Un arcivescovo che ha dato i numeri. Uno humor tipicamente inglese

Si legge, e noi lo abbiamo fatto per la prima volta tanto ci interessava, che la numerazione dei capitoli e dei versetti sia opera d’uomo e per di più recente, in fondo, se si considerano gli anni della Bibbia.

Tuttavia, il blog ha una precisa categoria, quella dei versetti, in cui appare chiaro che la loro numerazione si allinei esattamente con il loro contenuto, tanto che la numerazione stessa offre spunti di ulteriore comprensione e si presta a una funzione che solo le cifre sanno esprimere, come quella cronologica, cosicché nella Bibbia niente sia lasciato al caso, essendo del tutto e in tutto ispirata.

Negare il fatto, cioè negare la sacralità del testo, ci obbligherebbe a titolarla “Bibbia”, come spesso adesso si fa, ma la renderebbe impura, quando già con la Sistina la si è resa falsa, per cui viene spontaneo immaginare che la suddivisione per capitoli e versetti non sia altro che un’altra delle innumerevoli truffe che la deturpano, qualora si creda alla versione inglese di Langton, il quale ha prestato il nome alla truffa,quella che afferma la non sacralità dei capitoli e dei versetti, opera d’uomo solo perché, esprimendo essa in origine spunti e conferme cronologiche, poteva essere d’intralcio alla “truffa di maggior successo dell’intera storia della scienza” (R. Newton): la cronologia tolemaica che s’intendeva imporre.

Alla luce di tutto questo, noi vorremmo presentare un altro caso rispetto a quelli già contenuti nella categoria dedicata ai versetti, ed è il capitolo 12 di Apocalisse, che mi pare nessuno abbia mai messo in relazione non solo con Matteo 2, ma anche con il fatto che quel capitolo 12 di Apocalisse non poteva non numerarsi diversamente, perché Halley passò su Betlemme nel 12 a.C., come afferma l’astronomia, e i Magi allora arrivarono dando una trama ben precisa ai fatti che caratterizzano l’infanzia di Gesù.

La tabella che segue, allora, vuole mettere in evidenza la perfetta simmetria del capitolo matteano con quello di Giovanni, quasi una corrispondenza perfetta che trova nella numerazione del capitolo 12 di Apocalisse la sua collocazione storica, perché tutto in Matteo si verifica nel 12 a.C., cosicché quel capitolo 12 giovanneo non solo ispira la sua trama dei fatti a Matteo, ma ne disciplina anche l’ambito, forse la similitudine, temporale che si apre e si chiude nel 12 a.C., a ulteriore conferma che la cronologia del blog non sbaglia a farne un caposaldo della biografia di Gesù.

Consultate la tabella a seguire, scorgete le inerenze, talvolta le identità, per poi passare alla lettura integrale dei due passi, quello matteano e quello giovanneo, per comprendere che, forse, la storia della suddivisone per capitoli e versetti di Langton è solo unna freddura inglese, una delle tante, ma stavolta forse di troppo, perché nessuno può dire, alla luce dello “stupro della Vulgata” (padre A. Maggi), se la Bibbia forse addirittura nasca ispirata per capitoli e versetti, ma a qualcuno ha fatto comodo prendersene il merito, quello che magari è alla base di una rocambolesca carriera che ha dato persino i numeri.

Matteo 2Apocalisse 12
Cometa di HalleyGran segno nel cielo
Maria ha partoritoLa Donna deve partorire
Il bambino è rapito (in sogno)Il figlio maschio è rapito
Fuga in EgittoFuga nel deserto
Erode si adira moltissimoIl drago s’infuria

Un bambino sul rogo

Il blog è l’unico nel panorama di internet (non intendiamo dire degli studi: quelli sono di altri) a collocare sotto una luce diversa i versetti biblici, intendendo la loro numerazione, perché è fra i pochi che credono la Bibbia sacra e dunque ispirata in ogni sua singola parte, sia pure due cifre separate da una virgola: i versetti, appunto.

Essi sono numeri e dunque noi li abbiamo visti finalizzati a ciò che essi esprimono in termini di cronologia, cioè le date di una cronologia che era biblica, ma si è fatta e voluta storica per un falso che lega l’intero mondo scientifico e di fede.

