Giuda e il saluto romano

Nei vangeli, Roma ha un ruolo importante che già è emerso a tutto tondo con il processo a Gesù, dove Pilato è uno dei protagonisti assoluti. Ma Roma, con Celso, ha cercato anche un ruolo altro che s’innesta su un’inchiesta mai giunta al termine che è sempre quella su Gesù.

Si è scritto e creduto, infatti, che Gesù fosse il figlio di Ben Pantera, vessillifero romano, che ebbe rapporti con Maria e dalla loro unione nacque un improbabile Messia, tanto è vero che questa tesi ha cercato di minarne le origini, rendendole tutt’altro che divine.

Potrebbe esaurirsi qui il ruolo di Roma, ma potrebbe anche darsi che vada ben oltre e ci offra un apostolo romano nel collegio apostolico: Giuda. L’ipotesi è così fantastica che appare sin da subito incredibile, ma noi ci facciamo forti del ab Urbe condita (a.U.c.), della fondazione di Roma già indagata grazie a un acrostico che riassume i titoli della Chiesa cattolica, cioè ΥΣΚΑΡ (qui e qui) che ci parla di Una Santa Cattolica Apostolica Romana chiesa.

Il valore ghematrico dell’acrostico è 721 per un 721 a.C. che Virgilio data al settimo anno (in realtà sesto, ma in un ottica di datazione doppia è ininfluente) di Ozia quando sale al trono Proca Silvio, diretto antenato di Rea Silvia madre di di Romolo E Remo.

E’ un anno, dunque, che la storiografia conosce e cita quello che emerge da
ΥΣΚΑΡ e non lo troviamo casuale, come non è casuale il 721 a.U.c che nasconde una sequenza di 7 impressionante se si considera il 21 aprile giorno indicato per la fondazione, tanto che la data si compone di

721 = 7 + (7 x3) = 7777

21 = 777

quando il sette è da sempre sinonimo di perfezione biblica, quella di cui deve fregiarsi, nelle sue origini, una città, Roma, chiamata a evangelizzare il mondo, mondo riassunto con i confini del suo impero, ma anche con quelli ben più estesi del suo impero culturale che raggiungerà la “pienezza dei tempi” paolina dicendoci che solo allora Dio poteva incarnarsi, perché l’umanità, raggiunto il suo apice, occupava il proprio perielio, cioè il punto di massima vicinanza al sole, cioè a Dio, quel deus absconditus sino ad allora solo intuito che avrebbe dato pienezza al suo pantheon.

La datazione del 721 a.U.c., ricavata con un percorso davvero poco ortodosso, non è però insostenibile, tanto è vero che la scienza, quella che noi abbiamo forse ignorata, colloca l’a.U.c nel 753 e questo avvicina di molto i rispettivi risultati, cioè il nostro 721 a.U.c. e il 753 degli storici.

Ecco, questo è per sommi capi il contesto in cui si muove Giuda, improbabile, ma fino a un certo punto, apostolo. Un Giuda che passa alla storia e prim’ancora ai vangeli, come Iscariota, soprannome che i dizionari fanno risalire al villaggio natio, non sapendo, forse, che l’origine potrebbe rivelarsi proprio nell’insolito acrostico (ΥΣΚΑΡ/ ISCAR) che compone il lemma, compone cioè, non casualmente, ISCAR-IOTA.

Seguendo questa lettura, Giuda sarebbe originario di Roma o soldato romano, sarebbe sì, forse, Ben Pantera ma non quello di Celso, non il padre di Gesù, ma il suo traditore, dando un’altra logica e significato alla leggenda, la quale ha sempre un fondo di verità, ma essa non è quella conosciuta, non è il Ben Pantera di Celso, ma un apostolo: quello che tradì e introduce Roma nel collegio apostolico, addirittura.

