Dura lex

Nel post precedente abbiamo introdotto un’altra Pasqua, una Pasqua fuori da ogni calendario, persino il nostro, e fuorilegge. Essa infranse tutte le regole, insomma, e il sinedrio, recuperata la purità perduta a causa del suo essere guida cieca, così cieca da non riconoscere il Messia a differenza dell’intera Gerusalemme, poté officiare.

Tuttavia, proprio questo partorì il mostro o, se preferite, l’uovo lasciò intravedere il serpente perché il guscio si fece trasparente alla storia, in particolare di Israele, tanto che i fratelli Lémann con L’assemblea che condannò il Messia hanno ben illustrato il processo che permise loro di averla vinta, ma per poco.

Dicevamo, con questo, che le probabilità che quella Pasqua si sia svolta sulla falsa riga di quella che ha caratterizzato il regno di Ezechia, anch’essa fuori tempo e calendario per l’impurità dei sacerdoti, sono alte tanto che 2Cronache 30-31 ci trasmette tutte le coordinate per comprendere la nostra Pasqua, quella cioè del 35 d.C.

Azaria III, sommo sacerdote nel 630 d.C., è figura enigmatica perché alcuni lo accennano, altri lo sbagliano e altri ancora non lo traducono e questo insospettisce perché non è possibile che tutto accada in lui e nei suoi anni: prima una Pasqua di rimessa: poi un sommo sacerdote oscuro.

Tuttavia ci pare illuminante una cosa se volessimo adottare quella Pasqua nel 35 d.C.: anch’essa deve tenersi nel secondo mese e al 14 come sostiene Giovanni. E’ possibile? Se sì, con quali prove?

Beh, noi abbiamo fornito una mezza prova, cioè il modo di provare, che è calcolare la Pasqua del 630 a.C. al 14. Se essa cade di sabato abbiamo ragione, perché essa s’inserirebbe in un contesto di altissima irregolarità, quella stessa che prima di noi hanno illustrato i Lémann.

Sarebbe proprio quel sabato a dirci che sì, si adottò la stessa necessità: una Pasqua fuori calendario, perché il sinedrio aveva una fretta del diavolo e sacrificò il weekend di Pasqua per venire a capo, anzi, per avere la testa di Gesù che il Battista già l’aveva offerta.

Ma c’è dell’altro, forse c’è di più se quel secondo mese non è semplicemente iyar, ma lo ziv/zib pre-esilico quando cioè si gettarono le fondamenta del tempio salomonico (2Re 6,37), quello stesso ricostruito dopo l’esilio e che fu l’oggetto, anzi l’incipit, della prima vera schermaglia verbale tra Gesù e i farisei di fronte o all’ombra del tempio, quando Lui li minacciò: distruggete il tempio e io lo ricostruirò, cioè uccidetemi e io risorgerò (Gv 2,19-21).

Gesù fu allora che rivelò non a Gerusalemme, ma ai farisei il suo essere Messia e s’intesero alla perfezione, ed essi intesero alla perfezione perché il piano omicida era così segreto che nessuno ne era al corrente tranne loro e il Messia venturo.

Gesù nuovo ναός dunque, c’introduce in nuovo calendario e in una nuova Pasqua perché come sul Golgota furono gettate le fondamenta del nuovo Sancta Sanctorum (ναός) universale in cui si sarebbe officiato alla maniera di di Melchisedec, nello stesso secondo mese, ziv, si erano gettate le fondamenta del tempio prima davidico, poi salomonico e quel mese era il secondo, tanto che non mi meraviglierebbe, ad esempio, che il giorno esatto della posa della prima pietra, quello che 2Re 6,37 non rivela, sia proprio il 14 di ziv per una perfetta armonia tra Davide, Salomone e Gesù nuovo ναός.

E’ dunque 2Re 6,37 che fa luce, qualora quella di un programma non sia o non sia stata sufficiente a scorgere una Pasqua sui generis non solo in Ezechia, ma anche nel 35 d.C. sul Golgota. Ma qualora già quel programma avesse dato il nihil obstat e indicato così un sabato di aprile (il 30 sarebbe davvero l’ideale) tutto andrebbe a posto ed avremmo nei Lémann una ragione altrimenti sfuggente, perché inseguita nei sinottici e in Giovanni senza mai catturarla, che ci costringe ancora a chiederci: “Ma quando morì Gesù?”.

Solitamente le cornici si collocano all’inizio di un testo, ma stavolta, perdonate l’eccezione, noi, improbabili pittori, abbiamo prima disegnata la nostra tela, poi messa la cornice e di spessore, riteniamo, perché opera potente, come potente fu Roma.

Noi già da tempo sappiamo quale fu l’iter della sua evangelizzazione e forse abbiamo sciolto anche l’enigma del suo paradosso cristiano che dalle classi alte si propagò in basso, sebbene Buona novella per “beati poveri”.

Luca scrisse il resoconto ordinato di un’accurata ricerca. Offrì a Roma un testo più che un Vangelo. Solo così il palato raffinatissimo dell’impero poteva prestare attenzione a quel messaggio. Roma non apriva le porte all’ennesimo dio predicatore: aveva già un olimpo e i posti ancora liberi li aveva occupati quello greco.

Roma aveva tutto per soddisfare tutti. L’ennesima chiacchiera avrebbe annoiato e Luca lo sapeva quando offrì a Erode il suo Vangelo, documento in regola, che si rivolge agli “illustri”. Quel suo resoconto dei fatti testimonia un processo, non affabula Erode.

Un Erode che conosce Pilato, anzi, erano amici (Lc 23,12) e gli passa quel Vangelo perché Pilato era Roma. Roma che aveva raggiunta “la pienezza dei tempi”, espressione mal capita che ricordo paolina, perché significa non che Roma non poteva spingersi oltre, ma che l’umanità aveva raggiunto il suo apice.

Più oltre l’uomo non poteva e non sarebbe andato. C’è uno scibile che ci caratterizza ed è materia, dunque finitezza e Roma non era riuscita che ad affacciarsi su quel baratro che aveva davanti.

“Già, che cos’è la verità?”(Gv 18,38) questo chiede a Gesù Pilato ed questione per molti ancora aperta, perché la filosofia si muove per opinioni e teorie. Il sapere umano finisce essendo materia (di studio) seppur cerebrale e Pilato condensa il dramma in pochissime parole.

