Un inopinato ritorno

vergini

Si può prevedere il futuro? il futuro è già scritto? e se sì dove? La scienza non ha la sfera di cristallo, ma la fede ha un libro sacro: la Bibbia. Ricco di profeti e profezie, segni e visioni, la Scrittura non ha mai finito di stupire e quando credi di ever finito di leggerla, cade dall’ultimo scaffale dove l’avevi collocata ai tuoi piedi costringendoti a chinarti.

La Scrittura, allora, se non la sfera di cristallo sa predire il futuro, ma a suo modo, un modo che la scienza giudicherebbe improprio perché essa non s’inchina a raccogliere, essa esige.

Bene, ieri abbiamo visto che il primo altare si elevò nel 1510 a.C. e da lì, cioè da quel futuro remoto di υψωσητε di Gv 8,28 si è scritta una storia anch’essa remota perché  di là da venire nei secoli.

Ma quanti, quanti anni sono passati dal 1510 a.C. al 2020 ultimo dei sette altari conosciuti? E’ presto detto: 3530 anni e la cifra è di assoluto interesse, perché si compone di 35 e 30 quando il 30 non quello di Giuda, ma di Luca 3,23 riferendosi ai “circa trenta anni” in cui Gesù non iniziò il suo ministero, ma divenne ἀρχόμενος cioè un leader  religioso e non semplicemente capopopolo.

Il suo ingresso nella scena pubblica avvenne, come scrive Luca, a”circa trenta anni” e nell’ottica di un Cristo cinquantenne, cioè nato nel 15 a.C. e crocefisso nel 35 d.C., significa  che quell’anno fu il 15 d.C. Questo è importante perché esiste una precisa metrica che dall’esodo giunge a Gesù ἀρχόμενος nel 15 d.C. e procede di 480 anni in 480 anni, come dimostra questa tabella alla prima colonna che ripercorre tappe che già la nostra cronologia aveva segnato.

SEDER OLAM RABBATH CRONOLOGIA CHIUSA CRONOLOGIA APERTA
1425 a.C. Esodo -480 anni 1423 a.C. Erezione della Dimora (Es. 40,17) -486 anni 1425 a.C. esodo -480 anni indicati da 1Re 6,1 tra l’esodo e il primo tempio
945 a.C. Quarto anno di regno di Salomone. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni 937 a.C. Dedicazione del tempio -486 anni 945 a.C. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni indicati dal Seder Olam Rabbath
465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse Rientra Esdra. Iniziano i lavori al tempio -480 anni 451 a.C. Rientro di Neemia. XX° anno di regno di Artaserse. Pronunciata la parola sul rientro (Dn 9,25) -486 anni 465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse. Rientra Esdra. Iniziano i lavori per il II° tempio -46 anni indicati da Gv 2,20 per i lavori
418/9 a.C. Dedicazione e anno giubilare -9 cicli giubilari (450 anni)
15 d.C. Gesù ἀρχόμενος (Lc 3,23) 35 d.C. Crocefissione. E’ dedicato il nuovo tempio in Cristo 32 d.C. Inizio del ministero pubblico. Anno giubilare e

 

Dunque quei trent’anni lucani hanno radici lontane e solide ecco perché allora il 3530 che esprime gli anni tra il 1510 a.C. e il 2020 riassume il futuro, addirittura prossimo, se cadrà tra neanche due anni.

Il 35 è l’anno della crocefissione che il blog indica; il 30 della sua manifestazione pubblica, anch’esso mostrato a suo tempo. Questo significa che nel 2020 Gesù diverrà di nuovo importante, assumendo, grazie al 35 d.C. anno della crocefissione, storicità piena, elevando così l’ultimo e forse definitivo altare in cui sarà consacrato come Figlio di Dio tornato sulla scena umana dopo una parentesi già preannunciata.

La seconda venuta del Cristo apre le pagine dei Vangeli che l’avevano promessa con un grido nel profondo della notte (Mt 25,6); in particolare fu promessa alle vergini, il cui olio farà la differenza.

