“Non serviam” il grande peccato

Mi pare di poter scrivere che sul peccato imperdonabile si sappia tutto senza però giungere a conclusione di nulla, sebbene l’importanza della questione, perché Gesù si ferma lì dov’è commesso.

Vorremmo, quindi, dire la nostra sia mai che aiuti la discussione e ricordare brevemente, perché passo famosissimo, che Gesù fu tacciato di essere il principe dei demoni avendoli scacciati.

Questo passa un po’ a tutta la letteratura come peccato imperdonabile perché contro lo Spirito Santo, ma non dice cosa specificatamente sia per cui si sono davvero sprecate parole.

Cominciamo col descrivere brevemente la cornice gerosolomitana in cui si agitava un Messia in fieri (in realtà erano due con Barabba) che doveva essere ancora riconosciuto ufficialmente dalla folla.

Con la cacciata del demone il dado è tratto nella logica del popolo perché solo il Messia o, in ogni caso, un uomo di Dio, che però in questo caso predicava il suo regno, poteva avere l’autorità sui demoni.

Tutto diventa chiaro e quell’esorcismo spazza via le ombre della diffamazione e della calunnia ma…Lui è Belzebù in realtà perché altrimenti il sinedrio che gli aveva dato la caccia nella speranza di coglierlo in fallo dovrebbe lui rivelarsi impuro e come tale esautorato ipso facto.

Ecco allora che ricorre alla bestemmia che prima è rivolta alla ragione negando l’evidenza; poi alla divinità. Essi stessi erano coscienti che realmente era il Messia, ma non potevano, anzi, non volevano riconoscerlo a causa di un orgoglio di casta che diviene bestemmia.

Questo accadde secondo noi; come secondo noi prenderemmo ragione se, in qualche parte della Scrittura, ricorresse una locuzione che richiama quel peccato, cioè il più grande e così lo qualificasse.

Quel passo c’è ma nessuno lo ha notato, per un’esegesi che spacca il capello, ma non vede la chioma del diavolo o non lo vuol vedere e far vedere, sia mai che lo si riconosca.

Il Salmo 18 definisce l’orgoglio “il grande peccato” da cui Davide prega che sia tenuto lontano, perché pure lui è cosciente che quello non rivolge le sue mire e bestemmie alla creatura, ma al creatore perché perversione verticale, unidirezionale che immancabilmente giunge a sfidare Dio, azione senza appello, senza grazia e senza più Spirito Santo.

Leggiamo il passo tratto da Salmo 18 e facciamoci certi che non la Scrittura ci ha lasciati nel dubbio, ma quello stesso orgoglio che ieri, come oggi, impedisce un bagno d’umiltà e fa gridare l’inferno: “Non serviam!”


Anche dall’orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile,
sarò puro dal grande peccato (Sal 18,14)

Il sacrifico di Isacco

Il post vuole proporre un ambizioso tema di ricerca sulla scorta della già nota genealogia lucana (vedi in calce), che sempre più appare quella esatta, seppur proposta da un blog: questo.

Quella genealogia cambia tema cronologico e generazionale muovendosi per tranches che passano da i 106 anni da Adamo a Noè; i 74 anni da Noè ad Abramo e i 58 anni da Abramo a Davide per poi assumere la costante dei 23 anni per ogni generazione da Davide a Gesù.

Tuttavia questo passo cronologico propone un insolito anno zero, perché da Maria 23 a.C. si giunge a Gesù nell’anno zero e questo è di difficile interpretazione, a meno che non si aggiungano altri 23 anni per giungere al 23 d.C. anno in cui l’emorroissa (si legga la categoria), simbolo di una Gerusalemme che non partoriva il suo Messia, si ammala e con essa diviene evidente la condizione d’impurità di un popolo.

Sappiamo che occorreranno 11 anni per raggiungere il 34 d.C. quando la sua guarigione miracolosa ad opera di Gesù convince e stravolge Gerusalemme, in primis Luca che da quell’anno scrive il suo Vangelo per un taglio tutto suo: l’ultimo anno di predicazione e vita del Messia.

