che copriva il cadavere (cioè la via, la verità e… la vita) sebbene pochi riescano ancora a riconoscerLo, perchè Cristo non lo si vede con gli occhi della scienza, qualora i fatti,le prove siano stati occultati, ma con lo sguardo della Sapienza.

Essa infatti è invocata da Giovanni quando scrive che è con la Sapienza (Ap. 13,18) che si può sciogliere l’enigma della Bestia e del suo marchio/segno (Ap. 13,16). E’ quel χ ξ ς che si deve vocalizzare per ottenere χαινω, numero e nome d’uomo come richiede Ap. 13,17  e giungere così a Costante II di Bisanzio, chiamato “Caino” dal popolo perchè aveva ucciso il fratello (abbiamo visto tutto qui con maggior precisione).

Ecco è quella stessa Sapienza, allora, che ci dice la fine che faranno congiura e congiurati, se il 33 come anno sì Tradizionale, ma assolutamente falso della crocefissione, nonchè fino all’altro ieri nozione comune degli anni di un Cristo frutto di una perversa fantasia perchè in realtà cinquantenne al momento della morte aavvenuta nel 35 d.C., lo si può scrivere il lettere greche, cioè λ e γ (lambda e gamma, i quali sommati valgono 33) e vocalizzare con quelle stesse lettere dell’alfabeto greco che Giovanni scrive essere simboli del Cristo, cioè l’alfa e l’omega (Ap. 1,8).

E’ solo così che è possibile scorgere l’epilogo in quel sostantivo italiano λαγω (lago) che si forma e che compare ai nostri occhi, il quale lo stesso Giovanni cita come castigo eterno per la bestia e il falso profeta (Ap. 19,20) , a cui, poi, si aggiungerà satana stesso. Di essi, sarà proclamata la damnatio memoriae, per i secoli dei secoli, nemesi perfetta di un crimine che solo sulla carta lo si riteneva tale.

La “città diletta”, Saul tra simbolo e ghematria.

saulSappiamo già che la chiave di Davide di Ap. 3,7 non è solo un simbolo, ma rappresenta quei 490 anni che collegano “Cristo a Babilonia” (Mt. 1,17). Abbiamo anche visto che l’esilio babilonese è la porta in cui quella chiave s’inserisce. Infatti se la chiave di Davide ha una funzione cronologica, essa necessariamente deve inserirsi in un contesto e aprire una cronologia. Ed è proprio in questo senso che le 14 generazioni matteane (490 anni, come credo ormai sappiano coloro che seguono il blog) collegano, meglio, “inseriscono” Cristo e la Sua anagrafe nella cronologia vetero testamentaria, permettendo di ricostruire il quadro cronologico originale della Bibbia forse fino all’Anno Mundi. (vedi tabella delle date notevoli).

Tuttavia si pone, seppur nella sua semplicità, un interrogativo: se esiste una chiave e se esiste una porta, quest’ultima a cosa appartiene, dove si colloca? A un edificio, a una casa o a una città? Più che semplice sembra una domanda banale, ma resta il fatto che essa si pone. Sulle prime, parlando di Gesù e della sua chiave (Ap. 3,20) si potrebbe pensare che il simbolo riconduca alla dimora, sempre simbolica, di Gesù, ma in realtà non è proprio così, stando alla ghematria, che ha una visione più ampia .

Prima di affrontare l’argomento dobbiamo fare alcune considerazioni sul regno di Saul, ancora tutto da scoprire, nel senso che non esiste un calcolo preciso. Per non sintetizzare personalmente il problema, citerò un’ottima panoramica che ne fa un sito piuttosto importante e conosciuto: La Parola. Essa scrive che:

