Abba Giovanni IV

Un giovane monaco si recò presso la cella di abba Giovanni e chiese: “Abba, cosa significa essere estranei?”. Abba Giovanni, senza distogliere gli occhi dalla corda che stava intrecciando, disse: “Comportarsi da savio per essere giudicato stolto”.

Abba Giovanni III

Un giorno dei fratelli giunsero in visita alla cella di abba Giovanni e chiesero: “Abba, dicci una parola!”. Abba Giovanni, senza distogliere gli occhi dalla corda che stava intrecciando, disse: “Il grande abba Arsenio, dotto in lingua greca e latina, non versò una sola goccia d’inchiostro, ma fiumi di lacrime”.

“In questo hai detto bene abba” dissero i fratelli e fatta una metania si congedarono edificati.

Shakespeare e Sisto V Peretti: la tragedia perfetta

L’autore di un celebre aforisma si colloca in periodo che il blog da sempre indica come estremamente sensibile per la cronologia biblica e la Sacra Scrittura che la contiene: il 1585-1590, quando noi diciamo che sorse e regnò il falso profeta apocalittico, cioè Sisto V Peretti, colui che “stuprò la Vulgata” (padre A. Maggi).

L’autore dell’aforisma è uno dei geni dell’umanità: Shakespeare, che si caratterizza, come abbiamo accennato, per aver scritto che “il diavolo può citare le Scritture”.

Sin da subito si nota come, falsata la Bibbia con la Sistina, emerga, da un contesto letterario di altissimo profilo, un eco del misfatto, tanto che noi scorgiamo una sottilissima vena ironica nel detto shakespeariano, cioè che solo “adesso” dopo il falso biblico cioè “anche il diavolo può citare la Scrittura”

Prima non poteva assolutamente farlo, altrimenti sarebbe divenuto un testimone, forse un apologeta e questo è impossibile anche seguendo la patristica del deserto che spesso è invitata dal diavolo in persona a dimostrare la sua conoscenza mnemonica della Bibbia, ma solo limitatamente all’Antico Testamento, perché quando si arriva al Nuovo, solitamente satana fugge.

Fugge perché non può citarlo, non può confessare Gesù Cristo se ancora le Scritture sono rimaste integre, fedeli a una versione che solo se falsata può essere citata dal diavolo, un diavolo che cità la sua versione, però, quella versione che è menzogna e per questo può citarla a memoria: la sua.

“Il diavolo (adesso) può citare le Scritture” attribuito a Shakespeare è dunque una battuta che si colloca in periodo storico in cui davvero la Scrittura fu falsata fino a darne una versione talmente edulcorata che il diavolo stesso può conoscerla a memoria e diffonderla.

Non rimane, quindi, che indagare la vita di Shakespeare per comprendere se tale menzogna abbia lasciata testimonianza, per vedere, cioè, se anche i suoi anni, quelli che caratterizzano la biografia e l’opera di Shakespeare riflettono quel motto di spirito.

Non ci aspettiamo che la vita e l’opera di Shakespeare abbiano sconvolto i piani di Sisto V Peretti, ma rimaniamo ugualmente curiosi di intuire se, anche solo in parte, possiamo aver ragione e trovare nella vita e l’opera di Shakespeare uno spunto, un accenno del grande falso, quello che noi diciamo tradisca lo stupro della Vulgata cosicché il diavolo, dopo di allora, pòtè citare la Scrittura.

Sulle prime, oltre l’aforisma conosciuto, non troviamo niente di quanto potrebbe essere utile, fattivamente utile intendo, ma solo un assordante silenzio, perché gli anni che vanno dal 1585 (anno di ascesa al soglia di Sisto V Peretti) al 1592 (quindi poco dopo la morte di Sisto V avvenuta nel 1590) si caratterizzano per essere gli “anni perduti” di Shakespeare (lost years, seguendo gli studiosi che ne fanno un gran parlare).

Di quegli anni nessuno sa nulla, andati perduti o al diavolo che si era proposto d’imparare e insegnare pure lui la Scrittura, ma Shakespeare lo aveva forse corretto nei suoi lapsus.