Di per sé, questa tesi, è leggera ed è inutile che me lo facciate notare, tuttavia lasciate che mi spieghi, perché anch’io, sulle prime, sono stato tentato di non scrivere, salvo poi riflettere su un punto fondamentale: il bacio di Giuda, che ha prodotto una letteratura sterminata entrando nell’immaginario collettivo come il sinonimo del tradimento per eccellenza.

Bisogna anche ricordare, però, che quel bacio fu “il segno”, perché in questo punto Mt 26,48 e Mc 14,44 sono chiari quando scrivono che colui che Giuda bacerà è il Maestro. Dunque quel bacio riconosce Gesù ed è dato dal discepolo, quando però il bacio era, in età imperiale l’omaggio dei clientes ai loro patroni, come fu, quindi, l’omaggio del discepolo al suo maestro.

Quel bacio non ha altrimenti senso all’interno dei vangeli, in particolare se togliamo il suo significato profondo che rimane certamente quello del tradimento, ma rivela anche chi tradì, che non era solo Giuda, ma era Giuda Iscariota, di ISCAR, di Roma che sin dai tempi di Gesù conosceva il suo saluto: quello romano.

L’ora zero

Nel post precedente, che riassumeremo per sommi capi, abbiamo descritto uno stile narrativo che caratterizza Giovanni, il cui Vangelo propone un’atmosfera ansiosa.

Essa prelude alla crocefissione e morte: quello è il focus di Giovanni e su quella tensione emotiva costruisce 21 capitoli che partono placidi con il Prologo per poi iniziare lentamente una discesa che diviene grande salto nel vuoto alla Passione e morte, prima di incontrare la quiete del Lago di Tiberiade: la resurrezione.

Ecco, con una metrica tesa, Giovanni tiene incollata l’attenzione del lettore che sa, sin dal capitolo 7, che ci sarà un’ora fondamentale, drammatica che la profezia ha disposto (3 del pomeriggio o nona ora, cioè 3-9 il 39 d.C. di Daniele).

Abbiamo scritto che quell’ora sono le 15, cioè le 3 del pomeriggio come 3 sono le occorrenze della locuzione la “sua ora” nel Vangelo di Giovanni, la cui identità assume l’accezione sociologica di unicità, quindi.

Quelle 15 sono sincronizzate (tradotte) sul nostro “fuso orario” e la forzatura potrebbe apparire evidente minando il concetto, ma invito -e concludo- a riflettere su un punto: Giovanni usa “morte” nove volte, cioè l’occorrenza θάνατος (morte, 12,33) è 9, per un’ora nona matteana (27,50) che coincide, nella misura in cui “rendere lo spirito” significhi, da sempre morire, in questo caso alle 3 del pomeriggio, ma anche all’ora nona perché fu un avvenimento universale.

L’identità di un Vangelo

Il Vangelo di Giovanni è una grande Pasqua, nel senso che tutto ha come fine la crocefissione e la resurrezione. Lo stesso impianto tradisce la Pasqua seguendo questo modello :

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Ma la Pasqua non è solo calendario, la Pasqua è attesa e l’attesa prende corpo nella trama, che certamente muove gli episodi in quel senso, nel senso pasquale, ma anche nello stile, se esso si avvale di escamotage letterari che vogliono tener concentrati i lettori sul fine.

Insomma, la Pasqua è annunciata, in Giovanni, non solo contata e raccontata; è anche annunciata, in particolare da una locuzione temporale vibrante, quasi ansiosa perché conosce quella Pasqua, conosce quella fine, la Sua fine a cui l’apostolo, unico, ha assistito.

Quella locuzione è “la sua ora” che non è ancora giunta (Gv 7,30 e 8,20) e che giunge (Gv 13,1). “La Sua ora”, dunque, tiene col fiato sospeso il lettore e forse, addirittura, se uno guardasse dentro a quell’ora, noterebbe un preciso metro, se non nella trama certamente nello stile, quasi una liturgia delle “ore” che sono tre, perché tre volte ricorre quella locuzione.