Dunque quel 23 d.C. segna una generazione nella misura in cui una generazione segna un fatto, non necessariamente una nascita, ma qualcosa che scrive la storia di Gerusalemme (questo l’abbiamo incontrato anche in Matteo).

Tuttavia, alla luce delle diverse tranches cronologiche su esposte, potrebbe apparire impossibile, potrebbe cioè apparire impossibile non un anno zero ma un resto zero in calcolo che, unendo dapprima l’Anno Mundi all’emorroissa (3923 + 23), divida poi per 23 la somma.

Invece è così e si ricavano 172 generazioni esatte, cosa che ci dice che è altamente insolito, sebbene il caso spesso ci metta del suo, ma non in questo caso sembrerebbe.

Infatti, a un esame più attento, la genealogia di Luca appare una specie di criptografato, una sintesi dell’intera storia ebraica, se riesce con quella suddivisione di 23 anni per ogni generazione a far luce dapprima sull’anno di nascita di Davide: poi, molto più importante, sul sacrifico di Isacco.

Per Davide basta ricordare quello che già sapevamo anche dalla tavola delle date notevoli (ma anche qui) che indica, per il suo anno di nascita, un 1025/24 a.C. che è lo stesso anno (doppio convertito in gregoriano) che si otterrebbe togliendo 23 anni alla generazione di sua madre cioè Naas (vedi in calce).

Questo già prova che l’aver applicato un altro metro alla genealogia lucana (parliamo di metro altro, ma è quello che caratterizza il periodo da Davide a Gesù o all’emorroissa) ha incrociato alla perfezione un dato già conosciuto e che si caratterizzava proprio per un dies natalis: quello di Davide.

Ben diverso e molto più importante è il calcolo relativo al sacrificio di Isacco che secondo Giuseppe Flavo in Antichtà avvenne quando egli aveva 25 anni, mentre noi, come vedremo, indicheremo 35 anni per una perfetta coincidenza del dato cronologico con il simbolo, se la Scrittura prefigura nel suo sacrifico quello di Cristo che avvenne, non a caso, nel 35 d.C. come a 35 anni si allestì quello di Isacco.

Infatti, qualora assumessimo i valori proposti dalla tabella in calce che si rivela sempre più esatta, noi dovremmo togliere al 1975 a.C., generazione di Abramo, 23 anni per ottenere il 1952 verosimilmente l’anno di nascita di Isacco.

Poi dovremmo calcolare la differenza tra quel 1952 a.C e il 1917 a.C. per ottenere 35 anni, quegli stessi o quasi, in ogni caso molto prossimi, alla nota di Giuseppe Flavio che vuole venticinquenne Isacco al momento del sacrificio.

Noi sappiamo del falso che circonda la Scrittura e le sue fonti e anche qui, quindi, noi lo scorgiamo, ma scorgiamo anche l’esattezza della nostra ipotesi di calcolo che, come Flavio, non vede un fanciulletto sul Monte Moria, ma un adulto, un adulto di 35 anni anziché di 25.

Per altro l’intera Scrittura ci viene incontro perché da sempre essa ha visto nel sacrifico di Isacco il sacrifico di Cristo, avvenuto non a 35 anni, è vero, ma nel 35 d.C. sì e questo crea un’identità nel simbolo e nella storia.

Questi due brevi accenni all’utilità di un’indagine più approfondita della genealogia lucana sperano di aver catturato l’interesse del lettore che potrà mettere a frutto il suo intuito e scovare, nelle pieghe non scritte di Luca e della sua genealogia, “altra storia” vergata con una metrica di 23 anni, sempre più numero simbolo di un apostolo che mai finisce di stupire e per questo noi lo riteniamo capace di aver conquistato Roma.

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Il tau: la croce e il suo T…arlo

Sarà un post breve perché nasce come prova, ulteriore, a dire il vero, se la categoria “croce” ha fatto breccia nell’attenzione e nella memoria del lettore (non mi azzardo a usare il plurale).

Noi sosteniamo che σταυρός (croce) sia frutto di una falsificazione che ha lasciata la firma, perché ha aggiunto un tau che riassume tutta quanta la questione, se s’immagina un “farla pulita”, cioè un non darlo a vedere perché la si vuole darla a bere.