1510 a.C., la storia all’altare

La mappa degli altari della storia è nata con una lettura ghematrica, la quale la concluderà. Infatti quel מזבחתם che tradotto significa “i loro altari” ha permesso la tabella seguente che li individua tutti ponendo, negli anni in cui sono stati eretti, eventi storici che hanno segnato un’epoca, certamente non storica perché la storicità e la rilevanza di un fatto appartengono a una storia universale, quella della della salvezza, non necessariamente coincidente con l’idea che l’uomo ha della sua storia che segna ben altri fatti come giro di boa.

Riassumiamo allora gli altari per vedere che

2020 -497 ?
1523 -497 Lutero pubblica come si debbano istruire i ministri

 

1026 -497 ?
529 -497 Chiusura della dell’Accademia filosofica di Atene
32 -497 Inizio del ministero pubblico di Gesù. Ha termine la Legge e i profeti (Lc 16,16)
465 a.C. Si gettano le fondamenta del secondo tempio
465 a.C.-515 a.C. +497 Esilio
1012 +497 Davide uccide Golia. Spodestando Saul chiude l’epoca dei giudici inaugurando quella monarchica

Il nostro approccio al problema si riassume in una domanda: ammesso che il 2020 sia l’ultimo altare tracciabile, quale è stato il primo? Teoricamente la risposta è semplice: quello più vicino cronologicamente al 3923 da noi indicato come Anno Mundi, tanto che si potrebbe scalare dal 2020 497 anni per individuare il primo altare “utile”.

Tuttavia questa ci pare una logica troppo semplice, perché il rigore matematico non sempre coincide con quello storico che magari segue un’altra logica, meno evidente ma altrettanto importante. Per questo motivo la nostra attenzione si è concentrata su Aram che segna l’undicesima generazione lucana partendo dal 989 a.C., perché dal 1012 a.C., ultimo altare conosciuto che coincide con l’anno in cui Davide sconfigge Golia spodestando Saul nel cuore della gente, si raggiunge, sommando 497 anni il 1510/1509 a.C. che segna anche l’ultimo anno della generazione di Aram, se essa è ferma al 1569 a.C. come dimostra la tabella (da tenere presente nel conteggio che la generazione di Aram era già passata quindi si devono togliere 58 anni o contare 10 generazioni).

[table id=17 /]

Sapendo, sempre dalla tabella (per la sua genesi si veda qui) , che le generazioni da Davide ad  Abramo contano 58 anni è facile conoscere quando la generazione di Aram finì. Infatti è sufficiente scalare 58 anni al 1569 a.C. per ottenere il 1511 a.C. quasi coincidente con il 1510/1509 a.C. a cui ci aveva condotto la somma di 497 anni al 1012 a.C., ultimo altare conosciuto.

Teoricamente avrebbe dovuto essere il successore di Aram, Aminadab, a segnare l’altare precedente quello del 1012 a.C., tuttavia l’etimologia di Aram (luogo elevato) e l’assonanza latina con ara-ae (ara, anch’essa etimologicamente ferma a “luogo elevato”) ci consigliano Aram come colui che molto probabilmente alzò il primo altare e questo ci mette in grado di dare una risposta al quesito iniziale: quando?

La risposta crediamo riposi nel calcolo degli anni tra l’Anno Mundi (3923) e la fine della generazione di Aram cioè il 1510/1509 a.C. o AM. Essa segna un 2413 anni che è anche ghematrico, come nel caso di מזבחתם (i loro altari), tanto che indagando il valore per trovare il lemma scritturale corrispondente, abbiamo ottenuto υψωσητε che tradotto significa “avrete innalzato” e ricorre in Gv 8,28 a proposito del Figlio dell’uomo innalzato affinché tutti sapessero che la Sua predicazione era divina, perchè dal Padre procedeva.