Questo ci mette in grado di scorgere un’identità tra la frequenza della locuzione e “l’ora stessa”, l’ora per eccellenza: la morte, quando Gesù rende lo spirito (Mt 27,50) perché tutto compiuto (Gv 19,30).

Quell’ora alcune edizioni bibliche la riportano secondo la ripartizione del giorno usata dai romani, perché romana fu la croce e nei Vangeli questa si legge, tuttavia i tempi cambiano e le edizioni pure, come quella CEI e con esse “le ore”, cosicché quella “ora” nona diviene le 15, cioè le 3 pomeridiane, come 3, in Giovanni, sono le occorrenze della “sua ora” per un’identità, intesa come unicità e inconfondibilità, di tempo e di Vangelo

Discorso leggero, reputabile casuale, ma è curioso come noi usiamo alla stessa maniera la locuzione sia quando non è “giunta la sua ora”, sia quando “è giunta” seppur non riferendoci a Gesù ma a tutti noi, perché con essa vogliamo dire che non è giunto il termine della Sua o nostra vita, cioè la somma delle nostre ore.

Così fa Matteo che al versetto 50 del capitolo 27 del suo Vangelo scrive che Gesù “rese lo spirito”, cioè morì all’ora nona, quindi alle 3 del pomeriggio, in una parola alla “sua ora” di una vita cinquantennale stando al versetto matteano che suffraga la nostra versione anagrafica di Gesù ferma anch’essa a 50 anni, come del resto fanno Giovanni, Policarpo e Ireneo.

Scriviamo questo coscienti della leggerezza, insomma una finezza inutile che pochi sapranno apprezzare, ma a noi viene in mente Luca e quella sua generazione gesuana ferma la 668/667 a.C. laddove questo blog colloca, inequivocabilmente, la costruzione della porta superiore del tempio.

La notizia del fatto è in 2 Re 15,35 mentre la similitudine tra Lui e la porta è in Gv 10,8 in cui Egli dice se stesso Porta. 15 e 35 sono gli estremi della Sua anagrafe, i cardini della porta -anche del cielo- che ha una “superficie” di 50 anni (15 a.C.-35 d.C.), quelli necessari a compiere una vita, anzi, a compiere tutto (Gv 19,30) nella “sua ora” la nona, ai nostri orologi le tre del pomeriggio, quando giunse la sua ora per uno scoccare del tempo (ora) e dello spazio (porta)..

Orzo, che Passione!

Scrivo questo post a coloro che credono e credono la Bibbia ispirata, cioè Verbum dei che non falla se non lo si induce. Essa esprime certamente i suoi alti concetti ma, al contempo, le sue piccole prove che avvalorano gli stessi grandi concetti, come la Passione e morte. Ma in che anno?

La tradizione cattolica apostolica romana (tutto maiuscolo) afferma ferrea in preda a un rigor mortis che fu il 33 d.C.; il mondo accademico, ispirato dalle grandi scuole anglosassoni, crede lo stesso, in preda a un rigor non mortis, ma british che già la sua lettera, la Lettera a Sardi, introduce nel mondo.

Io, unico in quello stesso mondo, vado peregrinando di Chiesa in Chiesa del villaggio globale, ma pellegrino del ceto più basso come scriverebbe “il russo”. Ed è così che offro un mio 35 d.C. frutto di accurate ricerche e resoconti ordinati sebbene alla maniera 2.0 (se ci sia un 3.0 non lo so) cioè per categorie e in un blog.

E’ un 35 d.C. che nasce lontano, 24 anni fa, ormai, e che mi ha presa la vita senza riscatto perché a 53 anni ciò che è fatto è fatto; se non hai fatto non fai più.

Ma ti sorprende il senso unico, è vero, ma giusto della tua vita quando tracci le occorrenze bibliche, quel sussurro all’orecchio della Parola e noti che orzo ne conta 35, come il tuo 35 d.C. e corri subito a vedere quando l’orzo era mietuto e leggi, per bocca degli stessi ebrei (esempi a iosa), che i giorni erano esattamente quelli della Passione, della tua passione, cioè sia di Cristo che tua.