Ma quel dramma lo vive Roma, stanca di opinioni e di novità: troppo intelligente e colta per non annoiarsi e cerca la verità negli immensi confini del suo impero. Per lei l’ha trovata Pilato in una strambo predicatore di provincia che dice non solo di esserla la verità ma di essere dio e re. Pilato ha ancora più paura (Gv 19,8).

La notizia giunge a Roma perché in essa nessuno, di tutti coloro che ha conosciuto grazie alla sue conquiste, ha mai detto di sé “via, verità e vita”. Nessuno l’ha mai pugnalata al cuore e conquistata, tanto che lei si stessa si trova a vivere il motto che per altri, cioè per la “Magna” Grecia, aveva coniato: Roma capta ferum victorem cepit.

Roma, a conoscenza del processo farsa in cui i suo governatore aveva tentato in ogni modo d’impedire il compiersi di un’ingiustizia ai suoi occhi imperdonabile, affronta di nuovo quel processo. L’affronta lei, cioè la “piena di legge”, la madre del diritto che seppur romano tale era e chi aveva ucciso Gesù non aveva quel diritto, ma espresse la sua brutalità andando persino contro le proprie leggi sino a infrangere il sabato, lui (sinedrio) che per quel sabato aveva accusato la vittima.

Roma non tollerò, la sua civiltà non tollerò quella barbarie, sebbene sulle prime, legata a patti già siglati, dovette farlo obtorto collo, specie quando si scatenò la caccia al cristiano per tre anni (segno di Giona 35 d.C.-38 d.C.), fino a quando Caligola non profanò il tempio con la sua effige (38/39 d.C.).

Caligola la storia l’ha tramandato pazzo, ma non dimentichiamoci che vige una damnatio memoriae e che la storia talvolta è male detta. Sono personalmente certo che Caligola fu preso dall’ira. Lui era Roma, lui era la sua ira che prestò il corpo all’ira dei.

Non avrebbe altrimenti senso aver urtato così sfacciatamente la sensibilità di una regione già molto turbolenta con l’immagine di se stessi posta nel tempio. Fu uno sfregio perché come Roma sapeva, Caligola anche e dunque lui aprì i codici di una storia altrimenti barbarie.

Tutto questo potrebbe apparire congetturale, ma ricordo che il blog ha illustrato appieno la profezia della 70 settimane che terminano in Caligola, in ogni caso, quindi, strumento di Dio perché si compisse la profezia e si ponesse fine alla barbarie.

Dovrei aver avuto l’umiltà di leggere quanto riportano i testi riguardo a Caligola “il pazzo”, che elegge cavalli a senatori, ma chissà perché la storia mi piace così, a buon diritto.

Un sabato di sangue

Abbiamo ripetutamente affrontato il contesto gerosolomitano quando abbiamo fatta luce sul dualismo messianico, perché come predicava Gesù, predicava anche Gesù detto Barabba.

Ma se l’uno era il Messia, l’altro era solo il messia istituzionale, e neanche, come vedremo, ultima ratio di un sinedrio che sapeva essere votato alla delegittimazione.

Fatto sta che Gerusalemme fu dapprima ignorata (Natività); poi odiata (Mt 23,37); poi visitata e amata e quell’amore fu corrisposto quando gridò : “Osanna figlio di Davide”mettendo fuori dai giochi, di potere, Barabba.

Fu allora che il sinedrio capì che era stato delegittimato socialmente e religiosamente e, non ci crederete, era impossibilitato a celebrare la Pasqua. Insomma il più classico degli impasse istituzionali che si risolse solo alla luce oscura di Giuda, quando Gli poterono mettere le mani addosso e liberare quelle di Barabba.

Tesi assurda, non è vero? Quando mai la storia d’Israele ha rimandata la sua Pasqua? O quando un’intera classe sacerdotale era in condizioni tali da essere gettata nel vuoto istituzionale?

Invece, non tutti lo sanno e io l’ho appreso stamattina presto, ci fu un’occasione per molti versi simile, anzi identica, perché fa capo all’impurità dei sacerdoti che rimandarono la Pasqua al secondo mese.

L’episodio e gli antefatti sono in 2Cronache al capitolo 30-31 ed è lì, non a caso in Ezechia, quello dell’oracolo dell’Emmanuele, che non si celebrò la Pasqua nel primo mese (nissan), ma al 14 del secondo (yiar). Insomma c’è un precedente alquanto illustre alla luce dell’oracolo che ci parla non a caso del Messia, dell’Emmanuele.

In quegli anni era sommo sacerdote Azaria e su di lui, badate bene, anche il sempre presente Wiki, va in crash, sia che consideriate il più ferrato di lingua inglese, che lo cita solo a margine; sia quello italiano che però dà la dritta (qualcosa di buono la facciamo anche noi).

Infatti nella lista dei sommi sacerdoti c’è un errore, ma che è però una cosa giusta alla luce della nostra cronologia dei Re. Azaria, due volte è terzo, sbagliando quindi la lista, però uno di essi, quello giusto, è datato come sommo sacerdote al 630 a.C., cioè quattordicesimo anno proprio di Ezechia quando 2Cro 31,13 ci parla di un Azaria che Wiki inglese non cita; quello italiano invece doppia, mentre di tutte le traduzioni consultate a suo tempo nessuno capisce che non è un gioco di parole il suo ruolo, ma s’intuisce subito che era sommo sacerdote, ma nessuno lo dice apertamente.

Cose strane insomma, molto strane: possibile che lì sbaglino e facciano bene al contempo e che tutti i traduttori siano andati in shock? No, il motivo, per farla breve, è uno solo: si è voluto mascherare un precedente, anzi, l’unico perché di mezzo c’è un processo e i precedenti lì fanno giurisprudenza e dunque sono importanti, a volte importantissimi, come in questo caso, nel caso di Gesù.

C’è un bel libro che io ho letto ma smarrito ed è L’assemblea che condannò il messia. L’hanno scritto due fratelli ebrei convertiti veramente, perché furono diseredati in toto, cioè disconosciuti dalla famiglia. Se lo leggete capirete che quel processo, quell’assemblea partorì una feroce farsa non solo, come ben illustrano i fratelli Lémann, ma più ancora perché quel sinedrio era, come hai tempi di Ezechia, esautorato, cioè non aveva potuto celebrare la Pasqua rituale di calendario a causa dell’impasse istituzionale, ed ecco allora che la si celebrò il messe successivo al 14 cioè ad iyar.

