Gerico, l’anno della rovina segnato sul calendario

importanteLa caduta di Gerico è quanto mai discussa, se mai è caduta, secondo molti. Alcuni, infatti, affermano che già fosse in rovina, rovinando così il Libro di Giosuè che già aveva il suo bel daffare con “Fermati, o sole”.

Non siamo archeologi, siamo solo blogger e per di più stanchi, perché 479 post di cronologia e ghematria in poco più di quattro anni stancano, ma vogliamo proporre al lettore un capriccio, per la verità molto curioso alla luce non dei nostri studi, ma di quelli degli altri che parlano di “vittoria liturgica” e “liturgia guerriera” a proposito della caduta di Gerico, perchè avvenne al suono di 7 trombe, 7 sacerdoti, 7 giorni e 7 volte poi Gerico, esausta, cadde.

Ci siamo già occupati di Gerico qui e abbiamo visto che la sua ghematria (Ιερικω corretta) conduce al 945 a.C., anno che secondo noi indica il getto delle fondamenta del primo tempio e siamo d’accordo se l’esegesi parla di “vittoria liturgica” “liturgia guerriera”, siamo d’accordo cioè col fatto che la ghematria di Ιερικω  (Gerico) riconduca al tempio, dove quella stessa liturgia aveva la sua sede e i suoi calendari.

Già, i calendari, in particolare uno, quello delle settimane che ci ha impegnato mesi (vedi categoria) per dirci che la sua cadenza unisce molti fatti biblici (storici) importanti che ne seguono, appunto, la cadenza (rinnovo l’invito a consultare almeno questo). E anche stavolta sembra non deluda, perchè noi applicheremo i suoi cicli lunghi (294 anni ciascuno) e brevi (7 anni ciascuno) a quel 945 a.C. che emerge dalla ghematria di  Ιερικω e che segna l’anno delle fondamenta del tempio, fulcro di ogni calendario religioso.

Prima però dobbiamo illustrare la nostra scommessa, affinché la sorpresa sia tale. Dobbiamo premettere che il calcolo relativo al calendario delle settimane applicato al 945 a.C deve necessariamente cadere nell’anno immediatamente precedente la conquista della Palestina, perchè Gerico apre le porte della regione.

Noi sappiamo già quando gli Ebrei la conquistarono, perchè non solo la ghematria (vedi categoria 1384 e 1385 del menu), ma anche i calcoli cronologici ci conducono al 1385 a.C. che segna, secondo noi, la fine dell’esodo, e di conseguenza la conquista della Terra promessa

Dunque Gerico deve cadere e i calendari devono confermare nel e il 1386 a.C. cioè l’anno immediatamente precedente il 1385 a.C. quando tutto è compiuto, cioè esodo e conquista. Bene, non rimane che sommare al 945 a.C. un ciclo lungo (294 anni) e 21 brevi (7 anni), cioè

[(945+294) + (7X21)]=1386

quando quel 1386 a.C. è l’anno cercato e promesso, cioè quello immediatamente precedente la fine dell’esodo e la conquista della Palestina, e  non solo da noi, ma anche da tutti coloro che parlano di “strategia liturgica” e “liturgia guerriera” che non poteva non esplicarsi nel calendario delle settimane di esclusivo appannaggio della classe sacerdotale, quella stessa che ha guidato la conquista al suono delle trombe, gli acuti delle quali hanno fatto centro con precisione millimetrica nelle imponenti mura della città.

Non sappiamo se cadrà la Gerico scientifica che nega la Gerico storica e biblica, di certo pare che quest’ultima cadde con fragore se se la sono segnata sul calendario, delle settimane è vero, ma pur sempre calendario fino a prova contraria.

Ps: prego anche di tenere conto che il calendario delle settimane ha come base di calcolo 7 anni e 7 sono i sacerdoti, 7 trombe, 7 giorni e 7 volte per una ritmica liturgica che a quanto pare fa luce non solo sulla storia, ma anche sulla purità, se i cicli brevi segnati dal calendario (vedi formula sopra) sono 7X21 cioè 7X( 7+7+7) somma che si oppone all’assoluta impurità del 666 apocalittico e bestiale, confermando quel quadro liturgico che solo può accedere al divino, cioè al 777 simbolo di perfezione

La decima di Abramo, storia e profezia

Certe letture sono provvidenziali, vuoi perchè impari (molto o poco dipende dal lettore); vuoi perchè s’innestano per incanto nei tuoi pensieri, per altro già espressi, magari nel post precedente di qualche ora la lettura.

