Tutte le donne di Luca

La condizione femminile nella Bibbia tutta si risolve, per lo più, in Genesi dove sta scritto che l’uomo soggiogherà la donna, sebbene come punizione piucché come condizione.

Poca influenza ha Maria che credo sia calata, e molto, anche nella frequenza del nome, forse perché proprio lei è assurta a icona di una condizione femminile di umile serva come recita il Magnficat.

Non è nelle nostre capacità far pace tra le parti, cioè tra la Scrittura e le donne, tuttavia possiamo offrire un compromesso, illustrando un caso alquanto singolare che trae origine dalla genealogia lucana, quella che solo il blog offre corretta e il post ne sarà un’ulteriore prova.

La genealogia lucana è questa e si snoda nei secoli seguendo metriche che abbiamo già illustrato e che sono riassunte nella tabella. Tuttavia essa non è esaurita, perché noi abbiamo contato tutte le donne che sono presenti, anche e proprio quelle che i Vangeli, censurati, omettono, in primis Maria, poi l’emorroissa e comprese, nell’Antico, le grandi madri.

Il totale che è emerso è 7 per 84 generazioni totali (nella tabella il conto si era fermato a Maria, poi abbiamo aggiunto Gesù e l’emorroissa per un totale da Davide all’emorroissa di 45 generazioni) che distribuiscono 12 generazioni per ogni donna (84:7=12).

Abbiamo, allora, 3 numeri (84-7-3) che non sono a caso perché:

il 7 è altamente simbolico e significa perfezione, nonché ricorrente nei vangeli (Giovanni e Apocalisse)

12 sono sì le tribù d’Israele, ma anche il numero del collegio apostolico

mentre 84 sono gli anni di Anna (Lc 2,36), l’ultima profetessa e la prima a riconoscere il Messia, cioè Gesù. Questa nota sugli anni di Anna, tra l’altro, è esclusivamente lucana e questo la inserisce ancor più nella sua genealogia.

Anche a primissima vista, dunque, le donne della Bibbia non sono in un angolo genealogico, anzi, hanno un ruolo di primissimo piano se distribuiscono gli ascendenti e discendenti maschili secondo una proporzione ferma al numero 12 vetero e neo testamentario (tribù e apostoli).

Le 84 generazioni su cui si distribuiscono le donne, invece, ci parlano di Anna, cioè della profezia messianica che fu vissuta nell’Antico Testamento come condizione femminile, tanto che è nel Nuovo, con l’emorroissa che diviene fertile, che tale condizione si compie perché esce dall’attesa dei profeti per concepire una città: Gerusalemme.

Mi rendo conto che l’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma noi rimandiamo alle categorie di Anna e a quella dell’emorroissa per ulteriori ragguagli, adesso invece ci preme far notare che il significato dei numeri simbolo non si esaurisce qui, perché a noi è venuta voglia di conoscere quale mese del calendario sacro sia il settimo se le donne sono 7 e riassumono in loro l’intera attesa messianica.

Quel mese è Tishri, ma chiamato i 1Re 8,2 Ethanim, quando cioè la promessa fatta a Davide di una “casa per il signore” si compie. Infatti l’intero capitolo 8 di 1Re è dedicato al trasporto e all’ingresso dell’arca dell’alleanza nel tempio.

Questo significa che “il signore ha attuata la parola che aveva pronunziata” (1Re 8,20) cioè che l’attesa è finita e l’arca, come il Messia, hanno fatto ingresso nel Santissimo.

Non a caso, quindi, quell’attesa termina con Anna che fu la prima a riconoscere il Bambino, perché in Anna percola tutta quanta l’attesa messianica vissuta come condizione femminile che trae origine da Adamo per poi svilupparsi nel grembo della storia di Israele fino all’emorroissa che pone i presupposti del parto, cioè crea le condizioni per cui Gerusalemme possa riconoscerlo legalmente.

