Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

Lo scorrere del tempio

Premessa

Questo post, se lo volessimo affrontare nella sua completezza, sarebbe molto impegnativo perché dovrebbe fondere i post dedicati la Libro di Enoch con quelli dedicati ad Aram. Non ci è possibile e ce ne scusiamo, per cui diremo che il concetto che il post istruisce è uno solo e verte sul 3 a.C. che s’individua con la metrica dei 777 anni, la quale, se già ha fatto tappa in Atalia, nel 3 a.C. fa tappa al tempio, con Gesù tra i dottori, parlandoci di una cronologia sui generis, è vero, ma fondamentale nella comprensione di quella finora affrontata dal blog e del Libro di Enoch.

Proseguiamo con l’introduzione al Libro di Enoch seguendo quello che la cronologia rivela a proprosito del Figlio dell’uomo che in quel libro compare per la prima volta, quando però abbiamo visto che c’era già un precedente e si collocava esattamente nella generazione di Enoch, perché se sottraiamo il 777 ghematria di σαυρος (croce) al 3923 cadiamo 35 anni dopo l’inizio della generazione di Enoch, cioè nel 3146 di cui abbiamo già parlato diffusamente, mentre adesso non rimane che ricordare che quei 35 anni che separano l’inizio della generazione dal termine ad quem del calcolo (3146) prodotto dalla sottrazione di 777 dall’Anno Mundi, sono i 35 anni che segnano l’anno della crocefissione, cioè il nostro 35 d.C.

Procediamo dunque nella nostra introduzione cronologica che si rivelerà teologia cristologica, ricordando, però, che la frequenza del numero 35, multiplo di 7, simbolo della croce e della perfezione, accompagna l’intero percorso cronologico, perché dopo 777, sottratto 5 volte all’Anno Mundi (3923) si susseguono due tranche di 35 anni (vedi tabella all’interno del post) che conducono al 31/32 d.C. anno che segnò il dialogo tra Gesù e i farisei di Gv 2,19-21 e l’inizio del ministero pubblico.

Per il momento abbiamo dunque che 35 anni, una generazione matteana, ricorrono in Aram, seguendo il calcolo sopra riassunto, e ricorrono nelle ultime due tranche, cioè quelle che vanno dal 38 a.C. al 31/32 d.C.

Quel 35 è simbolo della croce, ma è anche simbolo di coloro che l’avrebbero innalzata, se seguendo tutta la tranche cronologica che va dal 3923 Anno Mundi al 31/32 d.C., c’imbattiamo in Atalia nell’815 a.C., un’Atalia che fu non solo usurpatrice, ma che si macchiò con una strage d’innocenti (i figli del defunto marito) come quella che caratterizza l’infanzia di Gesù.

Questo, abbiamo scritto, spiega il senso di quel 3146 che incontriamo sin da subito nel calcolo, cioè sottraendo 777 ghemtria di σαυρος (croce), una croce che dà l’intero senso di una cronologia del Figlio dell’uomo innalzato su quella stessa croce come scrive Gv 3,14.

Potrebbe sembrare casuale o forzato il nostro accenno ad Atalia regina del sinedrio, nel senso che i calcoli solo per una logica loro uniscono due epoche che si sono caratterizzate e macchiate allo stesso modo, cioè usurpando e uccidendo, ma allora diviene davvero curioso che, alla luce della nostra anagrafe gesuana (15 a.C.-35 d.C.), noi incontriamo anche un 3 a.C. come risulta chiaro dalla tabella

3923 – 777 = 3146

3146 – 777 = 2369

2369 – 777 = 1592

1592 – 777 = 815

815 – 777 = 38

38 – 35 = 3 a.C

35 – 3 = /3132 a.C.

Quel 3 a.C. non è un anno qualsiasi alla luce della nostra cronologia, perché segna l’episodio di Gesù tra i dottori del tempio (Lc 2,42), quando cioè dodicenne, secondo la nostra cronologia, Egli si presentò al tempio, quello stesso che lo vedrà adulto sfidarlo a ucciderlo e quello stesso a cui abbiamo data una regina, cioè Atalia, che si macchiò delle stesse sue colpe: usurpò e uccise.