E’ così  che di nuovo ci troviamo costretti, nostro buon grado, a citare Ska e la sua Introduzione all’Antico Testamento, vol. II, ed kindle, nel passo in cui lo studioso affronta un enigma che crediamo riguardi tutta l’ecumene: Salem che città era tra quelle che il Vicino Oriente Antico annovera?

Ska non ha dubbi: era Gerusalemme e noi gli diamo pienamente ragione, in virtù, di nuovo, della lettura ghematrica che offre per Σαλεμ (con la epsilon, mi raccomando) 276. Alla luce di quanto scritto nel post precedente, sappiamo che i Re offrono due cronologie all’interno dell’unica conosciuta e studiata.

La prima è la sequenza che per Giuda si snoda da Davide a Sedecia; la seconda parte da Abia e si conclude con l’ultimo anno di regno di Ezechia. Distinzione importante, lo abbiamo scritto, perchè ci parla dei regni di Sion (vedi tavola in calce: i regni in grassetto), cioè quelli che dopo Davide, Salomone e Roboamo, riprendono il loro corso solo con Manasse.

Tali regni li abbiamo definiti “assoluti”, cioè absoluti perchè il loro potere non è che sia conferito da Dio secondo l’accezione moderna, ma nel senso che l’inizio è legibus solutus, cioè privo degli “impicci” dovuti a un necessario sincronismo con Israele.

Tale sincronia va ben oltre il fine cronologico, perchè ci parla di una relazione tra regno del Nord e regno del Sud che sfocia in guerre, alleanze e pluralità di culto tali da condividere la stessa storia, storia che tolse a Gerusalemme il primato o comunque l’unicità. In questo senso crediamo che ben si comprenda la definizione dei regni di Giuda unitari e successivi a Manasse come “assoluti” perchè privi dell’ombra samaritana.

Ecco, quei regni che invece non godono di quella assolutezza di potere (vedi tabella in calce), cioè del primato, hanno una durata di 276 anni perchè iniziano nello 891 a.C. con Abia e si concludono con l’ultimo anno di Ezechia, per un totale, lo abbiamo scritto, di 276 anni, come 276 è la ghematria di Σαλεμ, città che nel testo biblico ricorre quattro volte, ma noi considereremo, sulla falsa riga di Ska, quella che ricorre  Eb 7,2 dove sappiamo che Abramo paga la decima a Mechisedek, re di Salem, appunto.

Pagare una decima è sinonimo di vassallaggio, cioè di una condizione di inferiorità che giustifica un riscatto. Ecco allora che di quei regni non assoluti che caratterizzano la cronologia dei Re per Giuda la sintesi della loro natura è ben espressa nella decima che Abramo paga a Gerusalemme, che è Salem,  perchè prefigura la Gerusalemme vincolata al regno del Nord, pur non parlando di vassallaggio, casomai di una situazione di competitività che sfocia in guerra aperta, talvolta.

Insomma la decima che Abramo paga a Gerusalemme è ciò che Gerusalemme pagherà a suo tempo in termini di primato sociale, economico e cultuale perchè, giusto per citare di nuovo Ska, “tutto quello che accadde al padre (Abramo), accadde ai figli (Gerusalemme)”, in una visione storica che diviene profezia, identificando Salem con Gerusalemme grazie a una lettura ghematrica e una cronologia sinora sconosciuta, perchè nascosta nelle pieghe feconde del calcolo secco.

TAVOLA REGNANTI DI GIUDA

Legenda:

In neretto i regni non sincroni o assoluti

 