L’etimologia stessa di ὑψόω ci parla di “altezza” come quella di Aram che richiamava un “luogo elevato”, tutti aspetti di un’identica questione, se gli altari si elevano e si eleva agli altari. Ecco allora che la ghematria, come nel caso di מזבחתם (i loro altari) che ha dato senso compiuto alla metrica dei 497 anni, che segna o eleva gli altari, ha saputo far luce dall’ultimo al primo altare, cioè dal 2020 d.C. al 1510, tanto che ci chiediamo se il verbo ὑψόω si sia ben conservato o sia stato falsificato, vista la sua importanza. Infatti se lo scrivessimo quasi senza alterarne la pronuncia, ιψω al posto di ὑψόω avremmo, di nuovo, un perfetto 1510 ghematrico allineato a tutti valori sinora espressi.

Vorremmo concludere scrivendo che alla tabella mostrata in apertura si deve solo aggiungere il primo altare per averne la mappa completa, ma sarebbe riduttivo perché molto importante, secondo noi, è far presente il numero totale degli altari dal 1510 a.C. al 2020: sette che da sempre, nella Scrittura, specie neo-testamentaria, indica completezza e perfezione divina, se non altro alla luce del vangelo di Giovanni che contiene sette segni e della sua Apocalisse che è un apoteosi del numero sette, perché sette le chiese, sette le trombe, sette i sigilli e sette le coppe.

E’ proprio alla luce del numero sette degli altari che quel futuro remoto che emerge da  υψωσητε sta lì a dici che la storia, altrettanto remota nel futuro se ha inizio nel 1510 a.C., si compone di quegli altari e il verbo greco  υψωσητε assume una luce profetica che emerge solo dal calcolo ghematrico, tanto che a noi, alla luce di quanto sopra, appare chiaro il senso di Gv 8,28, appare chiaro cioè “Quando avrete elevato i vostri altari verrà il Figlio dell’uomo” casualmente nel 2020, per cui chi vivrà vedrà.

La storia che non siamo noi

Nimrod_(painting)Un errore sarebbe forzare i numeri, mentre è giusto trovare in essi le relazioni nascoste ma solo se osservate nel particolare, perché una cronologia, se tale, cioè di respiro, è sempre universale e si rivela alla distanza.

La Bibbia, inoltre, gode dell’appellativo “sacra” e questo ci introduce quasi in un gioco di ruolo dove i protagonisti sono i numeri, cioè le cifre che compongono quella cronologia, dove ognuna ha il suo potere ed è inserita in un contesto che non è magico, lo abbiamo scritto, ma sacro che in fondo meglio

Ecco allora che quegli altari della storia terminano vicini a noi, se il futuro prossimo è già storia nella misura in cui la si può intuire, perché il 2020 è davvero alle porte, dopo il suo lungo viaggio a tappe (497 anni) iniziato con Davide, nel 1012 a.C  per la precisione; passando poi per le fondamenta del secondo tempio (465 a.C.); poi per il ministero pubblico di Gesù (32 d.C.) e da lì alla caduta dell’Olimpo (529 a.C.) e un a noi ignoto 1026; confluendo in seguito nel 1523 di Lutero e da lì a noi al 2020.

Questi sono gli altari della storia che abbiamo conosciuti e che segnano le epoche in cui la cronologia si esercita nella sua funzione: ordinare la storia che essi contengono. Ma non esiste solo quest’ordine nella cronologia, perché come è articolata la storia umana altrettanto lo è quella biblica e la sua cronologia, tanto che Giovanni ci parla di un’altra metrica nella sua Apocalisse ed essa sono i 1260 giorni (Ap 11,2) che noi applicheremo al nostro altare, cioè a quello a noi più prossimo, il 2020, sottraendo proprio 1260 giorni/anni per cadere nel 760 e da lì, non conoscendo quella storia, tolti altri 1260 giorni/anni, al 500 a.C. che invece lo conosciamo benissimo.

Quei 1260 giorni/anni sono quelli in cui Gerusalemme sarà calpestata (Ap 11,2), Gerusalemme città santa data in pasto ai gentili e infatti, fateci caso se siete in possesso delle nostre coordinate cronologiche, che il calcolo che abbiamo appena fatto cade nel 500 a.C. cioè nell’ultima deportazione babilonese (vedi tabella) dopo quella del 505 a.C. e da questo si capisce che se nel 505 a.C. Gerusalemme cadde, nel 500 a.C. fu calpestata perché ormai era in balia della storia, a cui non era in grado di opporre neppure una resistenza morale facendo appello del suo passato.

