Le spine della Bibbia

Se c’è un simbolo che riassume la regalità di Gesù è la corona di spine, perché con quella fu salutato e schiaffeggiato come re dei giudei. Quella corona, a differenza della colomba, altro simbolo cristologico, si posò sul suo capo nel 35 d.C., che molti vorranno ancora mettere in discussione, fermi al 33 d.C. tradizionale, ma non CEI, magari, che fissa le occorrenze di “spine” proprio a 35, tanto che siamo certi non vorrà darci torto.

A noi infatti è venuta voglia di cercare tra le spine, quelle bibliche però, e così siamo giunti a una parziale conclusione: sono tre quelle che segnano tappe importanti:

la prima è il 35 d.C., quando i soldati romani le intrecciano

la seconda è quella di Mosè che le vede ardere

la terza è il castigo di Genesi, quando le si promettono (Gn 3,18).

Vogliamo vedere se sono collegate o se si cartterizzano per una simmetria cronologica ancora non studiata? E vogliamo vedere se quella simmetria si presenta solo in un contesto cronologico e non in altri?

Sì vediamolo e consideriamo il nostro Anno Mundi, cioè il 3923, quando ebbe inizio la storia, una storia che di lì a poco diverrà peccato originale o, in ogni caso, da esso segnata. Deve esserci allora un lasso di tempo, quello necessario al passaggio da uno stato d’innocenza a quello di peccato, ma non deve essere lungo, deve infatti rientrare nella generazione di Adamo o di lì a poco.

CEI, dicevamo, ci darà ragione perché noi la diamo a lei che ha fissato le occorrenze di “spine” a 35, tanto è vero che noi applicheremo la generazione matteana di 35 anni, quella che, moltiplicata per 14, segna non solo le tre tranches matteane di 490 anni, ma che è pure, forse più, ghematria di “chiave di Davide” in greco, una chiave che apre non alla storia comunemente intesa, ma al disegno, alla profezia e all’eternità.

Infatti, considerando il 35 d.C., occorrono 113 generazioni di 35 anni per giungere al 3920 A.M. che, dopo la tappa fondamentale del 1435 a.C., quando Mosè assiste al roveto ardente ed è conferito del potere di liberatore, risulta essere l’anno esatto in cui si comminarono le pene: al serpente, ad Eva e ancor più ad Adamo costretto a muoversi tra le fatica e, appunto, le spine.

Avevamo premesso, all’inizio, che il calcolo doveva cadere poco fuori la generazione di Adamo, cioè non oltre quella dell’A.M (3923) ed infatti abbiamo un’altra simmetria: tre sono gli anni che separano il 3920 dal’A.M e il terzo è il capitolo di Genesi che semina le spine in Eden.

CEI ha ben tradotto mentre noi, mi pare di poter dire, abbiamo ben calcolato, perché nessun’altra cronologia fissa l’anno Mundi al 3923; nessun’altra da esso fa discendere l’intera genealogia lucana con cui lo ha calcolato; nessun altra ferma al 1435 a.C. non solo il roveto ardente, ma anche l’inizio delle 10 piaghe e nessun’altra affiderebbe la croce a un fantasioso 35 d.C, per il semplice fatto che nessuno entrerebbe in un ginepraio nudo.

Un sabato da leoni

La polemica tra i farisei e Gesù riguardo al sabato è cosa assai nota, ma non mi pare sia nota una possibile altra traduzione di Lc 6,5, conosciuta com’è per la signoria del sabato da parte di Gesù, Figlio dell’uomo signore del sabato.

Una traduzione, oltre che letterale, ha anche un senso che emerge solo se si è compreso il contesto, in questo caso i vangeli che non vogliono semplicemente padrone del sabato Gesù, ma Lui stesso il sabato.

Egli non ne è semplicemente signore: Egli è il sabato se gli affaticati e gli oppressi (Mt 11,28) sono invitati al Suo riposo, riposo sabbatico. L’identità tra Gesù e il sabato va quindi ben oltre la Sua signoria su di esso, perché Gesù e la festa del sabato hanno un’unica natura.

Compreso tutto ciò, diviene facile impostare le altre due scommesse che vogliamo proporre, cioè che, in virtù dell’identità tra Lui e il sabato, Egli nacque di sabato e ri-nacque, cioè risorse, nello stesso giorno.

Nel primo caso sarà allora sabato di luna piena il 25 di ab del 3745 che corrisponde al 10 agosto del 15 a.C. gregoriano (non teniamo conto della successione dei giorni ebraici che avveniva alla sera).

Nel secondo il novilunio ecclesiastico che segna la resurrezione cadrà di sabato, 3 giorni dopo la luna nera che segna la tumulazione (ci muoviamo tra il 21/22 aprile e il 24/25 dello stesso mese del 35 d.C.).

