Macario il Magnifico

Di Macario l’Egiziano, Padre del deserto, il blog se ne è occupato a più riprese, senza mai creare una categoria specifica che però è sopperita dalla possibilità che il menù dà di aprire la ricerca e digitare “Macario” e leggere tutti i post che lo riguardano.

Uno di questi, datato di alcuni anni e dedicato alla maturità di quell’anno che esaltava la filosofia, aveva aperta una precisa traccia di riflessione, ma in completo fuori tema, insomma un quattro assicurato.

Infatti, noi avevamo fatto notare che l’apoftegma XIII dell’alfabetica e attribuito a Macario il Grande, non era una storiella dabbene, non entravano in gioco mummie e diavoli per un banale capriccio horror, ma celavano una sintesi preziosa che adesso, con questo post, lo diviene, secondo noi, ancor di più.

L’apoftegma in questione, noi l’avevamo interpretato ugualmente come una lotta tra demoni e Macario, ma non prima però di aver sottolineato quello che forse è sfuggito a tutti: le “antiche mummie” del Detto XIII erano “greche”, specificazione che non apparirebbe fondamentale nell’economia del Detto che già aveva attirata l’attenzione con i diavoli di turno che tentano Macario con “voce di donna” per un mix di sesso e paura capace di affascinare solo alcuni (pochi) lettori.

Quelle mummie del detto XIII essendo “antiche” e “greche” simboleggiano la filosofia, scienza o sapere oramai mummificato, perché, come tra l’altro scrive Paolo in 1 Corinti 1,17-28, tutta la filosofia dell’uomo, tutta la sua riflessione, non erano riusciti a far luce sul mistero di Dio, mentre la croce, la croce dell’insipienza e della follia, Lo aveva mostrato a “tutta Roma” (Mt 27,54).

La filosofia, insomma, aveva fallito e dunque quel suo apparire una mummia sta lì a dirci che essa era un passato forse non putrefatto, è vero, ma morto e del tutto irrecuperabile, cioè capace ormai di esprimere niente di più che repulsione, vuoi perché cadavere e vuoi perché anche il demonio se ne prende gioco, avendo ben altro nemico da combattere: Macario.

Tuttavia, tra Macario e le mummie, cioè i filosofi, c’è una scaramuccia ma tutto si risolve con una gomitata al cadavere, filosofo di turno che il Padre a sotto di sé, gomitata che lo invita ad andare nelle tenebre, cioè nel dimenticatoio della ragione e della fede.

Macario, così facendo però, dimostra di essere in grado di confrontarsi con dei filosofi, magari illustri, e vincerli. Questo mal si concilia con la sua ex professione di cammelliere, mestiere che difficilmente può permettersi una cultura accademica, in ogni caso quella necessaria ad affrontare degli intellettuali di professione.

Macario, faccio un esempio, era stato cammelliere, cioè camionista e quindi la sua uscita e riuscita vittoriose contro un manipolo di intellettuali cadaverici suonano davvero strane ed ecco perché ci si interroga ancora sull’altro Macario, quello d’Egitto che si ritiene altro rispetto a Macario l’Egiziano, ma solo perché non si è capito che Macario fu istruito dallo Spirito Santo e dunque tutta l’imponente produzione letteraria attribuita all’ancora ignoto Macario d’Egitto è sua, è di Macario l’Egiziano, alias Macario il Grande, che però, come vedremo, diviene il Magnifico.

In particolare, infatti, è sua la prima lettera indirizzata “ai giovani della sua professione” cioè, ed evidentemente, ai giovani cammellieri e non a generici filios dei. Macario, insomma, invita i giovani a seguirlo in un deserto che ha fatto di lui, da cammelliere che era, un capolavoro dello Spirito Santo, perché Esso, come nell’ex ladrone e schiavo Mose, “grandi cose ha fatto in lui”, per un Magnificat in versione maschile ma ugualmente potente.

