Abba Giovanni

Un giorno dei fratelli giunsero a visitare abba Giovanni e chiesero: “Abba, dicci una parola!”. Abba Giovanni, senza distogliere gli occhi dalla corda che stava intrecciando, disse: “Un cattivo monaco è migliore di un buon marito”. I fratelli, meravigliati, fecero una metania e si congedarono edificati.

La Corona non è solo quella del rosario, chiaro?

Siete liberi di ritenere quanto segue la tipica farneticazione delirante di un pazzo, ma se non adotterete questa cronologia, l’unica che riporta la Storia della salvezza nel suo alveo naturale, gli ospedali da campo che dovrete allestire saranno solo il problema minore, perché quello pressante sarà costituto dai cadaveri che vi obbligheranno a murare forni crematori ad hoc, tanti saranno i morti.

Ritenete tutto frutto del pazzo di turno, ma ricordate: all’inaugurazione del primo forno ci sarò, sarò virtualmente presente a ricordarvi che con i Re e la loro Corona, virus o meno, non si scherza e se lo si fa se ne suscitano le i…Re!.

Il vaglio biblico

Stiamo leggendo Spirito e fuoco, opera dello Pseudo-Macario, nell’edizione curata da Lisa Cremaschi della comunità monastica di Bose e ci siamo imbattuti in un quesito ancora irrisolto, crediamo.

In sostanza si tratta di un passo dell’omelia 12 in cui leggiamo

Allora il Signore disse loro: “Perché vi stupite dei miracoli? Vi consegno una grande eredità che il mondo non conosce”.

La critica, quella della Cremaschi riportata alla nota 71 e il cui contenuto potrebbe essere datato, non ha risolto il rebus di un ipsissima verba che non compare nei vangeli, ma di cui Macario è al corrente, tanto da citarlo a memoria, quando quella memoria dei Padri aveva assimilata l’intera Scrittura.

Questo significa che Macario non si affida a una sua interpretazione e la citazione non è frutto di una sua personale riflessione, ma faceva parte dei vangeli se, come abbiamo scritto e come è risaputo, i Padri, i vangeli, li conoscevano a memoria.

Di qui l’imbarazzo della critica che non sa spiegarsi come mai, trattandosi di un ipsissima verba, quelle parole del Signore non compaiano nei vangeli. Entra così in gioco – e forse per gioco- il nostro blog che da sempre denuncia l’impossibile: la Sacra Scrittura devastata non solo, allora, nella sua cronologia; non solo nella sua ortografia (quella che, se esatta, permette il calcolo ghematrico nella versione greca), ma addirittura falcidiata nei versetti, ora modificati; ora, ed è davvero scandaloso, cancellati.

Un’operazione tale non è imputabile al tempo, non è imputabile ai copisti o alle vicissitudini dei manoscritti, perché un versetto non lo si salta a meno che non lo si debba saltare.

Già a suo tempo avevamo messo in guardia gli studiosi da un altro strano fatto che li imbarazza: le citazioni dei Padri a volte non collimano con gli stessi passi che attualmente offrono le Bibbie in uso e conosciute.

In questo senso, Luciana Mortari, nella sua introduzione alla collezione alfabetica dei Detti, ha scritto chiaro che niente fa dubitare dell’originalità della Bibbia che è giunta a noi; ma adesso, quando la critica per bocca di A. Resch, brancola di nuovo nel buio e non a causa di differenze ma di veri e propri spazi bianchi nei vangeli, crediamo sia davvero difficile almeno non dubitare, non dubitare cioè che l’intero corpus biblico sia stato passato al vaglio e ne sia stata offerta una versione solo in parte fedele, perché un intero versetto non si perde lungo le strade: si cancella.

Adesso gli studiosi potrebbero, crediamo, prendere in considerazione l’impossibile, cioè che satana non ha chiesto solo di vagliare gli Apostoli (Lc 22,31), ma anche le loro opere e il risultato, sinora, è agli occhi di nessuno.

Ps: un’attenta analisi testuale del versetto citato dallo Pseudo-Macario potrebbe rilevarne le caratteristiche e collocarlo laddove nessuna si immaginava: in uno dei quattro vangeli.

I grandi vecchi del deserto

Sulla scorta di alcuni post dedicati ai Padri del deserto, potremmo essere confusi con un classico anticlericale, perché noi vediamo nell’apoftegma quarto della serie alfabetica di Giovanni il Persiano uno scambio di titoli, se fedele è Pietro e dottore è Paolo.