Un ultima nota importantissima sul numero 7 delle “donne di Luca”: Anna non a caso aveva “vissuto 7 anni dalla sua verginità” con il marito (Lc 2,36) perché quello stesso versetto c’istruisce sul numero delle generazioni lucane (84) dando il filo (7 anni per 7 donne nella genealogia) di una genealogia e di una operazione matematica che attribuisce non 12 donne a ciascun uomo, ma 12 uomini a ciascuna donna, forse per dirci quanto erano Grandi.

 che

La pesca miracolosa sulla riva destra del Tevere

La pesca miracolosa costituisce uno dei passi più noti del Vangelo di Giovanni. Credo che nel corso dei millenni tutte le domande siano state poste e abbiano ricevuta risposta, sebbene sia sfuggito (dimenticato? Censurato?) il senso di quei 153 grossi pesci, senso che noi abbiamo riassunto qui (nel particolare qui)

Sorge, però, una domanda davvero bizzarra se Giovanni conta quei pesci, operazione solo in apparenza inutile nell’economia di un Vangelo che in così poche pagine riassume la vicenda terrena di Gesù di cui si potrebbero scrivere così tanti libri che il mondo non basterebbe a contenerli (Gv 21, 25).

Dunque se l’apostolo non si è lasciato prendere dal capriccio, perché dovremmo farlo noi se ci chiediamo di che specie fossero quei pesci? Infatti, sappiamo che sono grossi, forse veramente grossi, ma non sappiamo che pesci fossero. Erano tutti della medesima specie o di specie diverse?

Noi crediamo che fossero della stessa specie ed erano romani, perché, ovvio, noi in quei “grossi pesci” vediamo un simbolo e non una cattura fine a se stessa. Il significato del simbolo, quindi, non può che essere relativo al rango sociale, culturale e politico dei personaggi irretiti, che erano, appunto, “grossi”.

Ci appare evidente, già sulle prime, che non fossero ebrei, cioè che non i membri del sinedrio si fossero convertiti (di questo si tratta: di una conversione) altrimenti Giovanni lo avrebbe scritto chiaramente tanto era naturale.

Ma la pesca fu eccezionale, cioè assolutamente inaspettata tanto da essere “miracolosa” e dunque il pescato non apparteneva a specie autoctone, erano, insomma, romani; e che lo fossero lo vedremo nel prosieguo, dando a quel 153 del Vangelo e della pesca un’ulteriore senso, altrettanto importante.

Partiamo col ricordare quanto già scritto, anche ieri, che a Gerusalemme, in virtù dello sconvolgimento degli elementi naturali (terremoto, eclissi) a cui avevano assistito i romani dopo la crocefissione, in particolare Pilato la cui parola non poetava essere messa in dubbio, Roma chiese una relazione dei fatti del 35 d.C.

Forse Tiberio in persona volle essere informato e dunque lui, forse, è “l’illustrissimo” del Vangelo lucano. Ma questo segna un fatto epocale, perché chiude l’Antico Testamento, almeno stando alla città simbolo di esso: Gerusalemme, che con la crocefissione del Figlio di Dio non era più la città di Dio, ossia la città di Davide.

Gerusalemme, stando ai nostri Re, sorge come città divina e capitale nel 989 a.C. per cui nel 35 d.C. ha 1024 anni quando noi nel 1025/1024 (datazione doppia) a.C. facciamo nascere Davide (come si veda qui). Questo genera un’identità tra Davide e Gerusalemme che è oltremodo facile comprendere, mentre va sommariamente spiegato che nel 35 d.C., infrangendo l’alleanza con la crocefissione, si apre non solo un’alleanza nuova, ma si fonda, alla fede, una nuova città che è Roma, non a caso palindromo evangelico di amoR.

Dunque, avendo scritto che la specie dei pesci della pesca miracolosa è romana, e avendo aggiunto che la crocefissione fonda una nuova capitale simbolo della nuova alleanza, capitale che è Roma, dobbiamo trovare il legame tra i due eventi e quel legame è sempre il numero 153 dei “grossi pesci” ma romani.

Abbiamo indagato nel web alla ricerca di queste informazioni e ne abbiamo trovata una molto, molto precisa: la datazione della Tomba di San Pietro ferma al 153 d.C.. che conduce, inequivocabilmente, a Roma, cioè laddove deve essere, se si è compreso il mio ragionamento.

Va da sé che Pietro è di tutto rispetto, sia nell’economia della nuova capitale, sia nell’economia del passo, cioè della pesca miracolosa che lo vede nudo, è vero, ma anche protagonista di un mea culpa che farà storia, forse una storia così importante che è ancora sotto gli occhi di tutti se quelle ossa contenute nella tomba sono sue, anche se amoR mi fa pensare al Giovanni che ne Vangelo ci ha parlato di pesci, mentre nelle sue lettere di amoR.