Adesso non rimane che ricapitolare questa cronologia cristologica anche se dedicata al Figlio dell’uomo enochiano, segnandone i punti salienti in neretto, cosicché il colpo d’occhio aiuti a capire che non siamo di fronte al capriccio della matematica, ma all’interno di una cronologia ben definita

3923 Anno Mundi-777 anni
3181 generazione di Aram -35 anni 3146
3146-777 anni
2369-777 anni
1592-777 anni
815Regno di Atalia-777 anni
38

– una generazione matteana di 35 anni
3 a.C.Gesù tra i dottori della legge
– una generazione matteana di 35 anni
31/32 d.C.Dialogo con i farisei al tempio e inizio ministero

A tutto questo, prego che il lettore aggiunga l’intera categoria dedicata ad Aram che già abbiamo affrontata. Essa ci parla del monogenito, dell'”avrete innalzato” di Gv .8,28 e del verbo “crocifiggere” tutti aspetti che contribuiscono a chiarire l’importanza del Libro di Enoch e della sua locuzione forse principale perché apre alla comprensione di una storia che si fa teologia.

La regina del sinedrio

Il post di ieri, dedicato al Libro di Enoch, non è completo e lo sapevamo già perché noi avevamo deciso di non impegnare il lettore in maniera eccessiva, ma lasciandogli il tempo per riflettere e comprendere la logica del post.

Una logica che ritorna oggi proponendo di nuovo la metrica del 777 (anni) che è anche, però, ghematria di σαυρος (croce), cosicché sia la croce a dare un significato al calcolo o a permettere le considerazioni che eventualmente offre.

La metrica del 777 (anni) partirà di nuovo dall’Anno Mundi del 3923 che sempre più appare tale, cioè storicamente accertato e sostenibile, anche se questo non toglie che sia una datazione esclusivamente biblica che si può accettare, come rifiutare.

Resta di fatto, però, che essa sa far luce nella Bibbia e dare un senso, talvolta assolutamente nuovo, a pagine altrimenti fiacche perché troppo sfuggenti, come il Libro di Enoch qualora ne volessimo indagare la storicità e la canonicità.

Di quel libro, abbiamo scritto, c’è un calcolo che lo caratterizza secondo aspetti sinora sconosciuti, come quello che vuole, tolti 777 anni al 3923, che che si cada nel 3146, per un 31 che diviene 31 d.C. e il 46 gli anni di Gesù al momento del dialogo con i farisei, quello riportato in Gv 2,19-21.

E’ sempre questo dialogo che torna a istruire, perché noi lo metteremo in relazione alla Strage degli innocenti che sì, fu compiuta da Erode, ma chi ne fu il mandante se quel 31 d.C.; se quel 46 e Gv 2,19-21 fanno luce, in realtà, sull’ombra del tempio che potrebbe aver sobillato Erode alla strage, rimanendo, temporaneamente, nell’ombra quella che sarà completamente diradata dal dialogo tra loro e Gesù e da quel tempio che sarà distrutto per poi risorgere in tre giorni?

Questa è la cornice in cui si muove il calcolo che poi si arricchirà di particolari, mentre adesso proporremo i conti che partono dall’Anno Mundi e giungono al 31/32 d.C. scalando di 777 anni in 777 anni

Infatti:

3923 – 777 = 3146

3146 – 777 = 2369

2369 – 777 = 1592

1592 – 777 = 815

815 – 777 = 38

38 – 35 = 3

35 – 3 = 32

Come potete vedere nei primi cinque passaggi del calcolo abbiamo usata la metrica del 777, per poi procedere secondo una scala di 35 anni, cioè quella tipica della genealogia di Matteo.

La frequenza del 35 generazionale, tuttavia, non è una novità: già nel post precedente avevamo fatto notare che 35 sono gli anni che separano la prima tranche del calcolo (3923 – 777 = 3146) dall’inizio della generazione di Enoch (3181 per un 3181 – 3146 = 35)) seguendo genealogia lucana e questo, forse proprio questo, fa luce sulla locuzione tipica del Libro di Enoch, cioè “Figlio dell’uomo” se si ha chiaro, però, l’anno della crocefissione che per noi è il 35 d.C.