E’ proprio la lettera ai giovani della sua professione che costituisce il trait d’union tra due figure altrimenti enigmatiche, cioè Macario l’Egiziano e Macario d’Egitto, perché il primo, nelle vesti del secondo, invita non a tentare la fortuna, ieri come oggi, ma il deserto, dopo che il flusso del Vangelo lo aveva fecondato. Non tutti feconderanno le celle, solo pochi, talvolta uno, ma a tutti gli altri sarà riconosciuto il merito di aver costituito un movimento di massa vitale quant’altri mai.

Tutta la confusione che allora regna -e non solo nei nomi (Macario l’Egiziano per Macario d’Egitto)- è giustificabile solo se non siamo consacrati, se siamo cioè quegli stessi filosofi con cui Macario ha litigato prendendo lui la ragione; mentre se siamo consacrati appare incomprensibile che neppure sia stata presa in considerazione l’ispirazione divina nella sua opera, ispirazione che fece di un camionista un raffinato e fecondissimo intellettuale.

Essere dei consacrati e non credere alla consacrazione altrui non necessariamente comporta la mancanza di fede o il falso, ma certamente denota una fede malinconica al ricordo della vocazione che fu.

Ps: per alcune informazioni sulla lettera di Macario ai giovani della sua professione e relative alla sua attribuzione, si legga la nota 66 di G. Colombàs “Il monachesimo delle origini. La spiritualità”, ed. Jaka Book, 2017

Donmignotte

Alcuni post nascono dal titolo che scrivi subito, temendo di dimenticarlo. E’ così, allora, che nasce Donmignotte perché stiamo leggendo proficuamente l’opera seconda di Garcìa Colombàs sul monachesimo delle origini, in particolare quella dedicata alla spiritualità dei Padri e c’imbattiamo, sovente, nella verginità di cui molti di loro hanno scritto, sebbene talvolta sposati.

Questo ci ha fatto riaffiorare alla mente un tema che si compone di due spunti: La Maddalena, che la tradizione ci consegna prostituta; e Apocalisse che ci parla di vergini che sì, non si sono combinati con donne, ma anche che sono senza macchia perché nella loro bocca non c’è menzogna (14,5).

La Maddalena, prostituta, si fregia di un titolo, cioè quello di essere stata non solo la prima ad accorrere al sepolcro, ma l’unica ad aver creduto che fosse Lui il Risorto, perché sul far dell’alba ella corse e per prima assisté alla resurrezione, tanto che la sua fede è la più grande, più grande di tutti.

Ciò significa, se la tradizione non sbaglia, che la prima testimone oculare della resurrezione fu una prostituta, forse addirittura una puttana, tagliando fuori molti canoni di santità che esigerebbero una purità nel corpo, magari sì, semprevergine, ma non tanto da correre al sepolcro in preda alle fregole, quelle dello Spirito però.

Non è dunque il corpo che fa il santo, ma l’anima, un’anima, appunto, vergine perché non ha mentito, tant’è che i vergini – ed ecco il secondo aspetto- di Apocalisse non si sono mai macchiati con la menzogna e nelle loro bocche essa non fu trovata, tanto che sono, per questo, vergini, a meno che la moglie non sia di per se stessa fucina di bugie (questo lo sanno solo i mariti, però).

Apparirebbe, dunque, che la verginità che s’intendeva alle origini altro non fosse che un’anima candida, più che un corpo illibato, tant’è che se di fuori si può apparire belli, dentro si può essere pieni di ogni lordura, simili insomma a sepolcri imbiancati (Mt 23,27), perché “vergini” fuori e per questo belli all’uomo, ma dentro se ne sono combinate di tutti colori.

Che sia, poi, la verità il leitmotiv della verginità appare, secondi noi, anche da una locuzione molto in voga, cioè il Cristo Via, Verità e Vita che tutti considerano attributi a se stanti, ma in realtà compongono un unico percorso che vuole la via condurre alla verità e la verità condurre alla vita, quella eterna.