Le varie versioni della Bibbia danno risposte diverse a questa domanda. Il motivo è che il numero manca nel testo ebraico, essendo stato perso durante i secoli che il testo fu copiato. Il versetto dice letteralmente, “Saul era il figlio di … anni quando diventò re “. Per tradurre, dobbiamo per forzare decidere quale numero inserire. Possiamo solo dire che deve essere almeno 20, siccome la parola ebraica per “anni” è nel singolare, come è grammaticalmente corretto per i numeri da 20 in su. Alcune versioni mettono 30, prendendo il numero da qualche traduzione antica dell’Antico Testamento [Nuova Riveduta e Riveduta/Luzzi (con una nota in piè di pagina che la parola 30 manca), C.E.I. 1974 edizione, Nuova Diodati (in corsivo, per indicare che la parola è stata aggiunta), Nuovissima]. Altre versioni traducono letteralmente “figlio di (un) anno” ma cambiano le parole seguenti, cioè “Saul aveva regnato un anno” [Diodati, che poi aggiunge “quando queste cose avvennero”]. La C.E.I. 2008 edizione, traduce invece, “Saul era nel pieno degli anni quando cominciò a regnare”.

Un’altra difficoltà è nella seconda metà del versetto, che dice letteralmente, “e regnò due anni sopra Israele”. La difficoltà è che è molto difficile mettere tutti gli eventi del regno di Saul che sono racconti nel libro di 1Samuele in un periodo di due anni, e inoltre At 13:21 afferma che Saul regnò per 40 anni. Una possibile soluzione è supporre un errore nella trasmissione (non inverosimile, siccome sappiamo già di un errore nella prima metà del versetto), e tradurre 40 anni (Nuovissima), 42 anni supponendo che At 13:21 sia un numero tondo per il vero valore (Nuova Riveduta, Riveduta/Luzzi), oppure 20 anni (C.E.I. 1974 edizione). L’altra possibilità è di tradurre 1Sam 13:1-2, “Quando [invece di ‘e’] regnò due anni sopra Israele, Saul si scelse tremila uomini…” [Nuova Diodati e Diodati]. Altre invece lasciano i due anni come il tempo del suo regno [C.E.I. 2008 ]edizione].

La TILC tralascia il versetto 1Sam 13:1 completamente, forse perché manca nella Septuaginta e/o perché ci sono questi ovvi errori nella trasmissione del testo.

Come si può ben comprendere sul regno di Saul e sull’età di quel re regna il caos, ma resta il fatto che il suo regno è d’importanza fondamentale per ricostruire la cronologia dei regni che da lui si sono succeduti fino a Sedecia. Anzi, credo che si possa dire che senza di esso non è neppure possibile conoscere quando David ha iniziato a regnare, tant’è che le cronologie di 1-2Re danno ognuna la sua datazione del regno davidico.

Una soluzione che è stata proposta dagli studiosi riguarda l’anno di nascita di Saul che sembra essere il 1082 a.C. (Wiki) considerando, presumo, 30 di vita quando divenne re; 40 di regno come indica At. 13,21 e il primo anno di regno di David secondo G. Galil, cioè il 1011 a.C. Al di là di questi conti (non condividiamo in nessun modo la datazione del primo anno di regno di David che offre Galil e siamo autorizzati a farlo poichè l’anno di nascita di Saul non dice niente riguardo la sua unzione a re e la durata del suo regno, visto il caos di cifre che regna) assumeremo anche noi il 1082 a.C. solo perchè data conosciuta dagli studiosi e data che richiama esattamente la lettura ghematrica di τὴν πόλιν τὴν ἠγαπημένην (città diletta, πόλις+ἀγαπάω= 1082) di Ap. 20,9.

Sin da ora credo sia chiaro che l’interrogativo iniziale, cioè di cosa “Davide” sia la chiave, possa trovare una risposta: della città diletta, la cui skyline è riassunta in 1-2Re. Non a caso riteniamo, allora, che sempre in Apocalisse 17,14 Gesù è definito “Re dei re”, perchè è proprio nei Re che ha la sua dimora, la sua città e il suo regno. Di essi Saul, in particolare la data di nascita di quel re, ne è il fondamento, perchè  con lui non nasce solo un uomo illustre, ma una  monarchia, tanto che quel 1082 a.C. segna certamente un prima e dopo nella storia d’Israele, perchè anche sotto uno stretto profilo cronologico il 1082 a.C. è l’inizio di tutta una cronologia, essendone il termine a quo.