L’elenco che gli studiosi, certamente la Mortari, indicano come sintesi degli aspetti della patristica del deserto, aspetti che vanno sotto il nome di “tipizzazione”, cioè il ricorso alle caratteristiche peculiari con cui si distinguono i singoli personaggi biblici, è infatti poco allineato con la Scrittura che da sola vorrebbe che fedele fosse Giovanni, avendo seguito Gesù sino ai piedi della croce e avendo assistito in prima persona alla Sua morte e non Pietro che Lo ha rinnegato tre volte; come vorrebbe dottore Luca perché non solo ci ha consegnato un Vangelo, ma è espressamente indicato come tale da Paolo (Col 4,14) che invece ne fa le veci, come se l’unica laurea che la Scrittura riconosce fossero i piedi di Gamaliele (At 22,3).

Come si evince già da questo, qualcuno millanta crediti non suoi, oppure è costretto suo malgrado a farlo, perché i posteri, cioè i loro successori, quelli di San Pietro e Paolo, appunto, hanno preteso di essere laddove addirittura fallirono e hanno preteso di essere ciò che mai furono, cioè l’uno (Pietro) fedele; l’altro (Paolo) dottore.

Come dicevamo in apertura, tutto questo potrebbe essere frainteso e giudicato frutto del più becero anticattolicesimo, ma noi vorremmo darne prova, dare cioè prova che non noi, ma loro, loro hanno davvero falsato il Detto di Giovanni il Persiano screditando non solo i Detti, ma addirittura i Padri, a cui universalmente si riconosce un’assoluta padronanza scritturale, come del resto testimonia, scrivendolo espressamente, la Mortari nella sua breve introduzione al personaggio, cioè a Giovanni Persiano, a cui attribuisce, proprio in virtù del Detto quarto, una competenza e una capacità biblica tali da fargli cogliere, nella loro sintesi, i tipi e gli archetipi scritturali.

Leggiamo infatti dal “viva voce” della Mortari che

L’ultimo testo (Detto) mostra [il Persiano] un’ampia conoscenza e un uso molto sapiente della Scrittura

Tuttavia, al di là della facile nota, ella non nota che è in aperta contraddizione con se stessa, a meno che o Giovanni Persiano o la Mortari siano l’esatto contrario, cioè o l’uno o l’altra si caratterizzino per una assoluta ignoranza scritturale.

Infatti, mi pare di poter dire che finora nessuno ha notato l’assurdo, mentre e proprio perchè si è notata la finezza di Giovanni Persiano che è ben riassunta nella citazione che gli attribuisce una notevole capacità scritturale.

Adesso entro in sfida con il lettore a cui chiedo di leggere la seconda citazione, cioè quella a seguire, che riporta il focus del detto o la tipizzazione di cui stiamo parlando. Sfido il lettore prima a leggere, poi a riflettere e capire se non nota nulla di strano oltre al nostro e precedente qui pro quo sui titoli di cui si fregiano non Giovanni e Luca, ma Pietro e Paolo, rispettivamente “fedele” e “dottore”.

Procediamo dunque e riportiamo la tipizzazione in questione

Perché dovrei dubitare? Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come Davide, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone

Se vi siete soffermati un attimo a riflettere sui “tipi”, avrete certamente notato la contraddizione: da una parte si afferma che Giovanni il Persiano era molto preparato e che tutto tradisce una grande esperienza biblica; dall’altra e tutto ciò è assolutamente smentito, tanto che possiamo ben dire che neanche io mai avrei scritto a quel modo.

Questo non perché la tipizzazione non sia centrata, anzi, mi spingo sino a dire che sì, Pietro è fedele e Paolo è dottore, ma per dirlo, se si è a conoscenza minuziosa delle Scritture, bisogna, perché inevitabile, dargli un ordine, quando quell’ordine nella tipizzazione proprio non c’è, anzi, neppure c’è una logica.

Rileggiamolo:

Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come Davide, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone

Come potete vedere, evangelisti, re e profeti, si susseguono senza un briciolo di ordine, seppure logico, quando il canone dell’AT era stato già fissato, per cui una conoscenza mnenmonica delle Scritture, quella che tipizza i Padri, avrebbe imposto ipso facto un ordine nell’elenco; oppure avrebbe espresso un ordine altro, ma evidente.

Invece nulla di tutto questo: tutto procede a caso, come se a un re biblico si susseguisse un evangelista, come se, insomma, Salomone venga per ultimo e non cronologicamente o logicamente dopo Davide, oppure seguendo i Libri biblici, vetero e neo testamentari.

Si potrebbe dire che coloro che hanno tramandato il detto si sono persi nella loro stessa memoria, ma allora che memoria sono i Detti patristici se non sono capaci neppure di un ordine che riveli il rispetto scritturale e patristico?