Quel tau, in realtà, vale 9 ghematricamente anzichè 300 e ci dice che i comandamenti sono 9, perché il primo è stato abolito unilateralmente, prima dal sinedrio che gridò di fronte a Pilato: “Non abbiamo altro re che Cesare” (Gv 19,30); poi dai cristiani, in primis cattolici, che non hanno, pure loro, “altro Dio (re) che Cesare”.

Il tau francescano, quindi, è l’icona di un falso mascherato, un osanna a Cesare che ha ridotto il decalogo a 9 comandamenti e ha alzato di molto il prezzo di Giuda: da 30 a 300 denari, tanto quanto varrebbe quel tau.

Come vedete, la lettera dell’alfabeto ebraico, è l’icona o simbolo perfetto del falso: essa sa riassumere a meraviglia l’intera questione. Passi che una lettera cada, ma non è concepibile che “ricada”, cioè che venga inserita in un contesto altrimenti chiarissimo che è questo, riassumendo:


σαυρός (croce), senza il tau, ha un valore ghematrico di 777, quando il 777 è già di per sé simbolo di perfezione. Esso s’inserisce in una scala di perfezione che è:

666: apocalittico

777: purificativo

888: Gesù ( Ἰησοῦς) ghematrico

Ma non solo:

abbiamo visto anche che il salmo 21(22) non è numerazione anonima, perché conduce, stando proprio a CEI, al salmo neanche messianico, ma della crocefissione, se i versetti lì contenuti richiamano a ogni piè sospinto il Golgota.

Ma a tutto questo si aggiunge quanto stiamo per scrivere a proposito non solo dell’occorrenza di croce nel Vangelo della Passione, quello di Giovanni, che è 7 volte, sebbene tecnicamente i versetti siano 6. Infatti a fronte di 6 versetti, bisogna considerare il verbo “crocifiggere”, meglio, “mettere in croce”, cioè σ(τ)αυρόω e allora le occorrenze divengono 7 e perfettamente allineate con il valore ghematrico di σαυρός (croce) che è 777, poichè quel verbo in Gv 19,15 ricorre due volte.

Valore ghematrico che ci viene di nuovo incontro quando consideriamo il verbo “crocifiggere”, cioè σαυρόω e non σταυρόω che ha un valore di 1571. 1571 è, nella genealogia lucana, la generazione di Aram a cui noi, per chi volesse approfondire il discorso -e lo consiglio- associamo questi post dedicati al patriarca.

Un Aram che nel significato del nome ha scritto tutto seguendo la lettura più intuitiva di “Ara” a cui si aggiunge quella scientifica di “luogo elevato”. Pianigiani, in questo senso, chiarisce fondendo i concetti e parla, per “ara”, di luogo elevato dove gli dei assistevano al sacrificio, quando di sacrificio si tratta parlando noi della croce.

Questo discorso sarebbe perfetto se la ghematria di σαυρόω fosse 1569, perché nel 1569 Anno Mundi si colloca Aram, stando a Luca, ma credo che possa benissimo anche collocarsi nel 1571 ghematria di σαυρόω per un approssimazione così leggera, che non vale il caso di farsene una croce, per di più Τ αρλατα

Al maestro del coro

Una delle tante (inutili) diatribe che vedono coinvolta la Chiesa cattolica è quella che la lega alla Watch Tower circa la traduzione di σταυρός (croce/palo) che l’una la vede “croce”, l’altra “palo”, sbagliando entrambi, perché è croce, non palo, ma è stato falsato il sostantivo che non prevedeva il tau (che poi altro non è che un “teta” tutto francescano, come vedremo e abbiamo visto).

E’ solo così, infatti, che il valore ghematrico di σαυρός assume un 777 simbolo stesso della croce, nella misura in cui “tutto è compiuto” (Gv 19,30) cioè “tutto è perfetto”. E solo così assume un senso preciso la scala perfettiva assolutamente biblica

666

777

888

quando il primo è il 666 apocalittico e bestiale, simbolo di un’imperfezione che va oltre il regno animale per addentrarsi negli inferi.