La presenza, quindi, di singole tranches di 35 anni nel calcolo che offriamo oggi si avvale della stessa metrica “corta” che era sorta ieri, per cui adesso non cambia, nella sostanza, il discorso, casomai si amplia e permette, tra l’altro, di notare che, a fronte di 5 passaggi a base di 777, si aggiungano due passaggi a base 35 per un totale di 7 passaggi dall’Anno Mundi al 31/32 d.C., quando, però, è proprio il numero 7 la caratteristica del nostro discorso che si basa o su 777 o su un multiplo di 7 (35), quando il 7 ha un valore simbolico tutto biblico, tanto che 777 è ghematria di σαυρος (croce).

Inoltre, sempre nell’ottica del numero 7 che caratterizza questa metrica, dobbiamo accennare che Atalia, di cui ci occuperemo a breve, regna, seguendo la nostra cronologia dei Re, 7 anni per una simmetria complessiva che davvero sorprende.

Ho dovuto dilungarmi un po’ affinché il contesto sia chiaro e poco spazio si lasci al caso. Adesso veniamo al dunque e facciamo notare che i conti sopra mostrati fanno tappa, cronologica, all’815 quando, se adottiamo i nostri Re, quella data ha un’importanza enorme, per cui non ci meraviglia che, qualora si adotti qualsiasi altra cronologia, tutto quanto rimane inaccessibile.

Infatti, l’816/815 a.C. non segna l’avvento di un regno qualsiasi, ma quello di Atalia, l’usurpatrice, e questo ben mette in relazione la prima tranche del calcolo ferma al 3146 quando, lo abbiamo scritto, quel 31 è il 31 d.C. e il 46 sono gli anni di Gesù al momento del dialogo con i farisei, che infatti obiettano che ci sono voluti 46 anni per la costruzione del tempio, come 46 sono gli anni di Gesù al momento se nato nel 15 a.C. e morto nel 35 d.C.

Quel dialogo, allora, trova un’ulteriore riflessione, perché come Atalia usurpa il regno di Giuda, così facevano i farisei, andando, magari, ben oltre usurpando il regno di Dio, cioè il tempio. In ogni caso è lì che Gesù li dichiara delegittimati, sebbene avessero già pensato all’omicidio che era, al momento, l’extrema ratio, quella che però adottarono alla luce della resurrezione di Lazzaro (Gv 11,53).

Non è casuale, quindi, che i calcoli mettano in relazione i farisei con Atalia che prefigura ciò che sarebbe successo negli anni 30 dopo Cristo, come prefigura, ed ecco la Strage degli innocenti, il bagno di sangue se ella uccise tutti i figli di Ocazia, defunto sposo.

La strage che ella compì fu quella che dopo secoli compì Erode, una strage di cui per lo più si nega la storicità, ma appare davvero strano che, alla luce dei calcoli che fanno emergere il regno di Atalia, si sia verificato qualcosa di davvero simile ai tempi di Gesù, quando se ne salvò uno, cioè Lui, come si salvo Joas, unico scampato.

Si potrebbe pensare che i sinottici si siano ispirati all’episodio di Atalia, ma rimarrebbe da spiegare come mai, calcoli alla mano, Atalia sia effettivamente in relazione con il sinedrio; o che Joas lo sia così strettamente con Gesù metaforicamente, magari anche Lui unico scampato alla furia di Erode, una furia, però, che, alla luce del 3146 (31 d.C. e 46 anni di Gesù) non crediamo sua, ma del sinedrio che gli armò la mano e ordì la strage.

Si trovarono d’accordo, insomma: l’uno, Erode, non voleva essere detronizzato dal “Re dei Giudei” (Mt 2,2); i farisei,invece, non volevano essere delegittimati dal Messia, cosicché Erode mise mano alla spada, mentre il sinedrio optò per la più sobria croce.

