"La tua cella, le tue ceste e le tue lacrime". Appunti per una sintesi impossibile

Immaginare – e dico solo immaginare- di poter sintetizzare lo spirito dei Padri del deserto dopo aver letto alcuni testi a loro dedicati e solo, ma più e più volte, averne letti i Detti è davvero presuntuoso, ma noi lo siamo, in fondo presuntuosi e lo renderemo chiaro alla fine del post.

Tuttavia, crediamo davvero di averne carpito lo spirito che è, e rimarrà, “la tua cella, le tue ceste e le tue lacrime” cioè la tua croce. Non si va oltre se anche Garcia Columbàs, cattolico guida di quell’esegesi patristica, di cui abbiamo studiata la monografia sul monachesimo delle origini, conclude tutto facendo intendere che sì, adesso sai e per questo non ti rimane che piangere (se hai capito qualcosa).

Non rimangono che le lacrime, dunque, quelle che caratterizzano ciascuno perché tutti, più o meno, siamo malati, malati dentro e quei Detti sono il farmaco per un Adamo universale.

Quei Detti sono, però, il principio attivo della medicina, perché il tempo aggiunse, e sciaguratamente aggiunge, gli eccipienti, affinché, quel principio sostanzialmente ignorante e amaro fosse gradevole ai palati delicati, cioè al mondo.

Questo fu l’uno, cioè il primo e quindi il principio; l’altro, ciò che seguì, cioè il monachesimo dotto, filosofeggiante, altro quindi non fu che eccipiente affinché il mondo, indorata (in tutti i sensi alla luce dell’estrema povertà dei primi) la pillola la ingurgitasse senza stomacare.

Ma il tempo è galantuomo, certo, ma talvolta pessimo medico e aggiunse sempre in proporzione maggiore dosi eccipienti e il principio attivo scomparve del tutto a favore di un gusto dolce, tipico dei placebo.

Dico io “la tua cella, le tue ceste e le tue lacrime”, ma altri potrebbero ben dire:” Io e Dio. Noi e Dio. Solo noi” per una parabola discendente che avviò la sua spirale con il cenobitismo.

Chi mi segue – e so che sono davvero pochi- possono leggere quanto è stato scritto di loro, ma tengano conto che i primi, gli anacoreti, parlavano così poco che affidarono la loro memoria ad altri e in Detti, minuscole pillole lapidarie che per lo più ricalcavano la Scrittura.

Poi le opere divennero ponderose perché Evagrio volle se stesso Filosofo del deserto e quel deserto fu invaso da una pioggia che fu di parole e non nacque niente di auspicabile, ma solleticò le orecchie (2Ti 4,3).

Quindi leggete, leggete pure quanto si è scritto, ma il farmaco, nel suo principio attivo è nei Detti; quello è attivo e se già a una prima lettura troverete sollievo in uno o due di quei Detti, capirete che la medicina ha avuto effetto, mentre a me occorre una dose da cavallo se scrivo quanto potrebbe essermi imputato, cioè Medice cura te ipsum, perché avrei potuto benissimo scrivere Medico cura te stesso soltanto.

I grandi vecchi del deserto

Sulla scorta di alcuni post dedicati ai Padri del deserto, potremmo essere confusi con un classico anticlericale, perché noi vediamo nell’apoftegma quarto della serie alfabetica di Giovanni il Persiano uno scambio di titoli, se fedele è Pietro e dottore è Paolo.

L’elenco che gli studiosi, certamente la Mortari, indicano come sintesi degli aspetti della patristica del deserto, aspetti che vanno sotto il nome di “tipizzazione”, cioè il ricorso alle caratteristiche peculiari con cui si distinguono i singoli personaggi biblici, è infatti poco allineato con la Scrittura che da sola vorrebbe che fedele fosse Giovanni, avendo seguito Gesù sino ai piedi della croce e avendo assistito in prima persona alla Sua morte e non Pietro che Lo ha rinnegato tre volte; come vorrebbe dottore Luca perché non solo ci ha consegnato un Vangelo, ma è espressamente indicato come tale da Paolo (Col 4,14) che invece ne fa le veci, come se l’unica laurea che la Scrittura riconosce fossero i piedi di Gamaliele (At 22,3).

Come si evince già da questo, qualcuno millanta crediti non suoi, oppure è costretto suo malgrado a farlo, perché i posteri, cioè i loro successori, quelli di San Pietro e Paolo, appunto, hanno preteso di essere laddove addirittura fallirono e hanno preteso di essere ciò che mai furono, cioè l’uno (Pietro) fedele; l’altro (Paolo) dottore.