Prima di concludere due parole sul caos che regna nell’anagrafe e nel regno di Saul. Tale caos è perfettamente in linea con quello che regna in tutta la cronologia di 1-2Re, dove s’incontrano errori di calcolo di 25 anni; dove si sono cercati sincronismi ovunque, ma non dove essi erano, cioè nella scaletta basata sull’anno di accessione; dove si è fatta di un’eccezione (la lebbra di Ozia) una regola per le co-reggenze, cioè un sistema di governo che la Bibbia assolutamente non conosce, e dove da ultimo si è inserita una datazione dell’esilio babilonese -il 586 a.C. coincidente con l’ultimo anno di regno di Sedecia- altrettanto sconosciuto alla  Bibbia. E se quest’ultimo caso poi ha significato sostituire la “porta originale della città diletta” il caos che regna in tutto 1-2Re ha significato darle fuoco, un incendio doloso appiccato alla alla città del Re dei re.

 

La stele di Mesha tra censura e Apocalisse

spadaUno dei più importanti reperti che ci ha consegnato l’antichità del Vicino Oriente Antico è la Stele di Mesha. In essa non solo si ha notizia di una rivolta di cui parla la Bibbia (in particolare ne parla 2Re 3), ma compare pure  il nome di Davide (l’altra ed ultima testimonianza è nella stele di Tel Dan).

Entrambe le iscrizioni testimoniano a favore della storicità della Bibbia, sebbene in maniera controversa. Infatti la rivolta di Mesha secondo la stele avvenne durante il regno di Acab, figlio di Omri, re d’Israele; mentre secondo la Bibbia avvenne sotto Joram, sempre re d’Israele, tanto che gli studiosi parlano d’inconsistenza, cioè del fatto che i due racconti non coincid ano. Per Davide, invece, bisogna immaginare una lettera distrutta.Inutile adesso parlare dei tentativi o delle ipotesi avanzate per spiegare ciò. A noi interessa mettere in evidenza un fatto curioso che caratterizza la stele e che potrebbe risolvere molte cose, perchè più una ricerca è aperta, più sono le soluzioni.

Dovete sapere che la stele fu fatta in mille pezzi per questioni di prezzo e poi riassemblata come possibile, ma colui che la scoprì ebbe la buona idea di fare un calco e dunque, volendo, esiste ancora un originale integro. Ed è proprio quello che rende interessante la questione, perchè non è mai stato pubblicato (wiki)  sebbene esso potrebbe dirimere molte questioni ed anche, magari, aprirne altre.

Ma non solo, sono pochissimi (se ho ben capito solo due studiosi), che hanno analizzato il calco, tanto che tutti gli studi che si sono succeduti hanno potuto solo attingere da loro (vedi nota 16), i quali neppure hanno pubblicato studi esaustivi, ma concentrati talvolta solo su una riga della stele (Lemaire). A quanto sopra si aggiunge che altri studiosi hanno parlato di falso circa la stele e questo aggiunge mistero al mistero.

Insomma chi si volesse avvicinare per motivi di studio alla Stele di Mesha troverebbe più di un ostacolo. Come mai? La domanda sorge spontanea, perchè è logico chiedersi cosa impedisca la pubblicazione di una buona foto del calco per verificare l’originale e sincerarsi del suo contenuto. Sarebbe molto importante perchè la stele di Mesha da sola potrebbe restituire ciò che quasi tutti negano: la storicità di due libri biblici, cioè 1-2 Re sia se consideriamo la rivolta di Mesha, sia la presenza della casa di Davide attestata da una fonte extra-biblica.

