Un sabato da leoni

La polemica tra i farisei e Gesù riguardo al sabato è cosa assai nota, ma non mi pare sia nota una possibile altra traduzione di Lc 6,5, conosciuta com’è per la signoria del sabato da parte di Gesù, Figlio dell’uomo signore del sabato.

Una traduzione, oltre che letterale, ha anche un senso che emerge solo se si è compreso il contesto, in questo caso i vangeli che non vogliono semplicemente padrone del sabato Gesù, ma Lui stesso il sabato.

Egli non ne è semplicemente signore: Egli è il sabato se gli affaticati e gli oppressi (Mt 11,28) sono invitati al Suo riposo, riposo sabbatico. L’identità tra Gesù e il sabato va quindi ben oltre la Sua signoria su di esso, perché Gesù e la festa del sabato hanno un’unica natura.

Compreso tutto ciò, diviene facile impostare le altre due scommesse che vogliamo proporre, cioè che, in virtù dell’identità tra Lui e il sabato, Egli nacque di sabato e ri-nacque, cioè risorse, nello stesso giorno.

Nel primo caso sarà allora sabato di luna piena il 25 di ab del 3745 che corrisponde al 10 agosto del 15 a.C. gregoriano (non teniamo conto della successione dei giorni ebraici che avveniva alla sera).

Nel secondo il novilunio ecclesiastico che segna la resurrezione cadrà di sabato, 3 giorni dopo la luna nera che segna la tumulazione (ci muoviamo tra il 21/22 aprile e il 24/25 dello stesso mese del 35 d.C.).

Ci sentiamo davvero di scommettere virtualmente (e qui) anche queste due quote ferme a 1:75 perché pochi sanno che davvero Gesù era il sabato, tanto è vero che le occorrenze che segnano il sabato nei vangeli (sinottici e Giovanni) sono 50, come a 50 anni si compì la vita terrena di Gesù che così fu sabato con l’intera sua esistenza, nata nel 15 a.C. di sabato e di sabato risorta nel 35 d.C.

I chiaroscuri dei vangeli

Una pagina scritta in maniera eccellente da una pagina semplicemente scritta la si riconosce grazie ai dettagli che solo un lettore altrettanto raffinato sa scorgere, oppure scorge solo quando è rimasto molto colpito dal libro e ne vuole cogliere le singole sfumature.

Se io infatti scrivessi che Giovanni impugnò una grande torcia e si recò alla stalla, non avrei semplicemente scritto che prese qualcosa per far luce essendo notte, ma prese qualcosa di grande per far luce.

Compreso il dettaglio, a meno che Giovanni non voglia difendere i cavalli dai ladri con una grossa torcia, si capisce anche che fuori era buio pesto e occorreva una grossa fonte di luce.

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 18,3, segue lo stesso schema descrittivo e lascia al lettore comprendere quando riporta che, per la cattura di Gesù, non solo ci si mosse di notte, ma s’impugnarono torce e anche lanterne, come a dire che le sole torce, tanto era buio, non sarebbero state sufficienti o non reputate tali.

Una notte così buia, però, è giustificata solo dall’assenza della luna, cosa che noi infatti avevamo pronosticata nella nostra scommessa, la quale vuole che la Passione sia caratterizzata dalla fase nera della luna.

Avevamo anche fatto un appello a coloro che sono in grado di ricalcolare le fasi lunari attraverso sofisticati programmi, affinché emergesse chiaro che la notte della passione era molto buia, cioè nera. Ma adesso, alla luce di Giovanni, cioè delle torce e delle lanterne a far luce sulla scena dell’arresto, ne siamo già sicuri, perché nell’economia di un Vangelo in fondo brevissimo, non crediamo si sia proiettata sulla scena più luce di quanta ne fosse necessaria, per cui se Giovanni non ricorre alle sole torce significa che erano necessarie anche le lanterne, affinché i soldati potessero vedere e noi comprendere che era luna nera e dunque buio pesto.