Ovvio, allora, che essi tradiscano un originale sapienziale che si è mascherato, ma non così bene, non così intelligentemente da non essere riscoperto se si guarda a fondo che neanche, poi, è tanto “fondo” perché un falso, sia pittorico che storico, vuole solo ingannare l’occhio, impossibilitato, com’è, a riprodurre l’originale di cui sfugge il senso, cioè la circolazione profonda.

Un falso, insomma, è un sentire il polso, piucchè tracciare un cardiogramma, l’unico che sa dirci minuziosamente delle fasi sistoliche e diastoliche di un’opera.

Ecco allora una piccola cosa, quasi un soffio cardiaco in Gv 1,5 e quella luce che “risplende nelle tenebre”, a farci sicuri che il Natale si tenne nel 15 a.C. o, forse, che è anche meglio, nel 1,5 a.C. quando Gesù nasce alla storia sino ad allora tenebra, cosicché la luce poté splendere.

Non è un caso, magari increscioso, cioè caso casuale, quel Gv 1,5 luminoso perché Gesù nacque facendo luce nella storia, quella che invece lo ricolloca, ostinata perché non ancora vinta, nel 6/7 a.C. che fa di nuovo buio con un falso a cui credono tutti, ma non noi, non questo blog che ha acceso l’interruttore non della fede, ma della ragione, quella illuminista in un secolo cattolico oltremodo buio.

Abbiamo tratto questo post non da una nostra riflessione, ma ma da La notte oscura di San Giovanni della croce che cita il versetto, cosicché la distrazione non avesse il sopravvento facendo risaltare la numerazione e il testo di un versetto che non a caso emerge ne La notte oscura quella di una chiesa, cattolica, alle prese non con il Lumen gentium, ma l’Officium tenebrarum, affinché l’ironia coinvolga il suo Santo Uffizio, che mi dicono ex Inquisizione.

Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

La disobbedienza come virtù

La Chiesa cattolica ha almeno un santo, anzi, una santa: Teresa D’Avila di cui leggo Il castello interiore per una critica che va oltre il solito tran tran dei beati, perché ella fu disobbediente.

Nessuno lo ha mai detto, che io conosca, ma conosco Fanzaga che ne ha spesso marcato il “caratterino”, magari di donna, magari, però, di santa perché rispondeva a Dio che ha pochi amici ma lei ben sapeva perché: li trattava male (Fanzaga, cari cattolici, vi spiegherà tutto).

Forse è anche per questo che lei è passata agli onori di chiesa come l’amica di Dio, simbolo di un’amicizia tra lei e la Chiesa essa stessa amica di Dio, ma non è vero, perché la chiesa si fece, dopo di Teresa, nemica di Dio, cioè si fece hostis, ostile.

Dell’alleanza infranta tra Gesù e Roma, Teresa non ne parla, ma la vive se morì la notte stessa in cui Roma compì lo scempio all’interno della storia, cioè passò dal giuliano al gregoriana che non è tutto lì, anzi lì è nulla, perché entrò in vigore la storia che Roma vorrebbe raccontarci, cioè vorrebbe farci credere a Ciro; all’esilio del 586 a.C.; all’anagrafe di Gesù di cui non si sa nulla e ai casi editoriali che, sebbene scandalo dopo duemila anni di cristianesimo, sono la massima espressione del cristianesimo stesso, sebbene ipotesi, cioè solo Ipotesi su Gesù.

Vorrebbe farci credere, in una parola, “alla truffa di maggior successo di tutta la storia della scienza” come a suo tempo scrisse Robert Newton, ma non l’avrebbe data a bere a Teresa che a ogni piè sospinto, esperta, lei sì!, di visioni mistiche, tiene alla larga gli improvvisati, i truffatori, gli ingannatori del secolo cattolico che lei visse come transizione, quello che alla sua morte pubblicò la storia, la sua però.

Teresa scrive chiaro: “Se qualcuno, di fronte a questi segni cerca di dissuadervi, statene alla larga” perché, lei dice, “non dotto” a sufficienza, ma sa che quel secolo ormai aveva segnato l’ingresso nell’ovile dei lupi, degli incapaci, dei bugiardi e degli arrivisti che non meritavano le sue perle di Sapienza.

