Il cavallo di Paolo

Alla luce del post di ieri sorgono, inevitabili, le domande perché la figura e il ruolo di Paolo esulano dall’apostolicità se essa richiedeva la conoscenza diretta di Gesù, della sua predicazione e della sua Passione (At 1,21-22).

Questo ne fa, lo abbiamo scritto, non un apostolo, ma un convertito, anzi, forse un marrano, cioè uno di coloro che ancora nutrivano in seno una forte educazione, spiritualità e legalità ebraiche, sebbene approdati al cristianesimo.

La prima domanda che sorge, allora, è come mai sia passato alla storia del cristianesimo come apostolo? Chi gli ha conferito una qualifica così ambita che a sua volta consegna, di diritto, una primazia che in Roma, la sua Roma, divenne primato, ma non nei fatti, ma sulla parola, un po’ come la sua conversione (At 9,4) di cui nessuno seppe nulla, tranne lui?

C’è un punto del suo messaggio che, crediamo, lo rende spurio al Vangelo ed quel “consegnare a satana” (1Cor 5,1-2) che non ha altra traccia se non paolina. L’impegno che Paolo si prese non fu esercizio della sua potestà, perché nessuno poteva conferirgli quel diritto, ma solo lui se lo poteva arrogare.

Infatti, riteniamo che il cuore del Vangelo sia il regno di Dio, un regno che conosce la Giustizia, non la Legge. Quella Legge fu superata, nei fatti, per un ritorno al paradiso (Lc 23,43) in cui la Giustizia di Dio sedeva sovrana, quella stesa che Lo fece risorgere, sebbene crocifisso come malfattore.

“Mia è la vendetta” si legge in Ro 2,19, ma Paolo o scrisse e non comprese; o travisò o disattese se stesso consegnando a satana, perché Pietro fece cadere come morti Anania e Saffira (At 5,5), cioè li considerò semplicemente morti; mentre Giovanni toglie il saluto (2Gv 10); Paolo invece consegna a satana cosicché quella Legge che persegue torni di nuovo in vigore e l’uomo si sieda su quello scranno di giudice da cui era stato rimosso.

Ci convince davvero poco Paolo che o non ha capito o finge di non capire , oppure neppure è convertito, ma ha saputo adattare alla perfezione una persecuzione cristiana ammantandola di santità. Insomma c’è un cavallo a Troia che fu beneficio degli dei, ma si può dire altrettanto della Scrittura alla luce del cavallo paolino?

Forse un modo per venire a capo della domanda, la più classica, quella da un milione di dollari, riposa di nuovo nel ventre, quello stesso che Cassandra avverte come minaccia, ma rimane inascoltata.

Fu da quel ventre che uscirono i nemici di Troia per la sua capitolazione dopo un’eroica resistenza; fu di nuovo da un ventre che uscirono i nemici della città di Dio? Se alla luce dell’occorrenza tutta paolina del termine “obbedienza”, ferma a 10 volte nel Nuovo Testamento, 9 delle quali attribuite a Paolo, è possibile leggere di nuovo nel ventre, cioè nel ventre di un cavallo donato alla Scrittura e grazie al quale il feroce persecutore divenne mansueto agnello, e scorgere i nemici?

Crediamo di sì, se con Paolo s’introdusse l’obbedienza, dapprima giustificata, nella sua necessità e urgenza, per decreto (lettera); poi divenne autorità, in seguito autoritarismo e infine Inquisizione grazie alla quale tutto, ma proprio tutto, dovette piegarsi a una volontà: quella di Roma.

Ne fecero le spese non solo coloro, pochi in realtà, che erano usciti dalla chiesa come eretici nei fatti, ma più ancora caddero sotto le ire e le mire dell’Inquisizione coloro che soltanto richiamavano a un sentire e a un agire cristiano quella stessa chiesa di cui erano la coscienza pura non un avventura nel progresso scritturale ma, al contrario, un ritorno alle origini, per un richiamo ad un essere cristiani secondo la parola e non secondo la moda.

Quel consegnare a satana, dunque, nacque come urgenza, ma divenne istituzione con il Tribunale più famoso della storia, Tribunale che consegnò a satana e alle sue fiamme, che darglieli e basta parve poco.

Eccolo, allora, il ventre del cavallo Paolino in cui si celava l’Inquisizione, cioè un arbitrio scritturale, morale e istituzionale che dette alla storia i suoi mostri e i suoi Papi, dicendoci che fu un tutt’uno l’arbitrio e l’istituzione, la persecuzione e la fede, satana e una chiesa che a furia di consegnare a satana gli altri dette anche se stessa.

