Dura lex

Nel post precedente abbiamo introdotto un’altra Pasqua, una Pasqua fuori da ogni calendario, persino il nostro, e fuorilegge. Essa infranse tutte le regole, insomma, e il sinedrio, recuperata la purità perduta a causa del suo essere guida cieca, così cieca da non riconoscere il Messia a differenza dell’intera Gerusalemme, poté officiare.

Tuttavia, proprio questo partorì il mostro o, se preferite, l’uovo lasciò intravedere il serpente perché il guscio si fece trasparente alla storia, in particolare di Israele, tanto che i fratelli Lémann con L’assemblea che condannò il Messia hanno ben illustrato il processo che permise loro di averla vinta, ma per poco.

Dicevamo, con questo, che le probabilità che quella Pasqua si sia svolta sulla falsa riga di quella che ha caratterizzato il regno di Ezechia, anch’essa fuori tempo e calendario per l’impurità dei sacerdoti, sono alte tanto che 2Cronache 30-31 ci trasmette tutte le coordinate per comprendere la nostra Pasqua, quella cioè del 35 d.C.

Azaria III, sommo sacerdote nel 630 d.C., è figura enigmatica perché alcuni lo accennano, altri lo sbagliano e altri ancora non lo traducono e questo insospettisce perché non è possibile che tutto accada in lui e nei suoi anni: prima una Pasqua di rimessa: poi un sommo sacerdote oscuro.

Tuttavia ci pare illuminante una cosa se volessimo adottare quella Pasqua nel 35 d.C.: anch’essa deve tenersi nel secondo mese e al 14 come sostiene Giovanni. E’ possibile? Se sì, con quali prove?

Beh, noi abbiamo fornito una mezza prova, cioè il modo di provare, che è calcolare la Pasqua del 630 a.C. al 14. Se essa cade di sabato abbiamo ragione, perché essa s’inserirebbe in un contesto di altissima irregolarità, quella stessa che prima di noi hanno illustrato i Lémann.

Sarebbe proprio quel sabato a dirci che sì, si adottò la stessa necessità: una Pasqua fuori calendario, perché il sinedrio aveva una fretta del diavolo e sacrificò il weekend di Pasqua per venire a capo, anzi, per avere la testa di Gesù che il Battista già l’aveva offerta.

Ma c’è dell’altro, forse c’è di più se quel secondo mese non è semplicemente iyar, ma lo ziv/zib pre-esilico quando cioè si gettarono le fondamenta del tempio salomonico (2Re 6,37), quello stesso ricostruito dopo l’esilio e che fu l’oggetto, anzi l’incipit, della prima vera schermaglia verbale tra Gesù e i farisei di fronte o all’ombra del tempio, quando Lui li minacciò: distruggete il tempio e io lo ricostruirò, cioè uccidetemi e io risorgerò (Gv 2,19-21).

Gesù fu allora che rivelò non a Gerusalemme, ma ai farisei il suo essere Messia e s’intesero alla perfezione, ed essi intesero alla perfezione perché il piano omicida era così segreto che nessuno ne era al corrente tranne loro e il Messia venturo.

Gesù nuovo ναός dunque, c’introduce in nuovo calendario e in una nuova Pasqua perché come sul Golgota furono gettate le fondamenta del nuovo Sancta Sanctorum (ναός) universale in cui si sarebbe officiato alla maniera di di Melchisedec, nello stesso secondo mese, ziv, si erano gettate le fondamenta del tempio prima davidico, poi salomonico e quel mese era il secondo, tanto che non mi meraviglierebbe, ad esempio, che il giorno esatto della posa della prima pietra, quello che 2Re 6,37 non rivela, sia proprio il 14 di ziv per una perfetta armonia tra Davide, Salomone e Gesù nuovo ναός.