Il secondo è il processo di purificazione attraverso una croce (σαυρός 777) strumento di salvezza

e il terzo è il cielo della pienezza di grazia riassunta dalla ghematria di
Ἰησοῦς (Gesù).

Dunque sbaglia la Watch Tower perché è “croce”, ma sbaglia molto di più la Chiesa che ha tramandato un greco vetero e neo testamentario falsato alla bisogna, se in questo caso la croce diviene “croce di follia” e riassume il tradimento con un tau che ha un valore però di 9 che non lo dà a vedere il tradimento,lo moltiplica,con 9 comandamenti che il primo è caduto e anch’essa non ha “altro Dio fuorché Cesare” (Gv 19,15) fondando così il mondo, non più sulla croce, ma sulla politica e dunque gioco, seppur di potere, in cui l’arbitro è Cesare di cui noi abbiamo rivisitata l’ortografia cogliendo nel segno se a distanza di mesi (molti) scriviamo un post di conferma (si rilegga il primo se si vuole).

Potrebbe essere un’accusa infondata, la nostra, tuttavia è proprio CEI che istruisce la causa, quando numera il salmo 21(22), neanche messianico per eccellenza, sulla scorta non solo dell’esegesi attuale, ma della patristica di spicco (Agostino) che in quel salmo neanche ha visto il Messia, ma la stessa croce, perché i versetti lì contenuti conducono a un focus non sulla Passione, ma sulla crocefissione tout court se

“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”

“Hanno forato le mie mani e i miei piedi”

“Si dividono le mie vesti”

hanno quel senso che già a prima vista appare.

E’ dunque, il salmo 21822), il salmo della croce, una croce che noi scriviamo
σαυρός per un 777 ghematrico che richiama direttamente il 21(22) non masoretico, ma cattolico, un 21 che si fa 7 7 7 anch’esso, legando il versetto alla croce, anzi, alla Sua croce, per un pendant che prova l’origine di quella croce, cioè un σαυρός cui si è aggiunta una tau/teta, perché a Cesare non piace la croce, alla watch Tower neppure, mentre noi ci siamo appesi e dobbiamo pure cantare che l’abbiamo già portata, come dice l’adagio.

Luca 21,23 solo per quelle che

Luca ha un occhio di riguardo per le donne, vuoi perché nel suo Vangelo compare l’episodio dell’emorroissa; vuoi perché sin dall’antichità (Giovanni di Damasco) si sostiene la discendenza materna nella genealogia lucana e, infine, perché quella stessa genealogia ferma le generazioni da Davide a Gesù a 23 anni, quando 23 a.C. segna la generazione di Maria, anch’essa donna tanto che, aggiungiamo da ultimo, rùakh, cioè lo spirito generante di Dio, è femminile e alla luce della nostra cronologia l’Anno Mundi si colloca nel 3923 a fronte di una generazione mariana (di Maria) nel 23 a.C./A.M generando (vedi tavola in calce) una differenza netta di 3900 anni che, considerata per giubilei (50 anni), da un ciclo di 78 giubilei esatti, collegando rùakh a Maria, cioè lo spirito generante a quello ri-generante di Maria in un ambito tutto al femminile.

E’ alla luce di questo che noi c’interroghiamo sul discorso escatologico lucano (Lc 21,7-36), certi che la peculiarità femminile dell’evangelista possa sciogliere un passo esclusivamente femminile che da molti anni ci sta a cuore, cioè Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni
(Lc 21,23) e non, quindi, alle donne tout court.

E’ proprio la galassia ristretta dell’universo femminile che ci spinge a interrogarci e a dare una prima risposta, cioè che le donne incinte e le allattanti sono quelle più esposte: le prime perché la gestazione è momento cruciale per loro e per il nascituro; le seconde, invece, perché sanno che la vita del piccolo è nelle loro mani.

Dunque, deve accadere qualcosa che colpisce la maternità, qualcosa che la mette in serissimo pericolo, ma cosa? Cominciamo, rimanendo fedeli alla nostra esegesi, a mettere a frutto il versetto che è il 21,23 di Luca. Sin da subito ci compare chiaro quel 23 che compone le generazioni da Davide a Maria e poi a Gesù (vedi tavola in calce).