Folle, non trovate? Eppure questo programma e molte cose mi dicono che potrebbe essere proprio così. In primis il contesto illustrato in apertura, poi il programma che qualora noi lo impostiamo sul 14 di yiar del 3795 ebraico (35 d.C. gregoriano), segna il 9 maggio del 35 d.C. con il solito avanzamento che il programma dice chiaro d’ignorare, per cui siamo, in realtà , al (29)30 di aprile, quando la Pasqua cade anche il 30 di aprile e dunque non è data folle.

Ma quanto sopra ci consiglia molto di più se cade al 30, perché quei 30 denari di Giuda non sono solo un prezzo, ma un prezzo della memoria, come a dire che il 30 fu crocefisso per denaro Gesù, altrimenti troverei davvero grossolana la nota spesa secca.

Quel 30 aprile il programma lo segna al mercoledì e questo farebbe scivolare di 11 giorni indietro la crocefissione che cadrebbe di sabato, ma questo tutto fuorché impossibile, anzi lo riteniamo quasi prova alla luce dei fratelli Lémann che hanno scritto chiaro che quell’assemblea infranse ogni legge, evidentemente anche quella del sabato, origine della più aspra polemica, ma non tale da impedire la Sua crocefissione di sabato.

Inoltre avrebbe ragione Giovanni a datarla al 14, non di Nissan, ma di yiar per una continuità illegale con 2Cro 30-31 che infatti, ed ecco il motivo e l’origine di questa che vuole essere solo una riflessione da proporre, colloca una lettura ghematrica di tutto rispetto, cioè il momento immediatamente precedente la morte, quello prima del “Tutto è compiuto!”, quando il soldato trafigge il costato ed esce “sangue e acqua” (Gv 19,34) che nel testo greco appaiono come αἷμα καὶ ὕδωρ per una somma ghematica di 630, sostituendo l’omega con l’omicron (alla luce di quanto segue fattibilissimo) che è di nuovo Azaria sommo sacerdote nel 630 a.C., non a caso, perché i vangeli sono poliglotti e hanno in odio chi, dopo decenni e decenni di Scienze Religiose, scrivono Pascua, cioè πάσχα presentando alla storia un processo ortografico da codice penale poiché in origine Πησχ (Pes-a-ch), cioè 888 ghematrico come Ἰησοῦς (Gesù). Insomma un falso dietro l’altro perché dopo lo scempio si sputasse sul cadavere.

E’ un’ipotesi, ma che se risultasse avvalorata da un programma che sappia convertire in gregoriano la pasqua del 14 iyar del 630 a.C. diverrebbe realtà se tutto collimasse, specie il sabato di una crocefissione assurda da parte di una casta presa da una fretta tale che rinunciò pure al weekend

Gli altari della storia: il giudaismo da Davide a Gesù

La cronologia biblica non ha una sola dimensione, ma il profano si unisce al sacro creando la storia d’Israele. Difficilmente disgiungibili, queste due dimensioni si intersecano, ma lasciano anche la possibilità di studiarle singolarmente nelle metriche che le caratterizzano.

Se la storia secolare, infatti, si caratterizza, alla luce degli studi che abbiamo sinora condotti, per almeno 4 metriche fisse che ordinano cronologicamente la storia di Israele, quella religiosa segue metriche proprie che fanno luce in altri ambiti altrettanto se non addirittura più importanti se Israele fu teocrazia.

Per la prima dimensione abbiamo conosciuto i 490 anni; i 486 anni; i 480 anni e la “generazione” (γενεά) biblica che conta 35 anni. Impossibile adesso riproporre il tutto, anche se riconosco che sarebbe necessario. Mi limiterò a un esempio contenuto in home sotto il titolo “metriche” che illustra come i primi tre valori ordinino la storia ebrea (discorso a parte il 35 di una “generazione” che fa luce piena sulla genealogia matteana collocando, ad esempio, esattamente Davide a Ebron nel 995 a.C. partendo dal 15 a.C. nascita di Gesù e al contempo tracciare tranches di 490 anni quando 490 è la ghematria di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide). Sinceramente, argomento mille volte dibattuto).

La seconda dimensione, cioè quella religiosa, vede certamente negli anni sabbatici, in quelli giubilari e in quelli sabbatici e giubilari assieme una metrica fondamentale (vedi categoria “anni sabbatici”), come fondamentale abbiamo visto essere il calendario delle settimane (vedi sempre in home) che disciplinava la turnazione dei sacerdoti, ma al contempo fissava delle date che risultano essere anche storiche, se la religione ha, come credo, una “storia” cioè una cronologia.

A questa dimensione si aggiunge una metrica insolita, un 153 (anni) la cui natura sfugge per ora, ma che è indubbio segni, con la sua cadenza, una storia sua propria perché se partiamo dal 668 a.C., anno della costruzione della porta superiore del tempio, esso ordina cronologicamente fatti di assoluto rilievo come

ANNO EVENTO METRICA
668 a.C. Costruzione della porta superiore del tempio -153 anni
515 a.C. Fine del giudaismo del primo tempio. Prima deportazione -153 anni
318 a.C. Deportazione egiziana. Anno sabbatico e giubilare -153 anni
165 a.C. Festa delle luci. Purificazione del tempio dopo la profanazione antiochea -153 anni
12 a.C. Passaggio di Halley. Giungono i Magi 

Abbiamo dovuto riassumere quanto quei 153 anni permettono di portare alla luce perché metrica sinora sconosciuta, sebbene di illustri attestazioni. Infatti 153 è l’anno in cui Alcimo distrugge il cortile interno del santuario demolendo “l’opera profetica” (1Mac 9,54); e 153 ricorre in Giovanni 21 quando ci narra della pesca miracolosa. Cose risapute queste, mentre quei 153 anni metro storico e religioso (partono dal tempio che ha raggiunto il suo massimo splendore con la costruzione della porta superiore del tempio e si concludono con l’adorazione di Gesù nel 12 a.C. da parte dei Magi) credo siano sfuggiti a tutti e con essi una parte importante della cronologia biblica che non disciplina solo le grandi tranches cronologiche, ma anche i singoli aspetti, come questo.

Ecco, adesso siamo in grado di illustrare il nuovo post che deve fare maggiore chiarezza nelle grandi tappe del giudaismo che noi avevamo scritto essere iniziato nel nel 668 a.C. quando, con la costruzione della porta superiore del tempio, esso assunse, assieme all’edificio, il suo massimo splendore. Ma non è precisamente così e il lettore sarà paziente se riprenderemo in mano le nostre stesse affermazioni per il semplice fatto che se quei 153 anni erano sfuggiti a tutti, per quanto ci riguarda è vero solo che li abbiamo riscoperti, ma li dobbiamo anche collocare nella loro esatta cornice e funzione storica che tuttora ci sfugge, sebbene non ci sfugga, come abbiamo dimostrato, che essi disciplinano la storia di Israele dal 668 a.C. al 12 a.C.