Poi ci sono le domande e i dubbi che questo blog da sempre solleva, cioè che come hanno falsato la Bibbia, potrebbero anche aver “inventata” la stele (c’è già chi lo affermato, vedi nota 30) o falsato la sua traduzione visto il riserbo che circonda il tutto. Che ne è, ad esempio della succitata inconsistenza dei racconti? E’ proprio vero? E’ così che c’è scritto? I pochissimi e immagino fedelissimi al mainstream che l’hanno esaminata ce l’hanno raccontata giusta? Oh quanti interrogativi fa sorgere la censura! Tra l’altro le terre francesi sono avvezze a questo modo di fare.

Infatti si coronano di un altro esempio (scandalo) illustre: Jean Carmignac, biblista e sacerdote cattolico i cui studi non sono consultabili (censurati), sebbene abbiano provato la datazione alta o altissima dei Vangeli, hanno provato cioè che è ben lungi dall’essere vero quel che si dice di essi, cioè tradizioni orali messe per iscritto da qualche comunità in un tempo successivo alla predicazione (in ogni caso un tempo tale da rendere, ad esempio, tutte le profezie contenute nel Vangelo post eventum), quando la datazione alta o altissima testimonia a favore di una contemporaneità tra l’orante (Gesù) e lo scrivente (apostoli o chi per loro).

Se pensaste che io voglia risolvere il mistero, vi sbagliereste di grosso, perchè ne voglio aggiungere un altro: la lettura ghematrica di μάχαιρα μεγάλη (la grande spada di Ap. 6,4) che dà un valore di 840, quando l’840 a.C. è l’anno a cui si fa risalire la stele. Come si vede sin da subito la ghematria non ha portato ala luce un anno qualsiasi, ma l’anno che data più di un mistero e certamente un comportamento (la censura) ben lungi dall’essere la luce del sole.

Che poi ci siano anche delle relazioni tra la Stele di Mesha e la sua storia, nonché misteri, e la grande spada è provato dal simbolo di quest’ultima: la giustizia di Dio che non è mai fuori luogo laddove si censura la Bibbia e le fonti che ne attestano la storicità e ci si affida a pochi e fedelissimi “interlocutori”, tanto che verosimilmente si può immaginare che chi impugnasse la Stele di Mesha (in particolare il suo calco) potrebbe forse in realtà trovarsi in mano una grande spada, simbolo della giustizia divina e della verità, anche storica.

 

 

 

Antipa e la fedele testimonianza: una lettura ghematrica di Ap. 2,13

antipasAbbiamo già esaminato alla luce della ghematria il mistero che circonda Antipa (Ἀντιπᾶς) e siamo giunti alla conclusione che egli è la metafora della verità negata, uccisa. Ci ha condotti a questa conclusione quel 448 che è il valore ghematrico del nome proprio, quando la cronologia di Dio calcola, unica nel panorama degli studi, la fine dell’esilio babilonese proprio nel 447/448 a.C. (stando a Dn.1,1 la fine dell’esilio sarebbe esattamente nel 448 a.C., segnando così la differenza di un anno con Ger. 25,1).

Brevemente credo sia utile ricordare che quel 447/448 a.C. è un caposaldo della nostra cronologia e non solo ciò che la contraddistingue. Ricordiamo questo perchè è bene sottolineare che l’importanza del personaggio (come vedremo tra poco ancor meglio evidenziata dall’appellativo che l’accompagna) fa il paio con l’importanza dell’avvenimento, tutte cose che illuminano una ratio ben precisa.

Affrontiamo adesso l’appellativo di Antipa, cioè quel ὁ μάρτυς μου, ὁ πιστός μου (il fedele testimone di Ap. 2,13) ricorrendo anche in questo caso alla ghematria e completando così l’esame del versetto che ci parla di Antipa. Μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele), considerati alla luce della ghematria, danno rispettivamente valori di 847 e 666. Se la seconda cifra sin da subito attira la nostra attenzione, per comprendere la prima bisogna fa riferimento alla cronologia di 1-2 Re secondo la cronologia di Dio, cioè quella ricostruita e seguita da questo blog. Affronteremo, allora, dapprima μάρτυς (testimone); poi ci concentreremo su πιστός (fedele) e da ultimo cercheremo una sintesi alla luce di Antipas.