Diceva, Teresa, di rivolgersi al confessore, al superiore, ma di tenere sempre gli occhi e la ragione aperti, di tenere, cioè, il bastone in mano e disfarsi con esso dei serpenti.

Leggete, leggete, cari cattolici, Teresa D’Avila, entrate nel suo castello interiore e mi darete ragione, mentre io ve ne do solo una di ragioni: la sua vita che ha segnato la sua opera.

Sappiamo già, infatti, che essa fu l’amica di Dio e che morì quando la chiesa si disfece di quell’imbarazzo che ne imbrigliava la volontà di potenza. Sappiamo che Teresa morì La notte dei lunghi coltelli, quando Bruto (Roma) ferì a morte la dignità di Dio, in onore alla sua pre-potenza e superbia, ma non sapevamo fino ad ora (ci avremmo però scommesso già da ieri sera: parola d’onore!) che anche la sua nascita segna un altrettanto punto fermo di quell’amicizia di cui solo Teresa, ultimo santo che così li comprendiamo tutti, si fregia.

Infatti ella non solo nacque nel 1515, per un 15,15 giovanneo che ha tramandato una affettività cristiana fondamento della Sua chiesa, perché è lì e fu allora che vos autem dixi amicos, cioè che Gesù superò la paura per l’amore, andò oltre il tempio per erigere Il castello interiore di cui ci parla Teresa.

Dunque, la sua nascita la vede già amica, per un segno di santità forse innata, ma nascosta allo sguardo di un chiesa che si tappò gli occhi, accecata dalla rabbia, la rabbia del potere che volle suo, occupando il castello facendo carte e storia falsa.

Non solo tutto questo, dicevamo, ma anche morì nel 15 di ottobre, Teresa, per rinnovare il messaggio della sua nascita, un trionfo del numero 15, il 15 a.C., che noi sappiamo -certamente io- segna la nascita di Gesù se la sua storia si racconta vera e si è fatta veramente carne, cioè esprime un’amicizia d’uomo e con essa una storia di cui Dio è partecipe e non messo a parte, anzi, in disparte.

Ci sono vite che nascono sante e sante muoiono, per questo hanno la forza e il carattere di prendere per il bavero della tonaca impiegati obtorto collo che altro non avrebbero saputo fare se non il prete. Teresa è un’altra cosa: è una donna e li appiccica al muro se tanto tanto sono un po’ troppo insistenti.

Il verbo di carne

“Il verbo si fece carne” recita il Prologo di Giovanni in 1,14 e fiumi d’inchiostro sono stati versati per spiegarne il senso, la ragione e il motivo, ma a tutti è sfuggita la storicità della locuzione che emerge solo alla luce della corretta anagrafe gesuana che lo vede nascere nel 15 a.C. come Messia, mentre come Gesù, quello storico, nel 14 a.C. affinché la necessaria datazione doppia che la conversione dell’anno ebraico in gregoriano abbia un senso e non sia solo un problema (si veda tabella in calce per la comprensione della questione cronologica a ciò collegata).

Ma quel verbo fatto carne è davvero un verbo, un verbo greco ed èγνωρίζω che significa “mettere a conoscenza”, “informare”, “rivelare”, “mettere a parte di” un progetto, di un fatto.

Dunque quel verbo si è fatto veramente carne nel 15/14 a.C. perché ciò in Luca è chiaro: i pastori sono messi a conoscenza (ἐγνώρισεν) della nascita del Messia (Lc. 2,15) e loro stessi divulgano (Lc 2,17 altro significato di γνωρίζω) la notizia.

Luca, l’evangelista dell’infanzia, usa due volte soltanto questo verbo, un verbo che troviamo anche in Giovanni per altre due sue occorrenze soltanto, per un quattro totale nei Vangeli, ma 25 nel Nuovo Testamento e questo renderà γνωρίζω il verbo che si è fatto carne, stando alla numerazione dei versetti che fa luce sul senso e sul significato del verbo, perché Giovanni vi ricorre quando testimonia l’amicizia tra i discepoli e Gesù (15,15) , un’amicizia che non è più schiavitù, perché vos autem dixi amicos.