DAVIDE 989 989-949 40 ANNI
SALOMONE 949 949-909 40 ANNI
ROBOAMO 909 909-891 18 ANNI
ABIA XVIII° DI GEROBOAMO 891-889 2 ANNI
ASA XX° DI GEROBOAMO 889-847 42 ANNI
GIOSAFAT IV° DI ACAB 847-824 23 ANNI
JORAM V° DI JORAM IS. 824-817 7 ANNI
OCOZIA XII° DI JORAM IS. 817-816 1 ANNO
ATALIA REGNA 7 ANNI 816-809 7 ANNI
AMASIA II° DI GIOAS IS. 770-728 42 ANNI
OZIA XXVII° DI GEROBOAMO 728-674 54 ANNI
JOTAM II° DI FACEE 674-659 15 ANNI
ACAZ XVII° DI FACEE 659-644 15 ANNI
EZECHIA III° DI OSEA 644-615 29 ANNI
MANASSE 615-560 55 ANNI
AMON  560-558 2 ANNI
GIOSIA  558-527 31 ANNI
JOACAZ 527-527 3 MESI
JOACHIM  527-516 11 ANNI
JOACHIN  516-516 3 MESI
SEDECIA  516-505 11 ANNI
TOTALE 484 ANNI E 6 MESI

 

Il drago e la donna, il tempo e la storia

donnaLa lettura di Ska e del suo secondo volume de Introduzione all’Antico Testamento, ed. kindle, seppur all’inizio, ha già prodotto un risultato davvero sorprendente, perchè unisce la sua grande conoscenza del testo biblico alle mie nozioni ghematriche e cronologiche. Il risultato sarà il lettore a valutarlo, ma sin d’ora posso scrivere che, a mio parere, il connubio è davvero brillante.

Ska si sofferma, nelle prime pagine, sulla medianità del quarto giorno della creazione che risulta essere il centro di due terne di giorni (3+1+3) facenti parte di una settimana. Prima di questo ben spiega -davvero mi ha sorpreso- che “il mondo è tempo; l’universo storia”. Frase carica di effetti e di pensiero.

Quel quarto giorno, mediano tra due terne di giorni, Dio lo dedica alle luminarie dell’universo, quindi alla storia, che sono il sole, la luna e le stelle, certamente da sempre luce ai viandanti (gli uomini e le donne, come vedremo), tanto che Apocalisse ne ha compresa la funzione da farne metafora, se metafora è l’ampliamento di un concetto.

Ecco allora che quel sole, quella luna e quelle stelle accompagnano la figura più pura di Apocalisse, quella certamente più poetica, cioè la Donna vestita di sole, con una corona di dodici stelle e la luna sotto i suoi piedi (Ap 12,1).

Sole, luna e stelle, tutti elementi naturali che Ska “usa” per misurare non il tempo ma la storia, una storia che come la donna si colloca nel cielo, così essa si colloca nell’universale, uscendo dal tempo, cioè dal mondo.

La creatura che Ella è destinata a partorire è l’υἱός (Ap 12,5) che ha un valore ghematrico di 486 quando, se ridotto a un calendario, esso segna il 486 a.C. (trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor, asceso al trono nel 523 a.C., quarto anno di regno di Joachim secondo Ger 25,1 e secondo noi), calcolato, quel 486 a.C. indipendentemente perchè frutto di una cronologia bimillenaria e, per quanto ci riguarda, ventennale.

La Donna, allora, non partorisce più un figlio simbolico, ma un figlio la cui storicità non sarà più messa in discussione, come lo è oggi, perchè come il drago e la donna si collocano nel cielo (Ap 12.1-3), cioè nell’universo che, è bene ricordarlo, è storia secondo Ska, anche il figlio godrà degli stessi attributi universali, in quanto anch’egli appartenente al cielo e dunque alla storia di cui è figlio legittimo, a differenza di un 567 a.C., come vedremo.

Compreso questo, risulterà anche chiaro perchè quel 486 a.C. segni l’esatta datazione dell’eclissi descritta da VAT 4956 che la scienza, il tempo, il mondo, collocano illegittimamente nel 567 a.C., quando la cronologia biblica partorisce, facendo emergere dalle cifre (cronologia), un 486 a.C. storico e ghematrico (υἱός Figlio).

La datazione del 567 a.C. è frutto, allora, della scienza, mentre quel 486 a.C. è frutto della Sapienza; l’uno figlio del tempo, del mondo, in una parola, della scienza; l’altro, il 486 a.C., è frutto della Sapienza, della storia universale che non ha bisogno di un forcipe cattedratico che costringa il nascituro a venire alla luce e a vagire: è sufficiente il grido di una madre che ha già in sè tutte le luminarie del mondo, pardon, dell’universo, essa stessa, quindi, luce per un figlio di luce.