Se la Via è il Padre, cioè l’AT, la Verità è allora il Figlio, cioè il NT; mentre la Vita e la Vita nello Spirito Santo, cioè nello Spirito di verità che è così Via, Verità e Vita. La Verità è fine e mezzo, essa è fine e strumento, tanto che non si può essere immacolati, se maculata dalla menzogna è l’anima.

Non è dunque il corpo che fa il vergine, e il matrimonio non significa perdere una condizione d’innocenza se quell’innocenza è nell’anima e dunque si può non solo essere sposati, ma aver frequentato i postriboli e uscirne candidi, a differenza di coloro che frequentano gli altari ma sono consacrati alla menzogna, se non addirittura alla ricchezza abbondante che mai ha capito, in ogni caso ha dimenticato, che “o me o Mammona” altro non significa, se Gesù è la verità, “o la verità o i quattrini”, stante però a sé il fenomeno cattolico, cioè quello che è soltanto un cristianesimo ricco.

Ci appaiono, in questo contesto, segni evidenti alcuni santi ortodossi che baciavano le mura dei bordelli e inveivano contro distinte e dabbene signore, perché appare evidente che l’intendere la verginità dell’anima più che del corpo era già d’uso, come era d’uso imbrattare le chiese imbiancate (altro bel titolo per il post) rifacendosi così una verginità combattendo i mulini a tempo o le chiese a ore che dir di voglia.

Hic sunt leones

Giovanni Crisostomo

Nel 386 d.C. Giovanni Crisostomo, in contrasto alle ricorrenze giudaiche, sostenne fermamente la celebrazione del Natale al 25 dicembre. Pertanto, sia le comunità cristiane di Antiochia, quindi della Tracia e dell’Anatolia, si adeguarono a tale data. La convinzione, forse forzata, dello stesso Crisostomo fu quella che, a sua interpretazione arbitraria dei Vangeli, il Battista fu concepito in settembre, pertanto Gesù, di sei mesi più vecchio, fu concepito a marzo, e quindi nacque in dicembre. Tuttavia, alcuni storici come Erbes, darebbero le date liturgiche separate del Natale e dell’Epifania già come tacitamente pre-accordate già durante il Concilio di Nicea del 325 d.C. Certo è che, sia il Crisostomo, che un altro famoso Padre della Chiesa, San Girolamo[3], sostennero che, se il Signore si manifestò in Gesù bambino a Betlemme, Egli si rese veramente pubblico trent’anni dopo, nel Gesù adulto del Giordano. Pertanto, già sul finire del IV secolo, adorazione dei Magi e Battesimo di Gesù divennero due ricorrenze separate.

San Epifanio di Salamina

L’“Epifania” intesa come solo Battesimo (il battesimo di Gesù avvenne poco prima dell’inizio del suo ministero all’età di circa 30 anni, fu ad opera di Giovanni Battista come riportato nei vangeli Mat. 3.13-17, Luc. 3.2; Mar 1.9-11; Giov 1.32-34) di Gesù fu riconfermata dal teologo (San) Epifanio Salamina di Costanza di Cipro d’Oriente, uno dei Padri della Chiesa Cattolica. Essa doveva ricadere 12 giorni dopo la ricorrenza del Natale, questo probabilmente per assorbire gli antichi simbolismi del numero 12 nei precedenti riti pagani del Sol Invictus. Il problema delle date si restrinse solo più nell’adattamento ai vari tipi di calendari; un antico documento, il Cronografo del 354 di Furio Dionisio Filocalo, citava tutte le ricorrenze romano-cristiane dopo il Concilio di Nicea del 325 d.C., compresa l’Epifania; nel 46 però, Giulio Cesare aveva introdotto il calendario giuliano e, a causa di complessi calcoli, quello giuliano risultava sfasato di esattamente 13 giorni più avanti rispetto a quello più recente gregoriano, adottato nel mondo occidentale cattolico dall’anno 1582. Invece, gli Ortodossi della Chiesa d’Oriente di rito Bizantino, chiamati anche “Cristiani Ortodossi di Vecchio Calendario (o di Calendario Giuliano)”, celebrano l’Epifania il 19 gennaio del nostro calendario, e la chiamano Teofania (=manifestazione di Dio)[4], mentre il “loro” Natale cade il 7 gennaio. Inoltre, la suddetta Teofania di Calendario Giuliano viene celebrata come la sola Commemorazione del Battesimo di Gesù nel Fiume Giordano. Per la Chiesa di rito romano, madre dell’attuale Cattolicesimo, l’Epifania doveva cadere il 6 gennaio del calendario gregoriano, commemorando la “manifestazione” del Signore attraverso il segno rivelatore dell’adorazione dei Magi a Betlemme, mentre il Battesimo di Gesù, invece, doveva essere separato, e cadere quindi nella domenica immediatamente successiva al 6 gennaio. Fu sempre nello stesso periodo che, per le sole Chiese romane, l’adorazione dei Magi fu fatta coincidere col 6 gennaio piuttosto che col 25 dicembre, sebbene le due ricorrenze commemorino sempre la stessa manifestazione di Betlemme.