E’ a questa luce allora che invitiamo gli studiosi a rileggere Shakespeare, in particolare i suoi “anni perduti” perché siamo personalmente certi che o egli scrisse o fu costretto, come tutti, a tacere riguardo alla stupro della Vulgata e alle vittime di Sisto V Peretti, un Papa cannibale di cui già abbiamo avuto modo di parlare perché divorò i migliori figli di una chiesa altrettanto cannibale, ottimo canovaccio per una tragedia che da shakespeariana è divenuta universale, cioè cattolica, permettendo al diavolo di citare, dopo lo scempio della Vulgata, della vita nonché dell’opera di Shakespeare, la Scrittura, rimanendo tuttavia ancora aperti alcuni quesiti nel silenzio assordante di una biografia:

-perché la massima di cui stiamo parlando si colloca negli anni della Sistina, la falsa edizione biblica che sostituì la Vulgata?

-perché Shakespeare conia la sua battuta proprio in quegli anni? Cosa lo indusse a farlo?

-come mai nella vita e nell’opera di Shakespeare abbiamo, proprio negli anni della Sistina, un buco nero che ha fatto molto parlare di sé tanto da qualificarlo come lost years?

“Ciò che conta”, dedica a Erich Zenger

Caro Erich,

vittima di un “increscioso incidente”, ci hai lasciati nel giorno di Pasqua ed io subito ho pensato o al tuo eroico calarsi nel ruolo; o a un assassinio, perché quelli come te non li si bruciano con lo scandalo: la loro moralità e la loro carriera sono specchiate.

Tu, oltre a un’introduzione biblica, hai scritto un commento ai salmi che si fregia di più ristampe ed io quello sto leggendo, soffermandomi, in particolare, sull’introduzione dove ho letto un paragrafo di estremo interesse ed è La collezione dei salmi dove tu trovi la soluzione a un enigma nella “tradizione davidica”, piucchè nella paternità dei salmi a lui attribuiti.

In quella tradizione tu scorgi un’esigenza che ha spinto il collettore a riunire sotto un’unica attribuzione i salmi di Davide che però talvolta, come nel caso del (71)72, di Davide non sono perché espressamente attributi a Salomone.

E’ dunque nella “tradizione” la soluzione a un enigma che per tua stessa ammissione

solo così, se non si vuole ritenere per i raccoglitori una sconsiderata spensieratezza, si spiega il fatto sorprendente che l’annotazione del Sal 72,20: “Terminano le preghiere di Davide” sta in un salmo attribuito a Salomone (!).

Tu stesso quindi hai colta e descritta l’assurdità di una collezione che attribuisce la paternità neanche a casaccio, ma ignorando persino il contenuto del testo che ha di fronte agli occhi, cioè Terminano i salmi di Davide, scrivendo Salmo di Salomone.

Mi pare ovvio che l’esegesi sia naufragata in un mare d’ipotesi non per giustificare l’equivoco, ma l’assurdo se non addirittura il comico, perché di mezzo ne vanno tutti i salmi, in particolare la loro attribuzione.

Non è così, Erich, no non è così e tu avresti dovuto introdurre un’ipotesi altrettanto assurda che avrebbe però risolto il grottesco: anche il salterio è vittima della truffa, quella truffa che ha seminato il caos da Genesi ad Apocalisse.

Quel salmo, se termina i salmi di Davide, è di Davide ma nottetempo si è scritto “di Salomone” perché tutto risultasse incomprensibile, risultasse cioè che laddove era pre-esistente una catalogazione e un’attribuzione ferree potesse fare ingresso il caos.

Ritengo, se me lo permetti, che in origine tutto fosse ordinato per autore e che altre possibili catalogazioni fossero possibili (cronologiche, per Re, pre e post esiliche) ma poi tutto sia stato volutamente confuso gettando nello scompiglio l’intero salterio.

Tu o i tuoi colleghi, magari quelli che hanno raccolta la tua eredità, dovreste, allora, prendere in considerazione l’ipotesi del falso e recuperare il bandolo di un salterio divenuto matassa inestricabile, ma mi rendo conto che questo post è la novecentoventinovesima bottiglia gettata in mare, per cui ha ragione chi mi dice: “Che t’importa di quello che dicono, tu sai come stanno le cose ed è questo ciò che conta”. Sì, è questo ciò che conta.