Il loro ingresso nella nostra cronologia ci ha tratti verso conclusioni forse affrettate quando ci hanno spinto a scrivere che nel 668 a.C. nasce il giudaismo del primo tempio, il cui splendore e la cui completezza poteva sulle prime giustificare la sua nascita, ma non è così perché esiste un’altra metrica che si sovrappone e contiene cronologicamente quel 153 ed è ben più lunga e importante, perché disegna tre grandissime categorie storiche e cronologiche:

  1. Il giudaismo del primo tempio, suo inizio e fine (1012 a.C.-515 a.C.)
  2. Il giudaismo del secondo tempio, suo inizio e fine (465 a.C.-32 d.C.)
  3. Il giudaismo del terzo tempio: l’avvento del nuovo ed eterno sacerdozio in Cristo, nuovo Melchisedek (32 d.C.-?)

Capite bene che adesso tutto ha trovato il suo ordine storico e cronologico, perché le tre grandi tranches si sviluppano per date e una metrica precise, come vedremo.

Il 515 a.C. siamo certi che segnò la fine del giudaismo del primo tempio, vuoi perché è la metrica dei 153 anni che ce lo indica (vedi tabella sopra); vuoi perché da sempre abbiamo scritto che l’esilio non fu quello descritto dall’ecumene degli studiosi che lo collocano nel 586 a.C. Noi, infatti, lo collochiamo quasi un secolo più basso (81 anni) cioè nel 505 a.C., facendo però una fondamentale distinzione tra quello descritto da Ezechiele (40 anni) e quello descritto da Daniele sulla scorta di Geremia, cioè 70 anni. Il primo iniziò nel 505 concludendosi nel 465 a.C.; il secondo iniziò nel 518/517 a.C. per concludersi nel 448/447 a.C. dopo 70 anni.

Sono entrambi fondamentali, ma non debbono essere considerati assieme perché seguono logiche diverse e finalità diverse, tanto che se Daniele fissa la data della fine del giudaismo del primo tempio, Ezechiele invece segna la nascita del secondo giudaismo.

Infatti nel 518/517 a.C. ci fu l’assedio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, mentre la caduta dell città avvenne nel 516 a.C. come da sempre abbiamo indicato nella tavola dei Re. Conseguentemente la fine del giudaismo del primo tempio avvenne con la deportazione di  Jehozadak  nel 515 a.C. sebbene la stessa ecumene degli studiosi collochi esattamente in questa data la dedicazione del secondo tempio, quando biblicamente avvenne un secolo dopo cioè nel 419/418 a.C. (rimane aperta la questione sulla morte e sepoltura di Giosuè, successore di  Jehozadak e sommo sacerdote tra il 515 a.C. e il 490 a.C., avvenuta a Babilonia. Come sommo sacerdote negli anni indicati, cioè del secondo tempio, cosa lo spinse a recarsi a Babilonia e a morirvi? Non è più logico, alla luce della sua tomba tuttora esistente, pensare che a Babilonia ci fosse e ci morisse perché in esilio come sostiene la nostra cronologia?).

Insomma siamo ben lungi dalla festa della della dedicazione, perché siamo nel bel mezzo della tragedia dell’esilio, prova ne è che quei 153 anni che ci hanno fatto da scaletta (vedi tabella sopra) confermano tutto perché da quel 668 a.C. al 515 a.C. passano, appunto, 153 anni e da lì si sviluppa una metrica cronologica che difficilmente può essere imputata al caso (controllate pure di nuovo la tabella sopra). Dunque, dopo averla fatta molto breve, nel  515 a.C. finisce il giudaismo del primo tempio, ma quando inizia di preciso?

Beh, il primo termine a quo che viene in mente è Davide, perché nessuno più di lui lo ha rappresentato. L’epoca davidica l’ha superata solo Gesù compiendola, però, non abrogandola. Dunque è in Davide che dobbiamo cercare, in particolare nell’anno in cui noi abbiamo scritto spodesta Saul e diviene re perché ha ucciso Golia. Quell’anno fu il 1012 a.C. secondo noi, ma in fondo anche secondo Galil che lo unge re.

Quanti anni passano dal 1012 a.C. al 515 a.C.? Insomma, quanto durò il giudaismo del primo tempio secondo questo calcolo? Beh, è facile saperlo, basta sottrarre 1012 al 515 e ottenere 497 (attenti che ha una ghematria fantastica!). Bene adesso sappiamo qualcosa in più, ma mi rendo conto che occorre una prova, occorre cioè dimostrare che siamo di fronte a una nuova metrica che disciplina la vita sacerdotale del tempio o, se preferite, il giudaismo nella sua essenza.

Per scoprirlo dobbiamo però seguire gli sviluppi storici di Israele e considerare l’esilio non esattamente nella tempistica profetica, che andrebbe pure bene ma non è precisa rivolgendosi alla storia secolare (un profeta è la voce di Dio nella storia), per cui indagheremo i Libri storici della Bibbia, in particolare quello di Esdra che si occupa della ricostruzione del tempio, del secondo tempio, certi che sia lì la chiave e la data di inizio del secondo giudaismo.

Infatti in Esd 7,7 leggiamo che egli rientra, assieme ai leviti (sacerdoti) nel settimo anno di Artaserse che noi collochiamo nel 465/464 a.C. datandone il primo anno di regno nel 472/471 a.C. Infatti nel 465 (uso la datazione singola per semplicità), cioè il settimo anno di Artaserse, si gettano le fondamenta del secondo tempio e con esse si gettano le basi per il secondo giudaismo che durò anch’esso 497 anni se nel 32 d.C. Gesù, nuovo Melchisedek (Eb 7,17), inizia, secondo la nostra cronologia, il suo ministero pubblico sacerdotale. Infatti 465+32=497 anni e questo ci dice che quando avevamo ipotizzato una metrica in quei 497 anni eravamo nel giusto perché non collegano solo Davide (1012 a.C.) al 515 a.C. fine del giudaismo del primo tempio, ma collegano anche il secondo giudaismo al terzo e definitivo, cioè a Gesù.