Come dicevamo in apertura, tutto questo potrebbe essere frainteso e giudicato frutto del più becero anticattolicesimo, ma noi vorremmo darne prova, dare cioè prova che non noi, ma loro, loro hanno davvero falsato il Detto di Giovanni il Persiano screditando non solo i Detti, ma addirittura i Padri, a cui universalmente si riconosce un’assoluta padronanza scritturale, come del resto testimonia, scrivendolo espressamente, la Mortari nella sua breve introduzione al personaggio, cioè a Giovanni Persiano, a cui attribuisce, proprio in virtù del Detto quarto, una competenza e una capacità biblica tali da fargli cogliere, nella loro sintesi, i tipi e gli archetipi scritturali.

Leggiamo infatti dal “viva voce” della Mortari che

L’ultimo testo (Detto) mostra [il Persiano] un’ampia conoscenza e un uso molto sapiente della Scrittura

Tuttavia, al di là della facile nota, ella non nota che è in aperta contraddizione con se stessa, a meno che o Giovanni Persiano o la Mortari siano l’esatto contrario, cioè o l’uno o l’altra si caratterizzino per una assoluta ignoranza scritturale.

Infatti, mi pare di poter dire che finora nessuno ha notato l’assurdo, mentre e proprio perchè si è notata la finezza di Giovanni Persiano che è ben riassunta nella citazione che gli attribuisce una notevole capacità scritturale.

Adesso entro in sfida con il lettore a cui chiedo di leggere la seconda citazione, cioè quella a seguire, che riporta il focus del detto o la tipizzazione di cui stiamo parlando. Sfido il lettore prima a leggere, poi a riflettere e capire se non nota nulla di strano oltre al nostro e precedente qui pro quo sui titoli di cui si fregiano non Giovanni e Luca, ma Pietro e Paolo, rispettivamente “fedele” e “dottore”.

Procediamo dunque e riportiamo la tipizzazione in questione

Perché dovrei dubitare? Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come Davide, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone

Se vi siete soffermati un attimo a riflettere sui “tipi”, avrete certamente notato la contraddizione: da una parte si afferma che Giovanni il Persiano era molto preparato e che tutto tradisce una grande esperienza biblica; dall’altra e tutto ciò è assolutamente smentito, tanto che possiamo ben dire che neanche io mai avrei scritto a quel modo.

Questo non perché la tipizzazione non sia centrata, anzi, mi spingo sino a dire che sì, Pietro è fedele e Paolo è dottore, ma per dirlo, se si è a conoscenza minuziosa delle Scritture, bisogna, perché inevitabile, dargli un ordine, quando quell’ordine nella tipizzazione proprio non c’è, anzi, neppure c’è una logica.

Rileggiamolo:

Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come Davide, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone

Come potete vedere, evangelisti, re e profeti, si susseguono senza un briciolo di ordine, seppure logico, quando il canone dell’AT era stato già fissato, per cui una conoscenza mnenmonica delle Scritture, quella che tipizza i Padri, avrebbe imposto ipso facto un ordine nell’elenco; oppure avrebbe espresso un ordine altro, ma evidente.

Invece nulla di tutto questo: tutto procede a caso, come se a un re biblico si susseguisse un evangelista, come se, insomma, Salomone venga per ultimo e non cronologicamente o logicamente dopo Davide, oppure seguendo i Libri biblici, vetero e neo testamentari.

Si potrebbe dire che coloro che hanno tramandato il detto si sono persi nella loro stessa memoria, ma allora che memoria sono i Detti patristici se non sono capaci neppure di un ordine che riveli il rispetto scritturale e patristico?

Io, blogger di provincia, mai avrei citato a quel modo, ma avrei dato uno straccio d’ordine, oppure avrei premesso e spiegato il mio, mentre al Persiano si è imposto un caos mentale tipico davvero di un grande vecchio, persino, e non Persiano, troppo.

A mio parere è evidente che:

1 per imporre il falso in Pietro e Paolo, al posto di Giovanni e Luca, come tipi, rispettivamente, di fedeltà e dottrina

2 si è creato prima un caos ad arte

3 per poi pescare nel già ridotto a torbido

4 cosicchè coloro che avessero storto il naso sul dottorato di Paolo e la fedeltà di Pietro

5 si trovassero di fronte un testo già incerto nella sua pretesa tipizzazione.