Non abbiamo, quindi, un solo termine per i nostri calcoli, cioè la luna piena del Natale del 10 agosto del 15 a.C., ma anche la luna nera verosimilmente del 21 aprile del 35 d.C. per ricalcolare tutte le fasi lunari che caratterizzano la scrittura e l’archeologia (intendo i reperti come il VAT) quando in geometria due punti fanno sempre una retta, mentre di un blog fanno una rotta: quella da seguire in quel dedalo oscuro che è divenuta la sacra Bibbia, in particolare la sua cronologia.

Aggiungo, se permettete, un’altra scommessa a quelle già proposte ed è questa:

Se al 21 di aprile cadesse il novilunio dell’aprile del 35 d.C., noi siamo anche certi che, con il ricorso al novilunio ecclesiastico, il primo sottile filetto luminoso della falce lunare si nota esattamente 72 ore dopo il novilunio, cioè al 24 di aprile, come abbiamo a suo tempo scritto, ed esso segna la resurrezione che non sarebbe più un simbolo, ma il momento cruciale degli interi vangeli che ci hanno data anche la possibilità di calcolarne l’ora esatta.

Abbiamo parlato della luce come simbolo della Sua nascita attraverso la luna piena della notte di Natale; poi abbiamo parlato della luna nera come simbolo della Sua morte, adesso parliamo del primo sottile spicchio di luna simbolo della Sua resurrezione, certi che gli esperti di simboli sapranno farne tesoro, mentre io cercherò di accontentarmi di 7 scommesse immaginarie con questa ultima, cioè la luna visibile solo dopo 3 giorni (72 ore circa) dal 21 aprile del 35 d.C. (in ogni caso dopo il novilunio del mese di aprile del 35 d.C.), riempiendo così un portafoglio con il chiaro e lo scuro di luna.

La posta in gioco

La lettura simbolica spesso noi abbiamo cercato di riportarla nel suo alveo naturale, scrivendo che un simbolo non è solo tale, come mi pare d’intuire seguendo il web che spesso e bene riassume le nozioni comuni, ma ciò che riassume una realtà, la quale esiste come esiste il treno segnalato dal passaggio a livello.

Dunque anche noi riconosciamo la validità delle conclusioni a cui si giunge attraverso la lettura dei simboli e con questo post dimostreremo che a volte costituiscono una parte fondamentale nei vangeli altrimenti non compresi a pieno.

Del Natale abbiamo già parlato diffusamente e siamo giunti alla conclusione che il 15 a.C. al 10 di agosto era non solo Natale, ma la luna era piena.

Diversamente, abbiamo parlato poco della Pasqua, sebbene abbiamo già una precisa categoria dedicata, ma mai avevamo letto Lc 23,54 in una luce nuova, quella che non faceva brillare le luci del sabato, ma del mese nuovo e questo significa che la luna era nera.

Adesso interviene la lettura simbolica a rendere possibile anche la nostra lettura o scommessa (queste abbiamo fatte ripetutamente con il lettore) perché se a Natale era luna piena significa che di notte c’era luce, tanta se gli armenti pascolavano a Betlemme. E questo non è casuale se si ha chiaro il Prologo di Giovanni in cui si scrive

La luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta. (Gv 1,5 e si noti quel 15 che emerge dal prologo)

Quella luce è venuta nel mondo è riassunta dagli elementi naturali nella loro pienezza di luce, perché alla luna piena si associa il dato astronomico del 10 agosto, quando il sole entra nella costellazione del leone per una lettura simbolica che affila il suo profilo, se la luce è il Cristo e la costellazione del leone è il mondo, proprio quello giovanneo.

Altrettanto però si può dire della sepoltura di Gesù preceduta dalle tenebre su tutta la terra (Mt 27,45 ma anche Lc 22,53) e quindi quella terra, intesa come universo, partecipa a un lutto simboleggiato dalle tenebre. La luna, allora, non può che essere nera, cioè priva di luce affinché essa costituisca l’elemento di spicco con la sua fase.