Dal Libro di Enoch a Gv 2,19-21. Una prospettiva cronologica

Questo post vuole dare agli studiosi del Libro di Enoch alcune informazioni per valutarlo secondo un aspetto sinora sconosciuto, sebbene quel libro abbia già di per sé catturata l’attenzione, come dimostra la complessa pagina che gli dedica wiki.

Noi crediamo che la prima attestazione de “il figlio dell’uomo” appartenga al Libro di Enoc, è vero, ma fino a spingersi però a Enoch stesso, nella misura in cui Gv 3,14 ci parla della crocefissione di Gesù, Figlio dell’uomo per antonomasia.

La croce che Lo innalzerà, noi l’abbiamo riscritta secondo una logica ghematrica che vuole 777 per σαυρος e non σταυρός, cosicché potessimo ricavare una scala di perfezione che vede la croce al centro di due altri valori: il 666 dell’imperfezione animale, dato dal 666 di Apocalisse che ci parla del marchio, non a caso, della bestia; e l’888 ghematria di Ἰησοῦς (Gesù)

Dunque quel 777 fa parte di una metrica e forse lo esso stesso metrica, come a suo tempo, per esempio, lo furono il 480, il 486 e il 490 (vedi tabella). Non rimane, quindi, che provare quella metrica del 777 all’interno della cronologia biblica, quella però che segue il blog e che parte dal 3923 dell’Anno Mundi.

Sottraiamo, allora, 777 che immaginiamo anni e otteniamo 3146 inserito nella genealogia lucana alla generazione (106 anni) di Enoc, in particolare 35 anni dopo il suo inizio (3181-3146=35).

Adesso bisogna avere un po’ di memoria e ricordare quanto il blog sostiene circa l’anagrafe e la biografia di Gesù, cosicché da scomporre quel 3146 in 31 e 46, in maniera tale che appaia evidente che, partiti dalla ghematria di
σαυρος (777) siamo giunti al 31 d.C. quando Gesù aveva esattamente 46 anni se la sua anagrafe è il 15 a.C.-35 d.C.

Appare chiaro, allora, un senso ulteriore del dialogo che Egli tenne con i farisei all’ombra del tempio, cioè quello descritto in Gv 2,19-21 quando quei 46 anni attribuiti al tempio divengono, in realtà, l’età di Gesù.

Un Gesù che invita, con la distruzione del tempio e la sua ricostruzione in tre giorni, a ucciderLo, cosa avvenuta per mezzo di quella stessa croce la cui ghematria (777) è il leitmotiv del nostro post, tanto che, adottata come metrica, l’abbiamo rintracciata nel termine ad quem, cioè il 3146, per una sintesi dell’intero discorso fatta con due cifre: il 31, che diviene il 31 d.C.: e il 46 che diviene l’età di Gesù in quell’anno, nell’anno cioè in cui si pensò di ucciderlo, mentre la pianificazione dell’omicidio avvenne dopo la resurrezione di Lazzaro.

In questo contesto, però, s’inseriscono anche i 35 anni che separano il 3146, trovato scalando di 777 anni dall’Anno Mundi (3923), dal 3181 inizio della generazione lucana di Enoch. Quei 35 anni, considerati all’interno di un discorso che verte sula ghematria di σαυρος (croce) e sulla presenza del Figlio dell’uomo (Libro di Enoch) “innalzato” seguendo Gv 3,14, ci parlano dell’anno della crocefissione che noi, forse con ragione, datiamo nel 35 d.C.

Insomma, ci pare che tutto concorra a spiegare la locuzione Figlio dell’uomo se la ghematria, un patriarca, una metrica e l’anno della crocefissione si muovono esattamente in un unico contesto che dà una luce nuova al Libro di Enoch, nella misura in cui il Patriarca usa quella locuzione, mentre i calcoli la spiegano avvalorandola.

Mi rendo conto che forse non è facile seguire il post, tuttavia è sufficiente comprenderne la logica per poi, magari, adottarla nello studio del Libro di Enoch e far emergere caratteristiche che crediamo sinora nascoste, come quella che lo vuole apocrifo e fuori canone, ma fino a un certo punto. Non oltre.

