Luca 21,23 solo per quelle che

Luca ha un occhio di riguardo per le donne, vuoi perché nel suo Vangelo compare l’episodio dell’emorroissa; vuoi perché sin dall’antichità (Giovanni di Damasco) si sostiene la discendenza materna nella genealogia lucana e, infine, perché quella stessa genealogia ferma le generazioni da Davide a Gesù a 23 anni, quando 23 a.C. segna la generazione di Maria, anch’essa donna tanto che, aggiungiamo da ultimo, rùakh, cioè lo spirito generante di Dio, è femminile e alla luce della nostra cronologia l’Anno Mundi si colloca nel 3923 a fronte di una generazione mariana (di Maria) nel 23 a.C./A.M generando (vedi tavola in calce) una differenza netta di 3900 anni che, considerata per giubilei (50 anni), da un ciclo di 78 giubilei esatti, collegando rùakh a Maria, cioè lo spirito generante a quello ri-generante di Maria in un ambito tutto al femminile.

E’ alla luce di questo che noi c’interroghiamo sul discorso escatologico lucano (Lc 21,7-36), certi che la peculiarità femminile dell’evangelista possa sciogliere un passo esclusivamente femminile che da molti anni ci sta a cuore, cioè Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni
(Lc 21,23) e non, quindi, alle donne tout court.

E’ proprio la galassia ristretta dell’universo femminile che ci spinge a interrogarci e a dare una prima risposta, cioè che le donne incinte e le allattanti sono quelle più esposte: le prime perché la gestazione è momento cruciale per loro e per il nascituro; le seconde, invece, perché sanno che la vita del piccolo è nelle loro mani.

Dunque, deve accadere qualcosa che colpisce la maternità, qualcosa che la mette in serissimo pericolo, ma cosa? Cominciamo, rimanendo fedeli alla nostra esegesi, a mettere a frutto il versetto che è il 21,23 di Luca. Sin da subito ci compare chiaro quel 23 che compone le generazioni da Davide a Maria e poi a Gesù (vedi tavola in calce).

Il 23 del versetto, dunque, è generazionale e molto significativo, come del resto lo è il 21 del capitolo che sì, è 777 ma in questo caso non è, almeno per ora, influente; importante è invece considerarlo generazionale e inserirlo nella genealogia di Luca in calce e inserirlo alla ventunesima generazione da Davide (contando la successiva) e da quella a Maria per altrettante 21.

Certo che sono importanti Davide e Maria, ma in questo caso fa luce la generazione intermedia di Salatiel di cui solo l’ottimo Wiki inglese dà il sunto esatto, compresa la etimologia che risulterà determinante, come vedremo.

Noi siamo gli unici non solo ad aver datato le generazioni lucane, da tutti considerate esclusivamente genealogiche; e siamo gli unici, anche, ad aver stravolta quella genealogia da Davide a Gesù perché proprio avendole datate e avendo anche ricalcolato tutti i re di Giuda siamo stati in grado d leggere tra le righe, storiche, di quella stessa genealogia e collocare Salatiel non al rientro dall’esilio babilonese, ma al suo accadere, cioè nel 506 a.C. (vedi tavola in calce).

Lo ripeto: siamo gli unici e in un mondo democratico siamo perdenti, perché neanche minoritari, ma unici. Tuttavia il passo escatologico lucano sembra darci ragione, se ferma Salatiel al 506 a.C. perché quello fu l’anno sabbatico (in un’ottica di datazione doppia necessaria 507/506 a.C.) precedente di due anni la caduta di Gerusalemme (Ger 34,8-11), cioè fu l’anno che vide porre l’assedio.

Un assedio è la grandissima sciagura del passato. L’assedio prelude alla caduta per fame, per sete, malattia e morti e dunque la numerazione del versetto che mette in guardia le donne incinte e le allattanti ha trovato il suo assoluto contesto ideale che emerge attraverso 21 generazioni da Davide a Salatiel e altrettante 21 da Salatiel a Maria, rendendo Salatiel perno di tutto il discorso storico, generazionale e scritturale che ha nell’assedio per eccellenza, quello di Nabucodonosor, un indice di sciagura biblica forse addirittura superiore, per portata, a quello di Tito, se dette luogo al secondo tempio chiudendo l’epoca aurea di un regno e di un sacerdozio.