Il 23 del versetto, dunque, è generazionale e molto significativo, come del resto lo è il 21 del capitolo che sì, è 777 ma in questo caso non è, almeno per ora, influente; importante è invece considerarlo generazionale e inserirlo nella genealogia di Luca in calce e inserirlo alla ventunesima generazione da Davide (contando la successiva) e da quella a Maria per altrettante 21.

Certo che sono importanti Davide e Maria, ma in questo caso fa luce la generazione intermedia di Salatiel di cui solo l’ottimo Wiki inglese dà il sunto esatto, compresa la etimologia che risulterà determinante, come vedremo.

Noi siamo gli unici non solo ad aver datato le generazioni lucane, da tutti considerate esclusivamente genealogiche; e siamo gli unici, anche, ad aver stravolta quella genealogia da Davide a Gesù perché proprio avendole datate e avendo anche ricalcolato tutti i re di Giuda siamo stati in grado d leggere tra le righe, storiche, di quella stessa genealogia e collocare Salatiel non al rientro dall’esilio babilonese, ma al suo accadere, cioè nel 506 a.C. (vedi tavola in calce).

Lo ripeto: siamo gli unici e in un mondo democratico siamo perdenti, perché neanche minoritari, ma unici. Tuttavia il passo escatologico lucano sembra darci ragione, se ferma Salatiel al 506 a.C. perché quello fu l’anno sabbatico (in un’ottica di datazione doppia necessaria 507/506 a.C.) precedente di due anni la caduta di Gerusalemme (Ger 34,8-11), cioè fu l’anno che vide porre l’assedio.

Un assedio è la grandissima sciagura del passato. L’assedio prelude alla caduta per fame, per sete, malattia e morti e dunque la numerazione del versetto che mette in guardia le donne incinte e le allattanti ha trovato il suo assoluto contesto ideale che emerge attraverso 21 generazioni da Davide a Salatiel e altrettante 21 da Salatiel a Maria, rendendo Salatiel perno di tutto il discorso storico, generazionale e scritturale che ha nell’assedio per eccellenza, quello di Nabucodonosor, un indice di sciagura biblica forse addirittura superiore, per portata, a quello di Tito, se dette luogo al secondo tempio chiudendo l’epoca aurea di un regno e di un sacerdozio.

La nota cronologica del 506 a.C., che ferma la generazione a Salatiel, quindi, ha fatto bene il suo lavoro, ma anche Salatiel non è da meno, se avete compreso quanto sopra, perché Wiki inglese ne riporta il significato del nome che è illuminante e, almeno per noi, chiude il cerchio. Citiamo la nota di Wiki, a cui va il nostro grazie


In ebraico, il nome Shealtiel significa, Shə’altî ‘Ēl , “Ho chiesto a El (per questo bambino)”. Il nome riconosce che il figlio è una risposta alla preghiera dei genitori a Dio (El) per aiutarli a concepire e far nascere un bambino. Molti nomi ebraici esprimono allo stesso modo l’importanza, la difficoltà e la gratitudine per una gravidanza di successo.

Se avete chiaro quanto noi abbiamo scritto, la nota di Wiki vi apparirà illuminante, perché assolutamente in linea con i nostri contenuti; e se la numerazione del versetto lucano ha permesso di scrivere il post, la nota sul significato del nome riportata di Wiki ha permesso di provarlo parlando essa stessa di un genitorialità.

Riassumendo:

nel nostro discorso c’era di mezzo l’assedio di Gerusalemme nel 506 a.C. da parte di Nabucodonosor individuato dopo 21 generazioni da Davide come il 21 di Lc 21,23 consigliava.

Poi abbiamo visto che con altre 21 ci si collegava a Maria, la Partoriente per eccellenza.

In seguito abbiamo scritto che la minaccia rivolta alla donne incinte e allattanti in Lc 21,23 non poteva trovare altro contesto ideale che in quell’assedio.