Roma, dalle fake news alla notizia

Quando ci siamo occupati del Vangelo di Luca, abbiamo scritto che esso è la relazione che giunge a Tiberio nel 35 d.C. Una relazione altro non è che quanto si chiede per far luce su dei fatti.

Di solito vi ricorre il superiore gerarchico per essere informato e in questo caso vi ricorse l’imperatore, ma perché? Noi abbiamo scritto, forse bene ma non in maniera precisa, che quel Vangelo lucano fu scritto per Erode, l’illustrissimo del Vangelo; da lui giunse a Pilato essendo divenuto amico e da Pilato giunse a Roma, perché egli rimase colpito non solo dalla relazione, ma anche dall’averLo incontrato e forse rimasto affascinato da quel predicatore che diceva se stesso essere la verità, quella che l’impero non aveva sinora trovata sebbene avesse frugato tutto il mondo conosciuto, tant’è che Roma si chiede, con Pilato cosa sia mai la verità (Gv 18,38).

Non è sbagliato quanto sopra tuttavia ci viene di pensare che debba esserci stato qualcos’altro che smosse la sonnolenta routine di un’impero che ne sentiva di tutti colori dai suoi confini.

Le miriadi di voci, cioè le news, erano vissute con distacco perché al sorgere del sole, come oggi, ce n’era sempre una nuova, ma non cambiava nulla, subito superata da quella successiva.

Insomma, è davvero come accade oggi, dove l’informazione è rullante e solamente i fatti davvero eclatanti colpiscono l’opinione pubblica che solo di fronte ad essi s’informa, cioè chiede una relazione come quella del 35 d.C. e non a caso in quell’anno, perché noi sappiamo che quello è l’anno della crocefissione.

Dunque dovette accadere qualcosa di straordinario in quell’anno che non può essere una semplice crocefissione, tante l’impero ne vedeva e comminava magari ai giusti (Lc 23,47) , cioè ad innocenti, cosa che certamente non ne scuoteva la sensibilità. Allora cosa costrinse l’impero ad informarsi? Cosa ruppe la routine delle news imperiali?

C’è quel qualcosa che fece leggere non solo i titoli delle news all’impero, ma l’intero articolo e quel qualcosa è presente nei vangeli ed è, assurdamente, interpretato come leggendario, non avendo notizia di tutto ciò dal passato: lo sconvolgimento degli elementi naturali alla morte di Gesù quando Matteo riporta di un terremoto (27,51) e Luca di una eclissi da mezzogiorno sino alle tre (Lc 23,44 altro accadde, ma a noi sono sufficienti questi due fatti).

E’ lo sconvolgimento degli elementi naturali che fa gridare il centurione “Era proprio lui il figlio di Dio!” (e non Barabba), ma questo grido non è altro che quello di Roma, la quale si trova di fronte non alla solita voce dai confini, perché adesso ci sono testimoni oculari e sono i suoi uomini (Mt 27,54), in particolare il suo governatore: Pilato a cui non può non credere.

Ecco allora che quelle semplici news (fake news) divengono notizia e l’impero vuole essere informato nel dettaglio, perché “Era proprio lui il figlio di Dio” (Mt 27,54), altrimenti come spiegare il terremoto e l’eclissi di tre ore alla sua morte? Come spiegare quella, appunto!, teofania?

Non chiedete a nessun altro se davvero ci fu il terremoto o un’eclissi così lunga: chiedete a Roma, lei ha la relazione minuziosa dei fatti: il Vangelo di Luca scritto per “l’illustrissimo” Tiberio.

Dal P.C.I a Gesù: la conventio ad escludendum come maestra del pensiero cattolico

A seguire potrete leggere un mio intervento sul principale forum cattolico italiano (cattolici romani) che propone un interessante topic sulla pericope dell’adultera al quale io ho partecipato iscrivendomi di nuovo (nick arkomenos) dopo un lungo periodo d’assenza.

Il mio post è stato il motivo per cui mi hanno bannato, cioè impedito di scrivere ancora sul forum. Una mail privata della moderazione, infatti, mi ha avvertito di non abusare della pazienza dell’amministrazione, messa già dura prova, immaginate un po’, dal 15 a.C. come anno di nascita di Gesù.