Essa è dunque nera, ma nuova come nuova era la tomba di Gesù Lc (23,53) aprendo il tutto a un profilo simbolico che solo gli esperti sapranno intendere in pienezza. A noi interessa solo offrire un’altra scommessa che si aggiunge alle altre già lanciate, che divengono:

1 Il 10 di agosto del 15 a.C. era Natale

2 La luna era piena

3 Il 35 d.C. segna la Pasqua

4 Una Pasqua preceduta dalla deposizione di Gesù nella tomba con luna nera (nuova) a cui si potrebbe combinare un 21 aprile per la crocefissione

5 Il 486 a.C. come trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor

6 per cui il 505 a.C. come ultimo anno di regno di Sedecia, quello che vede la caduta di Gerusalemme.

Per Natale (che questo 25 lo sia o meno adesso non ha importanza) si gioca dappertutto, lasciate che anch’io lo faccia e offra anche le quote:

1:75 perché a tanto ammonta la fiala di Xeplion che mensilmente faccio.

Credo in una santa cattolica e apostolica eresia

Un’eresia è ciò che impugna anche il Credo di una confessione religiosa che si è data dei principi inderogabili e che ha riassunti. La Chiesa cattolica, quindi, ha il suo Credo che è il Simbolo niceno, quello che ogni domenica il fedele recita a Messa.

Ogni parte di quel Credo è inoppugnabile, pena l’uscire, come eretico, da quella comunità. Questo significa che il Credo è l’atto di fede, cioè cosa in cui si crede e la Chiesa che si è scelta o a cui si appartiene per nascita.

Il Credo cattolico, quindi, non può essere violato neppure dal Papa che diverrebbe, ipso facto, eretico; tuttavia ci pare che, alla luce di quanto stiamo per scrivere, l’intera Chiesa cattolica o la cristianità in maggioranza, cosciente o meno, sia eretica nel suo Credo che recita


Fu crocifisso per noi,
patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture

ponendo il focus di quello stesso Credo sulla Pasqua e non sul Natale che solo ereticamente e divenuto la più importante festività cattolica, anzi, cristiana per un’eresia urbi et orbi.

Il blog da molto sostiene la centralità della Pasqua nel rito cattolico e cristiano tutto, tanto che ha fatto notare che, alla luce di Gv. 12,27, cioè la piena coscienza di Gesù circa la sua Pasqua, non sia un caso che quella stessa Pasqua alta, anzi altissima, cioè ortograficamente scritta nel suo originale, cioè Πησχ (Pes-a-ch), ha un valore ghematrico di 888 come quello di Ἰησοῦς per un’identità che nasce ghematrica, ma che s’inserisce nella cornice del capitolo 12 di Giovanni che afferma la Pasqua come il momento cruciale di una vita, di una predicazione e di una morte che sarà, a Pasqua e non a Natale, Resurrezione e non semplice nascita.

Sorrido davvero al dramma, cioè al Credo di popolo che ha saputo in due parole sintetizzare l’eresia cattolica e cristiana laddove nasce l’imbarazzo della libera uscita dagli impegni familiari che devono, spesso, conciliare esigenze diverse.

Così e per questo nasce il detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” affinché sia chiaro al popolo cristiano la priorità natalizia e la libera uscita a Pasqua che non è importante tanto quanto il Natale che aggiunge allo scempio l’orrore di una ragione e di una fede smarrite in un 25 dicembre che vede l’Impero (romano!) indire un censimento universale a dicembre- gennaio; mentre Giuseppe (San Giuseppe!) perdersi nel dedalo freddo della strade d’Israele negli stessi giorni, ma con una gestante al nono mese che farà nascere in una stalla, magari al freddo e al gelo come recita la canzone del coretto bianco abusato, non diretto, che da sola smentisce i ridicoli, in virtù della loro sicumera scientifico-meteorologica, tentativi di dimostrare il gran caldo e la bella stagione nell’inverno della Palestina.

Il Natale, dunque, non solo eretico alla fede, ma anche alla ragione, persa in vista di una Pasqua bassa, così bassa che nessuno vede più.

La Pasqua di Maddalena

Impegnato in un forum, anche se dovrei dire la verità: avevo poca voglia, riprendo un attimo le redini del blog per offrire una Pasqua ancora più insolita di quella che la ferma a Pesach sheni che non è ancora detto sia sbagliata, magari può tornare utile in un secondo momento quando cioè gli elementi permettano una valutazione ulteriore.