Tanta precisione ci stimola a cercarne ancora nel calendario delle settimane che non può mancare di far luce, cioè d’inserirsi in una cronologia che, disciplinando il giudaismo tutto, deve coinvolgere i calendari sacerdotali che regolamentavano il culto nel tempio simbolo di quel giudaismo.

Infatti anche i calcoli relativi al calendario delle settimane confermano sia quel 465 a.C. che il 32 d.C. attraverso questa semplice formula che li unisce

[(465-294)-(7×29)]=35 (un ciclo calendariale lungo e 29 brevi sottratti al 465 a.C.=32 d.C.)

dimostrando (per la durata di un turno sacerdotale 7 anni vedi post di ieri) che se difficilmente la precedente identità cronologica ( 497 anni dal 1012 a.C.  al 515 a.C. e dal 465 a.C. al 32 d.C.) disegnata era imputabile al caso, adesso è impossibile perché a quella metrica si sovrappone un calendario a dirci, col suo “resto zero” che la matematica veramente non è un’opinione e lascia poco spazio alla fantasia polemica. Una polemica che magari potrebbe coinvolgere le mie precedenti affermzioni che facevano partire il giudaismo del secondo tempio nel 472/471 a.C. ma in fondo mi pare di aver semplicemente aggiustato il tiro con quel 465 a.C. settimo anno di regno di Artaserse invece che primo.

Avevamo promesso una nota ghematrica sorprendente a proposito di quel 497 che già ci è stato utilissimo. Esso disegna le grandi tappe del giudaismo tutto, dai suoi albori (Davide) a Gesù. Esso, quindi ci parla del tempio e della sua storia profonda tripartita. In una parola degli “altari” che si sono succeduti come epoche ben precise, per cui non è un caso che 497 sia la ghematria di מזבחתם che tradotto significa i loro altari” (Es 34,13) perché effettivamente, alla luce della cronologia e di un calendario, quel 497 svela la storia profonda del tempio, dalle origini alla sua fine e con esso quella di una classe sacerdotale che non voleva saperne di tramontare, come vedremo.

Infatti vedremo cosa in realtà non si celi in tre versetti del Vangelo di Giovanni, cioè in Gv 2,19-21 quando la feroce polemica tra Gesù e i farisei introduce l’omicidio del primo soggetto. Il “distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere” di Gesù altro non significa, come avevamo già scritto qui, che i leviti e l’intera loro classe sacerdotale avevano capito che la loro epoca era ormai al tramonto.

Non a caso il confronto si svolse all’ombra del tempio, quello stesso che li aveva legittimati come classe divenuta ormai casta. Quel muro che Gli eressero contro è quello stesso che avevano a loro tempo abbattuto col suono delle trombe a Gerico, come abbiamo visto ieri, ma che sarà a sua volta abbattuto sul Golgota come dimostra la linearità di calcolo del calendario delle settimane che dopo 4 cicli lunghi (294 anni ciascuno) e 35 brevi (7 anni) conduce dal 1386 a.C. (caduta di Gerico) al 35 d.C. anno della crocefissione e anno che instaura il sacerdozio eterno “alla maniera di Melchisedek” (Eb 7,17), abrogando la classe levitica per un sacerdozio nuovo in Cristo.

Non ci poteva essere compromesso: un epoca e un sacerdozio nuovo chiedevano spazio, uno spazio occupato da secoli che non avrebbe mai ceduto il passo spontaneamente, per questo, nell’impossibilità di un compromesso, si penso sin da subito di eliminare fisicamente il Problema. Tutto questo non è la prima volta che accade. Già tra Saul e Davide non era corso buon sangue e anche quella volta –lo abbiamo visto– segnò il passaggio di consegne tra due epoche: da quella di Saul terra di mezzo perché ultimo giudice e primo re, a quella di Davide che supera (vince) definitivamente l’ultimo retaggio dell’epoca dei giudici per instaurare la monarchia. Come Gesù che esautora una classe sacerdotale per instaurare un regno: eterno, come dicono, ma credo sia vero.

Il giudaismo del primo e secondo tempio, quando la storia è perfetta simmetria

tempioA fronte di un silenzio assoluto, il sacerdozio di Jotam/Amaria stupisce per la sua importanza, tanto che viene da chiedersi se non sia da considerare sullo stesso piano del silenzio che circonda il sommo sacerdozio alla nascita di Gesù, tant’è che non troviamo casuale l’equipararsi di Lui a quella stessa porta che costituisce il leitmotiv dell’intero “pontificato” e regno di Amaria e Jotam.

Parlavamo dell’importanza di quegli anni e di quegli uomini e in effetti i calcoli lasciano presagire grandi cose riservate al futuro, a noi, noi che cerchiamo sempre l’ordine nella storia e talvolta lo imponiamo sbagliato.

Pur non sapendo di preciso (sarebbe sufficiente un breve ricerca nel web) quando il giudaismo del primo e del secondo tempo nasca e si estingua secondo l’opinione degli studiosi, vogliamo dire noi qualcosa in merito, alla luce dei post precedenti che hanno fatta la chiarezza necessaria.

Abbiamo visto che con il 668 a.C. il tempio assurge a icona di un tempo. La costruzione della porta superiore del tempio non cambia solo l’architettura ma il “tempo”, consacrando gli anni a venire come quelli del massimo splendore, lo splendore del giudaismo tutto  e forse per questo Gesù, paragonandosi alla porta in Gv 10, lì si colloca.

Ecco allora che quel 668 a.C. segna l’inizio del giudaismo pre-esilico che sappiamo si conclude nel 515 a.C., dopo che Jehozadak è costretto all’esilio e viene momentaneamente sostituito da Giosuè, che morirà a Babilonia, quindi è ragionevole pensare che fu tra gli esiliati del 505 a.C. o 586 a.C. degli studiosi.

Questo fu il giudaismo del primo tempio ed ebbe una durata di 153 anni come del resto indica non solo la differenza tra 668 a.C. e 515 a.C., ma anche e più la ghematria greca di quell’insolito Amaria che accompagna Jotam in una passeggiata nei pressi della porta superiore, come la fece Gesù d’inverno.

Viene da chiedersi subito, allora, quando sia iniziato il giudaismo del secondo tempio e la soluzione apparirebbe facile alla luce di quel 515 a.C., ma il calcolo che ne verrebbe fuori, ricorrendo a quegli stessi 153 anni immaginando una simmetria, non condurrebbe a nulla, per cui la soluzione è altrove, in particolare nel considerare il secondo esilio, quello del 318 a.C. che chiude i cerchio anche in un ottica sabbatico-giubilare, quella stessa che si è aperta con il 668 a.C., anch’esso sabbatico e giubilare.

