Ι’μ 50, the age of a Gospel (15 a.C.-35 d.C.)

giovanni

Ci sono dei momenti in cui senti che devi scrivere e lasciare che le cose vadano oltre, magari al di là di un confine e di un Vangelo, quello di Giovanni, sinora descritto e letto cronologicamente seguendo la Pasqua, quando esso si rivela per ben altra cronologia e varca pure esso, quindi, il confine geografico, è vero, ma pure linguistico se il greco si fa inglese e la ghematria assume valori impropri, addirittura bizzarri.

Tuttavia il contesto è di alto profilo e li giustifica quegli schizzi cardiaci ghematrici che sono alla base di tutto il post. E’ così che noi partiremo da un  episodio citato al capitolo 2 di Giovanni, cioè il dialogo tra Gesù e i farisei, dialogo che noi abbiamo già posto in una luce diversa che fa riferimento alla fine dell’era sommo-sacerdotale per l’instaurarsi del sacerdozio eterno alla maniera di Melchisedec, di Gesù.

Nella Bibbia il passaggio da un epoca a un’altra è sempre conflittuale, come fu conflittuale l’Esodo nella figura di Mosè e il faraone; come lo fu Saul con Davide e come lo fu il passaggio dal sommo sacerdozio a quello unico ed eterno.

Sempre, però, tutto è avvenuto per gradi, mai si è consumato un O.k Corral che ha liquidato la faccenda in un duello e sempre ci sono state fasi, forse anche perché il deserto prima,  Gerusalemme poi hanno costretto alla progressione storica e non al taglio gordiano.

Siamo, quindi, di nuovo giunti, all’ombra del tempio chiedendoci cos’altro accadde in quel dialogo, cioè cosa Gesù e i farisei si dissero in realtà e per comprenderlo bisogna attingere a quanto il blog ha evidenziato sul Vangelo di Luca, a cui tutti attribuiscono i trent’anni per l’inizio del ministero, quando, però, è assolutamente sbagliato considerare quell’ ἀρχόμενος come ministeriale, perché in realtà segna il sorgere del personaggio pubblico di Gesù, Gesù divenne, insomma, personaggio importante, un VIP diremmo oggi, ma senza caratteristiche messianiche se non potenziali.

Quell’anno, non fu il 30 d.C., ma il 15 d.C. quando, nell’ottica del Cristo cinquantenne di Giovanni, egli aveva esattamente i “trent’anni” lucani, se nato nel 15 a.C., e divenne ἀρχόμενος. Questo segna una fase di ascesa appena iniziata, un percorso pubblico che fu carriera in vista di una maturità “passionale” che si rivela, non si consuma, all’ombra del tempio, cioè in Giovanni 2,18-22 quando la Sua morte annuncia l’opera redentiva, il riscatto universale.

Siamo quindi all’interno di un range cronologico ben circoscritto che si muove tra i trent’anni lucani e i 46 di Giovanni, fermando il tempo a 16 anni di “gran carriera”, quella che rese le Sue spalle così forti da affrontare, solo, un intera classe sacerdotale. E qui segniamo il primo punto, chiedendoci come sia andata, cioè com’è che i farisei compresero che quello mostrato loro al tempio era il guanto di sfida gettato da Gesù.

“Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni” si legge sempre al capitolo 2 e significa “Uccidetemi e io risorgerò” ed ecco il guanto di sfida, ecco che Gesù diviene leader, ecco che Gesù minaccia la Sua messianicità senza tuttavia rivelarla apertamente: Lui sa, ma aspetta Giovanni, di lì a poco, con il suo battesimo, cosa che Gli conferisce un movimento già organizzato di cui Lui prenderà le redini intimorendo i farisei, che non temevano Giovanni, ma il popolo che in Giovanni credeva (Mt 21,23-27).

Tuttavia essi già compresero, non tanto perché “Io risorgerò”, quanto perché compresero che era Lui, Lui il messia atteso, ma come o da cosa lo compresero in particolare? Certamente dall’aver rivelato il piano già complottato ai Suoi danni e che prevedeva la soppressione.