Io, blogger di provincia, mai avrei citato a quel modo, ma avrei dato uno straccio d’ordine, oppure avrei premesso e spiegato il mio, mentre al Persiano si è imposto un caos mentale tipico davvero di un grande vecchio, persino, e non Persiano, troppo.

A mio parere è evidente che:

1 per imporre il falso in Pietro e Paolo, al posto di Giovanni e Luca, come tipi, rispettivamente, di fedeltà e dottrina

2 si è creato prima un caos ad arte

3 per poi pescare nel già ridotto a torbido

4 cosicchè coloro che avessero storto il naso sul dottorato di Paolo e la fedeltà di Pietro

5 si trovassero di fronte un testo già incerto nella sua pretesa tipizzazione.

Se tutto questo non è vero, se davvero Giovanni Battista precede Geremia e Salomone è successivo a Paolo, credo urga una nuova lettura del deserto, non più appannaggio degli spirituali, ma degli specialisti: i geriatri.

La dramma perduta

Sarà un post breve, numismatico, perché affideremo alle monete il dialogo sulla verità, in primis storica, cioè il conio originale che sembra andato perduto, ma che riaffiora strada facendo e noi di strada ne abbiamo fatta molta e sempre in un unica direzione, quella che porta al Golgota del 35 d.C. e che conduce, lo stesso anno, alla relazione sui fatti gerosolomitani che giunge nelle mani di Tiberio sempre quello stesso anno, perché essa fu il frutto della fatica di Luca che così non solo offrì il suo Vangelo (quello è la relazione) a Roma, ma la convertì, nel senso che ne aprì le porte, affinché la predicazione, noi crediamo di Giovanni, potesse penetrare.

Stanchi di tanto viaggio, raccogliamo allora la moneta perduta, un dramma neroniano a quanto si scrive, ma che è smentito dai fatti, mentre quegli stessi fatti danno ragione a noi se la foto sotto la si sa interpretare nel suo senso originale che emerge solo con una cronologia esatta, mentre diviene assolutamente inintellegibile con quel corso forzoso -in realtà, mentre scrivo, penso assolutamente falso- che si è dato alla storia.

Osserviamola, allora, la moneta linkando anche a wiki che la pubblica e che offre la didascalia che dovrebbe, almeno, tenere presente la numerazione greca che per lambda (30) ed epsilon (5) da, casomai, un trentacinquesimo anno, qualunque esso sia e non un incomprensibile “quinto” di Nerone, come scrive wiki, che magari ha davvero coniato la moneta, ma solo per celebrare un evento: il Re dei Giudei che Giovanni ricorda nel suo Vangelo in 12,13.

Moneta (Prutah) coniata da Porcio Festo durante il suo governatorato [in Giudea].
Dritto: Lettere greche indicanti NEP WNO C (Nerone)
Rovescio: KAICAPOC (Cesare) e la data LE (cioè 5º anno del regno di Nerone corrispondente al 58/59 d.C.) attorno ad un ramo di palma

Come vedete nella foto, ma meglio ancora leggendo la didascalia di wiki che analizza la moneta per noi ben riassumendo quindi le conclusioni numismatiche a cui si è giunti sinora, non solo quel LE, cioè lambda ed epsilon, valgono 35, cioè il 35 d.C. quando, è vero, Gesù fu crocefisso, ma anche anno in cui Gerusalemme, poco prima, aveva salutato il suo Re perché essa uscendo nelle vie e nelle piazze

prese dei rami di palme … incontro a lui gridando:

Osanna!

Benedetto colui che viene nel nome del Signore,

il re d’Israele! (Gv 12,13)

Ecco allora nella moneta non solo il 35 d.C. come anno, ma pure la sua cornice, cioè un ramo di palma che ricorda l’unica citazione neo testamentaria della pianta, in ogni caso delle sue estremità che assurgono a simbolo regale.

Crediamo, allora, che quel conio celebri, se appartiene a Porcio Festo, l’anno dell’incoronazione di Gesù a Re di Gerusalemme, cioè il 35 d.C., dopo ( molto dopo, se coniata in epoca neroniana le cui caratteristiche storiche dovrebbero essere rivalutate ex novo) che il Vangelo aveva già conquistato Roma. Quella moneta è l’effige di quella celebrazione, cioè di un impero in… Festo.

Ps: alla luce di tutto questo, anche nella sola misura del plausibile, la leggenda nera di Nerone diviene una leggenda aurea perché nuova di zecca.

