L’ora che volge il disio

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Prima di affrontare un post leggermente più complicato, ma ugualmente facile perché gioco con il greco classico, vorrei scrivere due righe a Levane, la Levane della mia nascita, quella che mi ha conosciuto e valutato, nel bene (poco) nel male (tanto).

Mi rivolgo, però, alle pecore, quelle che Giovanni al capitolo 10 del suo Vangelo “odono la Sua voce” la voce del Pastore, perché saranno pure stalline quelle pecore, per cui sporche di vello, ma le orecchie le tengono lustre per ben udire e non sporcare ciò che è dentro il vello che poi, in fondo, è quello che importa.

Ovvio, mi rivolgo alle pecore ignoranti, che son le meglio, ma di un’ignoranza santa, quella a cui si debbono baciare i piedi, non alle altre altre che non belano, mai belano: ragliano e basta.

Il blog ha tutta una categoria dedicata al Valdarno e a Levane che è caposaldo di una mia “teoria” che vuole il lago del Valdarno ancora esistente nel XIV secolo (i primi del 1300) e in essa c’è tutto quanto c’è da sapere, tranne un post sul Tasso che non tutti sanno essere standard scientifico esistendo un Tasso faunal unit.

Ma non molti sanno che Tasso etimologicamente potrebbe derivare da un termine ebraico (urge una ricerca del lemma) che potrebbe far luce su tutto, in particolare proprio sul Tasso faunal unit se riguarda l’enorme cimitero di grandi quadrupedi andati perduti sicuramente nel disseccamento “scientifico” del Pleistocenico, quando però il lago nel XIV era ancora quello delle “Chiare, fresche e dolci acque” petrarchesche.

E qui vien fuori la carambola, trattandosi, il Tasso, di una unità di misura scientifica, quando però non è assolutamente scientifico quanto sto per proporre alle pecore, cioè il nome stesso di Levane a rovescio che, in ossequio al omen nomen latino, secondo cui nel nome si cela un presagio, diviene enaveL cioè è nave L(lambda), ossia “era un lago (sfido chiunque a dire che prima del Pleistocenico si conoscesse il latino navis o che esistessero le navi!) e lo sanno ma per denaro (lambda, valore ghematrico 30, i trenta di Giuda) mentono”.

Ecco quella voce, la voce del Pastore che non è scientifica, levanesi, ma per questo è la Sua, l’altra è della nonnina dagli occhi grandi e la Bocca d’Ambra. No, nessun Buon Natale, tutt’al più il nostro paesano:”Sì, bona Pasquaaa!

Ps: è la casa dove sono nato, la casa dei Mucci, cioè di mia nonna Dina. I Re sono rinati nella sala, quella che ha la finestra in basso ala vostra sinistra, dove in pratica ho sempre studiato e dove ho appreso

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio

(Purgatorio, Canto VIII)

Levane: un paese, un ponte e la storia

Per scrivere questo post abbiamo durato fatica: sapevamo, infatti, che esisteva una foto del “Ponte di Levane” prima della sua distruzione durante il secondo conflitto mondiale, tuttavia il web non ne offriva traccia, cioè Google e Google immagini non offrivano niente.

E’ stato solo per puro caso che molti anni fa visitammo una pagina Facebook che descriveva “Levane…com’era” in cui si conservano le vecchie foto del mio paese, tra cui quella relativa al “ponte di Levane” di cui ci siamo occupati in un post specifico giungendo alla conclusione che quello che si spaccia per il “Ponte di Levane”, frutto di una stampa a inchiostro, ci pare, è in realtà il ponte romano situato, come ben scrive il Repetti ” a “Bocca d’Ambra”, quando la localizzazione è tutt’altro che facile, perché di “Bocca d’Ambra”, in realtà, ce ne sono due collocate in epoche molto diverse.