Abbiamo visto che 847 è il valore ghematrico di μάρτυς (testimone) ma ha pure un valore cronologico che fa divenire la cifra l’847 a.C. (chi nutrisse dubbi sul metodo è bene ricordi che in primis la Bibbia  è storia della salvezza, per cui poco c’è da meravigliarsi che anche la ghematria serva allo scopo disegnando un quadro cronologico, cioè quello vero).

L’847 a.C. è l’anno esatto di unzione di Giosafat (vedi tabella) che avvenne quasi  solo un secolo dopo il primo anno di regno di Salomone secondo la nostra opinione (949 a.C.). Il fatto che questa data emerga dalla lettura ghematrica di μάρτυς (testimone) fa sì che sia possibile pensare alla validità di tutto l’impianto cronologico di 1-2 Re per come noi lo abbiamo ricostruito. E non è un caso, quindi, che solo con il 945 a.C. ( quarto anno di regno di Salomone dal quale dipende in modo assoluto l’847 a.C. di Giosafat, essendo i regni di Giuda, nel loro inizio e nell loro fine, l’uno vincolato all’altro) permette, ad esempio, una cronologia del secondo tempio perfetta, nel rispetto anche del Seder Olam Rabbath.

Alla luce di tutto questo emerge con chiarezza che la testimonianza -che vedremo fedele- riposa in una storicità e in una dignità che si vorrebbe perduta, ma che ancora 1-2 Re conservano e offrono. Ed è quell’847 a.C. e ciò che significa la testimonianza fedele la quale, seppur impugnata storicamente, emerge se considerata nella sua luce naturale, cioè quella biblica.

Ma abbiamo scritto che la testimonianza è anche fedele, quando però πιστός (fedele) presenta un valore ghematrico inquietante, presentando un 666 che è il marchio della bestia (Ap. 13,16) che sale dal mare, cioè l’epifania del male che mal si concilia con la fedele testimonianza di Gesù Cristo.

Per venire a capo di quella che appare essere la più classica delle contraddizioni in termini e nella sostanza dobbiamo collocare quel πιστός (fedele) nel suo versetto e poter così comprendere che quella fedeltà è mostrata laddove satana ha il suo trono e la sua dimora (Ap. 2,13), quella stessa dimora e quello stesso trono che decreteranno la morte di Antipas, la quale non è più però un mistero perchè è proprio quel 666, quel marchio la causa.

Infatti in Ap.20,4 leggiamo che la bestia che sale dal mare metterà a morte tutti coloro che non avranno adorato la bestia e non avranno ricevuto il suo marchio. Antipas, come fedele testimone di Gesù, non può assolutamente aver fatta né l’una, né l’altra cosa e ciò è certamente la causa della sua morte.

In conclusione, quel 666 che emerge dalla lettura ghematrica di πιστός (fedele) fa luce sulle ragioni della morte di Antipa e sulle ragioni, tornando un attimo sulla metafora che egli rappresenta, di una verità storica negata.

μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele)sono, dicevamo, gli appellativi del nostro “eroe”, per cui tutto ruota attorno alla sua figura ancora avvolta nel mistero se non interpretiamo il tutto come metafora. Antipa è la verità in un contesto di menzogna che esige la stessa fedeltà della verità, tanto da marchiare chi la accetta e da uccidere chi  la rifiuta. Quel 666 di πιστός, allora, fa luce su gli uni e su gli altri, sulla menzogna e sulla verità e sul perchè Antipa deve morire.