Gesù afferma questo elevando gli apostoli, non più preda di una religione fondata sulla paura, perché l’amore scaccia la paura (1Gv 4,18), quella paura che aveva sede nel cuore della religiosità ebraica: il tempio, non a caso dedicato nel 418 a.C., come 4,18 è la numerazione del versetto della sua Prima lettera che libera l’amore, quando Giovanni è dell’amore che ci parla nella seconda sua occorrenza del verbo nel Vangelo, cioè in Gv 17,26, un amore che però rinasce dalla “conoscenza” di Dio, quella stessa che renderà liberi (Gv 8,32).

Tale conoscenza è quella divina che si è fatta carne, cioè storia ed è venuta ad abitare in mezzo a noi scrivendo quella storia che nasce nel 15 a.C., l’anno in cui Dio diviene amico dell’uomo partecipando alla sua storia, ed ecco, allora, che non è casuale l’anno di quell’amicizia alla luce del versetto che la esprime, che è Gv 15,15, perché la numerazione coincide con l’anno di nascita di Gesù, cioè con la una storia rinnovata che Lo contempla nel 15 a.C. come Figlio, mentre lo ammirerà nel 15 d.C. come ἀρχόμενος, cioè adulto di successo se vinse quella causa pubblica, ma  persa, anche nei tempi dell’esegesi attuale, quindi allora come oggi, salvando l’adultera.

Non è un gioco di versetti ma, al contrario, i versetti entrano in gioco affinché il verbo si faccia carne e quella carne si esprima alla luce di un verbo: γνωρίζω, verbo che Luca conosce e usa, assieme a Giovanni, perché anche Luca lo ferma al 15 del capitolo 2 del suo Vangelo, quando i pastori andarono a contemplare un verbo che si era fatto carne: γνωρίζω, che ha 25 occorrenze neo testamentarie per dirci che il venticinquesimo giorno di Ab fu Natale, cioè il 10 nostro agosto, mentre il 25 dicembre è solo la roccaforte sentimentale cattolica, di per sé perdonabile, ma non alla luce del 15 a.C. che è l’unico anno in cui un verbo, γνωρίζω, divenne il Verbo

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Un Natale pazzesco

Il Vangelo dell’infanzia che ci offre Luca è il più articolato, complesso e ricco all’interno dei sinottici. Dunque in Luca si concentra un’attenzione particolare a Gesù bambino, tanto che noi abbiamo notata una sua particolarissima peculiarità: il Natale che sembra, a molti effetti, avvalorare il nostro 10 agosto.

La Bibbia, che comprende i vangeli, è passata alla storia, anche parte della nostra storia, come Sacra, sebbene quell’appellativo sembra cedere il passo a una divulgazione che la vorrebbe solo Biblia, cioè un testo letterario tout court.

Noi, invece, siamo ancora tra quelli che la vedono, non la vogliono, sacra perché il passato aveva una sua ragione, cioè aveva quella stessa nostra caratteristica del pensiero, per cui non crediamo che abbia qualificato la Bibbia seguendo un’esigenza di fede, ma un dato di fatto che nasce da delle evidenze che ne fecero libro sacro.

Casomai siamo noi che a ogni piè sospinto e per delle ragioni che sfuggono alla ragione stessa vogliamo a ogni costo dissacrare, quasi che il sacro sia in realtà bestemmia rivolta alla dea della ragione che però nega se stessa negando l’evidenza.

Un’evidenza che nel caso lucano ci parla del Natale in una maniera tutta sua, cioè attraverso il ricorso ai versetti biblici che non sono considerati evidenze a priori, ma si collocano, in questo caso, cioè nel caso del Natale, come sigillo su una evidenza: l’impossibilità logica di un Natale fermo al 25 dicembre se durante quel Natale Tiberio indice un censimento universale che costringeva tutta la popolazione dell’impero a recarsi nel luogo di nascita per la registrazione.

L’impero era sterminato e sterminati, quindi, erano i suoi confini, come enormemente estese le zone montuose e i passi che inevitabilmente coloro che erano costretti a spostarsi sarebbero stati costretti a valicare, mettendo, il 25 dicembre, a repentaglio la propria vita se il buon senso o la causa di forza maggiore non ne avessero impedito il viaggio.