Infatti se il lago del Valdarno fu prosciugato, come sosteniamo noi, nel XIV secolo “Bocca d’Ambra” si colloca molto più a monte di quella attuale, perché l’Ambra non confluiva, come ora, nell’Arno, ma nel lago. Quindi quella che attualmente intendiamo per “Bocca d’Ambra” è frutto del prosciugamento che ha obbligato il torrente a confluire naturalmente nell’Arno, quando prima, lo abbiamo scritto, confluiva nel lago.

Capito questo ci siamo messi alla ricerca di un ponte sotto il paese di Bucine che si colloca a monte di levane seguendo il corso dell’Ambra e infatti lì sono ancora presenti le vestigia di un ponte romano -così vuole da sempre la tradizione anche se alcuni lo vedono medioevale. Tutto ciò ha segnato una perfetta coincidenza tra il nostro ragionamento e i fatti che ci mostrano un ponte laddove dicevamo avrebbe dovuto esserci.

Ecco, questo è il riassunto della questione che credevamo finita, ma solo perché non in possesso della foto del “ponte di Levane” ante guerra che sin da subito si mostra molto diverso da quello che erroneamente è attribuito al paese, cioè quello di “Bocca d’Ambra” con una didascalia tra l’altro che tradisce un particolare importante se scrive che sullo sfondo del ponte si vede la torre di Galatrona, la quale non appartiene assolutamente al paesaggio levanese ma di Bucine, confermando ancor più che “Bocca d’Ambra”, per come ritratta dalla stampa, appartiene a quel comune e a quel paesaggio e non ad altri.

Ma vediamo adesso le due foto comparandole per scoprire eventuali diversità che sole ci possono testimoniare il fatto di essere di fronte a due ponti assolutamente diversi. Partiamo dal ponte di “Bocca d’Ambra” che già conosciamo.

Ponte_levane

Come potete vedere il ponte a “Bocca d’Ambra” ha tre arcate soltanto, giustificando un passaggio breve sul torrente e infatti laddove è il ponte romano, che noi diciamo essere quello di “Bocca d’Ambra”, si attraversa un punto molto stretto sull’Ambra, tanto che per coprirlo ci vogliono, appunto, solo tre arcate.

Inoltre il ponte è assolutamente in livello, cioè piano, non mostrando nessuna curvatura in ingresso o in uscita.

Infine le torrette di guardia sono poste alle sue estremità.

Adesso vediamo il “ponte di Levane” precedente la seconda guerra mondiale.

casa ponte

Come si nota sin da subito le arcate sono almeno quattro, ma è facile immaginare la quinta, perché la foto è tagliata. Questo crea subito una notevole differenza che ci parla di un tratto del torrente ben più ampio rispetto a quello ritratto a “Bocca d’Ambra”, tant’è che anche oggi il torrente ha un letto ben maggiore rispetto a quello bucinese dove si colloca il ponte romano. Siamo insomma di fronte a due luoghi diversi che hanno richiesto due costruzioni diverse, tant’è che il numero delle arcate è maggiore in uno dei due ponti.

La seconda differenza è altrettanto evidente, se si ricorda che abbiamo scritto che il ponte romano a “Bocca d’Ambra” è in perfetto livello, cioè non presenta curve né in ingresso né in uscita, mentre quello di Levane ha una leggera curvatura in entrambi i sensi, curvatura a tutt’oggi presente che ne fa un’architettura diversa.

Inoltre le arcate del ponte sono molto più accentuate e questo riflette un’ingegneristica che si è ispirata a necessità diverse quali forse, ad esempio, piene di portata molto superiore come del resto è a tutt’oggi.

Da ultimo le torrette che a Levane sono centrali e non poste all’estremità del ponte e questo è un altro elemento architettonico che segna una notevole differenza.

Noi, con i mezzi di cui disponiamo, abbiamo potuto rilevare solo queste quattro differenze, ma siamo certi che a un esame più attento ne emergerebbero altre, confermando che il ponte a “Bocca d’Ambra” assolutamente non si colloca a Levane, ma sotto il comune di Bucine, laddove prima dello scempio del 1316-1321 confluiva l’Ambra, nel lago, però, non nell’Arno.