!4-15-16 di Nissan si mieteva l’orzo, mentre sul Golgota si raccoglieva un’altra messe, che non è l’orzo e le sue occorrenze, ma frutto anch’essa di un semina che ha prodotto orzo: il 35 d.C. Il resto (33 d.C.) è zizzania, neanche buona per un caffè leggero, leggero.

Riassumo tutto con un sillogismo


Le occorrenze di “orzo” sono 35


L’orzo si mieteva a Pasqua


La Pasqua dell’Agnello cade il 35 d.C.

Mi raccomando: rispettate la tradizione: fatevi gli auguri di Buon Natale…Cupiello, però, che quello di Gesù è il 10 agosto

Aceto Di-vino

aceto balsamicoSe con l’issopo abbiamo affrontato il tema del destino che Gerusalemme scrisse di se stessa; non rimane, quindi, che affrontare l’aceto anch’esso corretto e non di-vino, ma frutto di una sperimentazione alcolica dal pessimo risultato se il testo greco offre ὄξος ma solo ὄξως offre quello balsamico, ideale per i piatti che offre la Scrittura.

Ωξως ha un valore di 936 e noi lo segniamo nel nostro calendario ghematrico al 936 a.C. anno che ci parla della completa costruzione del primo tempio e della sua dedicazione, se consideriamo la datazione doppia, obbligatoria, tra l’altro, che ferma, anch’essa, tale evento insuperato al 937 a.C. secondo la nostra cronologia.

Gesù esclama, dopo l’aceto offerto ma rifiutato, “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30) come compiuto fu il tempio e come compiuto, quindi, fu il nuovo ναός quello che aveva minacciato ai farisei in Gv 2,20 ribattendo loro che il piano omicida sarebbe andato a segno, ma solo per tre giorni, “poi risorgerò!” e, mi pare ovvio, “faremo i conti!”.

“Tutto è compiuto”, allora, sia nella Gerusalemme di Salomone; sia in quella del Golgota ed in entrambi i casi è il tempio che la fa da padrone, perché se il primo fu costruito in 7 anni (1Re 6,38), altrettanto dicasi della predicazione evangelica sia nel Verbo del Battista; sia in quello divino, cioè di Gesù. (Apro una lunga ma doverosa parentesi che richiede assolutamente la lettura di questo post per comprendere che eravamo nel giusto quando abbiamo calcolata la ghematria di υσοπος a 836 per poi leggere la cifra a rovescio e individuare la nostra datazione della caduta di Samaria. Il lemma per “issopo” greco è dunque υσοπος più una iota, quindi, altrimenti non si spiegherebbe la nota bibliografica della dedicazione del primo tempio ferma al 1Re 6,38 ossia 638, il 638 a.C. della caduta di Samaria. Essa emerge con “aceto”, quello stesso offerto a Gesù con una verga d’issopo)

Questi ultimi sono sette anni canonici, dicevamo, e terminano con la crocefissione, cosa confermata anche dal calcolo secco delle Pasque di Giovanni che sono 3 forse quattro, insomma, “3 e mezzo”, lasciando gli altri 3 anni e mezzo precedenti all’opera del Battista, iniziata nel 28 d.C. a detta degli studiosi e nostra che facciamo gettare le fondamenta del tempio nel second’anno dal rientro di Esdra a Gerusalemme (Esd 3,38), cioè nel 462 a.C. se il rientro è fermo al settimo anno di regno di Artaserse, quando il primo fu il 471 a.C. (per i particolari e le note leggi qui).

In seguito abbiamo applicata una delle nostre metriche bibliche, i 490 anni, ottenendo il 28 a.C. (490-462=28), come anno d’inizio della predicazione del Battista perfettamente allineato con l’anno in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio, per un “da tempio a Tempio” coerente cronologicamente e teologicamente.

