Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

Sorridi, sei a Messa

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Il Credo cattolico recita:


Credo in un solo Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili.
Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli.
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre.
Per mezzo di Lui tutte le cose cono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

Esso rappresenta la stessa Chiesa Cattolica, che apre le sue Messe e le sue porte con il Padre e il Figlio, uniti in una monogenesi che da sempre ha rappresentato uno dei temi più profondi non solo della teologia dei Maestri, ma della Chiesa stessa, nella misura in cui è ecclesia, cioè comunità, corpo mistico di Dio e di Suo Figlio.

Giovanni riassume alla perfezione il ruolo dell’Unigenito quando in 3,16 afferma che Dio Lo ha dato al mondo per amore, perché così “ha tanto amato il mondo”, cioè da dare il suo Figlio unigenito.

Qualunque falsificazione del passo e del lemma, quindi, colpisce non il cuore di un Vangelo, ma quello della Chiesa che lo recita e che ad esso ha ispirato il suo Credo, nientemeno.

Risulterebbe evidente, in caso positivo, un tradimento non nello scopo, ma nella natura, scendendo in un profondo che noi pensavamo di aver toccato con l’orrendo πάσχα, che era in realtà πησχ (Pes-a-ch), distruggendo un calcolo ghematrico (888) che univa Gesù (Ἰησοῦς, 888) alla Sua Pasqua, nella misura, enorme, in cui però Gesù è la Pasqua perché per questo è venuto al mondo, per quell’ora (Gv 12,27).

Ci meraviglia, quindi, che toccato il fondo si sia scavato sino al magma del peccato, un calor bianco agli antipodi dei “vergini” di Apocalisse, nelle cui bocche non fu trovata menzogna, però, non nelle mutande, quando quella menzogna, invece, si è fatta unigenita, cioè Ministero, mostruosamente Credo.

Questo perché si è co ntraffatto il lemma dell’Unigenito, affinché divenisse un abstrcat teologico di poco fondamento e sostanza, non più unigenita, ma adulterata e adultera, per una generazione non matteana, come deve essere, ma puttana sozza e scapigliata che graffia con l’unghie merdose la Scrittura (Inf. Canto XVIII)

Unigenito, infatti, non si scriveva μονογενής, ma μωνωγηνής per una ghematria di irraggiungibile cielo teologico, perché il suo valore è 1765 che, tolto il 15 a.C., anno di nascita di Gesù in cui s’innesta la genealogia di Matteo, (35 anni ogni generazione), dà un preciso 1750 generazionale, esatta generazione di Aram, ottava da Davide, per un 8 indice dell’888 di Gesù (Ἰησοῦς) e Pasqua (πησχ) .

Aram, etimologicamente, richiama un “luogo elevato”, dunque una “ara” che l’ottimo Pianigiani spiega quando coglie il segno o il “vero”, come scrive lui e vede il “sacrifizio”, che in questo caso diviene pasquale, consumato certamente nel 35 d.C., ma alla cinquantesima generazione matteana (1750 : 35 = 50), per un’identità di anagrafe e di generazione che riassume una vita, un Credo e una Pasqua.

Non si è, dunque, cambiata un’ortografia con l’osceno μονογενής, ma un Credo, che da professione di Fede è divenuto Barzelletta, una candid camera che si rinnova ogni volta a Messa.

Ps: modificate almeno la traduzione, che quel “da dare” in Gv 3,16 “merita 2, sebbene il 3 d’incoraggiamento” (L. Arcaleni)