Nessun comprese, infatti, le parole di Gesù, ma solo i farisei perché nella stanza più segreta del tempio si era tramato contro di Lui all’insaputa del popolo, ma Gesù lesse nei loro cuori (Gv 2,25) e questo rivelò loro che era davvero il Messia. Nessun altro era al corrente del piano segreto: troppo rischioso se la folla lo avesse conosciuto, ma è proprio per questo che il sangue si gelò nelle loro vene e dissero:” E’! ” cioè “is” che, infatti, scritto in greco, si legge ις ed ha un valore ghematrico di 16, come 16 sono gli anni esatti che passano dall’ἀρχόμενος (15/16 d.C.) al tempio, cioè al 31/32 d.C.

Compreso questo, si comprenderà che dopo tutto ciò si apre una fase interlocutoria, di studio del competitor per capirne le reali intenzioni, cioè se davvero sarebbe stato necessario ucciderlo, cosa magari non voluta, ma forse inevitabile, come lo fu.

Giovanni è chiaro qui. Fu con Lazzaro e la sua resurrezione che divenne evidente alla classe sacerdotale che non c’era più nulla da fare:  doveva morire: “O lui o noi!” dissero e decisero Lui, ma uccisero se stessi, ma questo è un altro discorso.

Nel capitolo dedicato alla resurrezione di Lazzaro si legge, infatti, che fu allora che si decise la morte di Gesù (Gv 11,53), non prima, prima si capì solo che “Is!”, poi si comprese che “He is! è proprio Lui, maledizione!” e deve morire di una morte che ha il suo simbolo certamente nella croce, ma non da meno sono i 30 denari di Giuda che infatti fanno luce su questa bizzarra cornice ghematrica, se scriviamo in greco “He is” utilizzando il simbolo grafico della Η (eta)  greca per la H latina, scrivendo cioè Ηε ιζ, immaginando, quindi, un adattamento fonetico alle esigenze della lingua inglese, e calcolando il rispettivo valore ghematrico che è, non a caso, 30 come i denari. “He is!”, insomma, e come tale morirà.

Abbiamo, quindi, disegnata la seconda fase e per noi sarebbe già sufficiente per tirare le fila del discorso, ma vogliamo aggiungere e spiegare perché secondo noi l’inglese si fa ghematria greca.

Sappiamo che lo spirito di Gloria appartiene a Sardi, l’Inghilterra; come sappiamo che Gesù con Lazzaro assurge alla Gloria di Gerusalemme, perché tutti accorrono a vedere il miracolo: la morte sconfitta dal Messia, che si rivela “più di Davide” che aveva ucciso Saul, ma suo erede diretto.

Quella morte caratterizza Sardi ritenuta “viva, ma in realtà morta” (Ap 3,1), come anche la Gloria caratterizza Sardi, quella stessa Gloria conferita a Gesù con la resurrezione di Lazzaro e tutto ciò fa parte di un’unica opera, cioè quella di Giovanni, se gli attribuiamo il Vangelo e Apocalisse, che si muovono all’interno di un unico ambito psicologico, teologico e culturale e per questo tutto si fonde armonicamente permettendo a noi di spaziare, persino laddove altri vedono baratri insuperabili.

Ricapitolando abbiamo che:

All’ombra del tempio i sacerdoti comprendono che “Is'”.

Con Lazzaro che “He is”.

Mentre il contesto inglese si giustifica nell’ambito di Apocalisse, laddove la morte fa il suo ingresso solo nella Lettera a Sardi, all’Inghilterra, da sempre di lingua inglese, ovvio, e detentrice di quella stessa Gloria che conquista Gesù con Lazzaro.

Questo non è un discorso arbitrario, tutt’altro, perché ricompone la cronologia di un Vangelo, quello di Giovanni, sconosciuta, ricollocando gli stessi elementi, ma in maniera diversa secondo una cronologia che va oltre la Pasqua che si rivela, addirittura, una prima lettura, forse superficiale.

Infatti, se sono stato chiaro, la cronologia del Vangelo di Giovanni potrebbe essere questa, se profonda:

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Sono certo che una rilettura integrale del Vangelo di Giovanni da parte degli esperti alla luce di questa cronologia interna farà non solo emergere quanto sinora nascosto di un Vangelo problematico (quello di Luca non è da meno), ma mi darà ragione esclamando: “Yes, It is”.