Così fu espugnata la città di Dio, nata amoR, ma divenuta Roma grazie a un cavallo eletto neppure senatore, ma Papa.

Gli Apostoli e il Convertito: la coltura dei vangeli

Di Paolo è stato detto tutto, per cui non rimane che distinguere l’agiografia dall’apostolicità, quest’ultima spesso attribuita ma non a pieno diritto se tale qualifica richiedeva di aver conosciuto e vissuto con Cristo ( At 1,21-21).

Tuttavia è innegabile il suo ruolo presso le genti, un ruolo che forse solo lui, come convertito e non apostolo, poteva ricoprire, perché la sua veemenza forse era necessaria per ridurre all’obbedienza, termine che solo in lui compare, perché l’occorrenza neotestamentaria è 10, di cui nove volte è paolina, mentre l’altra petrina, ricomponendo una chiesa, quella cattolica, che più di ogni altra ha perseguito, nei termini e nei mezzi di una Legge che non fu Giustizia, la differenza, talvolta solo critica a una deriva materiale prima, spirituale poi, che dava ragioni all’eresia, ma non tante quante sarebbero state sufficienti a scardinare unna chiesa essa stessa eretica, lo sappiamo.

Dunque in Paolo l’obbedienza, magari perinde ac cadaver, è strumento di dottrina e dunque l’autorità è sempre a un passo dall’autoritarismo che minaccia violenza e questo non è atteggiamento stigmatizzabile almeno fino al punto in cui divenga furia cieca, perché Apocalisse stessa ci parla di un magistero e di un’autorità che spezza i vasi di coccio (Ap 2,27, Lettera a Tiatira, Germania, però), ma tutto ciò genera l’inevitabile differenza, quella che corre tra un apostolo e un convertito.

La sua caduta da cavallo, infatti, ci narra di un incidente, vorremmo dire banalmente che Paolo non è più, dopo la gita sfortunata a Damasco, un cavaliere, almeno non lo è più senza macchia né paura: lui stesso è caduto per cui ha bisogno di Gesù.

Gli apostoli, invece, appartengono a una classe che nasce nobiliare, non lo è divenuta, essi furono con Lui, da sempre; alcuni di loro, Giovanni, si chinarono sul suo petto per una comunione che non fu, non poteva, essere conversione.

Ne nasce, allora, un ruolo completamente diverso all’interno di un collegio che si vorrebbe allargato, perché se gli uni sono i familiari, Paolo si è aggiunto e neanche educatamente, perché nutre l’invidia del parvenu, un invidia che lo tradisce immaginando gli altri sino a tacciarne una superiorità (2Cor 11,5, CEI 2008) che lui però non poteva rivendicare.

Dicevamo dell’occorrenza che lo caratterizza, se non tutto, almeno in parte, cioè “l’obbedienza”, termine che ha un’accezione violenta che spiegheremo ricorrendo alla stessa metafora di San Paolo il Convertito ed è quella dell’olivo che lui in Ro 11,24 usa per definire la conversione che altro non è che un innesto, ma a spacco però.

Chi ha un briciolo di nozioni relative all’innesto sa che in quello a spacco c’è un portainnesto che ha radici a terra: poi c’è la marza, cioè il rametto che s’intende innestare sulla pianta autoctona. Ecco, quel porta innesto subisce violenza, perché è “reciso”, come lui stesso scrive, nel tronco e spaccato diametralmente per far posto alla marza e da questo si capisce che l’operazione toglie la parte superiore del “vecchio” per far posto al nuovo, cioè toglie la “natura” per far posto al “progetto” colturale.

Questo Paolo ha fatto e forse era necessario perché si muoveva in un contesto primitivo, cioè di genti che richiedevano una fermezza tale che si spinse sino alla minaccia violenta (Ro 15,18), quella che poi ha caratterizzato nei secoli la chiesa che porta il suo nome e che adesso forse conosce le radici della sua intolleranza.

Un’intolleranza che ancora consegna a satana (1Cor 5,1-2), ma proprio in satana si traccia l’evidenza di una violenza che in Paolo diviene persecuzione fino alla consegna nelle mani del nemico di Cristo, mentre in Giovanni, che sente la stessa necessità, diviene un togliere il saluto (2Gv 10) che è rompere le relazioni anche di semplice educazione, mentre in Paolo è il più classico dei pascere parvos, debellare superbos romano, che diverrà petrino e paolino, per una maleducazione di genere.