Al maestro del coro

Una delle tante (inutili) diatribe che vedono coinvolta la Chiesa cattolica è quella che la lega alla Watch Tower circa la traduzione di σταυρός (croce/palo) che l’una la vede “croce”, l’altra “palo”, sbagliando entrambi, perché è croce, non palo, ma è stato falsato il sostantivo che non prevedeva il tau (che poi altro non è che un “teta” tutto francescano, come vedremo e abbiamo visto).

E’ solo così, infatti, che il valore ghematrico di σαυρός assume un 777 simbolo stesso della croce, nella misura in cui “tutto è compiuto” (Gv 19,30) cioè “tutto è perfetto”. E solo così assume un senso preciso la scala perfettiva assolutamente biblica

666

777

888

quando il primo è il 666 apocalittico e bestiale, simbolo di un’imperfezione che va oltre il regno animale per addentrarsi negli inferi.

Il secondo è il processo di purificazione attraverso una croce (σαυρός 777) strumento di salvezza

e il terzo è il cielo della pienezza di grazia riassunta dalla ghematria di
Ἰησοῦς (Gesù).

Dunque sbaglia la Watch Tower perché è “croce”, ma sbaglia molto di più la Chiesa che ha tramandato un greco vetero e neo testamentario falsato alla bisogna, se in questo caso la croce diviene “croce di follia” e riassume il tradimento con un tau che ha un valore però di 9 che non lo dà a vedere il tradimento,lo moltiplica,con 9 comandamenti che il primo è caduto e anch’essa non ha “altro Dio fuorché Cesare” (Gv 19,15) fondando così il mondo, non più sulla croce, ma sulla politica e dunque gioco, seppur di potere, in cui l’arbitro è Cesare di cui noi abbiamo rivisitata l’ortografia cogliendo nel segno se a distanza di mesi (molti) scriviamo un post di conferma (si rilegga il primo se si vuole).

Potrebbe essere un’accusa infondata, la nostra, tuttavia è proprio CEI che istruisce la causa, quando numera il salmo 21(22), neanche messianico per eccellenza, sulla scorta non solo dell’esegesi attuale, ma della patristica di spicco (Agostino) che in quel salmo neanche ha visto il Messia, ma la stessa croce, perché i versetti lì contenuti conducono a un focus non sulla Passione, ma sulla crocefissione tout court se

“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”

“Hanno forato le mie mani e i miei piedi”

“Si dividono le mie vesti”

hanno quel senso che già a prima vista appare.

E’ dunque, il salmo 21822), il salmo della croce, una croce che noi scriviamo
σαυρός per un 777 ghematrico che richiama direttamente il 21(22) non masoretico, ma cattolico, un 21 che si fa 7 7 7 anch’esso, legando il versetto alla croce, anzi, alla Sua croce, per un pendant che prova l’origine di quella croce, cioè un σαυρός cui si è aggiunta una tau/teta, perché a Cesare non piace la croce, alla watch Tower neppure, mentre noi ci siamo appesi e dobbiamo pure cantare che l’abbiamo già portata, come dice l’adagio.

Luca, la genealogia di un tempio

Ieri abbiamo visto che la genealogia lucana e ben lungi dall’essere una lista di antenati di Gesù. Lista, tra l’altro, per noi sbagliata nel senso e nella natura, perché non esprime una primogenitura, cioè una discendenza di sangue, ma profetica, in cui il tempio ha un ruolo centrale che non sappiamo al momento se unico.

Questo ruolo è già emerso nel post linkato sopra, dove la generazione di Giuseppe si collega a quella di Gesù e da Lui a Salatiel nel 506 a.C. per un ambito generazionale che procede secondo una metrica di 161 anni esatti, cioè da Giuseppe a Gesù ne passano 161 e da Gesù a Salatiel altrettanti.

Tutto ciò ci dice che la somma di tutti quegli anni ha un multiplo di 7 ed è 46, un 46 assolutamente biblico (vedi tavola) se non fosse altro perché il dialogo tra i farisei e Gesù al tempio conosce quell’unica cifra che riassume gli anni necessari alla ricostruzione post esilica e l’anagrafe di Gesù stesso, nuovo ναός.