La nota cronologica del 506 a.C., che ferma la generazione a Salatiel, quindi, ha fatto bene il suo lavoro, ma anche Salatiel non è da meno, se avete compreso quanto sopra, perché Wiki inglese ne riporta il significato del nome che è illuminante e, almeno per noi, chiude il cerchio. Citiamo la nota di Wiki, a cui va il nostro grazie


In ebraico, il nome Shealtiel significa, Shə’altî ‘Ēl , “Ho chiesto a El (per questo bambino)”. Il nome riconosce che il figlio è una risposta alla preghiera dei genitori a Dio (El) per aiutarli a concepire e far nascere un bambino. Molti nomi ebraici esprimono allo stesso modo l’importanza, la difficoltà e la gratitudine per una gravidanza di successo.

Se avete chiaro quanto noi abbiamo scritto, la nota di Wiki vi apparirà illuminante, perché assolutamente in linea con i nostri contenuti; e se la numerazione del versetto lucano ha permesso di scrivere il post, la nota sul significato del nome riportata di Wiki ha permesso di provarlo parlando essa stessa di un genitorialità.

Riassumendo:

nel nostro discorso c’era di mezzo l’assedio di Gerusalemme nel 506 a.C. da parte di Nabucodonosor individuato dopo 21 generazioni da Davide come il 21 di Lc 21,23 consigliava.

Poi abbiamo visto che con altre 21 ci si collegava a Maria, la Partoriente per eccellenza.

In seguito abbiamo scritto che la minaccia rivolta alla donne incinte e allattanti in Lc 21,23 non poteva trovare altro contesto ideale che in quell’assedio.

Infine abbiamo letto il significato del nome colui che ferma la generazione di quell’assedio: Salatiel, etimo che ci parla di gravidanze e maternità.

Tutto questo perfettamente inserito in una cornice storica (assedio), generazionale (Davide, Salatiel e Maria) e scritturale (Lc 21,23) per un’esegesi tutta femminile di un passo certamente escatologico e femminile, ma non per tutte: solo per quelle che….

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Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

Luca, la genealogia di un tempio

Ieri abbiamo visto che la genealogia lucana e ben lungi dall’essere una lista di antenati di Gesù. Lista, tra l’altro, per noi sbagliata nel senso e nella natura, perché non esprime una primogenitura, cioè una discendenza di sangue, ma profetica, in cui il tempio ha un ruolo centrale che non sappiamo al momento se unico.

Questo ruolo è già emerso nel post linkato sopra, dove la generazione di Giuseppe si collega a quella di Gesù e da Lui a Salatiel nel 506 a.C. per un ambito generazionale che procede secondo una metrica di 161 anni esatti, cioè da Giuseppe a Gesù ne passano 161 e da Gesù a Salatiel altrettanti.

Tutto ciò ci dice che la somma di tutti quegli anni ha un multiplo di 7 ed è 46, un 46 assolutamente biblico (vedi tavola) se non fosse altro perché il dialogo tra i farisei e Gesù al tempio conosce quell’unica cifra che riassume gli anni necessari alla ricostruzione post esilica e l’anagrafe di Gesù stesso, nuovo ναός.

Dunque è una tempistica sabbatica quella che emerge e si colloca laddove deve essere: al tempio, un tempio che scandiva il “tempo”, talvolta la storia stessa di Gerusalemme, come abbiamo visto e come abbiamo illustrato quando ci siamo occupati della costruzione della porta superiore del tempio che di nuovo, adesso, entra in gioco perché essa fu dedicata nel 668/667 a.C. (datazione doppia, non approssimazione) laddove cioè si colloca (vedi tavola in calce) la generazione non a caso di Gesù, Lui porta del tempio, stando a Gv 10,9 tanto che noi a suo tempo scrivemmo che la pericope del Buon pastore non vede la sua location sotto il porticato di Salomone, ma alla porta superiore del tempio, per un falso, l’ennesimo.