Dunque se il 28 d.C. corrisponde al “quindicesimo anno” di Tiberio Cesare (Lc 3,1), per noi e per gli altri, siamo a un punto d’incontro che la scienza potrà valutare, perché due studi, diversi per tempo, fine e mezzi sono giunti alla stessa conclusione. Conclusione che permette di scrivere che come il primo tempio fu costruito in 7 anni, così quello Nuovo, il ναός, che conta gli stessi anni: 7, forse 7 anni e mezzo cioè dal 28/29 d.C al 35/36 d.C.

Quell’aceto che Gesù beve prima di gridare che tutto è compiuto, quindi, conduce al tempio, al primo è vero, ma in questo non vediamo una forzatura nella logica degli elementi e del calcolo, perché se il primo tempio “fu” Gesù, il secondo, proprio per importanza “fu ” il Battista, il “nato di donna cui nessuno fu maggiore” tranne la discendenza davidica, cioè ciò che venne dopo la crocefissione, uniti nell’opera che sintetizza il primo e secondo, cioè il terzo e definitivo tempio.

Ed è la ghematria di Ωξως che, come quella di issopo, descrive “questa passione” sotto un’altra angolatura, quasi una macro sui fatti, per esprimersi con un gergo fotografico, una macro che “va dentro” il fatto in sé e racconta la “Sua Passione” nei significati e nei simboli, già di per sé usati e abusati, ma mai, a nostra conoscenza, così minuti, tanto che interviene un salmo a confermarci tutto, se la teofania dei sinottici non è escamotage scenico, un “Di più”, cioè gossip.

Infatti, 936 a.C. “più” 35 d.C. dà un totale di 971 e a tanto ammonta il tempo dalla dedicazione del primo tempio al ναός. Ma il 971 a.C. fu il diciottesimo anno del regno di Davide e noi leggeremo il salmo corrispondente, il diciotto, per scorgere tutti gli elementi della teofania tipica della Passione, cioè “Il grido dell’abbandono” (Mc 15,34); “il terremoto” (Mt 28,2) e “l’oscurità” (Mt 27,45) tutte cose che conducono al Golgota subito dopo la morte dei Gesù come narrano i sinottici.

Insomma, un calcolo che unisce il tempio al “Tempio” e Davide al “Figlio di Davide” in una cornice scenica e teofanica che farebbe risorgere anche i morti ma,ora che ci penso, risorsero davvero, pure loro.

I colori del lutto

arcobaleno gerusalemmeQuando hai abbozzato e pubblicato un nuovo argomento ti rendi conto che, forse, ragionandoci un po’ su poteva essere più completo e gradevole alla lettura, perché potenzialmente oggetto di un unico post. Tuttavia non è sempre facile gestire post lunghi se trattano di cronologia, la quale deve essere dimostrata chiaramente affinché il lettore ti segua e dunque è buona cosa, anche, farli brevi.

I tre post (qui,  qui e qui ) precedenti hanno trattato della rottura dell’alleanza da parte di Gerusalemme e ne hanno illustrate le conseguenze oltre che la dinamica di quella risoluzione unilaterale.

Ad essi vogliamo aggiungere, se della sua fine si tratta, una nota importante circa l’effettiva durata del regno davidico che è 484 anni e 6 mesi, come indica la nostra tabella, ma solo se la dead line è storica perché se non la volessimo così tracciare dovremmo riprendere l’argomento, immutato nella sostanza, ma esaminato più approfonditamente.

Non c’è una sola dead line per Gerusalemme, ce ne sono almeno quattro ed esse, nel numero e nel cromatismo di un allarme suonato dai profeti prima, dal Battista poi e infine dallo stesso Gesù, compongono la fine, la fine di ciò che fu un arcobaleno che aveva segnato l’alleanza con Dio.