Dunque appare assurdo non alla fede quel censimento, ma alla ragione a meno che essa non fosse stata persa proprio dall’impero, romano, che aveva deciso, magari, di decimare non solo i sui abitanti, ma anche i propri cittadini, se la registrazione aveva anche il fine di censirne la prerogativa.

A questo si aggiunge anche un altro fatto di ragione, cioè le cronache di Oltralpe che volevano l’incoronazione dei re alle calende di agosto, quando però, penso al caso più celebre, quello di Carlo Magno, quella celebrazione si teneva a Natale, unendo logicamente due fatti, cioè le calende e il Natale nel mese di agosto, se non altro perché ci appare di nuovo logico che una celebrazione di quel tenore, cioè il nuovo re o imperatore, chiedeesse, ieri come oggi, una partecipazione di massa, cosicché la festa fosse grande, bella e sentita, come tutti i grandi della terra, da quando esiste la terra ed esistono i grandi, esigono, amanti -e a ragione politica- dei bagni di folla, una folla che però scomparirebbe in una fredda, triste, corta magari piovosa o “nevicosa” giornata di pieno inverno.

Ecco, questa è la logica che nega il Natale al 25 dicembre, una logica che, permettetemi il gioco di parole, diviene logistica sia se consideriamo il censimento universale, sia se pensiamo alla grande festa dell’incoronazione.

Adesso, quindi, ci rivolgiamo all’illogica, cioè al sacro che vuole sacra la Bibbia per vedere se, pazzo il Natale del 25 dicembre, lo sia almeno altrettanto quello del 10 agosto, cosicché abbiano gli stessi diritti e offrano una scelta: illogica la prima, quella del 25 dicembre; sacra la seconda del 10 agosto.

Dicevamo di Luca, l’evangelista dell’infanzia il quale, nella logica sacra del 10 agosto si muove benissimo, offre ai versetti 2,10-11 del suo Vangelo una nota che citiamo per chiarezza


10 L’angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà:

11 “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore

Da essa appare sin troppo chiaro, se si è compreso quanto scritto sopra, che siamo di fronte non al caso, ma al sacro, illogico quanto si vuole, ma capace di fermare la nota e la notte della natività proprio ai versetti 10 e 11, perché è lì che Luca, medico razionalista, riporta un annuncio senza fraintendimenti: “la notizia di una grande gioia” perché “oggi è nato!”, cioè nella notte tra il 10 e l’11 di agosto, tanto è vero che l’annuncio della nascita del Messia si spezza in due versetti, affinché la nota temporale sia chiara oltremodo.

Noi non lo reputiamo un caso ma un “sacro” che la ragione del passato aveva scorto e non si era persa l’evidenza, come noi l’abbiamo persa perdendoci nel profano, cioè in una razionalità che sa negare, sino a negare l’evidenza, per credere nell’impossibile di un censimento folle e di una festa d’incoronazione al buio dell’inverno altrettanto folle.

Alla luce di Maria, altro aspetto della follia di Dio e del suo libro, la Bibbia, sono anche le occorrenze che ci aiutano a capire. Infatti noi abbiamo visto che l’occorrenza complessiva del nome Maria, comprendente cioè sia la Madonna che le altre Maria, è di 43 che però si divide in un due gruppi ben distinti: l’uno fa capo al profano, l’altro alla Madonna. Il profano offre 25 occorrenze, quello di Maria 18.

Sebbene non sappiamo ancora dare ragione di quest’ultimo, sappiamo benissimo interpretare il primo: è Natale il 25 dicembre, ma quello profano, laico e forse razionalista che non solo rende simile a sé la Bibbia, ma ancor più la ragione che ha perso il suo senso o, se volete, la sua sacralità per far posto alle baggianate, cioè gli oracoli dei nostri giorni.

