Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

Il toro o l’agnello

La collocazione dell’Ultima cena in Pesach sheni cambia carte ritenute conosciute nel dettaglio, ma spesso un dettaglio che fa leva su un sentimentalismo fuori luogo, come quello che vuole l’apostolo che Gesù amava chino sul cuore di Gesù, per un affetto dolce da ultima ora, come in un film di cassetta.

Non fu il languore spirituale di un apostolo a ispirare quella scena che invece vuol consegnarci la chiave di lettura dopo che i verbi hanno già dettato il ritmo con quel “satana che entra” e “Giuda che esce”, conferendo un dinamismo dettato dalla fretta, perché Giuda esce ed esce “subito” perché romano colse l’attimo, cioè un carpe diem che fece scuola.

C’è dunque una tensione palpabile, un ritmo dei fatti che si annuncia turbinoso e costringe a chiederci perché se tutto fino ad allora si era svolto in maniera cadenzata, tanto che noi, a suo tempo, avevamo scorto nel Vangelo di Giovanni la metafora di un grande fiume che parte placido per avviarsi però a un corso di eventi via via crescenti, ma mai turbinosi come al momento della Passione che prelude al grande salto, per poi placarsi nel Lago di Tiberiade

In questo contesto, sembrerebbe altamente fuori luogo il gesto dell’apostolo amato, perché si china su un petto che l’immaginario collettivo da sempre pensa come luogo d’intimità e quiete. Invece, quel suo chinarsi, apre tutta la scena, perché nel petto di Gesù, come in quello di tutti noi, riposa il cuore.

Un cuore che alla luce della Pesach sheni, cioè quell’impasse istituzionale che aveva impedito la celebrazione della Pesach, magari per l’arresto di Barabba, era risultato puro, cioè le calunnie sul conto di Gesù si erano anch’esse rivelate, ma tali e non era il principe dei demoni.

Dunque Giovanni chino sul petto è chino, in realtà, sul cuore di Gesù, un cuore che ormai Gerusalemme conosce nella sua purezza messianica che, al contrario, ha rivelato l’impurità della casta sacerdotale, per un ribaltamento delle sorti che preludeva a quello sociale e religioso.

Tuttavia, Gesù non può volere questo, non lo può nella misura in cui la Scrittura deve compiersi e allora dà modo ai sacerdoti di tornare di nuovo in possesso delle loro prerogative.

Con il tradimento di Giuda è Gesù stesso che conferisce di nuovo il potere al tempio, perché Egli intinge nel suo stesso sangue e offre a Giuda che subito esce compiendo la Scrittura e riabilitando l’istituzione che può sacrificare l’agnello pasquale e tenere in vita il toro che non compare nell’Ultima cena, è vero, ma nel Levitico al capitolo 4,3-12 in cui è prevista l’impurità del sacerdote costretto a sacrificare un giovenco.

L’Ultima cena non addossa la colpa a un singolo, ma a tutta quanta la classe sacerdotale che era unanime nel giudizio e dunque solidale nel crimine che la rendeva collegialmente impura e costretta, quindi, ad assolvere quanto prescritto da Mosè in questi casi, cioè a sacrificare per sé stessa e togliersi da una condizione d’impurità, quella stessa che le aveva impedito di celebrare la Pesach.

La scelta, dunque, era sì tra Gesù e Barabba, come lo era tra un Messia istituzionale e divino, ma più prosaicamente lo fu anche tra un agnello, in remissione del peccato e un toro in remissione dello stesso peccato, ma commesso da coloro che però officiavano: i sacerdoti.

Un eco forte di tutto questo è in Luca, Luca che il tetramorfo descrive come toro e le ipotesi per spiegarne la ragione sono tante e varie, resta però da spiegare come mai proprio Luca sia così ritratto.