Dunque quei 1260 anni che segnano il Cortile esterno dato ai gentili ci ha condotto alla città di Davide ormai nella sua miseria, incapace di qualsiasi reazione e per questo persino calpestata dalle genti.

Quel Cortile dei gentili che Giovanni non chiede di misurare è la storia di una città che diviene metafora, perché in essa si consuma la storia dei Gentili, quella ben distante dalla storia universale e sacra contenuta nel ναός, luogo santo e sacro, come la storia che in se stesso racchiude, perché come Dio partecipava del ναός, così quello stesso Dio partecipa della storia umana che non è più, paradossalmente, dell’uomo ma progetto di salvezza, via alla felicità che procede da Dio e non da noi.

L’architettura del tempio, in quei suoi edifici principali (ἱερός e ναός,) sono la storia tutta: quella umana e quella divina, come sono due le vie alla salvezza procedendo l’una dall’uomo che ne fa luogo mercato e “spelonca di ladri” (Lc 19,46), l’altra da Dio che ne fa preghiera .

Nel post precedente abbiamo visto che il cavallo verde segna un movimento che nasce dall’uomo e con l’uomo è destinato a finire o, meglio, a finire come l’uomo: la morte, che non a caso cavalca il cavallo verde. Abbiamo detto che i versetti tradiscono la storia nella sua più sintetica espressione: la cronologia e dunque quel versetto 6,8 di Apocalisse fu, non caso, il ’68 che ha segnato indubbiamente un’epoca, ma non ha capito la dimensione divina della storia, tanto che ha confuso il potere con il Potere, cioè quello dell’uomo con quello del Maligno  a cui soggiace tutto il mondo, come scrive sempre Giovanni (1Gv 5,19).

La storia che ha scritto il ’68 è una storia “storica”, cioè frutto dell’uomo e per questo s’inserisce nel Cortile dei gentili, perché ai gentili appartiene e si rivolge quella storia, tanto che non fu e non è divina, ma frutto di una semina che non chiama alla mietitura, ma a una violenza “levatrice” per dirla con il suo ideatore, Marx.

Curioso diviene allora l’occorrenza di quel ἱερός che è l'”area del tempio” Cortile compreso, in ogni caso qualcosa di esterno al ναός, al luogo sacro e dunque alla storia storia sacra, perché progetto divino. Tale occorrenza è 68 come il ’68 è l’anno che segna, verosimilmente, l’ultima tranche di una storia progetto dell’uomo che si fa architetto, non potendo essere Dio ed ha costruita la sua torre, la sua storia, sfidando il cielo come Nimrod.

Come in tutte gli altari che si sono succeduti ci sarà aspra battaglia tra “vecchio” e “nuovo” cioè tra gli ultimi fedelissimi assertori di una storia “uomo” e coloro che vorrebbero riportare Dio sulla terra, cioè nella  storia. Ciò è inevitabile: l’inveterata opinione che l’uomo ha di se stesso come artefice del proprio destino, nonché della via alla felicità, a un paradiso de noantri, non cederà spontaneamente il passo a Dio, tanto che al campo di battaglia si è dedicato un inno, piucché una poesia, cioè “Padre nostro che sei nei cieli restaci” (Prévert) cosa che farà, ma non per molto: la storia è Sua, belli, e la rivuole indietro.

Gli ultmi giorni dell’Olimpo

Ci siamo dedicati agli altari della storia seguendo una metrica che affiora dalla cronologia biblica, sebbene scaturisca dal profondo della sua storia. Una storia che con la cronologia trova la sua sistemazione, ordinata com’è per contenuti e “contenitori”. Quella metrica dei 497 anni che ci ha tenuto compagnia negli ultimi due post appartiene a quest’ultimi, perché quei “loro altari” (מזבחתם) segnano le grandissime epoche storiche capaci di contenere le singole tranches cronologiche.