Il tempio, però, emerge anche da un altro calcolo che riscrive totalmente il senso della genealogia lucana che abbiamo detto non essere primogenitura, non sangue, ma profetica illuminando il tempio. Essa, cioè la genealogia, si apre con Davide, è vero, ma a lui succede Natan indicato come “figlio”, ma in realtà, secondo noi, fu il profeta Natan che non a caso un artefice, perché latore della voluntas dei (2Sam 7,23) circa l’iniziativa di Davide di costruire il tempio.

Natan si colloca, all’interno della genealogia, nel 966 a.C., mentre la nostra tempistica del tempio, l’unica che permetta l’armonia che tra poco spiegheremo, vede le sue fondamenta gettate nel 945 a.C., mentre la sua dedicazione nel 938 a.C.

Tutte queste date non a caso si muovono secondo una simmetria a base di 7. Infatti dal 966 a.C. si giunge al 945 a.C. per un multiplo di 21 che è 777; mentre dal 966 si giunge alla dedicazione del 938 a.C. per u multiplo di 28 che è 7777 dicendoci che la perfezione del primo tempio fu profezia, come fu profezia la sua assoluta perfezione raggiunta nel 668/667 a.C. quando si dedicò la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale all’edificio cultuale da Salomone a Erode, perché essa doveva esprimere certamente Gesù, se la sua generazione si ferma lì, a quell’evento, ma doveva esprimere anche una profezia che, unico caso sinora incontrato, divenne architettonica, cioè una “gloria” che i sensi potevano mirare e toccare, insomma ciò che Giovanni scrive nel suo Prologo


E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Tutto questo ci dice che tra Luca e Giovanni corre un entente cordiale sinora sconosciuto, perché l’uno mappa generazionalmente ciò che l’altro rende teologico, per un “corpo” e “anima” di un Dio fatto carne, come a suo tempo si fece tempio, solo che quest’ultimo era pietra, cioè Legge: l’altro carne, cioè misericordia.

Il Prologo c’introduce, insomma, in quell’edificio; la genealogia di Luca invece spiega; mentre 2Sam 7,23 riassume, perché il 7 è il numero simbolo di quel tempio e di quella croce (σαυρός, 777 ghematrico) e il 23 la metrica di quelle generazioni che accolgono l’Emmanuele, il “Dio con noi”, prima tempio, poi Gesù.

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Luca: gli anni sabbatici di una genealogia

Di alcuni post abbiamo scritto che hai mente un taglio e poi esso cambia repentinamente senza sapere neanche perché. Di altri invece non sai cosa fare perché tutto ti appare neanche importante, ma addirittura fondamentale.

Penso che in questi casi la cosa migliore sia mettere il lettore, attento, nelle condizioni di capire e scegliere il taglio che lui darà a una sua ulteriore ricerca, quando questo post davvero abbonda di temi ed è materia per noi ingestibile amministrando un blog che vuole far bene, ma non può fare meglio, perché un conto è occuparsi di ciò che si sa: un conto è conoscere di volta in volta

Infatti sarebbe da riconoscere la linea guida in Luca e la sua genealogia; oppure Gv 2,20, ma che ne è della cronologia dei Re o degli anni sabbatici che sono altrettanto importanti nell’economia del post?

Capite che dovrei impugnare di nuovo argomenti pesanti e il post sarebbe ingestibile sia riscrivessi tutto da capo, sia se ricorressi ai link i quali, se presenti in una frequenza “normale” aiutano, quando invece si succedono l’uno all’altro rendono illeggibile il post stesso.

Bene, allora, vado giù dritto nella speranza che il lettore comprenda il concetto e sappia divertirsi ad libitum perché il post promette davvero bene.

Ci è venuta la voglia d’incrociare la genealogia lucana con i regni di Giuda, re e regno, per avere una mappa degli antenati di Gesù lungo tutto il regno di Giuda.