In Pesach sheni, dicevamo che Pesach non si tenne al 15 di Nissan, ma nel mese successivo a causa dell’impurità dei sacerdoti che avevano e volevano la morte di Gesù, cosa che li rese impuri agli occhi di Gerusalemme, perché se anche il contatto con il morto non c’era stato, c’era stato però la pianificazione di un omicidio che Gerusalemme realizzò come tale.

Adesso, invece, torniamo sui passi della tradizione e collochiamo la Pasqua a Pesach, cioè il 15 di Nissan, ma ne calcoleremo la cadenza gregoriana da un punto di vista davvero molto insolito, cioè Mt 28,1 quando Maria Maddalena e l’altra Maria vanno al sepolcro sul far dell’alba.

La Maddalena, secondo noi l’adultera di Gv 8 perché solo chi ha avuta salva la vita quando pensava tutto perduto può nutrire quella riconoscenza, chiama Gesù ραββουνι che dicono significhi “maestro mio”, ma noi pensiamo a “Gran maestro”, “unico “maestro”, maestro cioè secondo la profezia, cioè “alla maniera di Melchisedek” (Genesi 14:18-20; Salmo 110:4).

Il greco è ghematrico, lo sappiamo, per cui non rimane che calcolare il valore di ραββουνι che è 635 che noi, sulla scorta dell’alba della Maddalena, interpretiamo come ora e anno, cioè le 6 del 35 d.C. (per il 35 d.C. non c’è nessun problema: è un cardine del blog).

Quindi il “sul far dell’alba” matteano ha un ora precisa e sono le 6 del mattino, per cui adesso bisogna vedere quando l’alba sorge alle 6 di mattina a Gerusalemme.

Quel giorno è il 24 aprile, mese ideale per la Pasqua che infatti quasi sempre in quel mese – e in quei giorni- cade nel gregoriano. Tuttavia non bisogna dimenticare che quello è il giorno dell’incontro con la Maddalena che Lo vede risorto, ma in croce ci fu messo 3 giorni prima (segno di Giona), cioè al 21 di Aprile.

Interessante quel 21 che si compone di 777, come la ghematria di
σαυρός (croce) che noi conosciamo; inoltre il 21 aprile è la data tradizionalmente fissata per la fondazione di Roma, per cui data importante in ogni caso, forse anche quello di amoR e la sua storia.

Fin qui è pura congettura, ma un programma, quello solito che però ha tolto la didascalia ai calcoli rendendola meno diretta, cioè che esso non tiene conto dell’avanzamento di 11 giorni dal XVIII secolo, ci permette di sapere se siamo almeno parzialmente nel giusto.

Infatti noi imposteremo il calcolo che poi scalerà di 11 giorni per ovviare all’avanzamento. Ecco il risultato:

il 21 aprile del 35 d.C. cade al 26 di Nissan per cui, scalati 11 giorni, si ottiene il 15 di Nissan, data tradizionalmente indicata per la crocefissione. Sta agli altri, magari, sapere che giorno della settimana fosse quel 15 di Nissan, mettendo a frutto quanto sopra, cosicché si possa mettere fine alla querelle tra sinottici e Giovanni, cioè tra il mercoledì o il giovedì per l’ultima cena da sempre “portata” a cose strane, come questo post.

Dopo il sabato, anche una Pasqua da padrone

Ci siamo già occupati della Pesach sheni, tanto che il blog offre una categoria ad hoc, per cui, adesso, possiamo solo sintetizzare il problema dicendo che l’istituzione, il tempio, era bloccata da un impasse: da una parte Barabba, il Messia del sinedrio; dall’altra Gesù, il Messia di Dio che aveva, è facile comprenderlo, raggiunto un ragguardevole traguardo se si considera che era partito come figlio di un falegname e aveva sfidato il tempio, non sino a vincerlo, per allora, ma a bloccarlo sino al punto che non poterono celebrare la Pasqua, ma solo quella che spettava a coloro che, per impurità, erano stati esclusi dalla Pesach, cioè Pesach sheni.