E’ dunque 2Re 6,37 che fa luce, qualora quella di un programma non sia o non sia stata sufficiente a scorgere una Pasqua sui generis non solo in Ezechia, ma anche nel 35 d.C. sul Golgota. Ma qualora già quel programma avesse dato il nihil obstat e indicato così un sabato di aprile (il 30 sarebbe davvero l’ideale) tutto andrebbe a posto ed avremmo nei Lémann una ragione altrimenti sfuggente, perché inseguita nei sinottici e in Giovanni senza mai catturarla, che ci costringe ancora a chiederci: “Ma quando morì Gesù?”.

Solitamente le cornici si collocano all’inizio di un testo, ma stavolta, perdonate l’eccezione, noi, improbabili pittori, abbiamo prima disegnata la nostra tela, poi messa la cornice e di spessore, riteniamo, perché opera potente, come potente fu Roma.

Noi già da tempo sappiamo quale fu l’iter della sua evangelizzazione e forse abbiamo sciolto anche l’enigma del suo paradosso cristiano che dalle classi alte si propagò in basso, sebbene Buona novella per “beati poveri”.

Luca scrisse il resoconto ordinato di un’accurata ricerca. Offrì a Roma un testo più che un Vangelo. Solo così il palato raffinatissimo dell’impero poteva prestare attenzione a quel messaggio. Roma non apriva le porte all’ennesimo dio predicatore: aveva già un olimpo e i posti ancora liberi li aveva occupati quello greco.

Roma aveva tutto per soddisfare tutti. L’ennesima chiacchiera avrebbe annoiato e Luca lo sapeva quando offrì a Erode il suo Vangelo, documento in regola, che si rivolge agli “illustri”. Quel suo resoconto dei fatti testimonia un processo, non affabula Erode.

Un Erode che conosce Pilato, anzi, erano amici (Lc 23,12) e gli passa quel Vangelo perché Pilato era Roma. Roma che aveva raggiunta “la pienezza dei tempi”, espressione mal capita che ricordo paolina, perché significa non che Roma non poteva spingersi oltre, ma che l’umanità aveva raggiunto il suo apice.

Più oltre l’uomo non poteva e non sarebbe andato. C’è uno scibile che ci caratterizza ed è materia, dunque finitezza e Roma non era riuscita che ad affacciarsi su quel baratro che aveva davanti.

“Già, che cos’è la verità?”(Gv 18,38) questo chiede a Gesù Pilato ed questione per molti ancora aperta, perché la filosofia si muove per opinioni e teorie. Il sapere umano finisce essendo materia (di studio) seppur cerebrale e Pilato condensa il dramma in pochissime parole.

Ma quel dramma lo vive Roma, stanca di opinioni e di novità: troppo intelligente e colta per non annoiarsi e cerca la verità negli immensi confini del suo impero. Per lei l’ha trovata Pilato in una strambo predicatore di provincia che dice non solo di esserla la verità ma di essere dio e re. Pilato ha ancora più paura (Gv 19,8).

La notizia giunge a Roma perché in essa nessuno, di tutti coloro che ha conosciuto grazie alla sue conquiste, ha mai detto di sé “via, verità e vita”. Nessuno l’ha mai pugnalata al cuore e conquistata, tanto che lei si stessa si trova a vivere il motto che per altri, cioè per la “Magna” Grecia, aveva coniato: Roma capta ferum victorem cepit.

Roma, a conoscenza del processo farsa in cui i suo governatore aveva tentato in ogni modo d’impedire il compiersi di un’ingiustizia ai suoi occhi imperdonabile, affronta di nuovo quel processo. L’affronta lei, cioè la “piena di legge”, la madre del diritto che seppur romano tale era e chi aveva ucciso Gesù non aveva quel diritto, ma espresse la sua brutalità andando persino contro le proprie leggi sino a infrangere il sabato, lui (sinedrio) che per quel sabato aveva accusato la vittima.