Se sommiamo al 318 a.C. i 153 anni del primo giudaismo otteniamo 471, il 471 a.C. come primo anno di regno di Artaserse come da sempre noi indichiamo. L’ascesa al potere di Artaserse fu un fatto che cambiò radicalmente le sorti degli Ebrei, perchè di lì a poco (464 a.C. o settimo anno di regno di quel re) essi avrebbero ricevuta l’autorizzazione a riedificare il tempio, tant’è che Esdra e i sacerdoti in quell’anno rientrarono da un esilio (Esd 7,7) che stava per finire, per finire cioè i 40 anni previsti da Ezechiele 4,6.

Ecco perchè i 153 anni sommati al 318 a.C. ci conducono non solo al primo anno di regno di Artaserse, ma anche all’inizio del giudaismo del secondo tempio in una data sinora sconosciuta, ma che è emersa laddove più di ogni altro si aveva a cuore il tempio e la sua sacralità: una lista di sommi sacerdoti che certamente conosceva -e conosce- la sua stessa storia.

Il giudaismo del secondo tempio non nasce dall’evidenza (515 a.C.), ma dalla storia profonda, quella cioè attesa e profetica, perchè il tempio gerosolomitano è esso stesso attesa e profezia. Fu il 471 a.C. che segnò la fine dell’una e l’avverarsi dell’altra e non un 515 a.C. che appare al confronto semplicistico, quasi brutale. La questione tocca le corde profonde di Israele, quelle che fanno diretta presa sul cuore (il tempio): è con lo stetoscopio che se ne odono i battiti, non con l’orecchio. Si tratta insomma di musica sacra, non profana.

Non sappiamo se le nostre conclusioni possano essere condivise, di certo quel 153 emerge da ogni poro biblico e guizza, come quei 153 grossi pesci della pesca miracolosa, di continuo tra le nostre mani, datando nientemeno che la storia del tempio tutta, aperta in anno sabbatico e giubilare (668 a.C.) e conclusasi in altrettanto anno sabbatico e giubilare (318 a.C.) e suddivisa in tranches eguali (153 anni) a riprova che non si tratta di una storia qualsiasi, certamente non di un 515 a.C. matematico.

 

153, gli anni di un sacerdozio

Avevamo promesso ai lettori che le sorprese legate alla lista dei sommi sacerdoti ebrei non erano finite e con questo post la manteniamo, sebbene l’ora tarda (almeno per me) e una pomeriggio passato in ospedale sconsiglierebbero l’uso del computer se non si tratta di un gioco (una partitella a scacchi, niente più).

Vengo subito al post proponendo  sin da subito la figura di ambigua di Amaria, chiamato anche Jotam da Giuseppe Flavio (vedi qui). A noi colpisce il doppio nome e fra i due, quel Jotam, perchè se con Azaria abbiamo visto che la lista sacerdotale si ferma sull’anno più significativo (630 a.C.), potrebbe darsi che anche stavolta segua la stessa logica e quel Jotam altro non sia che il punto fermo di un regno e di un sacerdozio.

Jotam già lo conosciamo approfonditamente e sappiamo che costruì la porta superiore del tempio, dedicata, trattandosi di anno giubilare e sabbatico, nel 668 a.C. Va da sè che il tutto non si esaurisca lì, perchè abbiamo anche visto che la nota cronologica ci conduce al 15 a.C. e al 35 d.C. anagrafe di Gesù, poichè la nota bibliografica che illustra l’opera di Jotam è in 2Re 15,35.

Considerate le premesse ci è preso il capriccio di incrociare la cronologia con la ghematria per ottenere un significativo intreccio di dati che forse può far luce sul sacerdozio di Amaria/Jotam.

Partiamo dal primo aspetto, la cronologia e vediamo che da Jotam a Giosuè passano 153 anni se calcoliamo il tempo dal 668 a.C. al 515 a.C. inizio del sacerdozio di Giosuè. Adesso calcoliamo la ghematria greca di Αμαρια (Amaria) e scopriamo che anch’essa segna un valore di 153.

Il tutto potrebbe essere giustificato dal caso, ma non dimentichiamoci che quel 153 ricorre anche in Gv 21,1-11 quando l’apostolo ci parla dei “grossi pesci” pescati su indicazione di Gesù, il quale distava dalla barca 888,75 centimentri quando l’888 è la ghematria di Ιησουσ (Gesù) e quei 7,5 millimetri sono interpretabile come i 7 anni e sei mesi per la costruzione del tempio (fondamenta nel mese di ziv; dedicazione 7 anni dopo nel mese di bul).

Inoltre abbiamo altresì incontrato un altro 153 quando abbiamo fornito le cifre del cortile interno del tempio che misurava (vedi Ez 42,3) 20 cubiti ebraici cioè 44,4 centimetri per un totale di 44,4 x 20=888 di nuovo la cifra che costituisce la ghematria di Ιησουσ per come lo scriveva non noi, ma Ireneo di Lione.

Come se non bastasse ci si mette pure la storia a proporci 153 perchè fu

nell’anno centocinquantatré, nel secondo mese, Alcimo ordinò di demolire il muro del cortile interno del santuario; così demoliva l’opera dei profeti. (1Mac 9,54)

distrusse cioè il muro di quel cortile che aveva le misure identiche alla ghematria di Ιησουσ, cioè 888.

Come si può notare quel 153 è una cifra che segna opere e momenti importantissimi e non a caso riconduce al calcolo degli anni tra Amaria/Jotam e Giosuè perchè quell’opera dei profeti che Alcimo distrusse, fu ancora prima se non distrutta, superata.

Infatti con l’esilio babilonese e la profanazione del tempio compiuta da Nabucodonosr negli anni 518/516 a.C. (deportazione del 597 a.C. secondo la cronologia ufficiale) si pose fine a tutta l’opera profetica del giudaismo del primo tempio, quello stesso che, profanato, aveva esaurito la sua funzione.

La deportazione di Jehozadak (1Cro 6,14-15) segnò la fine di un epoca e il sorgere di un’altra di cui Giosuè fu capostipite e per questo la lista dei sommi sacerdoti ha conservata una memoria secondo uno stile e una logica che a noi può sfuggire, ma che è innegabile alla luce di quel 153, anno e/o valore ghematrico, che da Jotam (668 a.C.) giunge Giosuè (515 a.C.) passando per un cortile interno del tempio prima misurato (Ezechiele) poi distrutto (Alcimo) e una pesca miracolosa.