Per alcuni paesi cristiani in cui l’Epifania non era istituita come festa di precetto, questa veniva celebrata il lunedì coincidente o successivo al 6 gennaio; nella forma straordinaria, invece, il Battesimo di Gesù viene celebrato in un giorno fisso, detto l’“ottava di Epifania” (13 gennaio) e cioè 8 giorni dopo l’Epifania.

La ricorrenza del Battesimo di Gesù conclude tutto il periodo natalizio dell’anno liturgico cattolico romano.

Ci battiamo contro i leoni, certi però che gli sono stati cavati i denti, cioè che wiki, fonte delle citazioni, riporta quello che si è fatto dire al Crisostomo e a Epifanio, perché noi non celebriamo il Natale al 25 di dicembre (vedi categoria), sebbene le fauci della tradizione si spalanchino.

Ci battiamo contro i leoni armati solo di una coincidenza che è prestata dal numero 12 che appare essere frutto di un simbolismo, quello che vuole riassumere il calendario che separa il Natale del 25 dicembre al 6 dì gennaio dell’Epifania.

C’è poco da fare: 12 sono i giorni e 12 sono le tribù d’Israele, come 12 sono gli apostoli e 12 le stelle della corona apocalittica, per cui quel 12 giornaliero non stona.

Ma – perché c’è un ma ed è bello chiaro- noi siamo in possesso di una cronologia, in particolare di un’anagrafe gesuana che offre essa stessa un 12, il 12 a.C. in cui noi, ma anche altri studiosi, affermiamo siano giunti i Magi, tanto è vero che l’astronomia stessa sembra confermarne l’arrivo se Halley passa su Gerusalemme o Betlemme proprio nel 12 a.C.

In quest’anno si è consumato l’errore di coloro che vogliono un Gesù molto più anziano alla crocefissione, perché fissando la data di nascita in quell’anno, non si è tenuto conto che Erode uccide i bambini da 2 anni in giù, per cui Gesù nasce almeno nel 14 a.C., ma sfugge alla strage per cui è molto più probabile il 15 a.C. come Natale (in ogni caso è il 15 a.C. che disciplina l’intero asse portante della cronologia biblica: i Re).

