Quattro chiacchiere tra amici

Forse c’è un punto all’interno dell’ultima cena che non è stato compreso a dovere, anche se avrebbe dovuto esserlo e, aggiungiamo, assolutamente perché spuntano le corna.

Quel punto è quando Giovanni scrive che Satana “entrò in lui” (Gv 13,27) riferendosi a Giuda che Lo tradirà. Sembra tutto perfettamente comprensibile alla luce di Gv 6,70, in cui l’evangelista riporta le parole di Gesù e scrive che Egli ha scelto i dodici, ma uno di essi è “un diavolo”, per poi specificare che parlava di Giuda in 6,71.

Dunque, Giuda è il diavolo o, almeno, un diavolo per un articolo indeterminativo che nel testo non c’ perché Giovanni ricorre al cardinale, ovvio . Ma è così tutto chiaro?

E’ davvero tutto chiaro alla luce della dinamica di una possessione che fino all’ultima cena però non era avvenuta? Infatti leggiamo che allora “satana entrò in lui”, cioè entrò in Giuda, ma questo significa due cose

la prima, che Giuda non era posseduto

la seconda, che Giuda non è il diavolo se da questi sarà posseduto.

Sorge così una questione all’interno del Vangelo di Giovanni: chi è il diavolo? o chi intende sia Giovanni?

Le parole, seppure spese in una piazza di mercato, sono importanti, ma se esse provengono da persone e sedi istituzionali (collegio apostolico in seduta plenaria) debbono essere pesate al grammo.

Un presidente della Repubblica non potrebbe mai dire che il Presidente dell’antimafia è un mafioso, a meno che non ne sia certo, aprendo un conflitto pesantissimo tra le istituzioni, conflitto che disorienterebbe l’intero paese mettendolo non in allarme, ma sul chi vive.

Ecco allora che il celebre Vade retro satana rivolto a Pietro non può essere un motto, una battuta o un “così per dire”, perché il collegio apostolico conosce Gesù come logos, un logos che è anche parola e non può essere spesa a casaccio.

Insomma, se Gesù usa quell’epiteto o titolo c’è un fondamento di verità che forse imbandisce la tavola dell’ultima cena quando “satana entrò in lui”, cioè entrò in Giuda che non era il diavolo e per questo ne fu posseduto, perché il maligno fece leva su una sua debolezza, cioè sulla sua avidità, e grazie a quella lo possedé, ma non era né “un diavolo” dei tanti; né “il diavolo” il quale era un altro e, come al solito, insospettabile: era Pietro.

Un Pietro che infatti non sfugge allo sguardo di Gesù, nè quando gli si intima di “andare dietro” guardando gli altri apostoli (Mc 8,33 33 di nuovo come vedremo); né quando Egli è condotto via (Lc 22,61) per uno sguardo, un colpo d’occhio che non vuole far leva sulla coscienza, ma sul colpevole.

Ci viene in mente, allora, un altro passo dei vangeli, quando cioè Gesù afferma che le “porte degli inferi non prevarranno” e a questa luce possiamo dire che forse avevamo ragione, a suo tempo, a consigliare un’altra traduzione di quel kai (Mt 16,18) che ha anche un valore avversativo, valore o accezione che pare dimenticata, sebbene il senso del passo sia andato smarrito traducendo “e”.

Infatti, dire “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” è al quanto confuso, vuoi perché la “pietra evangelica è da sempre, all’interno della Scrittura, Gesù; vuoi perché l’intero periodo diviene incomprensibile, non mettendo il lettore in grado di capire se la pietra sia Gesù o Pietro, perché tradurre “e su questa pietra” non significa, come avrebbe dovuto, “e sulla tua pietra”, cioè “su di te”, ma fa pensare a qualcun o qualcosa d’altro rispetto a Gesù e allo stesso Pietro, come se quasi Gesù indicasse altro rispetto a loro due.

Di tutt’altro tenore sarebbe stata la traduzione secondo un’accezione avversativa di kai, cioè “ma”, perché l’intero periodo e capitolo avrebbe avuto senso compiuto e chiarissimo, cioè “tu sei Pietro (è vero, aggiungo io), ma su questa pietra” cioè su di me” edificherò la mia chiesa” alludendo senza ombra di dubbio a un Gesù già scritturalmente pietra e testata d’angolo (Sal 117,22).

Questo contesto, emerso dal valore avversativo di kai fa luce anche sulle “porte degli inferi” destinate a non prevalere, perché l’opposizione ad esse è frutto di Gesù, mentre la loro apertura è opera di Pietro nella misura in cui il dialogo è sì tra loro due, ma è da loro due che emerge non solo il valore avversativo di kai, ma l’antagonismo dichiarato.

Ecco allora che le nostre occorrenze bibliche giungono, anche stavolta, a far luce, perché questo sito, uno dei migliori e il più conosciuto, indica per “diavolo” un’occorrenza ferma a 33, per una luce che cala anche nell’ultima cena, in cui davvero Giuda fu posseduto, ma non era il diavolo, non era satana che infatti “entrò in lui”, quando prima c’era solo una debolezza su cui fece leva il demonio. Ieri, come oggi.

Non è forse questo blog che ha sollevato una questione di aperto contrasto tra il 33 d.C. e il 35 d.C. come anno della crocefissione? Non è il blog che ha scritto chiaro e più volte che quel 33 d.C. è il simbolo di una truffa che va ben oltre la crocefissione avendo falsata l’intera cronologia biblica? Non è forse, allora, quel 33 d.C. il diavolo se di mezzo non c’è la storia, ma Dio?

Ecco allora che la Bibbia, con le su occorrenze, fa luce sul diavolo che infatti, all’interno delle sue pagine, si ferma al 33 d.C. che nessun altro aveva il potere di imporre se non il diavolo stesso, perché gli atti del processo a Gesù e la conseguente crocefissione non potevano essere in altro luogo se non a Roma.

Dunque è Roma che ha cambiato le carte e la storia; è Roma che ha cercato di aprire le “porte degli inferi”; è Roma che sa che la relazione a Tiberio sui fatti Gerosolomitani giunge nel 35 d.C. e quella relazione fu il Vangelo di Luca scritto all’indomani della crocefissione, perché la teofania che sconvolse Gerusalemme alla morte di Gesù (eclissi, terremoto) aveva avuto Roma stessa come testimone oculare nei soldati e in Pilato, cioè il suo governatore, tutte persone, specie Pilato, a cui Roma non poteva non credere e dunque volle sapere e sapere subito, cioè nel 35 d.C.

Ma anche oggi si sa, si sa del 35 d.C. ma è il 33 d.C. che porta denaro a Giuda, di nuovo posseduto e seduto in cattedra, magari perché altrimenti i poveri rimarranno sempre poveri, ma la verità è che volete essere voi ricchi.

Le occorrenze, talvolta, sanno e fanno più storia di interminabili studi, perché è sempre quello che si rivela durante una cena, sebbene ultima e tra amici (Gv 15,15), la verità.