Ci sentiamo davvero di scommettere virtualmente (e qui) anche queste due quote ferme a 1:75 perché pochi sanno che davvero Gesù era il sabato, tanto è vero che le occorrenze che segnano il sabato nei vangeli (sinottici e Giovanni) sono 50, come a 50 anni si compì la vita terrena di Gesù che così fu sabato con l’intera sua esistenza, nata nel 15 a.C. di sabato e di sabato risorta nel 35 d.C.

Un Natale pazzesco

Il Vangelo dell’infanzia che ci offre Luca è il più articolato, complesso e ricco all’interno dei sinottici. Dunque in Luca si concentra un’attenzione particolare a Gesù bambino, tanto che noi abbiamo notata una sua particolarissima peculiarità: il Natale che sembra, a molti effetti, avvalorare il nostro 10 agosto.

La Bibbia, che comprende i vangeli, è passata alla storia, anche parte della nostra storia, come Sacra, sebbene quell’appellativo sembra cedere il passo a una divulgazione che la vorrebbe solo Biblia, cioè un testo letterario tout court.

Noi, invece, siamo ancora tra quelli che la vedono, non la vogliono, sacra perché il passato aveva una sua ragione, cioè aveva quella stessa nostra caratteristica del pensiero, per cui non crediamo che abbia qualificato la Bibbia seguendo un’esigenza di fede, ma un dato di fatto che nasce da delle evidenze che ne fecero libro sacro.

Casomai siamo noi che a ogni piè sospinto e per delle ragioni che sfuggono alla ragione stessa vogliamo a ogni costo dissacrare, quasi che il sacro sia in realtà bestemmia rivolta alla dea della ragione che però nega se stessa negando l’evidenza.

Un’evidenza che nel caso lucano ci parla del Natale in una maniera tutta sua, cioè attraverso il ricorso ai versetti biblici che non sono considerati evidenze a priori, ma si collocano, in questo caso, cioè nel caso del Natale, come sigillo su una evidenza: l’impossibilità logica di un Natale fermo al 25 dicembre se durante quel Natale Tiberio indice un censimento universale che costringeva tutta la popolazione dell’impero a recarsi nel luogo di nascita per la registrazione.

L’impero era sterminato e sterminati, quindi, erano i suoi confini, come enormemente estese le zone montuose e i passi che inevitabilmente coloro che erano costretti a spostarsi sarebbero stati costretti a valicare, mettendo, il 25 dicembre, a repentaglio la propria vita se il buon senso o la causa di forza maggiore non ne avessero impedito il viaggio.

Dunque appare assurdo non alla fede quel censimento, ma alla ragione a meno che essa non fosse stata persa proprio dall’impero, romano, che aveva deciso, magari, di decimare non solo i sui abitanti, ma anche i propri cittadini, se la registrazione aveva anche il fine di censirne la prerogativa.

A questo si aggiunge anche un altro fatto di ragione, cioè le cronache di Oltralpe che volevano l’incoronazione dei re alle calende di agosto, quando però, penso al caso più celebre, quello di Carlo Magno, quella celebrazione si teneva a Natale, unendo logicamente due fatti, cioè le calende e il Natale nel mese di agosto, se non altro perché ci appare di nuovo logico che una celebrazione di quel tenore, cioè il nuovo re o imperatore, chiedeesse, ieri come oggi, una partecipazione di massa, cosicché la festa fosse grande, bella e sentita, come tutti i grandi della terra, da quando esiste la terra ed esistono i grandi, esigono, amanti -e a ragione politica- dei bagni di folla, una folla che però scomparirebbe in una fredda, triste, corta magari piovosa o “nevicosa” giornata di pieno inverno.

Ecco, questa è la logica che nega il Natale al 25 dicembre, una logica che, permettetemi il gioco di parole, diviene logistica sia se consideriamo il censimento universale, sia se pensiamo alla grande festa dell’incoronazione.

Adesso, quindi, ci rivolgiamo all’illogica, cioè al sacro che vuole sacra la Bibbia per vedere se, pazzo il Natale del 25 dicembre, lo sia almeno altrettanto quello del 10 agosto, cosicché abbiano gli stessi diritti e offrano una scelta: illogica la prima, quella del 25 dicembre; sacra la seconda del 10 agosto.

Dicevamo di Luca, l’evangelista dell’infanzia il quale, nella logica sacra del 10 agosto si muove benissimo, offre ai versetti 2,10-11 del suo Vangelo una nota che citiamo per chiarezza


10 L’angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà:

11 “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore

Da essa appare sin troppo chiaro, se si è compreso quanto scritto sopra, che siamo di fronte non al caso, ma al sacro, illogico quanto si vuole, ma capace di fermare la nota e la notte della natività proprio ai versetti 10 e 11, perché è lì che Luca, medico razionalista, riporta un annuncio senza fraintendimenti: “la notizia di una grande gioia” perché “oggi è nato!”, cioè nella notte tra il 10 e l’11 di agosto, tanto è vero che l’annuncio della nascita del Messia si spezza in due versetti, affinché la nota temporale sia chiara oltremodo.