Diversamente gli Apostoli, essi appartengono a una coltura già di per sé Gentile, perché autoctona e non ha reso necessario un innesto: con Cristo nacquero e con Cristo predicarono, tanto che in loro ci fu solo bisogno di una potatura di ciò che era di troppo per una fruttificazione non nuova, ma moltiplicata nei pani, nei pesci e nei frutti.

In questo senso, allora, la predicazione di Paolo e degli Apostoli è diversa, diversa nella misura in cui l’uno si rivolgeva a colture estranee a Israele e che richiedevano mano ferma; gli altri si rivolgevano a ciò che era Ebreo e ne aveva conservate le radici e la chioma, per una parola che non poteva dare gli stessi frutti: diversi, forse sconosciuti, quelli paolini; ebraici quelli degli altri che però vantavano se stessi non come super, ma legittimi.

A questa luce, forse, si dovrebbe rileggere il corpus paolino che non è Vangelo, almeno non alla Lettera.

Che peccato!

paradisoNel post precedente siamo andati oltre, oltre quello che un Natale da celebrarsi il 10 agosto permetterebbe e abbiamo immaginato un’ipotetica cristiana comunità primitiva in cui il messaggio cristiano era vissuto nella liberà concessa ai figli di Dio. Una libertà che si fa paradosso con l’incesto (1Cor 5,1-5), ma che tradisce così una norma che giustifica quel paradosso, norma e normalità che a noi sembrerebbero assolutamente paradossali, ne sono convinto.

Noi per primi abbiamo parlato di vertigine, quella che sola può dare una radicale scelta d’amore che si fa unica legge, incarcerando colui che ha incarcerato l’amore: il demonio. Si spezzano le catene del peccato, allora, e veramente il Figlio rende liberi (Gv 8,36), liberi di amare pienamente.

A noi per primi tutto ciò è parso assurdo e abbiamo riflettuto sulla sostenibilità di una realtà del genere. Siamo così giunti a Genesi, libro che non finisce mai di stupire per la sua capacità di descrivere l’Eden primigenio, il paradiso perduto.

E’ lì che di nuovo abbiamo letto di quella libertà di cui i frutti sono simbolo. Adamo ed Eva potevano mangiarne di tutti gli alberi, potevano, cioè, assaporare la vita nella sua pienezza. Solo di uno non potevano mangiare ed era quello del bene e del male. E lì Dio era stato chiaro minacciando la morte.

Quei frutti del bene e del male, a nostro parere, altro non sono che la conoscenza che si fa scienza, cioè pensiero autonomo da Dio e con cui l’uomo costruisce il proprio mondo, la propria morale ed etica. Adamo e sua moglie mangiano invece di quei frutti e la prima conseguenza è la vergogna perché si scoprono nudi.

Ma prima nudi lo erano e non soffrivano a causa del pudore. Erano nudi come un bambino può esserlo senza provare nessuna vergogna, dunque è l’aver mangiato i frutti del bene e del male che ha generato la vergogna.

Questo significa che l’aver stabilito ciò che era bene e ciò che era male ha prodotto il pudore che appartiene all’uomo e non a Dio se è la conseguenza di una scelta che ha ignorato l’ammonimento divino.

E’ l’uomo, dunque, che ha “inventata” la vergogna ed è l’uomo che ha inventato il suo peccato, nel senso che lui ha stabilito cosa sia peccato, decidendo cosa sia bene e cosa sia male. Poi paga anche l’altra conseguenza, cioè la morte promessa che infatti s’introduce in Eden attraverso quelle pelli di animali con cui Dio veste la “vergogna” dell’uomo, perché quelle pelli sono state tratte da un animale vivo che necessariamente deve essere stato ucciso prima. Ed ecco, silenziosa e discreta, che fa ingresso la morte.

Vergogna e morte, dunque, sono le conseguenza di una scelta sciagurata che non tiene conto della sapienza divina, ma ne produce una umana e dalla libertà primigenia, cioè dal paradiso, l’uomo giunge alla schiavitù di un peccato che lui stesso si è inventato, precipitando in un inferno che si è meticolosamente costruito.

Mi pare, allora, se questo è il possibile scenario della disgrazia, che veramente Gv 8,24 abbia una lettura ben diversa. Quel “morirete nei vostri peccati” non ci parla dei peccati commessi, ma dei peccati che l’uomo si è imposto stabilendo una morale che ha generato dapprima la vergogna, poi la morte.