Poi l’abbiamo osservata prendendo spunto ora dai nomi propri; ora dalle date e dall’incrociare gli uni con le altre è venuto fuori un giochetto davvero interessante. La tabella ricavata è in calce.

A noi hanno colpito subito Giuseppe, Gesù e il 506 a.C. I primi due è ovvio: padre e Figlio, il secondo invece ci ha ricordato Ger 34,8-11 e l’anno sabbatico precedente di due anni la caduta di Gerusalemme.

Sappiamo inoltre che quella caduta e il conseguente esilio possono essere datati o nel 505 a.C. o 504 a.C. perché il regno di Giuda durò 484 anni e 6 mesi e questo costringe ad approssimare o in eccesso (504 a.C.) o in difetto (505 a.C.). Va da sé che qui si apre tutta una cronologia che ci parla di Gesù e del Cristo, ma soprassediamo per i motivi su esposti.

Ecco, adesso siamo in grado di ragionare e cogliere il senso di un calcolo sorprendente che unisce Giuseppe a Gesù e Gesù al 506 a.C. Consultando infatti la tabella in calce, vedrete che Giuseppe si colloca nel 828 a.C.; Gesù nel 667 a.C. e poi viene il 506 a.C.

In pratica questo significa che sono separati da 161 anni esatti. Infatti:

828-667=161

667-506=161

Sia il 161 che la sua somma (322) sono divisibile per 7, cioè per la scala sabbatica che infatti ricorre nel 506 a.C. che abbiamo scritto essere l’anno sabbatico che precede di 2 anni la caduta di Gerusalemme del 504 a.C.

Dunque si apre una cronologia sabbatica che vogliamo sapere dove ci conduce qualora dividessimo quel 322 che collega Giuseppe al 506 a.C. per 7.

Tale calcolo ha un resto zero, è vero, per cui è importante notarlo, ma ancor di più è importante notare che è 46 il multiplo ottenuto, quando il 46 è il numero forse più importante (vedi categoria) di tutta quanta la Bibbia se non fosse altro perché L’Antico Testamento si compone di 46 Libri.

Ma c’è di più, Gesù aveva 46 anni al tempo del dialogo con i farisei tenutosi al tempio, per un tempio che aveva richiesto 46 anni per la sua ricostruzione (Gv 2,20).

Ma questo non può non essere in relazione con quel 506 a.C. sabbatico che prelude alla distruzione del primo tempio se ne precede la rovina di due anni e se Gesù al tempio invita proprio alla distruzione, come distrutto fu il primo.

Ecco allora che nella genealogia lucana si cela quanto solo in nuce Giovanni esprime. Non sappiamo quale ruolo abbia Giuseppe antenato di Gesù nella genalogia lucana, di certo sappiamo quale sia quello di Gesù e del 506 a.C.: prefigurare una rovina che forse ebbe la sua origine in un calendario sabbatico che noi sappiamo, assieme a quello giubilare, aver scandito le tappe più importanti della storia di Gerusalemme e avvenimenti unici, come la costruzione della porta superiore del tempio.

Forse, però, non sappiamo fino a che punto si spinga in profondità tale calendario se presta la sua “opera” alla profezia. Infatti come il preludio alla rovina del primo tempio fu dato dall’anno sabbatico 506 a.C, così del secondo che in un dialogo tenuto nel 31 d.C. vide scritta la sua sorte.

Come ho scritto, entreremo in un mare magnum perché quel dialogo riassume tutta la Legge minacciando il tempio e per questo, ora che abbiamo finito il post ed abbiamo riflettuto scrivendo, possiamo dire che forse il leitmotiv è Gv 2,20, cioè un dialogo tutt’ora aperto se alla luce di quanto sopra alcuni si ostinano a indicare un 33 d.C. per la crocefissione, immaginando l’impossibile: un ministero pubblico di un annetto sebbene 3 evidenti Pasque se non quattro, per una sorpresa davvero grossa.

Re di Giuda e genealogia lucana

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Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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