Il problema fu che gli espulsi non erano semplicemente degli ebrei, ma erano gli Ebrei, cioè la casta sacerdotale che avendo data la caccia a Gesù e diventato chiaro che ne volevano, ingiustamente, la morte (Gv 11,53), era come se quel morto, che rendeva impuri durante Pesach, l’avessero toccato e dunque, seppur idealmente, cioè nei progetti, erano esclusi dalla Pasqua che non poterono infatti officiare.

Capirete che in questo contesto l’Ultima cena ne va di mezzo, perché essa stessa di Pesach sheni e dunque tutto quello che contiene deve essere esaminato sotto un’altra luce, come il boccone intinto di Gv 13,26-27 che la dice davvero lunga alla luce di Pesach sheni.

Infatti, quando Gesù offre la dritta (boccone) a Giuda, egli libera si Giuda che “uscì subito” (Gv 13,30), ma libera, con lui, il sinedrio e dunque l’istituzione che, sulla base del tradimento, avoca di nuovo a sé pieni poteri e può officiare legittimata arrestando Gesù.

Tant’è vero che a tutt’oggi a Pesach gli Ebrei intingono il pane in ricordo del sacrificio nel santuario, un ricordo, però, che, tagliando corto, vuole mascherare, crediamo, una ritualità ben precisa, quella stessa a cui si affidò Gesù, come a dire: “Va’, di’ loro che possono sacrificare”.

In altre parole, questo significa che Gesù teneva in pugno non solo la Pasqua, ma un intero popolo che solo lui poteva liberare, come Mosè lo liberò dalla schiavitù.

Dunque in quell’Ultima cena di Pesach sheni emerge a tutto tondo la figura di Gesù nuovo Mosè perché il potere, che di lì a poco lo condannerà a morte, lo deteneva lui in realtà avendo, come si legge, la facoltà di dare la propria vita e riprenderla (Gv 10,17), come di dare vita a un’istituzione neanche bloccata, ma ormai morta temendo la sua impotenza pure per il Pesach sheni; ma Gesù, fu di diverso avviso; fu il detentore dell’intero potere che ormai il sinedrio aveva perso e che solo Gesù poteva, pro tempore, conferirgli di nuovo e così fece.

Una nota a margine prima di riprendere un discorso non ancora finito: Giuda esce “subito” al versetto 13,30 e quei trenta denari, identici al versetto, sono lì a dirci di un versetto ispirato, di una sacralità biblica di cui Giuda, ieri come oggi, fece commercio, perché sapeva che il sinedrio avrebbe pagato bene, volentieri e subito la dritta pur di riassumere un comando che non comprese conferito in realtà da Gesù.

Quella Pasqua del 35 d.C., quindi, non finisce di stupire a questa luce, tanto che noi ci sentiamo di scrivere che la festa della cristianità tutta non è il Natale (del 25 dicembre poi!), ma la Pasqua, se non altro perché Gesù stesso dice di sé di essere venuto per quell’ora (Gv 12,27), cioè per la Pasqua.

Coloro che ancora dubitassero debbono considerare che non solo l’impasse di cui abbiamo scritto sopra lo rendeva padrone della Pasqua, ma anche la alla luce di un eventuale testo biblico originale greco che offra il Pesach ebraico semplicemente traslitterato, cioè Πησχ (Pasqua) per un valore ghematrico di 888, quello stesso di Ἰησοῦς. (Gesù), andando così ancora più a fondo nella questione che non si risolve nella titolarità del potere religioso, cioè nella legittimazione di esso, quella stessa legittimazione che aveva impedito la celebrazione della Pesach, ma identifica Gesù stesso con una Pasqua in cui non la fa semplicemente da padrone: Lui, era la Pasqua.

Una Pentecoste su misura

I post dedicati a Barabba debbono essere riletti per comprendere questo che offre solo un paragrafo di sintesi alla luce della Pentecoste. Lì abbiamo scritto che egli fu il Messia istituzionale, cioè eletto dal sinedrio di cui era l’espressione, ex lege, della sua santità.

Il sinedrio, quindi, cercò d’impedire la predicazione di Gesù non facendolo tacere, perché avrebbero gridato le pietre (Lc 19,40), ma di opporre un gioco delle tre carte che obbligò Gerusalemme a capire se il Messia fosse il figlio di un falegname, o se fosse “figlio di un padre”, espressione paradossale che solo lo strong coglie aggiungendo “spirituale” (filius magistri), cioè a dire del sinedrio.