Infine abbiamo letto il significato del nome colui che ferma la generazione di quell’assedio: Salatiel, etimo che ci parla di gravidanze e maternità.

Tutto questo perfettamente inserito in una cornice storica (assedio), generazionale (Davide, Salatiel e Maria) e scritturale (Lc 21,23) per un’esegesi tutta femminile di un passo certamente escatologico e femminile, ma non per tutte: solo per quelle che….

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Luca, la genealogia di un tempio

Ieri abbiamo visto che la genealogia lucana e ben lungi dall’essere una lista di antenati di Gesù. Lista, tra l’altro, per noi sbagliata nel senso e nella natura, perché non esprime una primogenitura, cioè una discendenza di sangue, ma profetica, in cui il tempio ha un ruolo centrale che non sappiamo al momento se unico.

Questo ruolo è già emerso nel post linkato sopra, dove la generazione di Giuseppe si collega a quella di Gesù e da Lui a Salatiel nel 506 a.C. per un ambito generazionale che procede secondo una metrica di 161 anni esatti, cioè da Giuseppe a Gesù ne passano 161 e da Gesù a Salatiel altrettanti.

Tutto ciò ci dice che la somma di tutti quegli anni ha un multiplo di 7 ed è 46, un 46 assolutamente biblico (vedi tavola) se non fosse altro perché il dialogo tra i farisei e Gesù al tempio conosce quell’unica cifra che riassume gli anni necessari alla ricostruzione post esilica e l’anagrafe di Gesù stesso, nuovo ναός.

Dunque è una tempistica sabbatica quella che emerge e si colloca laddove deve essere: al tempio, un tempio che scandiva il “tempo”, talvolta la storia stessa di Gerusalemme, come abbiamo visto e come abbiamo illustrato quando ci siamo occupati della costruzione della porta superiore del tempio che di nuovo, adesso, entra in gioco perché essa fu dedicata nel 668/667 a.C. (datazione doppia, non approssimazione) laddove cioè si colloca (vedi tavola in calce) la generazione non a caso di Gesù, Lui porta del tempio, stando a Gv 10,9 tanto che noi a suo tempo scrivemmo che la pericope del Buon pastore non vede la sua location sotto il porticato di Salomone, ma alla porta superiore del tempio, per un falso, l’ennesimo.

Il tempio, però, emerge anche da un altro calcolo che riscrive totalmente il senso della genealogia lucana che abbiamo detto non essere primogenitura, non sangue, ma profetica illuminando il tempio. Essa, cioè la genealogia, si apre con Davide, è vero, ma a lui succede Natan indicato come “figlio”, ma in realtà, secondo noi, fu il profeta Natan che non a caso un artefice, perché latore della voluntas dei (2Sam 7,23) circa l’iniziativa di Davide di costruire il tempio.

Natan si colloca, all’interno della genealogia, nel 966 a.C., mentre la nostra tempistica del tempio, l’unica che permetta l’armonia che tra poco spiegheremo, vede le sue fondamenta gettate nel 945 a.C., mentre la sua dedicazione nel 938 a.C.

Tutte queste date non a caso si muovono secondo una simmetria a base di 7. Infatti dal 966 a.C. si giunge al 945 a.C. per un multiplo di 21 che è 777; mentre dal 966 si giunge alla dedicazione del 938 a.C. per u multiplo di 28 che è 7777 dicendoci che la perfezione del primo tempio fu profezia, come fu profezia la sua assoluta perfezione raggiunta nel 668/667 a.C. quando si dedicò la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale all’edificio cultuale da Salomone a Erode, perché essa doveva esprimere certamente Gesù, se la sua generazione si ferma lì, a quell’evento, ma doveva esprimere anche una profezia che, unico caso sinora incontrato, divenne architettonica, cioè una “gloria” che i sensi potevano mirare e toccare, insomma ciò che Giovanni scrive nel suo Prologo


E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Tutto questo ci dice che tra Luca e Giovanni corre un entente cordiale sinora sconosciuto, perché l’uno mappa generazionalmente ciò che l’altro rende teologico, per un “corpo” e “anima” di un Dio fatto carne, come a suo tempo si fece tempio, solo che quest’ultimo era pietra, cioè Legge: l’altro carne, cioè misericordia.