Se tutto questo non è vero, se davvero Giovanni Battista precede Geremia e Salomone è successivo a Paolo, credo urga una nuova lettura del deserto, non più appannaggio degli spirituali, ma degli specialisti: i geriatri.

L'epitaffio del deserto

Del movimento monastico delle origini non si contano i tentativi di sintetizzarne la parabola, più che i Detti. Si è cercato di imbrigliarlo in ogni modo attraverso definizioni ora concettuali, ora pragmatiche ma nessuna ha saputo offrire quella che solo uno sguardo successivo e dall’interno poteva offrire.

L’estraneità delle opinioni ha infatti immesso eccipienti in eccesso, rimanendo però fermo il principio che poteva non sfuggire solo ai monaci, quelli che il deserto aveva conservati, forse proprio perché ne descrivessero la parabola discendente.

Ecco allora la serie non a caso anonima, perché non tanto estranea al fatto, quanto perché ancora monaca, cioè tipizzata da uno sguardo freddo, lucido e razionale: apatico.

Il Detto N 228 non è allora una zolletta di sapone con cui lavarsi le dita dopo aver scritto il milionesimo libro sui monaci, quello che, in fondo, non si nega a nessun monaco se vuole essere tale e non sa essere altro, come se leggere di monaci e scriverne facesse quell’abito che però non lo fa, il monaco. Mai.

Non è quel detto un incipit di modestia, un riconoscere la nostra nullità e la nullità della fatica: e non è una dimostrazione di modestia, casomai di pochezza ammessa.

Quel Detto, allora, non ci mette in guardia noi lettori, non ci dice che il libro è uno de tanti: “Scusate”, ma è l’unico che ha filmato l’intero monachesimo dalle sue origini alla sua decadenza, cioè da Origine al crollo di Scete, non tanto, come direbbe Mose, perché frequentata dai fanciulli, quanto dai monaci, quelli che, dopo gli Apostoli che hanno scritto, sono stati seguiti da quelli che hanno fatto, per poi succedere quelli che hanno imparato a memoria e a loro venire dietro quelli che hanno copiato, per poi, da ultimo e da noi, copiare e mettere in vendita senza neanche curarsi dell’ortografia e dell’impaginazione, come se la moneta con cui si pagano avesse anch’essa errori di stampa.

La parabola che descrive l’anonimo è l’unica che ha colto i segni, cioè le fasi che sono tre:

Anarcoretica, caratterizzata da un’urgenza e radicalità monastica che nasce e si sviluppa sola.

Pacomiana, quella che non ha saputo far altro che alleggerire il carico dell’esistenza monastica di gruppo a favore della mnemonica delle Scritture, più che della loro prassi.

Brasiliana (errore ortografico dovuto al carnevale), che ha alleggerito ancor di più divenendo lassista e amanuense e non ulteriore sviluppo se non quello tipico decadente.

Ecco, adesso, l’intero movimento monastico che nasce solo a solo con Dio per concludersi nel mercato attuale, ultima disperata tappa prima dei barbari.

“Nacque senza regola, perché dove non c’è regola stanno i frati” si leggerà sulla lapide.

Il fiero pasto della storia

Di una pericope illustrissima del Vangelo di Giovanni ce ne siamo già occupati in almeno un post, ma ci era sfuggito il nucleo di fondo che è emerso grazie alla lettura di Colombàs e del suo “Monachesimo delle origini. La spiritualità” che dedica all’eucarestia innumerevoli pagine bibliche, cioè tutte, scrivendo che i Padri del deserto si nutrivano della Bibbia “carne e sangue” del monaco.

Sull’ispirazione nata dalla riflessione di Colombàs, abbiamo avuto un’idea più precisa del linguaggio duro di Gesù, quello che fa fuggire in massa i discepoli (Gv 6,60), cioè quella carne da mangiare e quel sangue da bere che che Gli appartengono. Ma non perché simbolicamente Lo riassumano, anzi, proprio il contrario: ne costituiscono a tutti gli effetti la carne da mangiare e il sangue da bere, ma non in senso letterale, quanto storico.