Ma lo ripetiamo, è solo un abbozzo perché una dead line ha un inizio e una fine, cioè segue un percorso che comprende tutta quanta la storia, cioè istituzionale, politica religiosa ed economica, come una pianta che non secca repentinamente, ma per gradi, coinvolgendo progressivamente le singole parti che la compongono: radici, tronco, rami e foglie e tutte queste singole parti necessiterebbero di uno studio specifico. Rimane, quindi, da capire quando, alla luce di quanto sappiamo finora, il regno di Giuda finì.

Iniziamo col dire che abbiamo visto che l’occupazione romana di Pompeo (64 a.C.) potrebbe essere l’inizio della dead line perché Gerusalemme perse la sua indipendenza politica. Questo costituisce il primo tratto di un colore di quell’arcobaleno che svanì non nel 70 d.C., ma nel 135 d.C. quando l’ultimo sussulto insurrezionalista fu stroncato, nuovamente, dalle legioni.

In questo la ghematria, ma anche il salmo 135, ci sono d’aiuto per comprendere, perché 135 è la ghematria di δόξα (gloria) e allora quella disfatta segna la Gloria, la Gloria dei del Cristo che prende ragione su un corso storico e religioso che l’establishement gerosolomitano aveva scelto a sua danno.

Poi c’è un altro colore, un’altra striscia cromatica di quell’alleanza infranta che fu l’arcobaleno della pace e della protezione divina: Anna, l’ultima profetessa, che segnò la fine della profezia nel 99 a.C. e segna, così, un evento importante del degrado, se i profeti furono la vox dei, ma si scelse la vox Caesaris e la si scelse condannando la prima alla croce.

Inoltre un altro colore è la cifra secca, cioè conti alla mano, del regno di Giuda che emerge dalla somma di tutti i regni precedenti l’esilio e che da Davide (989 a.C.) giunge all’undicesimo anno di regno di Sedecia nel 505 a.C. quando non furono chiuse le porte del regno, ma furono, al contrario,letteralmente  abbattute da Nabucodonosor. Quel tempo si misura ed è 484 anni e 6 mesi.

Infine, ma per ora, dobbiamo descrivere l’ultimo cromatismo dell’arcobaleno che “fu”  Gerusalemme: la durata effettiva, teologicamente, di quell’alleanza che, sebbene una natura schiva, perché frutto dell’anima di Gerusalemme stessa, segna ugualmente una fine, di colore rosso oppure bianco, tanto da farne vedere anche a noi di tutti colori, perché di quei colori sembra fosse il mantello che Erode mette addosso a Gesù (Lc 23,,11) prima che sul Golgota fosse versata l’ultima goccia con quell’aceto ad bibendum avverando la Scrittura “Nella mia sete mi hanno fatto [addirittura] bere aceto! Sal 68,22)” e questo consegnò Gerusalemme al Calvario che tutt’ora vive, goccia a goccia: uno stillicidio storico che riempie le giare di Gv 2,6 di lacrime.

Poteva apparire argomento difficile, forse presuntuoso, ma non lo è stato: siamo infatti giunti al termine del post e indicheremo l’ultimo colore dell’arcobaleno perché illustreremo gli anni dal 989 a.C al 35 d.C. che sono 1024, guarda caso l’hanno di nascita di Davide, secondo noi e questo ci dice molte cose, perché se con Davide nasce la monarchia, quella monarchia nasce anche sul Golgota, ma è nuova come nuova è l’alleanza e nuovo è il Testamento .

Con Davide morì l’esperienza esodale di Gerusalemme (degli Ebrei intendo) se di quell’esperienza aveva  ereditato le istituzioni. La monarchia spazza via Saul, ultimo giudice e primo re, per far posto a una monarchia legittima che coniuga modernamente il trono e l’altare e pone a pieno titolo Giuda alla ribalta politica a religiosa del Vicino Oriente Antico.

Fu un grosso salto di qualità quello che Davide permise, anzi, che Dio, tramite lui, permise facendo di Giuda e di Gerusalemme una grande nazione che raggiunse con lui e suo figlio Salomone l’apogeo testimoniato dal tempio, mai superato in splendore dal secondo, come scrive Flavio.