Il Prologo c’introduce, insomma, in quell’edificio; la genealogia di Luca invece spiega; mentre 2Sam 7,23 riassume, perché il 7 è il numero simbolo di quel tempio e di quella croce (σαυρός, 777 ghematrico) e il 23 la metrica di quelle generazioni che accolgono l’Emmanuele, il “Dio con noi”, prima tempio, poi Gesù.

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Il Magnificat, l’anima di un Vangelo

Ci sono post che nascono con un taglio, poi repentinamente ne prendono un altro e che sia quello giusto lo capisci da una cosa: gli elementi (paragrafi) vanno naturalmente al loro posto.

Nel post precedente noi abbiamo inserito Maria nella genealogia lucana. Lo avevamo fatto a suo tempo quando, cioè, ricavammo la genealogia lucana datandola (vedi in calce), perché solo Lei faceva quadrare i conti, solo con Lei si giungeva a Gesù, altrimenti fermi a Giuseppe in un 46 a.C. di difficile collocazione storica e teologica.

Facemmo bene allora, e facciamo bene adesso a sottolineare il fatto: solo Maria collega Gesù a Dio, solo Maria lega la Rigenerazione alla Generazione per un percorso storico e generazionale esclusivamente al femminile se
rùakh lo è femminile di genere.

Qualcuno potrebbe dubitare, non lo faccia prima però di aver riletto il post precedente e compreso che noi lì abbiamo scritto chiaro che quello di Luca è il Vangelo di Maria e Luca è l’evangelista di Maria.

Compreso questo, sarà facile collocare il Magnificat che caratterizza solo il Vangelo lucano e non di altri. Dunque se quella genealogia è mariana, lo è anche il Vangelo e Luca, forse, è il primo di una teologia che da lui si è sviluppata ma che lo ha dimenticato. Perché?

Perché come la genealogia matteana scrive Abramo al posto di Mosè, quella di Luca ha subito di peggio: hanno escluso Maria, gettata fuori magari a calci per un odio dissennato, quello sì misogino e poi attribuito laidamente alla Scrittura che invece offriva nientemeno che il Magnificat.

E’ con Luca, allora, che si svela Gesù (ad Jesum per Mariam), certo, ma Figlio di Maria e anche (poi?) di Giuseppe. Una Maria che ci dà l’opportunità di conoscerLa a fondo se mettiamo a frutto i numeri del post precedente che fermano la Sua generazione al 23 a.C. (vedi in calce) e dunque Ella, stando a questo calcolo, aveva 8 anni al momento della nascita di Gesù (15 a.C.) per una “piena di grazia” fanciulla e per un παρθένος (fanciulla) che non a caso ferma la sua occorrenza a 15 volte nel NT, come il 15 a.C. noi diciamo essere l’anno di nascita del Messia, quasi a conferma che “quella vergine” (Maria) partorì in quell’anno che s’inserisce non solo in una grande cronologia, ma traccia anche quella di una maternità di altissimo profilo poiché squisitamente mariana.

Diversamente, Ella aveva 58 anni (23+35=58) al momento della crocefissione (35 d.C.) e di nuovo quell’armonia che ha caratterizzato la Sua maternità ci viene incontro, perché 58 non è una cifra a caso: è lucana e caratterizza la generazione immediatamente precedente quella di Davide, ferma, invece, a 23 (vedi in calce).

Ma quella tranche che da Abramo giunge a Davide non si caratterizza solo per l’identità tra l’età di Maria al momento della crocefissione e il metro generazionale (58 anni), perché è la tranche che in assoluto concentra più donne, anzi, sono tutte lì a far capannello santo: Tamar, Racab, Rut e Naas e questo ben colloca Maria in un cenacolo esclusivamente femminile di Grandi Madri.

Sì, il Vangelo di Luca, dottore, è il Vangelo delle donne, Grandi Donne, alla luce di tutto questo e non a caso offre il Magnificat, orbato però della sua protagonista da chi non ha capito che è un affare di donne e guai, guai a metterci bocca, figuriamoci il bianchetto!

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