Dunque è una tempistica sabbatica quella che emerge e si colloca laddove deve essere: al tempio, un tempio che scandiva il “tempo”, talvolta la storia stessa di Gerusalemme, come abbiamo visto e come abbiamo illustrato quando ci siamo occupati della costruzione della porta superiore del tempio che di nuovo, adesso, entra in gioco perché essa fu dedicata nel 668/667 a.C. (datazione doppia, non approssimazione) laddove cioè si colloca (vedi tavola in calce) la generazione non a caso di Gesù, Lui porta del tempio, stando a Gv 10,9 tanto che noi a suo tempo scrivemmo che la pericope del Buon pastore non vede la sua location sotto il porticato di Salomone, ma alla porta superiore del tempio, per un falso, l’ennesimo.

Il tempio, però, emerge anche da un altro calcolo che riscrive totalmente il senso della genealogia lucana che abbiamo detto non essere primogenitura, non sangue, ma profetica illuminando il tempio. Essa, cioè la genealogia, si apre con Davide, è vero, ma a lui succede Natan indicato come “figlio”, ma in realtà, secondo noi, fu il profeta Natan che non a caso un artefice, perché latore della voluntas dei (2Sam 7,23) circa l’iniziativa di Davide di costruire il tempio.

Natan si colloca, all’interno della genealogia, nel 966 a.C., mentre la nostra tempistica del tempio, l’unica che permetta l’armonia che tra poco spiegheremo, vede le sue fondamenta gettate nel 945 a.C., mentre la sua dedicazione nel 938 a.C.

Tutte queste date non a caso si muovono secondo una simmetria a base di 7. Infatti dal 966 a.C. si giunge al 945 a.C. per un multiplo di 21 che è 777; mentre dal 966 si giunge alla dedicazione del 938 a.C. per u multiplo di 28 che è 7777 dicendoci che la perfezione del primo tempio fu profezia, come fu profezia la sua assoluta perfezione raggiunta nel 668/667 a.C. quando si dedicò la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale all’edificio cultuale da Salomone a Erode, perché essa doveva esprimere certamente Gesù, se la sua generazione si ferma lì, a quell’evento, ma doveva esprimere anche una profezia che, unico caso sinora incontrato, divenne architettonica, cioè una “gloria” che i sensi potevano mirare e toccare, insomma ciò che Giovanni scrive nel suo Prologo


E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Tutto questo ci dice che tra Luca e Giovanni corre un entente cordiale sinora sconosciuto, perché l’uno mappa generazionalmente ciò che l’altro rende teologico, per un “corpo” e “anima” di un Dio fatto carne, come a suo tempo si fece tempio, solo che quest’ultimo era pietra, cioè Legge: l’altro carne, cioè misericordia.

Il Prologo c’introduce, insomma, in quell’edificio; la genealogia di Luca invece spiega; mentre 2Sam 7,23 riassume, perché il 7 è il numero simbolo di quel tempio e di quella croce (σαυρός, 777 ghematrico) e il 23 la metrica di quelle generazioni che accolgono l’Emmanuele, il “Dio con noi”, prima tempio, poi Gesù.

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Il più triste “primate”

In questi giorni delle altrui festività natalizie, ci è salito alla mente un quesito ozioso: quale animale cedé “spontaneamente” la pelle in Eden? Sì, perché tutti hanno soprasseduto al fatto: se Adamo e la sua donna vengono rivestiti di pelli, qualcuno ce l’ha rimessa. Ma chi?

Partiamo col dire una cosa importante: la promessa di Dio si è avverata, cioè quel “se ne mangerete morirete” (Gn 3,3 e qui a buon intenditor poche parole alla luce della numerazione del versetto) si è avverato, anche contro non l’evidenza, ma l’evidente: né Adamo, né Eva muoiono e dunque appare una minaccia andata a vuoto la morte; ma non è così: degli animali sono stati sacrificati e la morte, silenziosa e discreta com’è, ha fatto ingresso senza darlo a vedere in Eden, cioè nell’uomo e nella sua storia.