Crediamo che tutta la sequenza dei 153 incontrati celi ben altri significati (certamente di più del silenzio che circonda Amaria/Jotam), ma la loro interpretazioni è riservata a coloro che possono, disponendo del materiale adatto, dedicarci tempo. A noi è sufficiente proporre la traccia della ricerca che da sola aggiunge la quarta “stranezza” che emerge da una sommessa, quasi monotona lista di sacerdoti di poche parole, è vero, ma molta sostanza, un po’ come, crediamo, questo post.

Ps: c’è dell’altro e molto, molto importante, ma l’ora è veramente tarda, rimando a domani, Dio volendo

 

 

 

 

Azaria, la prima vittima del mobbing

sommo sacerdoteLa lista dei sommi sacerdoti ebrei non finisce di stupire, perchè a fronte della sua laconicità (sommo sacerdozio e durata dell’incarico) offre spunti di enorme importanza come abbiamo visto nel post di ieri, dove la tomba di Giosuè apre a una cronologia altra rispetto a quella universalmente conosciuta e adottata che conduce al 586 a.C.

In particolare ci siamo chiesti come sia possibile la presenza della tomba Giosuè a Babilonia se ha officiato a Gerusalemme fino al 490 a.C. e da questo spunto siamo giunti alla conclusione che sì, era certamente sommo sacerdote tra il 515 a.C. e il 490 a.C. ma non fu certamente lui a dedicare il secondo tempio, perchè in quel tempo l’esilio era ben lontano dalla sua fine essendo neppure agli inizi, se secondo noi prende le mosse dal 505 a.C.

Questo ci spiega come mai la salma di Giosia riposi a Babilonia: egli fu tra i deportati e Babilonia ne accolse le spoglie che tuttora là giacciono. Ciò sdogana un’intera cronologia (la nostra) che già di per se stessa offriva solidità e chiarezza tracciando un unicum dal 70 d.C. fino all’esodo dando ragione di tutto e adesso anche del più strano funerale che la Bibbia ci abbia tramandato: un deportato che torna nei luoghi della sua pena per morire, a meno che -è utile ripeterlo- egli fosse già lì da anni e lì sia morto.

Questo, però, non è solo uno sparuto caso in cui una lista sacerdotale si cala alla perfezione in un contesto cronologico e storico dandone conferma al di là delle fonti comunemente citate che noi da sempre abbiamo denunciate come falsate, sulla scorta degli studi di Newton e Fomenko che hanno ragione da vendere, come vedremo nuovamente.

C’è un sacerdote in particolare che fa al caso nostro ed è Azaria III sommo sacerdote nel 630 a.C. cioè negli anni che la nostra cronologia dei Re indica come quelli di Ezechia, regnante tra il 644 a.C. e il 615 a.C.e dunque comprende nel suo regno pure Azaria III che infatti in 2Cro 31,13 è nominato, sebbene se ne vedano delle belle quando se ne deve specificare il ruolo.

Infatti a fronte di una CEI 1974 che ce lo indica come “preposto alla casa di Dio”, CEI 2008 lo definisce “sovrintendente al tempio di Dio”, mentre un’interlineare traduzione inglese usa l’appellativo di “governatore della casa di Dio”.

Nella lunga lista delle possibili traduzioni, spesso a senso, ma sfortunatamente non in questo caso, bisogna aspettare la Nuova Riveduta per fare un po’ di chiarezza, sebbene non tutta, e leggere che era “capo della casa di Dio” e dunque, permettetemi la semplificazione, sommo sacerdote nel 630 a.C. o quattordicesimo anno di regno di Ezechia, quando Sennacherib fece il suo ingresso nella storia ebraica e dunque un anno che certamente gli Ebrei ricordano con precisione, tanto che appunto si data il fatto esattamente (630 a.C., come 630 a.C. indica la nostra cronologia dei Re nel quattordicesimo anno del suo regno) e per questo la lista dei sommi sacerdoti ebraici ne ha conservata memoria.

Se con Giosia abbiamo posto un serissimo interrogativo sull’anno di inizio dell’esilio babilonese, non più l’assoluto 586 a.C., ma un biblico 505 a.C., adesso con Azaria III troviamo una conferma importante sia riguardo alla nostra cronologia di 1-2Re – che già ne ha avute e tante di conferme-; ma anche di quel, perdonatemi, farlocco 586 a.C. perchè se la lista dei sommi sacerdoti conduce con Azaria III al quattordicesimo anno di regno di Ezechia (630 a.C.), che vede in 2Cro 31,13 la coincidenza tra regno (Ezechia) e sommo sacerdozio (Azaria III), ci chiediamo come sia possibile a fronte di un Ezechia ancora in carica nel 630 a.C. avere un ultimo anno di regno di Sedecia nel 586 a.C. a soli 44 anni di distanza, quando il solo regno di Manasse, suo diretto successore, conta un regno di 55 anni, senza contare che ci attendono al varco altri 6 regni per un totale di ulteriori 44 anni.

Solo in un’ottica di un esilio molto più basso è possibile far sì che la lista sacerdotale che ci parla di Azaria III sommo sacerdote nel 630 a.C. durante il regno di Ezechia (2Cro 31,13) collimi perfettamente con una cronologia dei Re che sfocia nel esilio babilonese, non più, al di là dei sistemi di datazione sinora conosciuti, del 586 a.C., ma di un certissimo 505 a.C. a meno che la cronologia biblica non si saldi con quella sacerdotale per due (soli? assolutamente no: lo vederemo) meri, sparuti e fortuitissimi casi dando ragione non solo al contenuto di un capitolo biblico, ma anche a una ricerca che ha inserita quella cronologia dinastica e sacerdotale in un quadro cronologico amplissimo, facendo della prima la stessa sua spina dorsale.

Viene da chiedersi, allora, se quel silenzio che circonda la nascita di Gesù che non “vide” sommo sacerdote, non faccia il paio con dapprima l’ultimo gridato respiro di Giosia che lo hanno tumulato a Babilonia contra la sua espressa volontà di rimanere felicemente a Gerusalemme, sua terra natale; poi con il controverso ruolo di Azaria di cui nessuno, tranne la Nuova Riveduta, vuol dire che fu sommo sacerdote, il quale forse per questo gradirà tutti gli scherzi da prete che si stanno consumando sulla pelle del sommo sacerdozio ebraico:

prima una congiura del silenzio.

Poi un funerale bizzarro.