Dunque è la storia l’eurecarestia, diremmo; è la storicità di Gesù ciò che dona la vita eterna promessa (Gv 6,54) agli antropofagi, direbbe uno speculativo antropologico, perché la storia ha inizio in una mangiatoia (Lc 2,7), cioè nello strumento di pastura del gregge ed è quell’anno, ben saldo nella storia, che il cristiano deve assimilare ed è il 15 a.C., non un ipotetico maggioritario 6 o 7 a.C (Ratzinger, addirittura!).

Quell’anno è carne è storia è verbo solido che ciascuno, tra i chiamati da Dio e a Lui venuti (Gv 6,44), deve considerare nell’ottica di un’anagrafe che si completa in un calice di sangue e di folla: il 35 d.C., quando dal Suo costato quel sangue fuoriuscì (Gv 19,34) affinché noi bevessimo alla fonte di un’Alleanza Nuova, dopo che la Sua carne era “consumata” (Gv 19,30).

Il 15 a.C. e il 35 d.C. compongono un Cristo cinquantenne che scrisse la storia con la Sua carne e il Suo sangue e chi non li consuma non ha parte alla vita eterna, perché poggia la sua fede su ipotesi d’alta cattedra ma vertiginose alla ragione e alla fede, tanto che poi precipitano in un vuoto storico.

Ecco, cari cattolici, la fede, in particolare il suo sangue, quello che Giovanni vede affinché voi vediate (Gv 19,35). Senza quest’eurecarestia non sarete né nella storia, né nella fede, tanto meno nell’eterno, ma solo a Messa.

Macario il Magnifico

Di Macario l’Egiziano, Padre del deserto, il blog se ne è occupato a più riprese, senza mai creare una categoria specifica che però è sopperita dalla possibilità che il menù dà di aprire la ricerca e digitare “Macario” e leggere tutti i post che lo riguardano.

Uno di questi, datato di alcuni anni e dedicato alla maturità di quell’anno che esaltava la filosofia, aveva aperta una precisa traccia di riflessione, ma in completo fuori tema, insomma un quattro assicurato.

Infatti, noi avevamo fatto notare che l’apoftegma XIII dell’alfabetica e attribuito a Macario il Grande, non era una storiella dabbene, non entravano in gioco mummie e diavoli per un banale capriccio horror, ma celavano una sintesi preziosa che adesso, con questo post, lo diviene, secondo noi, ancor di più.

L’apoftegma in questione, noi l’avevamo interpretato ugualmente come una lotta tra demoni e Macario, ma non prima però di aver sottolineato quello che forse è sfuggito a tutti: le “antiche mummie” del Detto XIII erano “greche”, specificazione che non apparirebbe fondamentale nell’economia del Detto che già aveva attirata l’attenzione con i diavoli di turno che tentano Macario con “voce di donna” per un mix di sesso e paura capace di affascinare solo alcuni (pochi) lettori.

Quelle mummie del detto XIII essendo “antiche” e “greche” simboleggiano la filosofia, scienza o sapere oramai mummificato, perché, come tra l’altro scrive Paolo in 1 Corinti 1,17-28, tutta la filosofia dell’uomo, tutta la sua riflessione, non erano riusciti a far luce sul mistero di Dio, mentre la croce, la croce dell’insipienza e della follia, Lo aveva mostrato a “tutta Roma” (Mt 27,54).

La filosofia, insomma, aveva fallito e dunque quel suo apparire una mummia sta lì a dirci che essa era un passato forse non putrefatto, è vero, ma morto e del tutto irrecuperabile, cioè capace ormai di esprimere niente di più che repulsione, vuoi perché cadavere e vuoi perché anche il demonio se ne prende gioco, avendo ben altro nemico da combattere: Macario.

Tuttavia, tra Macario e le mummie, cioè i filosofi, c’è una scaramuccia ma tutto si risolve con una gomitata al cadavere, filosofo di turno che il Padre a sotto di sé, gomitata che lo invita ad andare nelle tenebre, cioè nel dimenticatoio della ragione e della fede.

Macario, così facendo però, dimostra di essere in grado di confrontarsi con dei filosofi, magari illustri, e vincerli. Questo mal si concilia con la sua ex professione di cammelliere, mestiere che difficilmente può permettersi una cultura accademica, in ogni caso quella necessaria ad affrontare degli intellettuali di professione.

Macario, faccio un esempio, era stato cammelliere, cioè camionista e quindi la sua uscita e riuscita vittoriose contro un manipolo di intellettuali cadaverici suonano davvero strane ed ecco perché ci si interroga ancora sull’altro Macario, quello d’Egitto che si ritiene altro rispetto a Macario l’Egiziano, ma solo perché non si è capito che Macario fu istruito dallo Spirito Santo e dunque tutta l’imponente produzione letteraria attribuita all’ancora ignoto Macario d’Egitto è sua, è di Macario l’Egiziano, alias Macario il Grande, che però, come vedremo, diviene il Magnifico.

