Una Pentecoste su misura

I post dedicati a Barabba debbono essere riletti per comprendere questo che offre solo un paragrafo di sintesi alla luce della Pentecoste. Lì abbiamo scritto che egli fu il Messia istituzionale, cioè eletto dal sinedrio di cui era l’espressione, ex lege, della sua santità.

Il sinedrio, quindi, cercò d’impedire la predicazione di Gesù non facendolo tacere, perché avrebbero gridato le pietre (Lc 19,40), ma di opporre un gioco delle tre carte che obbligò Gerusalemme a capire se il Messia fosse il figlio di un falegname, o se fosse “figlio di un padre”, espressione paradossale che solo lo strong coglie aggiungendo “spirituale” (filius magistri), cioè a dire del sinedrio.

Ma a tutto questo ci fu un termine: la Pentecoste, in particolare i 50 giorni che separano la Pasqua da quella festa, perché Barabba rimase solo e cadde in una totale afasia.

Infatti se lui era l’espressione del magistero, se lui cioè era l’espressione dell’esegesi, Gesù era la Parola, il λόγος e dunque l’espressione della Sapienza incarnata. Il divario era dunque incolmabile e consigliava di tacere dopo aver soppresso il competitor.

Ma proprio il silenzio istituzionale, del sinedrio, dette modo a Gerusalemme di compiere l’ultima analisi dopo una crocefissione scandalo che aveva messo fuori dai giochi Gesù.

Non c’era più il “chi ha detto cosa” o “il chi ha fatto cosa”: tutto divenne chiaro agli occhi di Gerusalemme e Barabba divenne solo l’espressione di un magistero violento che si era imposto con la delazione, per altro giustificata dal fatto che lo stesso “tradito” aveva offerto il boccone intinto, irresistibile.

E’ questa dunque una nuova luce sulla Pentecoste: un silenzio totale per 50 giorni rotto poi da una tempesta di vento, cioè di voce e di voci che, come lingue di fuoco, arsero Gerusalemme e tutte le sue scorie purificandola (At 2,1-4).

Ma quella Pentecoste, se la Pasqua fu Pesach Shine, varia, nel senso che sì, inizia a Pasqua, ma quella del secondo mese al 14 per un ricalcolo del navigatore cronologico biblico.

Dal 14 di iyar si giunge, dopo 50 giorni, al 5 di tammuz data assolutamente anonima sebbene alle porte delle tre settimane di digiuno che celebrano molti avvenimenti, tra cui la caduta di Gerusalemme per fame sotto l’assedio di Nabucodonosor nel 505 a.C. (altri 586 a.C.).

Questo fatto cadrebbe, stando a Geremia 52,6, al nono giorno del quarto mese, cioè tammuz. Non potremmo noi dire, quindi, che Geremia ha sbagliato perché, in realtà, si trattò del quinto giorno, per cui lo facciamo dire ad altri che ha sbagliato (così dicono). Lo facciamo dire cioè agli Ebrei che i loro profeti, sebbene della caratura di Geremia, sbagliano cosicché noi siamo legittimati a scrivere, sostenendo loro il diciassette di tammuz, che gli altri, cioè loro, falsano.

Insomma, se Barabba non è stato sufficiente a mischiare le carte e ci si sono messe pure le generazioni successive, noi siamo autorizzati a scrivere che tutt’al più sbagliano tutti e la breccia nelle mura è del cinque del quarto mese (tammuz), certi, però, di rendere giustizia a Geremia, che scrisse il cinque, ma altri hanno letto nove e diciassette (l’esilio non lo si data senza alcuna logica cronologica scritturale al 586 a.C.? Che volete che siano alcuni giorni?).

Quella breccia fu aperta per fame, quella stessa che attanagliava Gerusalemme a un tratto costretta al silenzio istituzionale. Il lamento di Emmaus, allora, ne è la sintesi: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32 per un 32 d’inizio ministero) e ciò crea un perfetto parallelismo con Gesù che cala da un nord biblico con la sua Parola, la sua armata: gli apostoli investiti e rivestiti di Spirito Santo per una capitolazione istituzionale, la capitolazione di Gerusalemme.

Pentecoste significa “cinquanta giorni” e anche con questo è possibile calcolare se dal 14 di iyar si giunge, dopo quindici giorni, al 29 dello stesso mese di 29 giorni. Poi altri 35 e si giunge al cinque di tammuz per un 15-35 di 50 che riassume tutto Gesù, nato nel 15 a.C.; morto nel 35 d.C. a cinquant’anni per una Sapienza che offre il suo taglio storico di classe, un defilé che rese e rende panni stracci tutta l’esegesi di un sinedrio e di una Chiesa mendicanti.