Adesso una mansione e un ruolo declassati per mobbing, crediamo, dato che certamente la responsabilità è dei “colleghi”.

Sinceramente mi pare troppo anche se, lo vedremo, non finisce qui.

Giosuè, un sommo sacerdote che si rivolta nella tomba

giosue

Della lista dei sommi sacerdoti ebraici ce ne siamo già occupati in un post in cui abbiamo fatto notare il loro silenzio alla nascita di Gesù, perchè in tutto il periodo del giudaismo del secondo tempio (vedi lista) essi compaiono accompagnati dall’anno di inizio e di fine del loro ministero, tranne gli anni 23 a.C.-4 a.C. quelli assolutamente più interessanti nell’ottica di un’anagrafe gesuana che propone Caifa al momento della morte, ma non sa dirci niente del sommo sacerdote alla Sua nascita, anche se adottassimo il 6/7 avanti Cristo invece del nostro 15 a.C..

Non credo che ciò sia imputabile alla poca importanza del sommo sacerdote in carica per “Natale”, perchè come è ricca la bibliografia su Caifa, che Lo ha condannato a morte, lo sarebbe altrettanto sul sommo sacerdote che ha visto nascere Gesù, quando di mezzo, solo per esempio,  non solo c’è l’arrivo dei Magi, ma pure una strage di innocenti certamente occultata, a cui il sommo sacerdote in carica ha assistito e potrebbe rivelarci particolari preziosi.

Infatti la lista dei sommi sacerdoti non esaurisce la sua funzione nell’indicarci il silenzio assordante negli anni della nascita di Gesù, ma urla l’assurdo con la morte di Giosuè sommo sacerdote dal 515 a.C. al 490 a.C. (vedi lista), primo e unico a tenere a battesimo il giudaismo del secondo tempio se lo si fa iniziare dalla dedicazione del 515 a.C.

Di lui si dice che fu il sommo sacerdote che ufficiò nell’immediato post esilio consacrando non solo il secondo tempio e il giudaismo a venire, ma rimanendo in carica, verosimilmente, fino alla morte, avvenuta nel 490 a.C.

Se le cose stessero realmente così noi avremmo torto collocando l’inizio dell’esilio nel 505 a.C. seguendo il calcolo di Ezechiele che comunque sia è quello che ha guidato gli studiosi tutti a datare la deportazione più massiccia e importante nel 586 a.C. che equivale al nostro 505 a.C.

Questo è facilissimamente comprensibile: se nel 515 a.C. Giosuè dedica il tempio, non poteva assolutamente essere anche in esilio, un esilio, tra l’altro, ancora da venire se iniziò nel 505 a.C. e dunque non s’immaginava neppure un secondo tempio. E’ spontaneo chiedersi, allora, chi abbia torto, cioè se io -e sarebbe comprensibile gestendo un blog- o tutta l’ecumene degli studiosi -cosa un po’ meno comprensibile.

Ecco che all’oscurato vagito di Natale che nessun sommo sacerdote ha udito stando alla loro lista, fa da contraltare l’ultimo urlato respiro di Giosuè anch’esso sommo sacerdote, il quale potrebbe dirci qualcosa anche se non dirci chi abbia, tra me e gli studiosi, ragione (personalmente sono certo di averla).

Infatti il web vuole che Giosuè sia una figura importantissima e ancora, come dimostra la foto linkata, venerata tra gli Ebrei di Babilonia perchè la sua tomba ancora si erge a un’ottantina di chilometri da Bagdad. V’invito allora allora a ragionare: se dal 515 a.C. al 490 a.C. esercitava il ministero a Gerusalemme, come mai le sue spoglie riposano nei pressi di Bagdad o, per meglio dire, a Babilonia?

Fu per capriccio, per necessità o per amore che vecchio, molto vecchio di anni si recò nei luoghi di deportazione e lì si fece seppellire? Cosa lo spinse, ritornato con gli esuli, a recarsi nuovamente a Babilonia per morirvi? A me pare un assurdo, a meno che quella datazione del suo sacerdozio sia giusta, ma non ce la dica giusta quanto leggiamo appresso di lui, cioè primo sacerdote dopo la dedicazione del secondo tempio, nota alquanto posticcia se la sua tomba la troviamo a Babilonia.

La nostra cronologia pone proprio negli anni di Giosuè la “fase acuta” dell’esilio e troviamo del tutto naturale rinvenire, come è stato fatto nel 1825, la sua tomba proprio lì perchè lì, cioè a Babilonia era in quegli anni, altrimenti entriamo in una logica assurda che vorrebbe un uomo avanti, molto avanti negli anni che intraprende un lungo e faticosissimo viaggio per farsi seppellire nel luogo della sua pena, cioè nella galera di Babilonia, come se 70 anni non fossero stati sufficienti a fargliela prendere in odio.

Troviamo alquanto più sostenibile e logico che egli, Giosuè, riposi in Babilonia perchè il suo ministero non coincise affatto con la fine dell’esilio e tanto meno con gli anni della dedicazione del secondo tempio, ma con l’apice di una deportazione di massa come castigo divino.

Esiste un’ottima bibliografia sull’argomento e sarebbe una di quelle che il blog considererebbe da consultare. Tuttavia il cartaceo, tra costi editoriali e spedizione, diverrebbe molto caro; ricorrere a un ebook non è praticabile perchè, pur in possesso di un ereader top di gamma (regalo di mio padre prima che si ammalasse), Amazon non vende l’ebook in Italia.

E’ per questo che mi vedo costretto a rilanciare l’idea di uno studio approfondito sul sommo sacerdozio ebraico alla luce della nostra cronologia (in particolare gli anni di inizio e fine dell’esilio babilonese perchè è tra quel 586 a.C suggerito dagli studiosi e il nostro 505 a.C. che si gioca la partita), studio che come casualmente ha saputo far luce su una nascita senza sacerdote (quella di Gesù), ha altresì saputo far luce su una morte bizzarra che ha collocato la salma nell’ultimo posto pensabile: di nuovo, dopo un’onorata carriera a Gerusalemme come sommo sacerdote, in esilio, a meno che, come sosteniamo noi, in esilio ci fosse e lì sia morto.

Avverrebbe così che dopo il vagito nascosto di Gesù; l’ultimo gridato respiro di Giosuè udremmo anche il grido di dolore degli studiosi onesti che certamente si saranno punti, come noi, in qualche spinosa e assurda questione legata a una lista di sommi sacerdoti solo in apparenza innocua.

Ps: la foto è di gruppo, presso la sua tomba