Roma non tollerò, la sua civiltà non tollerò quella barbarie, sebbene sulle prime, legata a patti già siglati, dovette farlo obtorto collo, specie quando si scatenò la caccia al cristiano per tre anni (segno di Giona 35 d.C.-38 d.C.), fino a quando Caligola non profanò il tempio con la sua effige (38/39 d.C.).

Caligola la storia l’ha tramandato pazzo, ma non dimentichiamoci che vige una damnatio memoriae e che la storia talvolta è male detta. Sono personalmente certo che Caligola fu preso dall’ira. Lui era Roma, lui era la sua ira che prestò il corpo all’ira dei.

Non avrebbe altrimenti senso aver urtato così sfacciatamente la sensibilità di una regione già molto turbolenta con l’immagine di se stessi posta nel tempio. Fu uno sfregio perché come Roma sapeva, Caligola anche e dunque lui aprì i codici di una storia altrimenti barbarie.

Tutto questo potrebbe apparire congetturale, ma ricordo che il blog ha illustrato appieno la profezia della 70 settimane che terminano in Caligola, in ogni caso, quindi, strumento di Dio perché si compisse la profezia e si ponesse fine alla barbarie.

Dovrei aver avuto l’umiltà di leggere quanto riportano i testi riguardo a Caligola “il pazzo”, che elegge cavalli a senatori, ma chissà perché la storia mi piace così, a buon diritto.

Un sabato di sangue

Abbiamo ripetutamente affrontato il contesto gerosolomitano quando abbiamo fatta luce sul dualismo messianico, perché come predicava Gesù, predicava anche Gesù detto Barabba.

Ma se l’uno era il Messia, l’altro era solo il messia istituzionale, e neanche, come vedremo, ultima ratio di un sinedrio che sapeva essere votato alla delegittimazione.

Fatto sta che Gerusalemme fu dapprima ignorata (Natività); poi odiata (Mt 23,37); poi visitata e amata e quell’amore fu corrisposto quando gridò : “Osanna figlio di Davide”mettendo fuori dai giochi, di potere, Barabba.

Fu allora che il sinedrio capì che era stato delegittimato socialmente e religiosamente e, non ci crederete, era impossibilitato a celebrare la Pasqua. Insomma il più classico degli impasse istituzionali che si risolse solo alla luce oscura di Giuda, quando Gli poterono mettere le mani addosso e liberare quelle di Barabba.

Tesi assurda, non è vero? Quando mai la storia d’Israele ha rimandata la sua Pasqua? O quando un’intera classe sacerdotale era in condizioni tali da essere gettata nel vuoto istituzionale?

Invece, non tutti lo sanno e io l’ho appreso stamattina presto, ci fu un’occasione per molti versi simile, anzi identica, perché fa capo all’impurità dei sacerdoti che rimandarono la Pasqua al secondo mese.

L’episodio e gli antefatti sono in 2Cronache al capitolo 30-31 ed è lì, non a caso in Ezechia, quello dell’oracolo dell’Emmanuele, che non si celebrò la Pasqua nel primo mese (nissan), ma al 14 del secondo (yiar). Insomma c’è un precedente alquanto illustre alla luce dell’oracolo che ci parla non a caso del Messia, dell’Emmanuele.

In quegli anni era sommo sacerdote Azaria e su di lui, badate bene, anche il sempre presente Wiki, va in crash, sia che consideriate il più ferrato di lingua inglese, che lo cita solo a margine; sia quello italiano che però dà la dritta (qualcosa di buono la facciamo anche noi).

Infatti nella lista dei sommi sacerdoti c’è un errore, ma che è però una cosa giusta alla luce della nostra cronologia dei Re. Azaria, due volte è terzo, sbagliando quindi la lista, però uno di essi, quello giusto, è datato come sommo sacerdote al 630 a.C., cioè quattordicesimo anno proprio di Ezechia quando 2Cro 31,13 ci parla di un Azaria che Wiki inglese non cita; quello italiano invece doppia, mentre di tutte le traduzioni consultate a suo tempo nessuno capisce che non è un gioco di parole il suo ruolo, ma s’intuisce subito che era sommo sacerdote, ma nessuno lo dice apertamente.