Resta di fatto che i Magi giunsero a cavallo di una stella, a cavallo di Halley nel 12 a.C. e quel 12, allora, ricalca lo schema, quello originale però, che ne vuole la nascita nel 15 a.C.; l’arrivo dei Magi o la Sua epifania nel 12 a.C.; la Sua leadership nel 15 d.C. ai “circa trent’anni” lucani, mentre la crocefissione avvenne nel 35 d.C. a somma di un Cristo cinquantenne sulle orme di Giovanni, Policarpo e Ireneo

In caso contrario, si porrebbe un serio imbarazzo, perché tutto sembra tradire una tradizione ben altra, cioè quella che, in un solo anno liturgico, celebra il Natale, fermo al 15 a.C. e l’Epifania al 12 a.C. ed ecco perché il Natale è separato da sempre con 12 giorni che non assorbono un simbolismo e non si attestano su una Maginot patristica di cartapesta, cioè falsa, ma ripropongono una biografia, quella dei santi fra cui spicca Gesù che in origine celebrava l’Epifania al 22 di agosto a fronte di un Natale fermo al 10, mentre adesso al 22 agosto si celebra non a caso la Beata Vergine Maria che riceve i doni e la regalità dallo Spirito Santo, facendo però le veci di Gesù infante a cui si indirizzò oro, incenso e mirra.

Le fonti e la tradizione ci offrono leoni addomesticati, innocui come la bocca di un lattante, il 22 agosto, in occasione della festività di Maria Vergine, ci sono quelli veri perché allo stato brado in una chiesa selvaggia.

Il buco nero dei vangeli

Ci preme. Ci preme e gli dedichiamo il dopo pranzo, proprio perché in origine fu un Natale penitenziale, quello con la veste di sacco, piucché un sacco di regali.

Parleremo del Natale, ma da un osservatorio davvero insolito per molti, almeno quelli che di campagna sanno poco, forse addirittura meno di noi. Perché quel Natale non si collocò in duomo, cioè al tempio, ma in un ricovero per animali da foraggio (strong) e dunque bisogna conoscere gli animali per conoscere il Natale.

Infatti è dalla mangiatoia vuota che s’intuisce il senso, quello del Natale, perché se vuota significa che in quella capanna non c’erano animali, sebbene ad essi destinata.

Il Natale romano è fermo al 25 dicembre e quell’assenza pesa: se la notizia del parto fu data di notte perché di notte c’era chi faceva la guardia alle greggi, dov’erano quelle greggi nella capanna? o dov’era il foraggio se qualunque pastore o possessore, chessò, di cavalli o asini sa che a quell’ora la mangiatoria è piena, quando però i vangeli ce la trasmettono vuota se ospita Gesù?

Che fosse allora il 25 dicembre è smentito dalla logica della campagna che non solo non lascia senza foraggio gli animali durante la notte, ma anche dall’assenza degli animali stessi che con le temperature avverse dell’inverno, in particolare a Betlemme se ha ragione wiki, avrebbero dovuto far compagnia a Gesù, occupando però la stalla e mettendo a rischio il parto.

Poi c’è un’altra cosa che smentisce il 25 dicembre, mese freddo e piovoso, cioè che una partoriente avrebbe certamente avuto bisogno di fuoco, almeno tale da rendere una temperatura accettabile, ma in una capanna o in una stalla persino oggi non si fuma, tanto meno si accendono falò perché ricca, talvolta colma, di paglia.

Un proprietario non fuma, chi ti ha affidato, nel bisogno, il ricovero, all’epoca possesso forse importante, ti permette di accenderci un fuoco? No, è già tanto che ti abbia ospitato e mai metterebbe a rischio la sua piccola o grande capanna.

Dunque gli animali non ci sono, nonostante avrebbero dovuto esserci; la mangiatoia è vuota, sebbene avrebbero dovuta essere in uso e il fuoco, necessario, non poteva esserci. Ed ecco, allora, l’impossibilità agricola del 25 dicembre, che è molto più terra terra di una grande speculazione astronomica, ma fa la sua figura, tanto è vero che se la scena la collochiamo al 10 di agosto tutto si allinea:

1 non ci sono animali perché sono al pascolo, tanto è vero che Lc 2,8 dà notizia di greggi accudite.

2 La mangiatoia, allora, è vuota perchè gli animali stanno pascolando o lavorando, se il Sud italia insegna che nei mesi caldi e di luna piena, si riposa il giorno per lavorare la notte

3 Del fuoco non ce n’era bisogno, essendo agosto

La scena si ricompone nel suo originale cronologico che non fu il 25 dicembre, ma il 10 agosto, perché capace di dare ragione dei dettagli e di una conduzione agricolo-pastorale altrimenti ricca di lacune o stranezze.