Interessane sarebbe, allora, un attento esame architettonico delle due costruzioni che magari tradirebbe due diverse architetture: “Bocca d’Ambra” romana; Levane medioevale dicendoci che le due costruzioni appartengono a due epoche ben distinte; la prima  precedente il prosciugamento del lago; la seconda dopo, quando cioè fu necessario costruire a Levane il ponte sull’Ambra che aveva scavato il suo corso sul fondo del lago prosciugato dall’uomo e non dalla natura.

Che briscola!

briscolaDopo la lunga parentesi valdarnese che ha interrotto il nostro solito argomento, cioè la cronologia biblica, ritorniamo per un attimo sull’argomento nostro solito comparando i due studi, nel senso che vogliamo conoscere se le conclusioni a cui siamo giunti nel primo (Valdarno) si possano applicare anche alla cronologia biblica, perché tutto è unito dal metodo, non nostro ma della scienza.

Che Pelago, il lago del Valdarno, fosse vivo e presente nel XIV secolo ci appare ormai ovvio, perché troppe sono le prove di uno scempio che si è voluto censurare falsando le fonti che di quel lago parlavano. Fonti di primaria importanza e fama come Petrarca, Dante e Boccaccio e una stampa che crediamo abbia tagliato la testa al toro, a cui si aggiunge il capolavoro leonardesco de La Gioconda, la quale testimonia la memoria dei luoghi che nel XVI secolo non era a andata perduta e così Leonardo ha potuto attingervi ritraendo, alle spalle di Monna Lisa, il lago che la stessa critica aveva scorto, ma mai avrebbe potuto pensare a un bacino che la scienza voleva prosciugato nel Pleistocenico, cioè 100.000 anni fa. Ovvio, allora, che quella “zona blu” del ritratto fosse un enigma che solo uno studio specifico sul Valdarno poteva sciogliere, perché l’unico capace di datare il prosciugamento del lago nel secolo e mezzo, più o meno, precedente l’opera di Leonardo.

Dunque l’errore di datazione ne ha partoriti altri, perché la cronologia è sì un intarsio, ma ancor più è un domino in cui, caduta una delle tessere, ne trascina con sé un infinità di altre. Siamo certi che il metodo della datazione riguardante il prosciugamento del lago abbia fatto appello allo scibile scientifico che si vuole, universalmente, infallibile, tanto che definire una materia o una conclusione “scientifica” quasi sempre è sinonimo di esattezza.

Beh, lasciatemelo dire: un errore di oltre 100.000 anni non lo definirei esatto, o meglio, è esatto, ma come esempio di errore, che tra l’altro neppure lo è errore alla luce della falsificazione sistematica delle fonti perché quella è davvero metodo “infallibile”, dalla scienza alla briscola, perché talvolta, per vincere, si può solo segnare le carte, cosa che hanno fatto e che gli ha permesso di gridare alla vittoria, sebbene per poco.

Ci viene il dubbio, allora, che queste conclusioni scientifiche, cioè sedicenti inoppugnabili, siano le stesse a cui si è giunti quando la scienza si è occupata del VAT 4956 che data l’eclissi lì descritta al trentasettesimo anno di Nabucodonosor, cioè nel 567 a.C. e da lì ricava tutta la cronologia dell’esilio; tutta la cronologia dei Re e l’intera importantissima questione del secondo tempio che la scienza fa coincidere con la dedicazione nel 515 a.C.

Questo blog si è sempre battuto per una cronologia assolutamente diversa, tanto che colloca l’esilio non 586 a.C., ma nel 505 a.C.; come colloca la dedicazione del secondo tempio non nel 515 a.C. ma nel 418 a.C. a un secolo di distanza, addirittura.