Ecco che il Cristo nuovo Adamo assume forse un’altra luce, perché è venuto a spezzare le catene di un peccato che sciaguratamente l’uomo si era inventato. Gesù ristabilisce l’equilibrio iniziale dove l’amore è il fulcro. Il peccato è cancellato; non solo “rimesso”, ma rimosso in virtù di amore che si fa legge: l’unica.

L’inferno perde, assieme a Satana, il suo potere , il potere che gli conferisce il peccato che genera dapprima la vergogna, poi la morte. Dunque non è una confessione sistematica che incatena l’inferno, ma la distruzione di ciò che lo genera, cioè il peccato.

Solo nell’amore l’uomo ritroverà il paradiso perduto, perché se in Adamo tutti abbiamo peccato (1Cor 15,22) nessuno si salva e “l’accusatore” (Ap 12,10) farà sempre il suo mestiere, importandogli poco se hai ucciso o se sei calvo: a lui interessa solo ciò che ti genera dolore e con il dolore, il dolore del peccato e della vergogna, ti rende schiavo, suo schiavo.

Spudorati

spudoratiCi siamo già occupati di Paolo, Paolo il grande falso della Scrittura, Paolo il serpente. Ce lo hanno rivelato due dubbi e una certezza: cioè la sua reticenza nel dare le prove supposta vocazione e la sua ghematria, una ghematria che conduce al 587 a.C. il quale coincide con un’altra ghematria greca quella di serpente.

Non vogliamo riproporre quanto sinora scritto, vogliamo invece spingerci a fondo nel messaggio cristiano che Paolo ha tradito. Un messaggio che fu amore, un amarsi come Cristo ha amato e che poi si è perso, legato da catene forgiate ex-novo dopo che quelle precedenti erano state spezzate da Cristo.
Le ha forgiate Paolo quelle nuove catene, perché c’è traccia nella Scrittura e nella teologia primitiva di un amore folle, ma in “un tempo piccolo” (questa canzone capolavoro credo appartenga a Califano. Mi scuso se non fosse così); un amore libero che si è voluto ridurre di nuovo in schiavitù.

Nell’espressione agostiniana “ama e fa ciò che vuoi” si condensa tutto il messaggio cristiano originale. L’amore nella sua massima espressione e libertà che non conosce il peccato se non laddove è peccato. Il peccato è il peccato, perché Genesi ci dice di non “conoscere” ciò che è bene e ciò che è male (Gn 3,3), cioè non stabilire noi una nostra morale, in caso contrario è la morte, la morte in un peccato che noi abbiamo definito tale e che non ci stanchiamo di produrre.

Giovanni, in questo senso, è chiaro quando riporta le parole del Cristo: “Se non crederete che io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24). Frase non compresa a dovere e malissimo interpretata, perché quei “vostri peccati” non sono i peccati commessi, ma quelli che ci siamo immaginati, quelli che ci siamo inflitti volendo noi stabilire una morale.

Forse è proprio questa la conoscenza della verità (Gv 8,32) che rende liberi, liberi dal peccato fino al punto di godere di una vita piena, una vita nell’amore che non conosce il peccato se non quello di non amare.

E’ proprio Paolo che tradisce il senso originale dell’amore cristiano quando vuole accusarlo. Quell’amore aveva forse raggiunto vette parossistiche nell’incesto, un incesto che Paolo consegna a Satana (1Cro 5,5), cioè avoca a se stesso per il giudizio e la distruzione ergendosi a Dio nel giudizio.

A noi tutto ciò da un senso di vertigine, anzi io, io che per cultura e formazione, mai avrei creduto questo, vivo quella vertigine, ma resta il fatto che quell’incesto ci dà la misura esatta di come le comunità cristiane primitive vivessero quell’amore, se l’incesto è il suo paradosso.

Dunque “ama e fa ciò che vuoi” non è la follia di Agostino, forse neppure l’incesto è la follia di alcuni, ma sono entrambe espressioni di coloro che vissero la “fonte “cristiana prima che venisse imbracata da coloro che si ergono a Dio e rendono l’uomo loro schiavo in nome di una vergogna che dovrebbe arrossare solo la faccia di coloro che forgiano le catene di un amore schiavo.

Devo ricredermi, devo ricredermi in tutto, in nome dell’amore che non conosce il peccato se non quello di non amare. Bene allora ha scritto Alessandro Angelini nella sua raccolta di poesia. Gay dichiarato (il primo di tutta Città di Castello) a cui Satana ha spappolato il cervello costringendolo al ricovero psichiatrico per una persecuzione sistematica (vessazione diabolica) a cui pure io sono stato sottoposto sebbene etero dalla testa dura, però.