C’è però un altro dettaglio molto importante che si colloca in quella capanna e in quella campagna: la luce, perché se abbiamo detto che il fuoco in stalla non si accende, come è stato possibile portare a termine un parto? non è forse indispensabile un minimo di luce?

Ecco allora spuntare nel posto la luna che sin da mesi or sono noi abbiamo detto essere stata bella piena quel 10 agosto del 15 a.C. ed essa fornì per intero la luce che venne nel mondo, piena lei, piena la luna a differenza del buco nero che appare essere il 25 dicembre che ha stravolto l’agricoltura e la pastorizia dando alla luce il mostro.

Ps: facendo piena la luna al 10/11 di agosto del 15 a.C. credo sia facile verificare se al 20 di aprile (arresto di Gesù) del 35 d.C. fosse nuova cioè nera, come è facile sapere che il novilunio ecclesiastico che segna la Sua resurrezione dopo 3 giorni, forse 3 giorni e mezzo, si verifica tra il 23 e il 25 sempre di aprile.

La nota di Natale: uno scongiuro per le donne, piuccché un augurio

E’ scientificamente provato, e testimoniato dal web che offre pagine su pagine con la chiave di ricerca “le donne sentono di più il freddo”, che le donne curano, appunto, molto più il freddo degli uomini.

Il parto in una stalla avvenuto tra dicembre e gennaio, accompagnato dal totale silenzio del vangeli circa una teofania climatica che ha fatto del solstizio d’inverno quello d’estate, sulla scorta della teofania al momento della crocefissione e del sogno di Giuseppe che lo convinse ad accettare l’assurdo (una promessa sposa concepita dallo Spirito Santo), fanno del Natale fermo al 25 dicembre una bufala colossale o Dio non è Dio.

Natale: Dio e le sue nozze

Un link sul blog, quelli che le statistiche segnano, mi ha condotto a un aspetto che già credo di aver considerato, ma forse non all’interno della categoria dedicata al Natale che altri hanno cercato di fissare seguendo però le vie mappate, ovviamente falsate e ricostruite ad arte perché il viandante scritturale si perdesse, come lei, Signor Argentino Quintavalle di cui già da tempo conosco il sito.

Le dirò, molto brevemente, che lei sbaglia quasi in tutto, ma una sua intuizione è davvero degna di nota: lo sforzo di datare il mese del Natale attraverso la nascita di Giovanni Battista e dunque attraverso l’esame della classe sacerdotale di suo padre Zaccaria. Da lì in poi lei fa i conti e cade, per la nascita di Gesù, in primavera (così mi pare di aver capito).

L’idea di contare i mesi è buona, ma deve essere cosciente che quelle classi sacerdotali -ne sia certo- risentono della sistematica falsificazione, per cui l’esito è scontato.

Prova ne è che il versetto 6,38 di 1Re è quasi impossibile reperirlo e molte versioni online della Septuaginta (in realtà tutte quelle che ho consultato) lo danno assente dai manoscritti, ma se lei ricorre alla versione ebraica, quella presente anche in biblehub, le si aprirà uno scenario di grande effetto e particolarmente esplicativo, paradossalmente proprio sul Natale e i mesi che lei ha cercato di contare.

Le consiglierei, allora, di ricalcolare sulla base di questo navigatore e considerare 1Re 6,38, versetto che non a caso s’inabissa nei manoscritti greci, perché volutamente cancellato permettendo esso conti esatti, ed adottare la dedicazione del tempio salomonico nel mese di Bul (ottobre/novembre) come risulta dal versetto stesso.