Vorremmo dire che in questa battaglia siamo stati soli, ma saremmo molto ingiusti, perché fondamentali sono stati coloro che ci hanno incoraggiati e ci hanno dato forza di resistere e scrivere, scrivere e scrivere ancora.

Sono coloro che come noi hanno creduto al grande bluff storico e scientifico che prima vorrebbe imporre 100.000 anni al posto di 700 o quasi (1321-2018) per lo scempio del lago; poi hanno creata una cronologia frutto di una partnership fra coloro che hanno demolito e coloro che hanno costruito ex novo una cronologia biblica che, come il lago, fa acqua da tutte le parti, perché quel 567 a.C. del VAT 4956 si colloca in realtà nel 486 a.C. a quasi un secolo di distanza.

Ci viene davvero il dubbio, allora, sull’agire scientifico che prima secca un lago nel Pleistocenico sbagliando di 100.000 anni; poi, entusiasta del lavoro, rivolge la sua attenzione alle stelle e lì sbaglia di quasi 100 anni, quando 100 anni in una cronologia biblica sono un enormità come 100.000 nella storia geologica

Insomma sia che si tratti di stalle (laghi) che di stelle, non se n’è azzeccata una col metodo scientifico che vorrebbe far posto a una teoria senza tempo, l’evoluzionismo, che se lo è preso quel tempo, cioè ha segnato le carte per poter vincere a briscola, ma è stata fermata sull’uscio del bar col salame tra le mani.

Ps: se la scienza si ritenesse parte lesa si rivolga a chi ha fornito il mazzo di carte e faccia causa.

Generazione di fenomeni

farfalle.jpgTra le cose già scritte sul Valdarno, sembrerà strano ma credo manchi la cosa più ovvia: la salute, il bene più prezioso oggi come ieri e come sempre. Gli antichi erano certamente al corrente di questo per cui sapevano benissimo adottare la profilassi che le loro conoscenze permettevano, in primis un luogo salùbre, perché da sempre prevenire è meglio che curare (longe praestantius prevenire quam curare est), specie se la farmacopea era rimedio, non scienza (questo non toglie che ci fossero anche allora dei bravi medici).

Ecco allora che diviene interessante studiare l’altimetria dei paesi sinora elencati e che popolavano il Valdarno, cioè Levane, Caput silvae (Caposelvi) e Incisa il cui livello sul mare, rispettivamente di 149 slm; 240 slm e 122 slm, è molto basso, specie Incisa.

Il fatto che il livello sul mare sia a tutt’oggi basso, significa che rispetto alla palude, che si scrive abbia caratterizzato i luoghi, esso lo sia stato ancor di più, esponendo tutta la popolazione alle malattie tipiche di un ambiente assolutamente malsano, oggi come allora.

Tuttavia questo non pare essere stato preso in considerazione quando sono stati edificati i paesi di Levane, Caposelvi e Incisa che evidentemente si ritenevano immuni da tutto quello che di negativo può offrire per la salute una palude stagnante.

E che lo fosse stagnate sembra addirittura testimoniato dal Boccaccio che definisce il Valdarno, nella novella di Rinaldo, “luogo infernale” infestato da mosche, tafani e zanzare, ma tutto ciò sembra sia stato ignorato dagli abitanti che evidentemente erano a conoscenza di rimedi e presidi a noi sconosciuti.

Personalmente lo ritengo molto improbabile e ritengo invece che i paesi elencati fossero stati fondati perché, al contrario, il luogo era quanto di più ameno, tanto che non scorgo nessuna ironia nelle parole del Boccaccio che, contraddicendosi, definisce il Valdarno, nella solita novella, “luogo che non può essere al mondo migliore”.

E siamo d’accordo perché noi siamo ormai certi della presenza di un lago anziché di una palude assolutamente malsana, tanto che non ci stupiscono le costruzioni a ridosso delle sue rive, altrimenti inconcepibili se lì ci fosse stata presente una palude.