Ho letto il Gesù di Nazareth di Ratzinger e il Papa emerito è chiaro sul Natale: il 6-7 a.C. è solo l’ipotesi maggioritaria, lasciando intendere che altre ipotesi sono possibili, come è ovvio non intaccando, una data, verità di fede, la quale non può costituire l’ostacolo alla ricerca scientifica, tanto meno a un dialogo che sin da subito si era presentato con le sue scuse, nell’ipotesi che i miei argomenti costituissero, in qualche maniera, motivo d’imbarazzo, come potete leggere nella premessa al post.

Ritengo, quindi, che quel 15 a.C. sia stato il più classico dei pretesti per impedire una discussione che avrebbe sollevate questioni delicate e informate che andavano a fondo nell’esegesi di un passo, in buona sostanza, sconosciuto se tutto si risolve alla luce del volemose bene: siamo tutti peccatori.

Questo, però, mi convince sempre di più che sia in atto una censura della verità storica, esegetica e di fede. Di tutto si può discutere, tranne di ciò che tenta di avvicinarsi alla verità, nei confronti della quale, cioè nei confronti di Gesù, si erge a difesa una conventio ad escludendum che caratterizza l’intero universo scientifico.

Si sa, infatti, come stanno le cose, perché prima, ne sono quasi certo, s’informano i guardiani di ciò che va rimosso, impedito e censurato; poi li si riveste di un’autorità censoria che, nel caso di cattolici romani, la si vorrebbe identificare con la difesa del magistero, facendo finta di dimenticare che un Papa non solleva nessuna questione su altre date per il Natale, incapaci, dopo duemila anni, di dare ai fedeli una data e una biografia certa, avendo già sbagliato in passato (Dionigi il Piccolo).

Concludendo, trovo alquanto scorretto che io sia stato bannato, ma si sia lasciato il post al suo posto, cioè a dire che mi abbiano bannato senza rimuovere il motivo del ban, motivo che può anche far ridere gli sciocchi, oppure è talmente serio che rimuoverlo li avrebbe privati di quella patina di tolleranza e di apartura al dialogo che protegge un’intolleranza di fondo, congenita e violenta, sino al punto di ritenere anti magisteriale una data di nascita che un papa stesso (Ratzinger) ha reso fluida.

Prima di affidarmi al copia e incolla del post che ha censurato l’autore non l’oggetto, debbo riassumere i punti fondamentali dei miei interventi in quella discussione che però potrete leggere per intero qui.

In sostanza io affermo che l’adultera andò salva non virtù delle parole di Gesù, cioè il suo invito alla misericordia, ma in virtù della Legge che scrisse così il suo paradosso: nessuno era in grado di scagliare la prima pietra, perché la Legge prevedeva, dal 1404 a.C. in poi, cioè dopo che Mosè nel ventunesimo anno dall’uscita dall’Egitto, aveva innalzato il serpente di bronzo e dato vigore a un comma: solo chi è senza peccato scagli la prima pietra e si assuma, come puro, la responsabilità di tutti.

Gesù, allora, sia che lo immaginiamo seduto a scrivere per terra; sia che che abbia detto esplicitamente: “Sta scritto” (ancora presente, magari, in qualche versione marginale del Vangelo di Giovanni, cosa che, se provata, mi darebbe piena ragione facendo luce su una censura del passo) si appellò non alla sua inesistente autorità (fino al capitolo 7 di Giovanni neanche i suoi fratelli credevano in lui e l’adultera è nel capitolo 8), ma a Mosè, quel Mosè che aveva armato le mani dei farisei.

Adesso potete leggere il passo e, forse, capire anche voi che proprio non c’è motivo alcuno per un ban ad personam avendo lasciato il mio post nella discussione, post che forse piaceva, ma non il suo autore, ironicamente di nome Giovanni.  