Adesso, qualora lei se lo sia procurato (in ogni caso è questo), lei deve solo tradurre seguendo un misticismo che emerge solo da una traduzione letterale, perché כָּלָ֣ה non significa semplicemente “terminato, finito” ma, proprio perché riferito al tempio, ha un’accezione sponsale, potendo כָּלָ֣ה significare “sposa, moglie”.

E’ chiaro, quindi, che con la dedicazione del tempio, Dio si era unito a Israele e l’alcova fu il tempio, in particolare il ναός o Sancta Sanctorum ma, come lei ben sa, Gesù, in Gv 2,19-20, si equipara a quel ναός per cui Egli non solo ne è simbolo, ma ne ricalca le orme e la cronologia.

Quindi se il tempio fu dedicato, cioè terminato (ma occorrerebbe anche il verbo greco della LXX per comprendere appieno il significato) nel mese di Bul, perché tutto il piano di Dio era stato eseguito, con Gesù e la sua concezione, la concezione del piano messianico di Dio, avviene altrettanto, per cui è nel mese di Bul che il piano di Dio, rivelato a Maria grazie all’intervento di Gabriele, è terminato e Dio si è unito in nozze al nuovo Israele, ed è esattamente 9 mesi dopo Bul, quindi, che quell’unione sponsale dà frutto e vede la luce in Gesù, divenendo manifesta nel mese di Ab, cioè luglio agosto, precisamente al 10.

Conti, conti pure secondo il calendario che lei stesso propone e cadrà, da Bul, nel Natale che il blog ormai da anni indica, ben lontano dal 25 dicembre, perché in realtà fermo al 10 di agosto o, se preferisce, al venticinquesimo giorno di Ab.

Ps: per la traduzione di כָּלָ֣ה ci siamo avvalsi di tre traduttori online, compreso Google che, sebbene in yiddish, indica “sposa”

Il martirio della filosofia

I latini affermavano che nomen omen, cioè che nel nome si nasconde un presagio, ma a volte si cela la storia. E’ il caso di Andrea, fratello di Pietro – e gli assomiglia davvero tutto avendo ricevuta la stessa educazione- che assurge a grandi onori per l’eco della fama e del primato petrino.

E’ il caso di Andrea, dicevamo, che discende dall’uomo se aner-andros ciò significa, ma significa, anche, che Pietro è il fratello dell’uomo e non fratello di un fratello, tanto che egli non si chiede (non si chiede mai) chi siano i suoi fratelli (Lc 8,21) e compie la volontà sua e di suo fratello, cioè dell’uomo.

Solo l’ellenizzato Andrea è suo fratello e discetta sottilissime questioni filosofiche a “capriccio” preannunciando, così

che verrà un tempo in cui i cristiani corromperanno i libri dei santi apostoli e dei divini profeti, in cui gratteranno dalle pergamene le Sante Scritture per scrivere tropari e discorsi in stile ellenizzante; il loro spirito andrà in visibilio per questi ultimi e proverà disgusto per le prime. Per questo i nostri padri ci hanno detto che gli abitanti di questo deserto non dovevano scrivere le Vite dei padri su pergamene, ma su papiri, perché la prossima generazione si appresta a grattare le Vite dei padri per scrivere altro, secondo il loro capriccio. (Detti inediti dei Padri del deserto J758)

ben guardandosi ,quindi, dalla trivialità di un discorso piano, perché lui adora il Cristo, ma il legno, Gesù, lo spezza come appunto urlò e fece Sisto V Peretti vedendolo sanguinare.

Non è madre o sorella di Pietro, allora, Maria, ma la Madonna, che le donne di popolo a malapena sanno camminare con al massimo la lista della spesa e non firmano libri in libreria, quelli sì degni di nota, per una liturgia che sa essere solo sacra e ben si guarda dai turni e dalla fretta.

C’è tutto Andrea in quel nome ed è una croce, quella appunto di Sant’Andrea, il primo filosofo martire di un cristianesimo becero e di popolo, insomma ignorante, che vuol lasciare traccia di sé come i grandi, ma non può: non è suo fratello.