Verrebbe da aggiungere che Egli, l’υἱός, è frutto di una relazione amorosa tra Antipa (Ἀντιπᾶς) e la Donna (γυνή) i cui valori ghematrici, rispettivamente 448 e 461, se sommati offrono 909, cioè il 909 a.C. come ultimo anno di regno di Salomone, secondo la nostra cronologia; a fronte, ma sarebbe più corretto scrivere “di fronte” o “davanti” per rispettare la scena apocalittica del parto descritta in 12,1-3, un 931, cioè 931 a.C., ghematria di δράκως. (drago, non δράκων) e ultimo anno di regno di Salomone secondo la cronologia più gettonata (Galil), ma sarebbe davvero troppo sperare che tutte le persone vedessero, in un unico cielo cronologico (909 a.C.), quel segno grandioso descritto da Giovanni: la donna e il drago (Ap 12.1-4).

L’officium tenebrarum

Egregio Dott Ska,

nella flebile speranza che lei, in qualche maniera, abbia letti i post dedicati al suo libro Antico testamento. Introduzione e abbia compreso l’importanza, forse relativa, della ghematria nell’esegesi della Scrittura (le ricordo che i Padri si cimentavano in questa disciplina, da Agostino a Ireneo di Lione) mi permetto di farle di nuovo notare che essa apre notevoli spiragli nel testo biblico, in primis nella sua cronologia, scienza di cui un po’ m’intendo, se limitata a quella biblica.

Lei, nel libro in questione, ha parlato dell’Officium tenebrarum il quale si consumava con 15 candele inserite in un candeliere (massonico) triangolare. Quella numerazione così strana, ho fatto delle ricerche, è giustificata ufficialmente con i 12 apostoli più le due Maria che abbandonarono Gesù, come se i 12 apostoli avessero fatto, tranne Giovanni, qualcosa di meglio.

Laddove ho letta questa informazione si fa notare che il discorso sta poco in piedi (e Pietro? e Giuda? e i nove che presero le distanze?) e così io ho pensato che la ragione sia diversa, ma riposi sempre in quel 15 che difficilmente nella simbologia numerica della Bibbia si giustifica, a meno del ricorso a castronerie stile quella riportata.

Lei forse non sa, come in fondo sa solo il compianto Kokkinos, che il 15 a.C. è l’esatto anno di nascita di Gesù (per un abbozzo, perchè sintesi abbondantemente superata, ma presente nel sito “Nuova Cronologia del prof Anatolij Fomenko, legga La cronologia di Dio, Quando la Bibbia gioca con i numeri) quindi quel 15 a cui fanno riferimento le candele rappresenta l’anno in cui la luce del Prologo giovanneo si è incarnata.

Nella cerimonia si toglie un candela per volta e fino che ne rimane una soltanto e la si porta dietro l’altare, affinchè si faccia buio totale in chiesa. Certo, si scrive che quella candela ancora ardente dietro l’altare rappresenta Gesù non “morto” del tutto, ma la realtà scenica è ben diversa.

Essa significa che quelle tenebre in chiesa sono le tenebre che avvolgono il mondo, tenebre che coloro che officiano hanno procurate nascondendo la Verità (la candela rimasta ardente) non solo al popolo, ma ancor più agli studiosi, falsando non solo la Scrittura, ma inventando tutta una storia assurda che R, Newton non si è riguardato a definire la “truffa di maggior successo della storia della scienza” (sto parlando de L’inganno di Tolomeo).

Vero è che Newton si è scagliato contro la cronologia neo-babilonese, ma dal mio piccolo posso garantirle che la falsificazione non ha risparmiato nulla, scagliandosi addirittura con ferocia inusitata contro Gesù, di cui, infatti, la Chiesa stessa non sa darci un’anagrafe certa, perchè la tiene ben nascosta, come la candela, dietro l’altare, condannando noi alle tenebre.

Potrei scriverle a lungo, ma lei avrà certo capito che sì, è un Offium tenebrarum, ma sarebbe più appropriato chiamarla Messa nera, quella stessa che le cronache cercano nei cimiteri o nelle chiese sconsacrate, ma che ha il suo culto in seno alla Chiesa stessa che non ha tradito, ma è letteralmente posseduta. Se ne guardi

Profetismo e falso profetismo, la disfida del Monte Carmelo

mount-carmel-_-monte-carmelo-_-israelTornando di nuovo sul libro di J.L. Ska Antico testamento. Introduzione ed. kindle c’è ancora una questione che l’autore solleva e con lui, crediamo, tutta l’ecumene che avrà affrontato lo stesso quesito biblico.