Cose strane insomma, molto strane: possibile che lì sbaglino e facciano bene al contempo e che tutti i traduttori siano andati in shock? No, il motivo, per farla breve, è uno solo: si è voluto mascherare un precedente, anzi, l’unico perché di mezzo c’è un processo e i precedenti lì fanno giurisprudenza e dunque sono importanti, a volte importantissimi, come in questo caso, nel caso di Gesù.

C’è un bel libro che io ho letto ma smarrito ed è L’assemblea che condannò il messia. L’hanno scritto due fratelli ebrei convertiti veramente, perché furono diseredati in toto, cioè disconosciuti dalla famiglia. Se lo leggete capirete che quel processo, quell’assemblea partorì una feroce farsa non solo, come ben illustrano i fratelli Lémann, ma più ancora perché quel sinedrio era, come hai tempi di Ezechia, esautorato, cioè non aveva potuto celebrare la Pasqua rituale di calendario a causa dell’impasse istituzionale, ed ecco allora che la si celebrò il messe successivo al 14 cioè ad iyar.

Folle, non trovate? Eppure questo programma e molte cose mi dicono che potrebbe essere proprio così. In primis il contesto illustrato in apertura, poi il programma che qualora noi lo impostiamo sul 14 di yiar del 3795 ebraico (35 d.C. gregoriano), segna il 9 maggio del 35 d.C. con il solito avanzamento che il programma dice chiaro d’ignorare, per cui siamo, in realtà , al (29)30 di aprile, quando la Pasqua cade anche il 30 di aprile e dunque non è data folle.

Ma quanto sopra ci consiglia molto di più se cade al 30, perché quei 30 denari di Giuda non sono solo un prezzo, ma un prezzo della memoria, come a dire che il 30 fu crocefisso per denaro Gesù, altrimenti troverei davvero grossolana la nota spesa secca.

Quel 30 aprile il programma lo segna al mercoledì e questo farebbe scivolare di 11 giorni indietro la crocefissione che cadrebbe di sabato, ma questo tutto fuorché impossibile, anzi lo riteniamo quasi prova alla luce dei fratelli Lémann che hanno scritto chiaro che quell’assemblea infranse ogni legge, evidentemente anche quella del sabato, origine della più aspra polemica, ma non tale da impedire la Sua crocefissione di sabato.

Inoltre avrebbe ragione Giovanni a datarla al 14, non di Nissan, ma di yiar per una continuità illegale con 2Cro 30-31 che infatti, ed ecco il motivo e l’origine di questa che vuole essere solo una riflessione da proporre, colloca una lettura ghematrica di tutto rispetto, cioè il momento immediatamente precedente la morte, quello prima del “Tutto è compiuto!”, quando il soldato trafigge il costato ed esce “sangue e acqua” (Gv 19,34) che nel testo greco appaiono come αἷμα καὶ ὕδωρ per una somma ghematica di 630, sostituendo l’omega con l’omicron (alla luce di quanto segue fattibilissimo) che è di nuovo Azaria sommo sacerdote nel 630 a.C., non a caso, perché i vangeli sono poliglotti e hanno in odio chi, dopo decenni e decenni di Scienze Religiose, scrivono Pascua, cioè πάσχα presentando alla storia un processo ortografico da codice penale poiché in origine Πησχ (Pes-a-ch), cioè 888 ghematrico come Ἰησοῦς (Gesù). Insomma un falso dietro l’altro perché dopo lo scempio si sputasse sul cadavere.

E’ un’ipotesi, ma che se risultasse avvalorata da un programma che sappia convertire in gregoriano la pasqua del 14 iyar del 630 a.C. diverrebbe realtà se tutto collimasse, specie il sabato di una crocefissione assurda da parte di una casta presa da una fretta tale che rinunciò pure al weekend