Le chiavi della morte e degli inferi

chiaviUna versione CEi della Bibbia mi aveva fatto passare per inosservate le chiavi citate in Apocalisse 1,18, cioè quelle della morte e della distruzione. Infatti ci eravamo già occupati delle chiavi di Apocalisse Cominciamo col citare il versetto 1,18 di Apocalisse, dove leggiamo

Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi (CEI 2008)

Il simbolo della chiave, almeno nella sua lezione principale, è potere, in questo caso sulla morte e sugli inferi, così almeno s’intende. Tuttavia ci chiediamo se sia possibile una lettura ghematrica, ormai solita a questo blog.

In questo senso le parole chiave che c’interessano sono tre: chiave (κλείς); morte (θάνατος) e inferi (ᾅδης) che non considereremo a se stanti, ma come facenti parte di un unico ghematrico. In altre parole sommeremo i rispettivi valori ghematrici dei termini in esame .

E’ così che otteniamo un totale di 527  che noi, come abbiamo sempre fatto, interpreteremo cronologicamente per giungere al 527 a.C. che è l’esatto anno di ascesa al trono di Joaikim, seguendo la tabella dei re di Giuda e Israele da noi stilata e contenuta anche nella cronologia di Dio che ne illustra la genesi.

Quel 527 a.C. non fu un anno qualsiasi perchè è da quell’anno che è possibile calcolare il primo anno di regno di Nabucodonosor seguendo Ger. 25,1 in cui leggiamo che il primo anno di quel re coincide con il quarto di Joaikim.

Nabucodonosor -forse è addirittura inutile ricordarlo- segna tutte le vicende legate all’esilio babilonese e dunque fu un protagonista della storia ebraica e biblica. Ma non solo: è grazie al calcolo preciso del primo anno di regno regno di Joaikim e conseguentemente al primo anno di regno di Nabucodonosor che possiamo stilare la scaletta di tutti gli interventi babilonesi contro Gerusalemme, come dimostra la tabella seguente:

ger 25,1 Dn 1

I° ANNO DI REGNO DI NABUCODONOSOR (IV° DI JOAKIM) 523 a. .C. (Ger. 25,1)
VII°                                  “                               “ 516 a. C. (Ger. 52,8)
XVIIII°                              “                               “ 505 a. C. (Ger. 52,12)
XXIII°                               “                                “ 500 a. C. (Ger. 52,30)

E’ dunque grazie a quel 527 a.C. che si possono ridisegnare cronologicamente tutte le tappe che segnarono le varie deportazioni che costituiscono il dramma dell’esilio babilonese.Se tutto ciò fa di quell’anno un anno fondamentale, ancora tuttavia potrebbe sfuggire il nesso tra cronologia e simbolo, per cui non rimane che far notare come quelle chiavi della morte e degli inferi siano il significato di ciò che compare come morte e inferi (distruzione), cioè dell’esilio. Dunque non a caso la loro ghematria coincide con il 527 a.C. che abbiamo detto segna tutti i tempi delle vicende esiliche.

Ma al di là di tutto questo, c’è anche un’altra chiave, stavolta di lettura che fa riferimento al potere all’autorità che conferiscono le chiavi. Se la  ghematria di “chiavi della morte e degli inferi” è 527 e se quel 527 riconduce al 527 a.C., alla luce di quanto scritto sopra emerge l’autorità storica, cioè la verità storica che segna per l’esilio ben altre date rispetto a quelle sinora in uso, che mai si sognerebbero di datare il primo anno di regno di Nabucodonosr nel 523 a.C. (se non altro perchè storicamente l’editto di Ciro è datato nel 538 a.C.).

L’unica cronologia che può andare d’accordo con l’autorità di Cristo e le Sue chiavi è la cronologia di Dio, che non a caso propone, meglio, ripropone l’originale cronologico biblico dal 70 d.C. fino all’esodo secondo una tempistica del tutto alternativa a quella storica.

In un’ottica di potere, autorità e verità storica, ci chiediamo allora se sia un caso che biblicamente, come dimostra la tabella sopra, la deportazione e distruzione di Gerusalemme avvennero nel 505 a.C, mentre per la “storia” ciò avvenne nel 586 a.C., quando 586 è la ghematria di ὄφις (serpente)