Si tratta del passo in cui Acab convoca tutti i profeti per avere consiglio sul muovere guerra o meno (1Re 22). a tal prprosito Ska scrive che

il re consulta i suoi profeti, quattrocento in tutto. Ogni tanto si legge che questi erano profeti di Baal. Non è detto però che siano identici ai profeti di Baal che appaiono nella scena del sacrificio del Monte Carmelo e che erano quattrocentocinquanta (1Re 18,22)

Dunque la questione che si solleva e se la scena sia la stessa descritta nel Ciclo di Elia, anche se in ogni caso il testo parla di falsi profeti.

Vedremo che il testo, usando la chiave ghematrica, riserva delle sorprese e diviene intellegibile nelle sue linee profonde che tratteggiano la stessa identica scena se il lettore accetterà un lemma che il web non propone e che io, oramai stanco di studi liceali, non so rendere energico alla lettura attestandone l’esistenza.

Tuttavia, dopo una breve ma attenta riflessione, mi sono deciso a proporre il post perchè davvero curioso quanto esso offre, curioso fino a tal punto che, se un grecista venisse in mio soccorso, diverrebbe sorprendente. Il lettore mi segua, per favore, senza muovere obiezioni affrettate.

Noi scriveremo χαρμελο il Monte Carmelo e come ho detto non è attestato da nessuna parte se si consulta il web. Il valore ghematrico del lemma è 846 che noi ridurremo a un calendario facendone lo 846 a.C. primo anno di regno di Giosafat (847/846 a.C. in una necessaria ottica di datazione doppia), secondo la nostra cronologia dei Re che ormai è ventennale e dunque ben distante dalla genesi di questo post.

Abbiamo già trovata una relazione importante tra la lettura ghematrica e un regno che non è uno qualsiasi ma quello di Giosafat, cioè di colui che assieme ad Acab vuole muovere guerra. Insomma è il re del contesto descritto dal passo in questione.

Avendo riscritto il lemma quasi italianizzandolo, ma senza stravolgerne la comprensibilità nè, in fondo, l’ortografia, tanto che la fonetica è rimasta intatta, appare davvero curioso che dalla ghematria emerga proprio Giosafat se l’interrogativo di partenza era concentrato sul fatto se quei falsi profeti convocati da Acab fossero gli stessi del Monte Carmelo, monte la cui ghematria conduce a Giosafat, dicendoci sin da subito, la ghematria, che sì, erano proprio loro.

Il lettore potrebbe imputare tutto al caso, ma non solo, sorridere pure di quel χαρμελο che non sta nè in cielo, nè in terra, nè sul monte, appunto, Carmelo, ma a tutto ciò si aggiunge -e lo dico io per primo quasi incredulo- 2Pt 2,17 passo che descrive minuziosamente i falsi profeti come

Costoro sono come sorgenti senz’acqua e come nuvole agitate dalla tempesta, e a loro è riservata l’oscurità delle tenebre. (CEI 2008)

Pietro per descrivere quella “oscurità delle tenebre” usa la locuzione

ὁ ζόφος τοῦ σκότους 

quando quel ζόφος (oscurità) ha un valore ghematrico di 847, quello stesso che abbiamo incontrato per χαρμελο chiudendo un cerchio ghematrico all’altezza del valore cronologico dello stesso che segnava lo 847/846 a.C. come primo anno di regno di Giosafat, uno dei due re coinvolti nel consiglio chiesto ai quattrocento falsi profeti che appaiono essere gli stessi del Ciclo di Elia e forse , ma ne sono certo, per questo il deuteronomista propone la stessa identica scena, perchè identica lo fu, a meno che quella combinazione di elementi ghematrici e cronologici s’inseriscano in due contesti (1Re 22 e 2Pt 2,17) per puro caso, caso che accetta il colpo di fucile che raggiunge la luna, ma non può arrivare fare quattro centri contemporaneamente (ghematria di χαρμελο e di ζόφος,  1Re 22 e 2Pt 2,17 ) sul Monte Carmelo.