Dopo il sabato, anche una Pasqua da padrone

Ci siamo già occupati della Pesach sheni, tanto che il blog offre una categoria ad hoc, per cui, adesso, possiamo solo sintetizzare il problema dicendo che l’istituzione, il tempio, era bloccata da un impasse: da una parte Barabba, il Messia del sinedrio; dall’altra Gesù, il Messia di Dio che aveva, è facile comprenderlo, raggiunto un ragguardevole traguardo se si considera che era partito come figlio di un falegname e aveva sfidato il tempio, non sino a vincerlo, per allora, ma a bloccarlo sino al punto che non poterono celebrare la Pasqua, ma solo quella che spettava a coloro che, per impurità, erano stati esclusi dalla Pesach, cioè Pesach sheni.

Il problema fu che gli espulsi non erano semplicemente degli ebrei, ma erano gli Ebrei, cioè la casta sacerdotale che avendo data la caccia a Gesù e diventato chiaro che ne volevano, ingiustamente, la morte (Gv 11,53), era come se quel morto, che rendeva impuri durante Pesach, l’avessero toccato e dunque, seppur idealmente, cioè nei progetti, erano esclusi dalla Pasqua che non poterono infatti officiare.

Capirete che in questo contesto l’Ultima cena ne va di mezzo, perché essa stessa di Pesach sheni e dunque tutto quello che contiene deve essere esaminato sotto un’altra luce, come il boccone intinto di Gv 13,26-27 che la dice davvero lunga alla luce di Pesach sheni.

Infatti, quando Gesù offre la dritta (boccone) a Giuda, egli libera si Giuda che “uscì subito” (Gv 13,30), ma libera, con lui, il sinedrio e dunque l’istituzione che, sulla base del tradimento, avoca di nuovo a sé pieni poteri e può officiare legittimata arrestando Gesù.

Tant’è vero che a tutt’oggi a Pesach gli Ebrei intingono il pane in ricordo del sacrificio nel santuario, un ricordo, però, che, tagliando corto, vuole mascherare, crediamo, una ritualità ben precisa, quella stessa a cui si affidò Gesù, come a dire: “Va’, di’ loro che possono sacrificare”.

In altre parole, questo significa che Gesù teneva in pugno non solo la Pasqua, ma un intero popolo che solo lui poteva liberare, come Mosè lo liberò dalla schiavitù.

Dunque in quell’Ultima cena di Pesach sheni emerge a tutto tondo la figura di Gesù nuovo Mosè perché il potere, che di lì a poco lo condannerà a morte, lo deteneva lui in realtà avendo, come si legge, la facoltà di dare la propria vita e riprenderla (Gv 10,17), come di dare vita a un’istituzione neanche bloccata, ma ormai morta temendo la sua impotenza pure per il Pesach sheni; ma Gesù, fu di diverso avviso; fu il detentore dell’intero potere che ormai il sinedrio aveva perso e che solo Gesù poteva, pro tempore, conferirgli di nuovo e così fece.

Una nota a margine prima di riprendere un discorso non ancora finito: Giuda esce “subito” al versetto 13,30 e quei trenta denari, identici al versetto, sono lì a dirci di un versetto ispirato, di una sacralità biblica di cui Giuda, ieri come oggi, fece commercio, perché sapeva che il sinedrio avrebbe pagato bene, volentieri e subito la dritta pur di riassumere un comando che non comprese conferito in realtà da Gesù.

Quella Pasqua del 35 d.C., quindi, non finisce di stupire a questa luce, tanto che noi ci sentiamo di scrivere che la festa della cristianità tutta non è il Natale (del 25 dicembre poi!), ma la Pasqua, se non altro perché Gesù stesso dice di sé di essere venuto per quell’ora (Gv 12,27), cioè per la Pasqua.

Coloro che ancora dubitassero debbono considerare che non solo l’impasse di cui abbiamo scritto sopra lo rendeva padrone della Pasqua, ma anche la alla luce di un eventuale testo biblico originale greco che offra il Pesach ebraico semplicemente traslitterato, cioè Πησχ (Pasqua) per un valore ghematrico di 888, quello stesso di Ἰησοῦς. (Gesù), andando così ancora più a fondo nella questione che non si risolve nella titolarità del potere religioso, cioè nella legittimazione di esso, quella stessa legittimazione che aveva impedito la celebrazione della Pesach, ma identifica Gesù stesso con una Pasqua in cui non la fa semplicemente da padrone: Lui, era la Pasqua.