Allora, come per il ponte romano dell’ineffabile Ing Castinelli; come per Caput silvae immaginiamo l’ormai celebre “bianchetto ecclesiastico” il quale ha esercitato la sua censura addirittura sul Decamerone che non è né ironico, né schizofrenico quando prima ci parla di “luogo infernale”, perché infestato da mosche, tafani e le immancabili zanzare; poi di luogo che “non può essere al mondo migliore” poiché tutto dipende dal bianchetto usato che, sebbene l’acromaticità, ne ha combinate di tutti i colori.

Sarei davvero curioso di conoscere il livello di Levane, Caposelvi e Incisa rispetto alla palude che si scrive abbia caratterizzato il paesaggio, per capire se davvero quei luoghi fossero popolati da fenomeni, frutto di un evoluzione che allora sì sarebbe evidente e tale che di fronte a sciami d’insetti, matasse di serpenti, branchi di topi e l’immancabile alligatore la gente del luogo mostrava la stessa nonchalance che mostriamo noi in un prato di farfalle.

Roma Caput silvae

caposelviDopo il post dedicato a “Bocca d’Ambra” credo rimanga ben poco da aggiungere sull’origine lacustre del Valdarno che si era conservata ben lungi dal Pleistocenico, se nel XIV secolo il lago non solo era presente, ma fu addirittura ritratto (non sappiamo quando di preciso l’originale della stampa proposta qui sia databile, per cui assumiamo il XIV secolo ad esempio).

Tuttavia ci appaiono interessanti anche altre spigolature etimologiche e toponomastiche che contribuiscono a far luce e, come in questo caso, a dimostrare ancor più, dopo l’ineffabile Ing. Ridolfo Castinelli il quale ha costruito un ponte già costruito da secoli dai romani appropriandosene, che si è giocato sporco, nel senso che si è corrotta tutta quanta la storia di un Valdarno che parlava di una barbarie: il prosciugamento di un lago per futili motivi logistici (comunicazioni con la temporanea sede papale di Avignone) da parte della Chiesa, la quale niente era a confronto dell’Impero che mai pensò di prosciugarlo, sebbene quegli stessi problemi logistici erano molto più pressanti avendo a che fare con la turbolenta Germania di Armino, ad esempio. Nonostante questo Roma cantò il De rerum natura, non il De profundis, cosa che invece riuscì benissimo alla Chiesa del Cantico delle creature che infatti rispedì al Creatore prosciugando Pelago, cioè il Lago del Valdarno.

Poi, con il bianchetto ecclesiastico, si è pensato bene di riscrivere una versione dei fatti per coprire lo scempio, giochetto che è riuscito bene solo in parte perché a ogni piè sospinto, a ben guardare, il lago riaffiora e denuncia i criminali.

Come nel caso di Caposelvi, frazione valdarnese a un passo da Levane, il cui etimo, stando a wiki, innocente, è incerto e le possibili soluzioni ben si guardano da dire la verità circa l’origine del toponimo che è facilmente intuibile: Caput silvae, cioè “inizio della selva”.

Qui c’è bisogno di un buon dizionario etimologico e il Pianigiani, senese, è quello giusto perché la Treccani ben più moderna, ad esempio, non coglie la sfumatura che molti abitanti della campagna invece conoscono tra “selva” e “bosco”.

La prima è una zona molto intricata di sottobosco; il secondo è alto fusto. Vero è che la selva può svilupparsi anche nel bosco, ma solo dopo che questo è stato tagliato e per un breve periodo di tempo, poi il bosco prende di nuovo il sopravvento sul sottobosco che si era sviluppato dopo il taglio.

Il Pianigiani, toscano come Caposelvi, è al corrente della sfumatura e la riporta chiara parlandoci per silva (selva) di una zona ricca di “arbusti”, cioè di sottobosco e allora l’etimo di Caposelvi diviene chiaro: Caput silvae inizio della selva cioè di una zona intricata.