Concludo qui questo strano intarsio ghematrico e cronologico mai fuori contesto che ci parla di molti falsi profeti immancabilmente contro uno solo, il quale ben si guarda dal dire “Molti nemici, molto  onore” perchè avrebbe contro, ahilui, pure la politica.

Il silenzio delle Cronache, omissione o precisa scelta? Un approccio ghematrico al problema

albero-genealogico-maria-gesc3b9-giuseppeNella certezza che Jean Louis Ska (Antico testamento. Introduzione, ed. kindle) riassuma la posizione degli studiosi in merito a temi e interrogativi ancora aperti nella lettura e comprensione della Scrittura, affronteremo un altro punto degno di nota che egli ha sollevato ponendolo alla nostra attenzione: Cronache non accenna ai regni unitari, cioè non accenna nè a Davide, nè a Salomone e ciò lascia pensare che quanto “la Bibbia dice di questi due re appartenga più al mondo dei racconti popolari che non alla storia propriamente detta”.

Dunque l’assenza dei due regni per eccellenza è dovuta al fatto che il materiale storico è assente o, in ogni caso, frutto della cultura popolare, piucchè degno di una ricerca e di una catalogazione storica.

Credo che Ska abbia riportato lo stato dell’arte, un arte che non è stata capace d’intendere un silenzio in uno dei punti in cui la storia biblica ha fatto più fragore: Davide e Salomone. Tale silenzio lo si può interpretare solo alla luce di quella stessa Promessa (non più terra, ma discendenza) che il Signore fa dapprima a Davide, per poi rinnovarla a Salomone: l’integrità della Legge patto per una discendenza davidica e salomonica certa (2Re 2,2-4 e 2Re 6,11-13).

E’ in quella Promessa che compaiono i “figli” e la discendenza prende corpo uscendo dalla Promessa tout court. E’ in essa, cioè nella discendenza, che si gioca il destino della monarchia e del regno e di essa, per questo, si occupa Cronache.

Dunque, già da queste poche righe, si capisce che il taglio del cronista non è casuale, non si tratta di una semplice omissione, ma di una scelta ben precisa che esclude Davide e Salomone dalle Cronache perchè concentrata sulla discendenza.

Ben lontana dalla realtà, allora, appare la ragione sinora addotta che verte sulla fantasia popolare che non ha smosso, per i regni unitari, la “penna” del cronista, il quale non ha omesso, ma ha addirittura e semplicemente scelto l’oggetto delle sue Cronache.

Diventa di nuovo curioso, allora, il calcolo ghematrico di quella discendenza, di quei “figli di Davide” che si perpetuarono dalla morte di Salomone, egli stesso depositario della Promessa e dunque escluso dalla discendenza, fino al peccato, retribuito con la distruzione del tempio nel 505 a.C., però, caro professore.

Quel calcolo ghematrico ci parla non di una discendenza tradita, ma traditrice nella carne dei υἱοὶ Δαυιδ (figli di Davide, 2Sam 8,18) che la ghematria con il suo valore di 909 (490/υἱοὶ + 419/Δαυιδ = 909) colloca proprio in quel 909 a.C. che, sempre avendo l’esatta cronologia dei Re, segnò la divisione del regno e l’ingresso nella storia di quella stessa discendenza oggetto della Promessa.

Una discendenza che si rivela anche nel grande affresco apocalittico di Giovanni in cui la ghematria celebra un unione sponsale tra Ἀντιπᾶς (Antipa) e la “Donna vestita di sole” (γυνή) i cui valori ghematrici sono, rispettivamente 448  e 461 che se sommati danno un valore complessivo di 909, cioè di nuovo il 909 a.C., parlandoci di una Nuova discendenza generata da una “fedele testimonianza” (Antipa, metafora della fedeltà a Dio, Ap 2,13 ) e da una chiesa che ne accoglie la parola, per la genesi di una stirpe nuova, frutto essa stessa di una Promessa (Gen 3,15).

Il silenzio del cronista, allora, tutto è fuorchè omissione perchè in realtà scelta cosciente tra il prima e il dopo Davide e Salomone, come noi sappiamo distinguere tra i padri e i figli che non hanno quasi mai la stessa storia; mai, come in questo caso, la stessa Promessa.

Al fine di una maggiore comprensione e nell’impossibilità di scrivere un pezzo unico, raccomando caldamente anche:

L’eredità di un prologo

Luca e la discendenza davidica