Nota sfuggita a tutti, ma non a noi, come non ci è sfuggito il quesito fondamentale: chi fu ucciso del regno animale? Uno qualsiasi o un gatto, nero magari, che porta iella (e tanta ce ne portò)?

La cosa migliore, in questi casi, è rivolgersi alla ghematria, unica chiave che apre gli insoluti e gli altrimenti insolubili quiz scritturali e calcolare quel χιτῶνας δερματίνους (Gn 3,21) al nominativo, come nostro solito e sommare, sommare cioè χιτών e δερμάτινος per un valore di 2346 (memorizzate alla perfezione il numero).

Quel valore, lo ridurremo a un calendario, in particolare a quello implicito della genealogia lucana che noi -e solo noi, mi pare- abbiamo ricalcolato datando tutte le generazioni, per cui ci è facile notare che 2346 (memorizzate) cade esattamente in Falek (2346/2345 a.C.) come potete controllare dalla tabella, non prima, però, di aver notato il versetto 3,21 quando il 21 si compone di 7 7 7 ghematria di σαυρός (croce) e non σταυρός come è stato falsato affinché capitoli biblici come questo non potessero essere compresi.

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Siamo, con questa genealogia, in un range cronologico già studiato e di cui avevamo scritto che è ben lungi dall’essere compreso del tutto e avevamo ragione.

Infatti, da Falek al primo Gesù della crono-genealogia lucana passano 36 generazioni e questo è importantissimo, perché dal valore di χιτῶνας δερματίνους (nominativo) che individua il Patriarca post-diluviano Falek si giunge a Gesù dopo 36 generazioni e dunque dal sacrificio animale si passa a quello di Gesù nel 35/36 d.C. (sappiamo che l’ambivalenza non è approssimazione, ma il 35 d.C. ci parla del Cristo, condannato dal sinedrio, cui interessava la Torah, il Messia; mentre il 36 d.C. ci parla di Gesù, condannato dai codici della lex romana, cui interessava il criminale, seppur non trovato).

Adesso la teologia, che paolina in particolare, può sbizzarrirsi cifre alla mano, perché è semplicemente evidente che il peccato originale, che accomuna tutti (Rm 5,12-15), è stato riscattato dal sacrifico di Cristo, dal suo sangue versato, come versato fu quello degli animali, ma quali, ci chiedevamo in apertura?

Se avete memorizzato quel 2346 vi sarà facile comprendere quasi tutto, qualora crediate a una logica coerente nelle Scritture, le quali hanno un salmo ben preciso e famosissimo: il 23 quello de “Il signore è il mio pastore” e dunque siamo di fronte a un gregge, in particolare alle pecore e agli agnelli; come siamo in una scena adamitica all’apertura del salmo 23  (vv 1-2).

Ecco perché quel numero, che la matematica conoscerà e a cui avrà magari dato un nome, si compone di tre numeri uguali, cioè 23 e 23+23, perché 23 è iniziale, mentre il 46 è il suo multiplo, cioè 23×2.

Ma non solo: quel 46 conduce per mano a Gv 2,19-21 quando Gesù, all’ombra del tempio, sfida i farisei ad uccidere, di nuovo, affinché Egli possa vincere la morte e riscattare l’umanità.

Giovanni data esattamente quell’anno, fermo al Suo quarantaseiesimo anno di vita (Gv 2,20), cioè al 31 d.C. ed ecco che quel 46, che compone 2346, esprime una teologia profondissima, sebbene sintetizzata in un paio di cifre, anzi tre: 2346; 23 e 46 per una sintesi così perfetta che solo la Scrittura poteva offrire.

Tutto questo fa piena luce sull’animale magari sgozzato, come il Cristo Agnello lo fu: è la pecora, quella non a caso evangelica che apre la mattanza di una storia al macello.

Essa fu immolata per coprire la nostra vergogna, come Cristo fu immolato per riscattarla. In Eden, dunque, non furono solo pelli di chissà chi o cosa, ma furono dapprima di una pecora; poi di Gesù, Agnello Lui stesso per uno psicodramma ancora tutto da risolvere.