Di certo questo dipende dalla sua forza intellettuale di medico che per primo ha trasmesso nel 35 d.C. la sua relazione a Roma, la quale altro non è che il Vangelo lucano. Ma crediamo altrettanto certo, per farla breve, che il suo tetramorfo dipenda da come affronta il capitolo 23 del suo Vangelo, dove egli opera una netta distinzione tra il popolo (Lc 23,27), e tra esso le donne, e i sacerdoti a cui Luca imputa tutta la colpa , rendendoli dolosamente impuri.

Luca non grida allo scandalo di Gerusalemme, ma allo scandalo del tempio e nel tempio, quello stesso che aveva gridato all’impurità di Gesù come alibi, alibi poi caduto nei fatti lasciandoli nudi e di fronte al dramma: il muggito lontano di un toro che sarebbero stati costretti a sacrificare per redimere non i peccati altrui, ma i loro.

Esopo ci parla del lupo e dell’agnello, l’Ultima cena, invece, del toro e dell’agnello e noi, chini sul Suo petto, non possiamo non notare che quell’acqua, cioè la scusa addotta, era altrettanto spudoratamente sporca.

La solitudine dell’altezza

In questo link potrete leggere la parte più importante delle mie riflessioni sul tetramorfismo giovanneo: l’aquila. In questo post aggiungo, brevemente, alcune considerazioni, altri significati legati al simbolo. Perdonate la forma di semplice elenco che però ben conduce alla conclusione.

Giovanni, il solo a chinarsi sul Suo petto.

Giovanni, il solo a seguirLo fino ai piedi della croce.

Giovanni, il solo discepolo che Lui amava.

Giovanni, il solo a cui Egli affidò Sua madre,

Giovanni, il solo a riconoscerLo in riva al lago.

Giovanni, il solo ad attendere il Suo ritorno.

Giovanni, il solo poeta tra di gli apostoli.

Sì, Giovanni l’aquila, la solitudine dell’altezza.

Marco, un ruggito si aggira tra le genti

Mi propongo, presuntuosamente, di completare la galleria tetramorfa che vede Matteo l’uomo, Luca il toro e Giovanni l’aquila con il leone Marco. Del simbolo si scrive che sia dovuto al fatto che il suo Vangelo si apre con la predicazione del Battista avvenuta nel deserto, dove vivono i leoni.

Di per sé tale spiegazione sarebbe accettabile se volessimo uscire da un contesto biblico per addentrarci in un habitat occasionalmente condiviso da bestie e da profeti. Noi tuttavia, cerchiamo sempre la prima impronta, quella che ci permetterà di addentrarci in un percorso simbolico che si snoda non tra i cespugli della savana (anche qui abitano i leoni), ma tra le pagine bibliche.

Per prima cosa credo sia bene notare che Marco, il leone, apre il suo Vangelo con il ministero di Gesù in Galilea, la Galilea delle genti, dei pagani. Mai il contesto è stato così importante, perché è proprio il contesto storico, sociale e religioso che guida dentro il simbolo.

Gesù dopo il battesimo inizia la Sua missione. Questo significa che la Sua parola comincia ad essere udita, la parola di Dio cioè si diffonde secondo uno schema profetico rarissimo che accomuna Amos e il Cristo marciano. Infatti come Amos, profeta che nasce nel regno di Giuda, ma predica -cosa rarissima- in Israele di cui la Galilea era parte integrante, lo stesso si può dire di Gesù se consideriamo Matteo che al versetto 2,6 parla di “Betlemme , terra di Giuda” da cui uscirà il Messia e se consideriamo lo stesso Marco che apre il suo Vangelo con la predicazione di Gesù in Galilea, cioè in Israele.