POST

Prima di illustrare il mio parere, domingo, devo chiedere alla mod, cioè a deo, di avere pazienza perché conosco e rispetto le regole e la sensibilità del forum, il quale ha delle regole come forum cattolico e debbono essere rispettate come si rispettano gli usi, le consuetudini e le abitudini di casa d’altri: lo impone l’educazione.
Non chiederò molto, solo una rivisitazione della biografia di Gesù che nasce nel 15 a.C.; inizia il ministero nel 32 d.C. ed è crocefisso nel 35 d.C. Nient’altro oltre questo mi serve per illustrare un passo, una pericope, che fa luce su Giovanni, è vero, ma anche – e molta- su Luca perché essi sono le colonne dei Vangeli, tanto che l’uno è il cuore, l’altro la mente del NT.
Abbiamo già scritto che l’adultera andò salva non virtù della parola di Gesù, ma della Legge mosaica, tant’è vero che fino al capitolo 7 di Giovanni neanche i suoi fratelli credevano in Lui, per cui è facile immaginare che i farisei ci credessero ancora meno, anzi, per nulla. Tuttavia quel rabbi che predicava a Gerusalemme, dava noia con le sue “cose strane” e ci si convinse che forse era meglio liquidarlo sul nascere. Si allestì una trappola, cioè un reato commesso in flagranza cosicché i giochi fossero fatti e quella linguaccia tagliata. 
In caso di adulterio, infatti, Mosè prevedeva la lapidazione e lei lo era in flagranza per cui non c’era avvocato di sorta: l’aspettavano le pietre. Il processo sommario si tenne in piazza, cioè fu pubblico, ma questo espose il sinedrio a un rischio che non avevano calcolato: Gesù poteva vincere divenendo personaggio pubblico, cioè maestro famoso, perché aveva vinto una causa persa intentata dal sinedrio stesso. Un po’ come accadrebbe oggi se google facesse causa a un internettiano: è vinta in partenza, ma se perdi il clamore è gigantesco e il web esulta: Davide ha di nuovo sconfitto Golia.
E infatti così avvenne, perché Gesù, sino ad allora maestro “internettiano”, divenne Gran maestro, avendo, codici alla mano, salvato un’anima persa, e vinto una causa ancor più persa.
“Sta scritto che chi è senza peccato scagli per primo la pietra e se ne assuma tutta responsabilità” cioè si assuma in toto la gragnola di sassi.
“”Chi di voi è senza peccato?” disse loro guardandoli a uno a uno, ma non negli occhi, bensì nel cuore (Gv 2,25)
Non gli caddero le pietre soltanto, ma anche le mani perché il giusto pecca sette volte al giorno e per questo dai più anziani se ne andarono, ma non in virtù del volemose bene che siamo tutti peccatori; no, se ne andarono per il timore implicito indotto dalle parole di Gesù: “Il primo che dice pè lo fulmino”, cioè gli faccio l’elenco dei suoi peccati!
Ecco allora che quella causa, considerata sino ad allora vinta in partenza, si trasforma in rovescio incredibile e celebra Gesù invece di annientarlo, facendone una star, quasi un Perry Jesus, ma di più.
Fin qui Giovanni, ma che ne è del Luca promesso? Sì perché anche Luca si occupa dell’adultera sebbene per un diverso scopo perché sua è la relazione che giunge nelle mani di Tiberio nel 35 d.C. (A. Torrresani, Storia della chiesa), cioè è il suo Vangelo che infatti nasce come ricerca accurata e resoconto ordinato (Lc 1,3) cioè deve illustrare un caso non trasmettere un messaggio.
Ecco allora che l’economia del Vangelo lucano è diversa dagli altri sinottici e da Giovanni: egli, Luca, procede velocemente per punti sino al focus che l’ultimo anno di vita (35 d.C.) quando le opposte fazioni dettero fuoco a tutte le polveri e si celebrò un processo farsa che Roma mai digerì come patria del diritto.
Nel suo excursus iniziale, Luca però non può non tenere conto del momento in cui Gesù divenne ἀρχόμενος, cioè uscì dall’anonimato mettendosi sotto i riflettori di Gerusalemme come Gran maestro. Tuttavia non può nemmeno cambiare il taglio cronologico del suo Vangelo, così dà notizia del fatto quando in Lc 3,23 riferisce che a “circa trent’anni” divenne ἀρχόμενος cioè personaggio pubblico, ma non entra nel dettaglio, ci entrerà Giovanni al capitolo 8 del suo Vangelo.
Tuttavia Luca non può fare a meno di sottolineare l’importanza del fatto anche ai fini di una buona relazione da inviare a Tiberio. Così ricorre a un espediente letterario al flash back (meglio analessi) che si rende sempre necessario quando si vuole colmare una lacuna presente nel materiale a disposizione.
Infatti, nessuno a fatto caso, colpa dell’anagrafe sbagliata attribuita a Gesù (6/7 a.C.-33 d.C.), che Luca in 3,23 fa un passo indietro cioè ricorre all’analessi perché dal battesimo (32 d.C.) egli torna anni a dietro, cioè al 15 d.C. per colmare quella lacuna riassunta alla perfezione con “come si credeva” (Lc 3,23) cioè lo si credeva, erroneamente, figlio di Giuseppe, ma come poteva esserlo – o come possiamo essere stati tanto sciocchi da crederlo- se vinse quella causa contro il sinedrio, addirittura! E infatti era figlio di Maria e dell’Onnipotente, cioè di colui che fu più potente del sinedrio e davvero “grandi cose” fece in Lei rovesciando non solo “i potenti dai troni”, ma anche i sacerdoti dal tempio, dandoli in pasto in piazza.
Luca ha sì un flash back in quel punto del suo Vangelo, ma più prosaicamente si dà dà una pacca sulla fronte, rammaricandosi lui per una Gerusalemme che sin da allora avrebbe potuto crederGli.
Faccio notare che, sulla scorta di quanto scritto, è di Luca la prima attestazione letteraria del ricorso all’analessi e questo prova che non era solo dottore, ma era anche l’intellettuale del gruppo, colui che solo poteva scrivere a Roma, avendo dimostrato con quell’espediente la conoscenza delle tecniche narrative sino ad allora conosciute.
Personalmente sono certo che l’episodio dell’adultera appartenga a due Vangeli, solo che uno (Luca) ha un modo tutto suo per riferirlo, mentre Giovanni si sofferma nei particolari della vicenda, resta il fatto che solo grazie a Luca possiamo datarlo perché quei “circa trent’anni” partono dal 15 a.C., data di nascita di Gesù, e si fermano al 15 d.C. quando Gesù divenne ἀρχόμενος, uno forte, insomma.
Vorrei concludere con una nota a me cara e cara, forse, a tutti coloro che reputano la Bibbia ancora Sacra: le occorrenze non sono solo la frequenza di un termine all’interno della Scrittura, ma a volte sanno dire più di quello che letteralmente apparirebbe. In questo caso confermano appieno quanto sinora scritto, ma a una condizione: deve risultare in Gv 8,7 “sta scritto”, magari in qualche versione marginale del suo Vangelo, ma se così fosse le occorrenze della locuzione nel NT salirebbero a 15 per una simmetria che si farebbe perfezione alla luce del 15 d.C. e di ἀρχόμενος.
Deo avrà pazienza oppure faccia il suo mestiere: nessuno lo lapiderà. Sta scritto.