Abbiamo visto, infatti, che dal 1012 a.C. si giunge, sommando 497 anni, al 515 a.C. che segna la fine del giudaismo del primo tempio, nato con Davide (1012 a.C.), l’anno in cui uccise Golia divenendo lui re nel cuore della gente come testimonia il grido di esultanza delle donne

Saul ha ucciso i suoi mille,
Davide i suoi diecimila (1Sam 18,7)

Poi, scalati gli anni dell’esilio, abbiamo sommato altri 497 anni al 465 a.C., anno in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio, e ottenuto il 32 d.C. che segna, secondo noi, l’inizio del ministero pubblico di Gesù non a caso nuovo ναός (Sancta Sanctorum, Gv 2,20).

In seguito il nostro sguardo è andato ben oltre il dopo Cristo individuando il 529, in cui si consuma il dramma del mondo classico che crolla con Giustiniano, il quale chiude l’Accademia filosofica di Atene, segnando non solo la morte della filosofia, ma il crollo dell’Olimpo, cioè degli dei che, per dirla con Dante, erano divenuti “falsi e bugiardi”.

Ci siamo fermati qui, troppa è la storia e troppa e la cronologia che abbiamo affrontate per estendere il panorama della ricerca, ma dispiace perché se al momento, tacendo il web,  non siamo in grado di dare ragione del 1026 che si raggiunge sommando il 497 al 529, siamo però in grado di accennare al 1523, quando Lutero pubblica Come si devono istituire i ministri della chiesa che per molti fu una rivoluzione.

E da ultimo non che  dispiaccia, ma incuriosisce quel 2020 che dal 1523 si raggiunge sommando altri 497 anni raggiungendo i nostri giorni. Per il passato siamo passibili di negligenza, se non lo studiamo, ma il futuro, sebbene prossimo, è oltre le nostre possibilità e non siamo passibili di niente: vedremo.

Ma non è di questo che voglio parlare, perché a me davvero ha colpito quel 529 d.C. che segna il crollo dell’Olimpo e la morte della filosofia che lo aveva giustificato come sovrastruttura, direbbe Marx, cioè proiezione di quella stessa  “economia filosofica” che era la fucina del vivere e sentire civile e religioso.

S’imputa a Giustiniano la più classica delle critiche: oscurantismo, dittatorialità e prevaricazione del più sacro dei diritti riconosciuti al momento: la cultura, per cui la messa al bando della filosofia rappresenta a tutt’oggi l’atto sacrilego per eccellenza, intrisi come siamo di “culturismo”, tanto che l’istruzione giustifica un doping educativo che gonfia a dismisura il valore delle capacità intellettuali di cui fare sfoggio, perché la cultura è l’unica vera disciplina umana.

Giustiniano, quindi, è un mostro, quasi un perfido nano culturale che in un impeto d’invidia uccide per mancanza di argomenti e di ragione, in una parola di cultura, e per questo ricorre alla brutalità della legge, alla sopraffazione, al sopruso e, immancabilmente, all’ignoranza. Esercizio facile facile per atleti multi-culturistici: il ring, ormai, è lontano nel tempo e l’avversario defunto, persino dalla storia che “male” lo ricorda.

Tuttavia, io credo, che manchi sempre un pugno di terra per seppellire la verità, la quale lascia sempre dietro di sè le tracce per rinvenirla, affinché il corpo del reato sia visibile e repertabile dalla giustizia, sebbene storica. Ecco allora che appare non solo una metrica indefettibile a far luce (497 anni) e a dirci che, ad esempio, il materialismo storico è quanto di più distante dalla realtà, in primis storica; ma compaiono anche folli personaggi che giungono dal deserto a descriverci la realtà dei fatti.