Ma se a Caposelvi iniziava la zona intricata come si concilia con il continuum che avrebbe necessariamente dovuto offrire con la zona paludosa che tutti dicono occupasse il Valdarno? Che senso ha parlare di “inizio” se tutto era uguale, cioè il paesaggio di Caposelvi era, a monte e a valle, zona intricata, cioè una selva?

A tutt’oggi infatti a monte del paese c’è la zona boscosa (selva) che introduce nel Chianti, mentre a pochi chilometri non a caso c’è una località che si chiama “La Ginestra” quando questo arbusto è tipico del sottobosco.

Quindi abbiamo che a monte il paesaggio era caratterizzato dalla “selva”, mentre a valle, stando a quanto si sostiene, c’era una palude, quindi essa stessa intricata a causa della vegetazione tipica delle paludi. Viene spontaneo chiedersi, allora, di che inizio (caput) e di che “selva” (silva) si parli se il paesaggio era in realtà uniforme.

E che lo fosse e che fosse risaputo credo sia testimoniato dal fatto che si gioca con le parole quando ci si occupa del toponimo di Caposelvi: se ne dà sì una duplice spiegazione, ma non quella esatta, semplice e più assonante: Caput silvae.

Questo accade perché si vuole cancellare dalla “vista” del lettore l’evidente differenza tra quanto stava a monte e a valle di Caposelvi: nel prima luogo la selva; nel secondo il lago, l’unico capace di spiegare il motivo per cui a Caposelvi ci fosse il Caput silvae: perchè semplicemente davanti c’era un lago, bello, fresco, giovane, nobile ed enigmatico come può esserlo solo un lago che faccia da cornice alla Gioconda.

“Bocca d’Ambra” o della verità?

Ieri ci siamo occupati della stampa che ritrae il ponte sull’Ambra a “Bocca d’Ambra” e siamo giunti a una parziale conclusione: l’acqua del torrente sia che si tratti di “Bocca d’Ambra”, come spiega la dicitura; sia che si tratti di Levane, come aggiunto in seguito, è troppa, perché in entrambi i punti del torrente mai si raggiunge un livello che permetta all’imbarcazione ritratta di navigare.  Rivediamo la foto:

Ponte_levane

Come abbiamo scritto ieri, circa la stampa si consuma un qui pro quo interessantissimo per le conclusioni che tireremo. Infatti l’originale riporta Bocca d’Ambra; la didascalia della foto indica invece Levane: chi ha ragione?

Partiamo col  dire che io mai ho avuta notizia di un ponte a Bocca d’Ambra, mai. Sono zone che conosco bene e tuttora non sono presenti ruderi che facciano pensare a un ponte. Se poi prendiamo alla lettera quanto riporta la dicitura della stampa, cioè che il ponte fu costruito nel 1844 dall’Ing. Castinelli , risulta assolutamente impossibile che non solo non sia ancora in piedi, ma che crollando, magari durante Seconda guerra mondiale, non abbia lasciato traccia, tant’è che a “Bocca d’Ambra” c’è sì un ponte, ma è una passerella di legno sospesa sul fiume.

Dunque quella localizzazione appare impossibile e dobbiamo occuparci della seconda, cioè che il ponte fosse situato a Levane, proprio a fianco della mia casa natale. In questo caso ciò che risulta inverosimile è di nuovo il livello dell’acqua, troppo alto per un torrente che d’estate è in secca o quasi. Com’è possibile la navigazione con una barca che ospita comodamente due persone lasciando molto spazio di carico? Per noi è impossibile e lo prova anche il fatto che a fianco della barca c’è il soggetto della stampa, cioè il ponte che la rende inutile come mezzo di trasporto, trasporto, come abbiamo scritto, impossibile per quasi tutto l’anno esclusa la stagione delle piene, che sì aumenta il livello delle acque ma rende la navigazione oltremodo pericolosa.