Macario il Magnifico

Di Macario l’Egiziano, Padre del deserto, il blog se ne è occupato a più riprese, senza mai creare una categoria specifica che però è sopperita dalla possibilità che il menù dà di aprire la ricerca e digitare “Macario” e leggere tutti i post che lo riguardano.

Uno di questi, datato di alcuni anni e dedicato alla maturità di quell’anno che esaltava la filosofia, aveva aperta una precisa traccia di riflessione, ma in completo fuori tema, insomma un quattro assicurato.

Infatti, noi avevamo fatto notare che l’apoftegma XIII dell’alfabetica e attribuito a Macario il Grande, non era una storiella dabbene, non entravano in gioco mummie e diavoli per un banale capriccio horror, ma celavano una sintesi preziosa che adesso, con questo post, lo diviene, secondo noi, ancor di più.

L’apoftegma in questione, noi l’avevamo interpretato ugualmente come una lotta tra demoni e Macario, ma non prima però di aver sottolineato quello che forse è sfuggito a tutti: le “antiche mummie” del Detto XIII erano “greche”, specificazione che non apparirebbe fondamentale nell’economia del Detto che già aveva attirata l’attenzione con i diavoli di turno che tentano Macario con “voce di donna” per un mix di sesso e paura capace di affascinare solo alcuni (pochi) lettori.

Quelle mummie del detto XIII essendo “antiche” e “greche” simboleggiano la filosofia, scienza o sapere oramai mummificato, perché, come tra l’altro scrive Paolo in 1 Corinti 1,17-28, tutta la filosofia dell’uomo, tutta la sua riflessione, non erano riusciti a far luce sul mistero di Dio, mentre la croce, la croce dell’insipienza e della follia, Lo aveva mostrato a “tutta Roma” (Mt 27,54).

La filosofia, insomma, aveva fallito e dunque quel suo apparire una mummia sta lì a dirci che essa era un passato forse non putrefatto, è vero, ma morto e del tutto irrecuperabile, cioè capace ormai di esprimere niente di più che repulsione, vuoi perché cadavere e vuoi perché anche il demonio se ne prende gioco, avendo ben altro nemico da combattere: Macario.

Tuttavia, tra Macario e le mummie, cioè i filosofi, c’è una scaramuccia ma tutto si risolve con una gomitata al cadavere, filosofo di turno che il Padre a sotto di sé, gomitata che lo invita ad andare nelle tenebre, cioè nel dimenticatoio della ragione e della fede.

Macario, così facendo però, dimostra di essere in grado di confrontarsi con dei filosofi, magari illustri, e vincerli. Questo mal si concilia con la sua ex professione di cammelliere, mestiere che difficilmente può permettersi una cultura accademica, in ogni caso quella necessaria ad affrontare degli intellettuali di professione.

Macario, faccio un esempio, era stato cammelliere, cioè camionista e quindi la sua uscita e riuscita vittoriose contro un manipolo di intellettuali cadaverici suonano davvero strane ed ecco perché ci si interroga ancora sull’altro Macario, quello d’Egitto che si ritiene altro rispetto a Macario l’Egiziano, ma solo perché non si è capito che Macario fu istruito dallo Spirito Santo e dunque tutta l’imponente produzione letteraria attribuita all’ancora ignoto Macario d’Egitto è sua, è di Macario l’Egiziano, alias Macario il Grande, che però, come vedremo, diviene il Magnifico.

In particolare, infatti, è sua la prima lettera indirizzata “ai giovani della sua professione” cioè, ed evidentemente, ai giovani cammellieri e non a generici filios dei. Macario, insomma, invita i giovani a seguirlo in un deserto che ha fatto di lui, da cammelliere che era, un capolavoro dello Spirito Santo, perché Esso, come nell’ex ladrone e schiavo Mose, “grandi cose ha fatto in lui”, per un Magnificat in versione maschile ma ugualmente potente.

E’ proprio la lettera ai giovani della sua professione che costituisce il trait d’union tra due figure altrimenti enigmatiche, cioè Macario l’Egiziano e Macario d’Egitto, perché il primo, nelle vesti del secondo, invita non a tentare la fortuna, ieri come oggi, ma il deserto, dopo che il flusso del Vangelo lo aveva fecondato. Non tutti feconderanno le celle, solo pochi, talvolta uno, ma a tutti gli altri sarà riconosciuto il merito di aver costituito un movimento di massa vitale quant’altri mai.