In particolare, infatti, è sua la prima lettera indirizzata “ai giovani della sua professione” cioè, ed evidentemente, ai giovani cammellieri e non a generici filios dei. Macario, insomma, invita i giovani a seguirlo in un deserto che ha fatto di lui, da cammelliere che era, un capolavoro dello Spirito Santo, perché Esso, come nell’ex ladrone e schiavo Mose, “grandi cose ha fatto in lui”, per un Magnificat in versione maschile ma ugualmente potente.

E’ proprio la lettera ai giovani della sua professione che costituisce il trait d’union tra due figure altrimenti enigmatiche, cioè Macario l’Egiziano e Macario d’Egitto, perché il primo, nelle vesti del secondo, invita non a tentare la fortuna, ieri come oggi, ma il deserto, dopo che il flusso del Vangelo lo aveva fecondato. Non tutti feconderanno le celle, solo pochi, talvolta uno, ma a tutti gli altri sarà riconosciuto il merito di aver costituito un movimento di massa vitale quant’altri mai.

Tutta la confusione che allora regna -e non solo nei nomi (Macario l’Egiziano per Macario d’Egitto)- è giustificabile solo se non siamo consacrati, se siamo cioè quegli stessi filosofi con cui Macario ha litigato prendendo lui la ragione; mentre se siamo consacrati appare incomprensibile che neppure sia stata presa in considerazione l’ispirazione divina nella sua opera, ispirazione che fece di un camionista un raffinato e fecondissimo intellettuale.

Essere dei consacrati e non credere alla consacrazione altrui non necessariamente comporta la mancanza di fede o il falso, ma certamente denota una fede malinconica al ricordo della vocazione che fu.

Ps: per alcune informazioni sulla lettera di Macario ai giovani della sua professione e relative alla sua attribuzione, si legga la nota 66 di G. Colombàs “Il monachesimo delle origini. La spiritualità”, ed. Jaka Book, 2017

L'assoluto dei numeri primi

Salve padre Columbàs, ovunque lei sia che il giudizio davvero non mi spetta, mentre mi spetta – e di diletto- leggere il suo libro, ma non ora che il sole è calato ma la notte del suo volume tarda ad arrivare.

Scrivo a lei, ma in fondo ai monaci, che si ostinano a chiamarsi tali, quando però, toccato il fondo, neppure sono rimbalzati, ma hanno cominciato a scavare, perché si legge, nella serie anonima degli apoftegmi, che gli Apostoli hanno scritto, quelli dopo hanno messo in pratica, i successivi hanno imparato a memoria e, non da ultimi, altri hanno copiato e messo sugli scaffali, affinché gli ultimi (oggi) potessero, a loro volta, copiare e mettere sempre negli scaffali, ma delle librerie, cioè in vendita.

Non è altro che un parabola, quindi, una discesa che attende solo il suo compimento nell’ecommerce, quello digitale che solo saprà offrire preziosi contenuti a pochi spicci, di moneta e di tempo (non c’è libro che non contenga errori tanto è ormai il valore che si dà loro).

Volevo dirle che il suo testo ” Il monachesimo delle origini” è bello, ma avrebbe potuto essere magnifico dicendo una verità che di sicuro, accennando timidamente al fatto nel II tomo, non le è sfuggita, cioè che Origene è il padre del monachesimo, tanto che potremmo chiamarlo come secondo me fu chiamato, cioè ricorrendo a uno pseudonimo: Origine, da origo-originis e dunque un latinismo più che un grecismo.

I latini lo ribattezzarono così quando capirono, neanche era difficie, che l’intero movimento monastico nasce da lui, se il monachesimo fu, in fondo, solo un cristianesimo radicale, quello stesso che portò, Origine, a evirarsi per servire meglio il regno di Dio (Mt 19,12).

Poi -ma lo sappiamo- venne Antonio, altro pseudonimo se mai è esistito, che permise non tanto alla chiesa quanto al diavolo, a Satana, di impadronirsi del monachesimo, perché Atanasio, con la sua Vita Antonii, è un ulteriore pseudonimo e significa Io Satana (ATANA S IO).