Noi non lo reputiamo un caso ma un “sacro” che la ragione del passato aveva scorto e non si era persa l’evidenza, come noi l’abbiamo persa perdendoci nel profano, cioè in una razionalità che sa negare, sino a negare l’evidenza, per credere nell’impossibile di un censimento folle e di una festa d’incoronazione al buio dell’inverno altrettanto folle.

Alla luce di Maria, altro aspetto della follia di Dio e del suo libro, la Bibbia, sono anche le occorrenze che ci aiutano a capire. Infatti noi abbiamo visto che l’occorrenza complessiva del nome Maria, comprendente cioè sia la Madonna che le altre Maria, è di 43 che però si divide in un due gruppi ben distinti: l’uno fa capo al profano, l’altro alla Madonna. Il profano offre 25 occorrenze, quello di Maria 18.

Sebbene non sappiamo ancora dare ragione di quest’ultimo, sappiamo benissimo interpretare il primo: è Natale il 25 dicembre, ma quello profano, laico e forse razionalista che non solo rende simile a sé la Bibbia, ma ancor più la ragione che ha perso il suo senso o, se volete, la sua sacralità per far posto alle baggianate, cioè gli oracoli dei nostri giorni.

Il Magnificat, l’anima di un Vangelo

Ci sono post che nascono con un taglio, poi repentinamente ne prendono un altro e che sia quello giusto lo capisci da una cosa: gli elementi (paragrafi) vanno naturalmente al loro posto.

Nel post precedente noi abbiamo inserito Maria nella genealogia lucana. Lo avevamo fatto a suo tempo quando, cioè, ricavammo la genealogia lucana datandola (vedi in calce), perché solo Lei faceva quadrare i conti, solo con Lei si giungeva a Gesù, altrimenti fermi a Giuseppe in un 46 a.C. di difficile collocazione storica e teologica.

Facemmo bene allora, e facciamo bene adesso a sottolineare il fatto: solo Maria collega Gesù a Dio, solo Maria lega la Rigenerazione alla Generazione per un percorso storico e generazionale esclusivamente al femminile se
rùakh lo è femminile di genere.

Qualcuno potrebbe dubitare, non lo faccia prima però di aver riletto il post precedente e compreso che noi lì abbiamo scritto chiaro che quello di Luca è il Vangelo di Maria e Luca è l’evangelista di Maria.

Compreso questo, sarà facile collocare il Magnificat che caratterizza solo il Vangelo lucano e non di altri. Dunque se quella genealogia è mariana, lo è anche il Vangelo e Luca, forse, è il primo di una teologia che da lui si è sviluppata ma che lo ha dimenticato. Perché?

Perché come la genealogia matteana scrive Abramo al posto di Mosè, quella di Luca ha subito di peggio: hanno escluso Maria, gettata fuori magari a calci per un odio dissennato, quello sì misogino e poi attribuito laidamente alla Scrittura che invece offriva nientemeno che il Magnificat.

E’ con Luca, allora, che si svela Gesù (ad Jesum per Mariam), certo, ma Figlio di Maria e anche (poi?) di Giuseppe. Una Maria che ci dà l’opportunità di conoscerLa a fondo se mettiamo a frutto i numeri del post precedente che fermano la Sua generazione al 23 a.C. (vedi in calce) e dunque Ella, stando a questo calcolo, aveva 8 anni al momento della nascita di Gesù (15 a.C.) per una “piena di grazia” fanciulla e per un παρθένος (fanciulla) che non a caso ferma la sua occorrenza a 15 volte nel NT, come il 15 a.C. noi diciamo essere l’anno di nascita del Messia, quasi a conferma che “quella vergine” (Maria) partorì in quell’anno che s’inserisce non solo in una grande cronologia, ma traccia anche quella di una maternità di altissimo profilo poiché squisitamente mariana.

Diversamente, Ella aveva 58 anni (23+35=58) al momento della crocefissione (35 d.C.) e di nuovo quell’armonia che ha caratterizzato la Sua maternità ci viene incontro, perché 58 non è una cifra a caso: è lucana e caratterizza la generazione immediatamente precedente quella di Davide, ferma, invece, a 23 (vedi in calce).

Ma quella tranche che da Abramo giunge a Davide non si caratterizza solo per l’identità tra l’età di Maria al momento della crocefissione e il metro generazionale (58 anni), perché è la tranche che in assoluto concentra più donne, anzi, sono tutte lì a far capannello santo: Tamar, Racab, Rut e Naas e questo ben colloca Maria in un cenacolo esclusivamente femminile di Grandi Madri.

Sì, il Vangelo di Luca, dottore, è il Vangelo delle donne, Grandi Donne, alla luce di tutto questo e non a caso offre il Magnificat, orbato però della sua protagonista da chi non ha capito che è un affare di donne e guai, guai a metterci bocca, figuriamoci il bianchetto!

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Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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