Alessandro ha scritto “Amarsi così, senza pudore” e io gli do ragione, perché la vergogna non appartiene a chi ama, ma a chi vorrebbe ridurti in schiavitù con i peccati che lui stesso ha inventati, affinché, di comma in comma peccaminoso, si generi una coscienza di per se stessa peccaminosa che ha un bisogno costante di redenzione. Questo genera un controllo totale sulle coscienze inevitabilmente ricattabili, un controllo totale sull’uomo che precipita all’inferno proprio a causa del suo bisogno indotto di una santità frutto dell’uomo e sideralmente distante da Dio.

Non lo avrei mai creduto, mai creduto che si potesse volare. Eppure è così: lo dice Agostino, non io.

Nomen omen, Petrus

ben urNomen omen, Pietro, è una locuzione latina, il tuo latino che mi pare sia lingua ufficiale della Santa Sede. E’ dunque qualcosa che ti appartiene nel profondo, sin dalle origini, le tue origini.

Nomen omen significa che il nome è un presagio e il tuo nome, quello che dà origine alla tua festa solenne è S, Pietro e Paolo. Vogliamo capire il senso o il presagio che si nasconde in quei due nomi che ti sei scelti?

Lo faremo ghematricamente, come al solito, certo che di nuovo la voce di Dio farà chiarezza sul presagio che diviene destino, quasi sempre. Prima però ti devo ricordare che già ci siamo dedicati a .Πέτρος (Pietro) e abbiamo visto che la sua ghematria conduce all’ultimo anno di Manasse, del regno di Manasse.

Sai bene che lì il destino, il presagio, qui si divide: da una parte quello descritto dal deuteronomista che è spietato, tanto che i tuoi stessi esegeti parlano di “prototipo del peccatore” (M. Nobile); il cronista invece tende la mano e riscatta Manasse ed è per questo che nel post linkato abbiamo scritto di due destini, quello di Manasse e quello di Pietro, al bivio, coincidente con l’ultimo anno di regno di Manasse stesso, come indica la ghematria di .Πέτρος se stiamo alla mia cronologia dei Re.

Che questo non sia solo spicciola ghematria lo sappiamo anche dai Vangeli, quello di Giovanni, in cui si legge chiaro che nella vecchiaia (chi è più vecchio di te?) ti condurranno laddove tu non vuoi, cioè dove tu nemmeno ti saresti immaginato (Gv 21,18). Ma dove di preciso?

Beh, omen nomen e chissà che proprio lì sia scritto tutto, per cui non rimane che scandagliare il tuo secondo nome, cioè  Παῦλος (Paolo) e sempre ghematricamente, s’intende. Παῦλος ha un valore ghematrico di 587, quando 587 a.C. non solo segna la datazione falsa dell’esilio Babilonese, come anche suggerisce Ravasi, mi pare, ma anche la ghematria di οφις (serpente) che è vero è 586, ma questo non toglie nulla perchè quell’esilio è datato 586 o 587 a.C., per cui è lo stesso identico… serpente, non trovi?

Ecco, vedi quel “dove tu non vuoi”? Vorrei dire che significa errore dottrinale la menzogna, ma la ghematria di οφις ci parla proprio di satana e ciò rende il tutto terribile perchè ci illustra la tua perversione, che non è allontanamento dalla verità, ma vera e propria dedizione al male, al Maligno.

L’increscioso errore cronologico che vorresti far passare, immagino, può convincere gli sprovveduti che con qualche piccola modifica o accorgimento se la berrebbero la storiella; ma gli altri, quelli con la testa sulle spalle. adesso sanno cos’è in realtà il tuo magistero: è la vulgata satanica con cui hai abbeverate tutte le genti (Ap 14,8).

Come sai anche che il deuteronomista ci aveva visto giusto perchè la tua morte glorificherà Dio (Gv 21,19) in quanto tale, cioè in quanto morte, estinzione, oblio secula seculorum, perchè tu per orgoglio, anzi, Borgoglio, hai rifiutata la mano tesa del cronista il quale come Ben Hur ha fatto visita a Messala (La Messa) straziato, ma ne ha ricevuto in cambio l’ultimo spietato feroce insulto: “Cercale, se vuoi, nella valle dei lebbrosi se potrai riconoscerle” mentre io cercherò mio padre torturato nei tuoi ospedali.