Dunque “Bocca d’Ambra” non è e non è neppure Levane, ma allora dov’è quel ponte benedetto? Una soluzione credo ci sia e sarebbe incredibile, perché costituirebbe la prova più evidente dell’esistenza del lago nel XIV secolo. Infatti, qualora fosse esatto scrivere che sì, la dicitura originale ha ragione, cioè che il ponte era situato a “Bocca d’Ambra”, noi dovremmo chiederci di quale “Bocca d’Ambra” si tratti: quella successiva al prosciugamento del lago che si colloca a tutt’oggi alla confluenza del torrente con l’Arno; o “Bocca d’Ambra” precedente il prosciugamento del lago, che necessariamente si colloca molto più a monte di quella attuale perché confluiva naturalmente nel lago stesso?

Secondo noi, ma ne daremo prova, è assolutamente fondata la seconda ipotesi: “Bocca d’Ambra” era sì il luogo dove si ergeva il ponte, ma sotto Bucine, però, perché sin lì arrivava il lago come potrebbe facilmente dimostrare una cartina topografica.

Allora non rimane che chiedersi se in quella parte del territorio di Bucine ci sia qualcosa che lasci pensare a un ponte, magari delle vestigia, perché noi abbiamo scritto che “Bocca d’Ambra” è quella precedente il prosciugamento del XIV secolo e si colloca nel territorio di Bucine. Ecco allora la prova: poco sotto il nuovo ponte ferroviario c’è ancora il ponte romano che caratterizza il paesaggio, ponte che , come dicevamo, era situato a “Bocca d’Ambra”, cioè nei pressi del punto in cui l’Ambra non confluiva nell’Arno (molto distante), ma nel lago. Vediamolo la foto di ciò che rimane del ponte romano

ponte romano

La presenza di un ponte a “Bocca d’Ambra” (Bucine) precedente il prosciugamento del lago, spiegherebbe anche l’insolito livello delle acque li ritratto nella stampa che sin da subito ci aveva colpiti, perché alla confluenza con il lago, l’Ambra è ovvio che risentisse delle sue acque e innalzasse il suo livello sino a rendere possibile la navigazione di una grossa barca che in quest’ipotesi è ben giustificata, altrimenti rimane un mistero.

E’ ancora valido, quindi, quanto ho scritto ieri: solo un esame architettonico del ponte può non solo provare l’ipotesi (il ponte della stampa è quello ritratto nella foto sopra), ma renderla addirittura certa. Un esame che adesso diviene comparato, nel senso che è possibile comparare il ponte ritratto nella stampa con i ruderi attuali offerti dalla foto e se qualora coincidessero, dicendoci che si tratta dello stesso ponte, ci direbbero anche che quello è il ponte della stampa e quel punto è Bocca d’Ambra, in origine situata alla confluenza con il lago del Valdarno e non con l’Arno.

Saremmo di fronte, allora, all’ennesima menzogna, perché Ridolfo Castinelli, l’ingegnere che si dice abbia costruito il ponte, sarebbe pura invenzione trattandosi di un ponte costruito invece dai romani. Una menzogna che aveva l’unico evidente fine: sviare possibili ricerche e distruggere le prove dello scempio naturale e scientifico, quando quest’ultimo diverrebbe addirittura fraudolento, perché siamo certi che tutto si è consumato per permettere una datazione in linea con quella attuale che immagina centinaia di migliaia di anni parlandoci del Pleistocenico come epoca del prosciugamento del lago, quando esso era vivo e vegeto nel XIV secolo, come dimostra addirittura una stampa, non bella come La Gioconda, è vero, ma per questo molto più efficacie. Non trovate?

Il ponte sul lago?