Uno di questi è certamente Macario l’egiziano o Macario il Grande di cui abbiamo già parlato e che testimonia, con quelle mummie greche di cui ha fatto cuscino per la notte, una vita apparente della filosofia negli anni tra il 300 e il 390. Infatti se la storiella voleva mostrarci il coraggio di Macario, capace più di noi di dormire con una mummia sotto la testa, perché premurarsi di dirci che era greca? Che importanza ha conoscerne la provenienza? Io credo nessuna nell’economia dell’apoftegma, per cui se viene specificato che era greca l’apoftegma assume tutta un’altra luce e da storielle dabbene diviene testimonianza.

Testimonianza di una vita apparente di quelle mummie, cioè dei filosofi, che ancora insegnavano in quelle che, alla luce dell’apoftegma, appaiono enclaves culturali ancora disponibili ad ospitarli, sebbene ormai incapaci di fare, paradossalmente, scuola. Il pensiero, infatti, era migrato altrove come colomba, perché lo Spirito Santo, di cui la colomba è simbolo, aveva rivelata la Verità e dunque tutto ciò che era filosofia era falso e bugiardo, come gli dei che quella filosofia aveva legittimati.

L’attestazione di un solo Padre del deserto potrebbe essere poca, poca l’autorità ma che ne è se Arsenio, Arsenio anche lui il Grande, come Macario, testimonia la stessa versione dei fatti? Non era forse, Arsenio, precettore d’imperatori? Non era il campionissimo della classicità? Come mai allora rinuncia a tutto, cioè rinuncia a alla sua enorme cultura classica, per ritirarsi nel deserto? Crisi spirituale?, Mistica? Depressione, come diremmo oggi? O Forse indice di un clima culturale che aveva convertito i vertici più alti non della gerarchia sociale, ma culturale nei suoi massimi esponenti.

Se in Arsenio la classicità cede il passo al Vangelo, quali ne sono le ragioni? Possibile che un uomo di tale cultura scelga il Vangelo al posto di Platone e Aristotele? Essi non sono forse i maestri insuperati del pensiero filosofico a tutt’oggi? Come mai l’ieri li ha messi da parte con il campionissimo culturale Arsenio che non “fuggì gli uomini” come si dice in un suo apoftegma, ma ciò che gli uomini avevano prodotto, cioè la filosofia che gli apparve in tutta la sua umanità a lui che cercava il divino.

Sin dalla sua prima lettura mi ha colpito che “un uomo di quella cultura”, come diremmo fieramente oggi, si sia addentrato nel deserto profondo certo che se parli con e degli uomini non parli con e di Dio. Arsenio, proprio perché uomo di cultura, ha perfettamente intesa la Rivelazione che pone fine alla ricerca mettendo nella soffitta della storia la filosofia e dunque il pensare umano come ricerca.

Macario e Arsenio, i Grandi, ci hanno dunque tramandato a loro modo un’epoca che non uccise proditoriamente la filosofia in un impeto d’ignoranza, ma uccise e seppellì l’ignoranza in un impeto di di ragione e di fede, quella stessa che era stata rivelata e che era destinata a istruire il mondo immerso nelle tenebre, curiosamente, dell’ignoranza.

Giustiniano, quindi, chiudendo l’Accademia filosofica pose solo la parola fine a ciò che già di per sé era finito, finito perché umano e finito perché aveva esaurito la sua funzione. Il: “Basta, seppellitela!” di Giustiniano ha solo posto fine a uno strazio, magari al fine di non incorrere nella giustizia storica per vilipendio di cadavere, perché anch’essa lo riconosce reato. Per questo  va dato merito a Giustiniano: paradossalmente il suo ordine fu un esercizio di quella pietas che aveva caratterizzato la classicità e nient’altro.

Figura da rivalutare, Giustiniano, come da rivalutare sono i Padri del deserto, spesso definiti “grandi” e grandi lo furono veramente, ma non perché fu in loro potere far tremare gli dei, ma perché dopo averlo fatto rientravano nella loro cella e non a corte. Sì, erano grandi, grandi davvero.

 

 

Giustiniano e Macario il Grande. La caduta degli dei.