Amos però non è importante solo per la similitudine appena illustrata, ma anche e più per aver paragonato la voce del Signore al ruggito del leone. Infatti leggiamo:

 

«Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce»(Am. 1,2)

«Ruggisce il leone: chi non trema? Il Signore ha parlato: chi può non profetare?»(Am. 3,8)

 

Dunque il ruggito è teofania, una teofania che annuncia il giudizio non solo su Israele, ma su tutte le genti (la Galilea). Questo è a mio parere il senso nascosto dal contesto galileano. Tutte le genti sono chiamate a raccolta, la storia umana tutta è chiamata al giudizio. Ovvio che in questa interpretazione si fanno salvi i significati soliti che si riconoscono al simbolo teriomorfo del leone: forza, potenza e regalità. Anzi, essi ne escono rafforzati perché la teofania, il ruggito, parlano di Dio e la Sua autorità

Io credo che in origine questo fosse il significato simbolico di “Marco il leone”, significato poi andato perduto. Infatti a mio parere non è un caso che Venezia abbia come simbolo il Leone di S. Marco. Essa può ben rappresentare con la sua storia quella Galilea delle genti che ha aperto la nostra pista dentro il simbolo. Forse quanto appena detto si conosceva, prima che le cose si complicassero -e di parecchio- con quella che sarebbe inesatto definire una spiegazione, perché è una locuzione, quella che ci dice che nel deserto c’erano, come oggi, i leoni.

Matteo, il volto della storia in una cornice genealogica

 

Come la tradizione ci consegna Giovanni nelle sembianze di un’aquila, così la stessa tradizione simboleggia Matteo come uomo. E come in Giovanni abbiamo visto che la stessa tradizione è solo la prima impronta di un percorso simbolico molto più profondo (vedi qui), così accade in Matteo, la cui umanità simbolica è stata fatta discendere dalla genealogia gesuana che apre il suo Vangelo. L’elenco degli ascendenti di Gesù, le Sue radici, hanno dato un preciso significato al simbolo, significato che però -come ho detto- è solo la prima impronta di un percorso che s’inoltra nel senso teologico e sapienziale della storia.

Infatti nel contesto biblico la storia non è un semplice accadere secondo leggi naturali, ma un compiersi del mistero secondo un piano spesso profeticamente rivelato da Colui che è fuori da tempo. Dunque accanto al tempo cosmico si affianca una nozione sapienziale in cui Dio si rivela all’uomo. La storia, allora, non è più soltanto accadimento umano, ma luogo dove si compie la volontà e il progetto di Dio che l’uomo può comprendere alla luce della Sapienza e non della pura e semplice scienza.

Questa brevissima introduzione ci permette di arricchire di significati “l’uomo Matteo”, che sì apre il suo Vangelo con la genealogia di Gesù, ma tale genealogia non è solo la carne da cui Egli discende, quanto il progetto divino a cui risponde la Sua incarnazione. Quella stessa genealogia, tripartita in tre tranche di quattordici generazioni, ci dice che il tempo, la storia umana è misurata, ha un inizio e un compimento nel Dio che si fa uomo, divinizzando la storia umana.

Matteo è raffigurato simbolicamente da un uomo perchè, come abbiamo visto nella Cronologia di Dio, quella tripartizione generazionale non è solo genealogia, ma cronologia. Essa infatti permette di mostrare e comprendere il progetto divino nella storia. Non è assolutamente un caso che 14 generazioni sommino 490 anni e che, fissata sulla scorta dei calcoli mostrati nel link, la data di nascita di Gesù, si giunga all’esilio babilonese e da lì al primo anno di regno di Davide e oltre proprio come sinteticamente illustra Matteo. E non è neppure un caso che così facendo siamo in grado di ricostruire un armonico originale cronologico biblico, anche se i tempi di Dio, la Storia di Dio, il progetto di Dio ben può essere diverso dalla ricostruzione che gli uomini hanno fatta della loro stessa storia sulla base della scienza e non della Sapienza.

E’ quella caratteristica tripartizione generazionale della genealogia gesuana di Matteo che dà luogo al simbolo, ma i significati però non sono nella carnalità delle fattezze umane attribuite all’apostolo dalla tradizione che ha seguito il filo genealogico, quanto la precisa ripartizione di un tempo che non è più solo umano ma pure divino, un tempo che risponde a un progetto. “Matteo l’uomo” ci dice che il Verbo si è fatto carne, che Dio si è fatto uomo e che la Storia ha un senso compiuto, misurabile sia dalla scienza, ma ancor più dalla Sapienza.