Ponte_levane

Per puro caso, cercando il ponte sull’Arno all’altezza de La Nave, nei pressi dell’attuale diga di Levane, mi sono imbattuto invece nell’originale ponte di Levane per come recita la didascalia che non posso linkare perché davvero insolita. E’ quello precedente la distruzione della Seconda guerra mondiale che potete vedere in foto, così capirete, se morite dalla voglia, dove sono nato, proprio nato, perché nato in casa, casa che, guardando alla vostra sinistra nella foto, è a pochi metri dal ponte, tanto che la mia via era ed è “Via del torrente” (questo per dire che la zona, insomma, la conosco bene).

La foto presenta un particolare e una strano ed immancabile qui pro quo. Partiamo da quest’ultimo.

Se la dicitura originale ci parla di Bocca d’Ambra, cioè del punto in cui l’Ambra confluisce nell’Arno, la didascalia attuale, che non linko, lo colloca invece a Levane, cioè a due passi dal centro del paese e come ho detto, da casa mia.

Questo sembrerebbe innocuo, ma non lo è se studiamo i particolari della foto che sono:

  1. La portata dell’acqua: sia che si tratti di Bocca d’Ambra, sia che si tratti di Levane è decisamente superiore a quella che normalmente presenta il torrente, che non a caso di chiama tale e non fiume. Insomma è troppa, troppa per una barca che ospita due persone e lascia molto spazio di carico, quando per buona parte dell’anno l’Ambra in quei due punti, Levane e Bocca d’Ambra, non è navigabile neanche in canoa (lo so per esperienza). Questo ci fa riflettere: da dove proviene tutta quell’acqua. Se si trattasse di Bocca d’Ambra sarebbe tuttavia davvero facile pensare che l’Ambra non confluisse nell’Arno, ma nel lago, cioè in Pelago e questo giustificherebbe anche il grosso barchino o grossa barca dedita al commercio e al trasporto dall’entroterra del lago alle sponde lontane che per forza di cose si potevano raggiungere solo in barca. Altrimenti, lo ripeto, sia che si tratti di Levane, in cui tra l’altro la presenza del ponte rendeva inutili le barche; sia che si tratti di Bocca d’Ambra quella barca così grande è inspiegabile, se non altro alla luce della portata d’acqua di un torrente e non di un fiume.
  2. Il secondo particolare è il ponte che si scrive essere stato costruito da Ridolfo Castinelli nel 1844, ma crediamo lecito dubitare alla luce dei post sul Valdarno che hanno smontato tutto rivelando un errore (menzogna) di oltre 100.000 anni, per cui ci viene il dubbio che anche la foto e il ponte abbiano subita la stessa sorte, per cui invitiamo a un attento esame architettonico del ponte stesso che magari potrebbe datarne la costruzione ben prima non negli anni, ma nei secoli. Infatti, qualora lo stile architettonico, ad esempio, fosse tipico di costruzioni tardo medioevali (XIII-XIV secolo o prima, molto prima) avremmo una prova chiara dell’esistenza del lago, l’unica capace di giustificare a Bocca d’Ambra un livello di acque sufficienti per le dimensioni di quella barca, la cui presenza sarebbe dovuta al fatto che in quel punto confluiva l’acqua del lago è ciò alzava il livello rendendo la zona navigabile, altrimenti io lo ritengo impossibile a meno che l’Ambra non abbia ridotta drasticamente la sua portata dallo Ottocento in poi (mio nonno mai mi ha parlato di barche sull’Ambra, ed è  lui che ha tenuto a battesimo l’intera categoria Valdarno informandoci della presenza degli anelli di ancoraggio delle navi a Levane Alta).

Non so se ho ragione, sono ipotesi, che però, lo ripeto, un esame architettonico specifico del ponte potrebbe suffragare, come smontare, ma non sempre si fa centro e ciò ci consola.

Ps: ora che ci penso, anche l’abbigliamento dei barcaioli potrebbe rivelare molto. E’ sufficiente un ingrandimento dei particolari in maniera professionale e il gioco credo sia fatto. Buon lavoro.