Filosofo-che-pensaDobbiamo scrivere che ci ha molto colpito il post di ieri, non tanto per i calcoli e le metriche che esso offre, sebbene fondamentali facendo luce sull’intero giudaismo del primo, del secondo e del terzo e definitivo tempio, quanto per la ghematria che la nuova metrica (497 anni) offre.

Abbiamo visto, infatti, che 497 è la ghematria di מזבחתם che letteralmente significa “i loro altari” e ciò consegna tutto non a una teologia della storia, ma a una storia che è essa stessa teologia, cioè un rivelarsi di Dio nell’umanità.

Quest’ultima appare, nel suo evolversi, pre-ordinata da un disegno divino, sebbene all’uomo moderno appaia assurdo quel “divenire” storico che ritiene solo frutto di una evoluzione animale, sebbene storica, che Marx, per esempio, ha qualificato come conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione.

Una società e una storia, dunque, che si muovono con energia propria, seguendo Marx, perseguendo non una finalità, ma una necessità. Eppure mi paiono egualmente evidenti quelle metriche storiche che la Bibbia offre  quasi a campione nel laboratorio della storia tutta, perché se è preordinata la storia biblica, necessariamente, in una società cristiana, è preordinata anche quella secolare, nonostante i suoi magmatici archetipi rivoluzionari.

In questo contesto è nata in noi la curiosità di estendere non “indietro”, come nostro solito, ma in “avanti” quei 497 anni per collocarli sempre “dopo”, ma dopo Cristo. Esperimento ambizioso e totalmente nuovo, perché noi ci siamo fermati, tranne il caso del falso profeta -ma era d’obbligo-, al 70 d.C. e i nostri studi hanno cercato sempre di dare ragione e ordine a ciò che era successo prima. Ma anche il dopo è importante.

Infatti l’ultima data che quei 497 anni indicano seguendo il nostro schema è il 32 d.C. dove si consumano gli ultimi anni di una casta sacerdotale ormai priva di legittimità e non più erede di fronte a Cristo, perché egli lo è, erede. Egli, cioè, è l’erede di tutto quanto il giudaismo e per questo ne rivendica la titolarità.

Ma Cristo non è l’ultimo altare del mondo. Il mondo è pieno dei “loro altari” (מזבחתם) e dunque viene da chiedersi, seguendo la stessa metrica dei 497 anni, quali sia stato l’altare successivamente abbattuto dalla storia disegno divino. Non è difficile scoprirlo basta sommare al 32 d.C i 497 anni della metrica e scoprire che nel 529 d.C. (32+497=529) Giustiniano chiude tutte le scuole di filosofia impedendone l’insegnamento.

La filosofia -in molti certo me lo insegneranno- fu il grande e illustre altare del mondo antico e dunque con la proibizione del suo insegnamento non solo il mondo classico tramontò, ma tramontò pure tutta la cultura greco-romana e con essa un mondo, cioè un’epoca tra le più illustri se non la più illustre, se ancor oggi la si studia nei licei, dove il latino, il greco e il relativo pensiero sono materie d’insegnamento.

Quel 529 d.C. abbatté l’altare del pensiero greco e romano per sostituirlo con quello cristiano che diviene unico, ma non dittatoriale. Infatti il lento declino a cui fu consegnato gli ha dato tutte le chances di sopravvivenza, ma ha ragione Marx: una sovrastruttura non regge all’impeto del naturale conflitto evolutivo, non di una religione, ma di un pensiero e di una storia che in questo caso si sono fatti Vangelo e dunque addirittura rivelazione, non evoluzione, tanto meno materialismo.

Questa non è una mia riflessione, perché i Padri, in particolare quelli del deserto, hanno tracciato quel declino e ce lo hanno trasmesso fedelmente almeno in un apoftegma di cui, curiosamente, ci eravamo già occupati, appartenendo a Macario l’egiziano o Macario il Grande, che grande lo fu veramente, come vedremo (anzi, forse lo fu proprio per quello che stiamo per scrivere).