Insomma il diavolo, stavolta, non ci ha messe solo le corna, ma corna e cappello su l’intera questione monastica, riducendola a un obbedienza che ricorre ossessivamente in una patristica che nasce anarcoretica, insofferente al compromesso cattolico, cioè la chiesa di Costantino, tanto da fuggirne, qualunque fosse il deserto e la sua profondità, ma non così lontano se la collezione alfabetica li precede tutti con Antonio il Grande, primo monaco in assoluto, sembra.

La voglio viva, padre Colombàs, e le suggerisco di controllare le attestazioni del nome proprio Origene affinchè, scoperta la sua inesistenza nel mondo classico e più in là, sia davvero facile intuire che in origine, Origene, era Origine, un ablativo pressoché… assoluto.

Cammelliebambini

Ci pare che la monografia che abbiamo letta sulle origini del monachesimo (Garcìa Colombas) accenni a rituali esorcistici, cosicchè viene naturale immaginare che già il monachesimo avesse sviluppata una demonologia e il concetto di possessione.

Nel deserto, poi, la figura del demonio compare spesso, non solo simbolicamente, ma più ancora nella vita dei singoli monaci che si dice, ma non a ragione, si fossero ritirati nel deserto perché quello era il regno di satana e lì lo avrebbero combattuto, dimenticando, però, che nel deserto Gesù fu tentato, ma crocefisso lo fu in città.

Ma al di là delle solite parole introduttive dell’argomento, a noi preme illustrare un caso di possessione diabolica che emerge senza mezzi termini da un apoftegma di Macario l’Egiziano, cammelliere prima di farsi monaco. Leggiamo subito il Detto sesto dell’alfabetica

Il padre Macario diceva, per incoraggiare i fratelli: «Giunse qui con sua madre un fanciullo indemoniato, e disse a sua madre: – Su, vecchia, andiamocene! Rispose: – Non posso camminare. E il bambino: – Ti porto io. Stupii, disse il padre Macario, della malvagità del demonio, come tenesse a farli fuggire da lì

Sulle prime è solo un incipit classico della demonologia patristica, vuoi perché i fanciulli non sono sempre bene accolti dai Padri; vuoi perché fa ingresso l’indemoniato di turno, per un diavolo a tutto tondo, nel senso che possiamo credere solo alla parola di Macario, per cui chissà…

Ma c’è un particolare che penso sfuggito a tutti, poichè l’attenzione del lettore, neanche distratto, scivola subito sulla “malvagità del demonio” che li istiga a fuggire e non coglie il senso che emerge solo se si considera la professione precedente il ritiro nel deserto di Macario, cioè l’essere stato cammelliere.

Macario ha osservato la scena ed ha certamente udito le parole dure del bambino (vecchia, rivolto alla madre), ma non è questo che lo istruisce sulla possessione, quanto quel:”Ti porto io” perché la sua ex professione di cammelliere lo ha fatto esperto di pesi e di capacità, se i cammellieri erano coloro che attraversavano il deserto trasportando persone e merci.

Macario sa quanto un animale può portare, egli è esperto nella misura e nella distanza, per cui un bambino che porta sua madre dimostra una forza eccezionale, uno degli aspetti più rilevanti nella possessione.

Infatti così leggiamo in Aleteia che riporta l’opinione, che crediamo ben fondata, di Gabriele Amorth (è inutile qualsiasi specificazione), cioè

manifestare una forza sovrumana anormale per l’età e le condizioni fisiche della persona.

è sinonimo di possessione, per cui quel bambino non è un bambino normale se porta sua madre e Macario non desume la possessione da chissà quale intuizione patristica, ma fa appello, prosaicamente, a tutta la sua esperienza e professionalità di cammelliere, quella esperienza che gli fa subito capire che in condizioni normali sarebbe impossibile per un fanciullo sollevare e portare quella madre, per cui non è tanto o non è solo l’avversione, più o meno palese, al sacro, cioè ai monaci ciò che esprime il giudizio di possessione, ma è un giudizio professionale a cui si unisce l’esperienza di una guerra quotidiana contro satana, stavolta nelle vesti innocenti di un fanciullo erculeo.

Concludo scrivendo che se anche oggi la forza sovrumana è un aspetto della possessione, tale aspetto lo era anche per i Padri del deserto e dunque, limitatamente a questo aspetto, il concetto di possessione è rimasto lo stesso, tanto che ci chiediamo se non sia poi vero.