Tutta la confusione che allora regna -e non solo nei nomi (Macario l’Egiziano per Macario d’Egitto)- è giustificabile solo se non siamo consacrati, se siamo cioè quegli stessi filosofi con cui Macario ha litigato prendendo lui la ragione; mentre se siamo consacrati appare incomprensibile che neppure sia stata presa in considerazione l’ispirazione divina nella sua opera, ispirazione che fece di un camionista un raffinato e fecondissimo intellettuale.

Essere dei consacrati e non credere alla consacrazione altrui non necessariamente comporta la mancanza di fede o il falso, ma certamente denota una fede malinconica al ricordo della vocazione che fu.

Ps: per alcune informazioni sulla lettera di Macario ai giovani della sua professione e relative alla sua attribuzione, si legga la nota 66 di G. Colombàs “Il monachesimo delle origini. La spiritualità”, ed. Jaka Book, 2017

Donmignotte

Alcuni post nascono dal titolo che scrivi subito, temendo di dimenticarlo. E’ così, allora, che nasce Donmignotte perché stiamo leggendo proficuamente l’opera seconda di Garcìa Colombàs sul monachesimo delle origini, in particolare quella dedicata alla spiritualità dei Padri e c’imbattiamo, sovente, nella verginità di cui molti di loro hanno scritto, sebbene talvolta sposati.

Questo ci ha fatto riaffiorare alla mente un tema che si compone di due spunti: La Maddalena, che la tradizione ci consegna prostituta; e Apocalisse che ci parla di vergini che sì, non si sono combinati con donne, ma anche che sono senza macchia perché nella loro bocca non c’è menzogna (14,5).

La Maddalena, prostituta, si fregia di un titolo, cioè quello di essere stata non solo la prima ad accorrere al sepolcro, ma l’unica ad aver creduto che fosse Lui il Risorto, perché sul far dell’alba ella corse e per prima assisté alla resurrezione, tanto che la sua fede è la più grande, più grande di tutti.

Ciò significa, se la tradizione non sbaglia, che la prima testimone oculare della resurrezione fu una prostituta, forse addirittura una puttana, tagliando fuori molti canoni di santità che esigerebbero una purità nel corpo, magari sì, semprevergine, ma non tanto da correre al sepolcro in preda alle fregole, quelle dello Spirito però.

Non è dunque il corpo che fa il santo, ma l’anima, un’anima, appunto, vergine perché non ha mentito, tant’è che i vergini – ed ecco il secondo aspetto- di Apocalisse non si sono mai macchiati con la menzogna e nelle loro bocche essa non fu trovata, tanto che sono, per questo, vergini, a meno che la moglie non sia di per se stessa fucina di bugie (questo lo sanno solo i mariti, però).

Apparirebbe, dunque, che la verginità che s’intendeva alle origini altro non fosse che un’anima candida, più che un corpo illibato, tant’è che se di fuori si può apparire belli, dentro si può essere pieni di ogni lordura, simili insomma a sepolcri imbiancati (Mt 23,27), perché “vergini” fuori e per questo belli all’uomo, ma dentro se ne sono combinate di tutti colori.

Che sia, poi, la verità il leitmotiv della verginità appare, secondi noi, anche da una locuzione molto in voga, cioè il Cristo Via, Verità e Vita che tutti considerano attributi a se stanti, ma in realtà compongono un unico percorso che vuole la via condurre alla verità e la verità condurre alla vita, quella eterna.

Se la Via è il Padre, cioè l’AT, la Verità è allora il Figlio, cioè il NT; mentre la Vita e la Vita nello Spirito Santo, cioè nello Spirito di verità che è così Via, Verità e Vita. La Verità è fine e mezzo, essa è fine e strumento, tanto che non si può essere immacolati, se maculata dalla menzogna è l’anima.

Non è dunque il corpo che fa il vergine, e il matrimonio non significa perdere una condizione d’innocenza se quell’innocenza è nell’anima e dunque si può non solo essere sposati, ma aver frequentato i postriboli e uscirne candidi, a differenza di coloro che frequentano gli altari ma sono consacrati alla menzogna, se non addirittura alla ricchezza abbondante che mai ha capito, in ogni caso ha dimenticato, che “o me o Mammona” altro non significa, se Gesù è la verità, “o la verità o i quattrini”, stante però a sé il fenomeno cattolico, cioè quello che è soltanto un cristianesimo ricco.

Ci appaiono, in questo contesto, segni evidenti alcuni santi ortodossi che baciavano le mura dei bordelli e inveivano contro distinte e dabbene signore, perché appare evidente che l’intendere la verginità dell’anima più che del corpo era già d’uso, come era d’uso imbrattare le chiese imbiancate (altro bel titolo per il post) rifacendosi così una verginità combattendo i mulini a tempo o le chiese a ore che dir di voglia.