Ma a tutto questo ci fu un termine: la Pentecoste, in particolare i 50 giorni che separano la Pasqua da quella festa, perché Barabba rimase solo e cadde in una totale afasia.

Infatti se lui era l’espressione del magistero, se lui cioè era l’espressione dell’esegesi, Gesù era la Parola, il λόγος e dunque l’espressione della Sapienza incarnata. Il divario era dunque incolmabile e consigliava di tacere dopo aver soppresso il competitor.

Ma proprio il silenzio istituzionale, del sinedrio, dette modo a Gerusalemme di compiere l’ultima analisi dopo una crocefissione scandalo che aveva messo fuori dai giochi Gesù.

Non c’era più il “chi ha detto cosa” o “il chi ha fatto cosa”: tutto divenne chiaro agli occhi di Gerusalemme e Barabba divenne solo l’espressione di un magistero violento che si era imposto con la delazione, per altro giustificata dal fatto che lo stesso “tradito” aveva offerto il boccone intinto, irresistibile.

E’ questa dunque una nuova luce sulla Pentecoste: un silenzio totale per 50 giorni rotto poi da una tempesta di vento, cioè di voce e di voci che, come lingue di fuoco, arsero Gerusalemme e tutte le sue scorie purificandola (At 2,1-4).

Ma quella Pentecoste, se la Pasqua fu Pesach Shine, varia, nel senso che sì, inizia a Pasqua, ma quella del secondo mese al 14 per un ricalcolo del navigatore cronologico biblico.

Dal 14 di iyar si giunge, dopo 50 giorni, al 5 di tammuz data assolutamente anonima sebbene alle porte delle tre settimane di digiuno che celebrano molti avvenimenti, tra cui la caduta di Gerusalemme per fame sotto l’assedio di Nabucodonosor nel 505 a.C. (altri 586 a.C.).

Questo fatto cadrebbe, stando a Geremia 52,6, al nono giorno del quarto mese, cioè tammuz. Non potremmo noi dire, quindi, che Geremia ha sbagliato perché, in realtà, si trattò del quinto giorno, per cui lo facciamo dire ad altri che ha sbagliato (così dicono). Lo facciamo dire cioè agli Ebrei che i loro profeti, sebbene della caratura di Geremia, sbagliano cosicché noi siamo legittimati a scrivere, sostenendo loro il diciassette di tammuz, che gli altri, cioè loro, falsano.

Insomma, se Barabba non è stato sufficiente a mischiare le carte e ci si sono messe pure le generazioni successive, noi siamo autorizzati a scrivere che tutt’al più sbagliano tutti e la breccia nelle mura è del cinque del quarto mese (tammuz), certi, però, di rendere giustizia a Geremia, che scrisse il cinque, ma altri hanno letto nove e diciassette (l’esilio non lo si data senza alcuna logica cronologica scritturale al 586 a.C.? Che volete che siano alcuni giorni?).

Quella breccia fu aperta per fame, quella stessa che attanagliava Gerusalemme a un tratto costretta al silenzio istituzionale. Il lamento di Emmaus, allora, ne è la sintesi: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32 per un 32 d’inizio ministero) e ciò crea un perfetto parallelismo con Gesù che cala da un nord biblico con la sua Parola, la sua armata: gli apostoli investiti e rivestiti di Spirito Santo per una capitolazione istituzionale, la capitolazione di Gerusalemme.

Pentecoste significa “cinquanta giorni” e anche con questo è possibile calcolare se dal 14 di iyar si giunge, dopo quindici giorni, al 29 dello stesso mese di 29 giorni. Poi altri 35 e si giunge al cinque di tammuz per un 15-35 di 50 che riassume tutto Gesù, nato nel 15 a.C.; morto nel 35 d.C. a cinquant’anni per una Sapienza che offre il suo taglio storico di classe, un defilé che rese e rende panni stracci tutta l’esegesi di un sinedrio e di una Chiesa mendicanti.