Il link al post a lui dedicato è questo, per chi volesse rileggerlo, per cui adesso non rimane che riassumerlo brevemente dicendo che in viaggio, Macario, si fermò in un tempio in cui erano presenti delle mummie, una delle quali finì come suo cuscino per la notte.

I diavoli, vedendo il suo coraggio, ne ebbero invidia e lo tentarono con voci di donne (uno scandalo rosa, elegante e mai inopportuno) ma lui…lui dormì tranquillamente, per farla breve.

Storiella da nulla in apparenza, ma l’apoftegma si preoccupa di dirci che quelle mummie erano greche e nella zona di Scete o sono fuori luogo o erano un reperto davvero raro e ciò spinge il lettore attento a chiedersi cosa ci facessero nel deserto.

Io credo che l’apoftegma, sullo stile dei Padri che quando li giudichi di poco senno stanno solo evidenziando la tua di pochezza, debba essere interpretato e vedere in quella mummia greca, assolutamente insolita nel paesaggio di Scete, un personaggio appartenete alla cultura greca, magari personaggio importante, cioè un sapiente che ben rappresentava l’intera cultura che il pensiero greco aveva prodotto.

Insomma un filosofo, magari, che si trovò suo malgrado ad affrontare Macario, non a caso il Grande, risultando, ahilui, solo un retaggio di un passato che, sebbene illustre, appariva ormai agli occhi di tutti mummificato, cioè morto perché superato, ma non ancora sepolto dalla storia con cui era in conflitto, come a suo tempo lo fu Saul con Davide, rappresentanti l’uno dell’epoca dei giudici, l’altro della monarchia a venire; e come lo furono i leviti con Gesù, gli uni classe sacerdotale, l’Altro Nuovo sacerdozio (lo abbiamo visto ieri).

Chissà, dunque, se quell’appellativo di Grande riservato a Macario non dipenda proprio da quel dibattito avuto con il filosofo di turno, magari famoso, che lo vide vittorioso sancendo la fine di un’epoca dura a morire come lo fu quella di Saul e quella dei leviti. Di certo sarebbe estremamente curioso che la voce del deserto abbia superato quella ben più tonante dell’agorà, cioè la pubblica piazza in cui l’altare della filosofia era collocato ma che non sapeva più esprimere riti attuali, perché il contesto era radicalmente cambiato e si era fatto cristiano, cioè rivelato, tanto che Il pensiero umano non era più espressione universale, perché la rivelazione lo aveva reso scienza, necessariamente subordinata alla Sapienza che proviene da Dio.

Tutto ciò però attesta una grande tolleranza religiosa e culturale se ancora negli anni di Macario (300-390), magari in qualche scuola filosofica del deserto, la filosofia aveva i suoi  maestri e i suoi discepoli, seppur destinata a scomparire dalla scena non religiosa, ma culturale, perché il cristianesimo adesso, cioè allora, era la “Cultura”.

Dunque Giustiniano nel 529 d.C. non fa che sancire de iure la definitiva scomparsa della filosofia che da una vita apparente (mummificata) passa all’ufficialità del decesso non con la forza della legge, ma della natura che sempre va incontro al pre-ordine divino essendone l’immagine.

Nel 529 d.C. l’altare filosofico, quello in cui un’intera epoca aveva sacrificato, scompare e con esso i suoi sacrifici pagani, decretando la morte di un idolo: il pensiero umano come risorsa principale a cui attinge la storia. Vorrei dire che scompare l’uomo per far posto a Dio e in questo molti saranno d’accordo se condividono la massima che recita ubi maior, minor cessat si trattasse pure della Filosofia.

La nostra nuova metrica, dunque, sembra perfettamente compatibile anche per la storia ben oltre dopo Cristo, se l’altare della filosofia ci e andato di mezzo e i suoi sacerdoti hanno ceduto il passo non a un imperatore (Giustiniano) ma alla storia, a cui molti non possono neppure imputare una brutale violenza, se la violenza è la più abile ed esperta “levatrice”. Ha fatto solo il suo mestiere, sporco invero, ma qualcun lo deve pur fare.

Ps: chi volesse approfondire legga questo link