Ma fu con il Cristo che Giuda andò ben oltre, perché il guscio orientale si schiuse, proiettando Gerusalemme nella scena internazionale, cioè romana e si rivolse a tout le monde, a tutte le genti divenendo internazionale e universale, sia storicamente che religiosamente grazie al Nuovo Testamento, alla Nuova Alleanza che abbracciò tutti e che ha dato, il 10 agosto, i natali al Suo fondatore: Gesù.

Sappiamo come ciò sia stato reso possibile, fu reso possibile grazie a Luca che passò, prima a Erode e da lui a Pilato, il suo Vangelo, non a caso, non a caso! “resoconto ordinato” frutto di “accurate  ricerche” (Lc 1,3) perché questo esigeva quel contesto internazionale di altissimo profilo culturale e qui diviene ancora più importante il ruolo di un evangelista sconosciuto, in fondo: Luca, che tagliò -di nuovo perché suo è il mestiere di chirurgo evangelico– il cordone ombelicale vetero testamentario affinché l’Υἱός (Figlio, Ap 12,5) potesse avere vita autonoma in un contesto che esigeva una maturità culturale e storica a pieni voti: cioè quello romano, che conosceva tutto, ma non  la verità (Gv 18,38) e quella Verità fu posta davanti ai suoi occhi, davanti a un Pilato incredulo, che mai avrebbe immaginato di sentire vagire nientemeno che l’Impero, quindi non una turbolenta provincia, tornato fanciullo per cui capace della Verità.

 

 

“Nella mia sete”: sulle labbra la fine d un regno

acetoBen dopo le 16, sono stato preso da una pesante sonnolenza che chiudeva gli occhi ed era del tutto insolita a quell’ora, tanto che non ricordo neppure quando sia successo altrettanto, se mai è successo. Tra l’altro avevo fatto, subito dopo pranzo, un lavoretto che mi è venuto benino: un portacenere ricavato scavando una lingua di pino ancora attaccata al tronco, per cui non avevo trascinato le ore.

E’ stato un dormiveglia pesante, ma non infruttuoso, perché Levane è venuto fuori lì, cioè dal quel pensicchiare addormentato; come è venuto fuori questo post in cui ci andremo giù duro con il greco, riscrivendo quasi un lemma, ma lasciandolo inalterato nella sostanza (cambieremo lettere simili foneticamente, solo graficamente diverse aggiugendo un iota, ma chissà dove).

Il lemma è ὕσσωπος che noi riscriveremo immaginando una iota nel lemma υσοπος (quelli più bravi e freschi potrebbero riuscire a collocarla e a rintracciare il lemma, altrimenti è esercizio) per un valore ghematrico di 836. Già di per sè l’8 ci parla dello 888 di Ἰησοῦσ, mentre il 36 è il 35/36 d.C. dell’esatto anno della crocefissione, per cui non siamo molto distanti da qualcosa di sensato, dal momento che l’aceto Gesù lo beve prima di morire .

Ma c’è di più, c’è di più se πος è l’abbreviazione del latino post tanto che l’italiano, se il suffisso è usato davanti a una consonante, perde la t e diviene, appunto, pos come “posdatato”, ad esempio.

Pos/t significa “dopo” e allora dopo cosa? Dopo lo 836 che noi leggeremo a rovescio per un 638, un 638 a.C. anno della caduta di Samaria e la fine del regno di Israele. A questo dobbiamo aggiungere υσο, che leggeremo “iso” che significa “uguale” e quindi tutto diventa sensato se quell’aceto vergato alla bocca con un ramo d’isopo+una iota appartiene agli istanti precedenti la morte di Gesù.

Significa, infatti, “dopo avverrà lo stesso, come a Samaria” e infatti nel 70 d.C. accadde; dopo, è vero, ma accadde lo stesso identico e ciò sta lì a dirci che il buon vino era diventato aceto, Ira Dei nota marca specializzata in aceto di “fiele”.