Il toro o l’agnello

La collocazione dell’Ultima cena in Pesach sheni cambia carte ritenute conosciute nel dettaglio, ma spesso un dettaglio che fa leva su un sentimentalismo fuori luogo, come quello che vuole l’apostolo che Gesù amava chino sul cuore di Gesù, per un affetto dolce da ultima ora, come in un film di cassetta.

Non fu il languore spirituale di un apostolo a ispirare quella scena che invece vuol consegnarci la chiave di lettura dopo che i verbi hanno già dettato il ritmo con quel “satana che entra” e “Giuda che esce”, conferendo un dinamismo dettato dalla fretta, perché Giuda esce ed esce “subito” perché romano colse l’attimo, cioè un carpe diem che fece scuola.

C’è dunque una tensione palpabile, un ritmo dei fatti che si annuncia turbinoso e costringe a chiederci perché se tutto fino ad allora si era svolto in maniera cadenzata, tanto che noi, a suo tempo, avevamo scorto nel Vangelo di Giovanni la metafora di un grande fiume che parte placido per avviarsi però a un corso di eventi via via crescenti, ma mai turbinosi come al momento della Passione che prelude al grande salto, per poi placarsi nel Lago di Tiberiade

In questo contesto, sembrerebbe altamente fuori luogo il gesto dell’apostolo amato, perché si china su un petto che l’immaginario collettivo da sempre pensa come luogo d’intimità e quiete. Invece, quel suo chinarsi, apre tutta la scena, perché nel petto di Gesù, come in quello di tutti noi, riposa il cuore.

Un cuore che alla luce della Pesach sheni, cioè quell’impasse istituzionale che aveva impedito la celebrazione della Pesach, magari per l’arresto di Barabba, era risultato puro, cioè le calunnie sul conto di Gesù si erano anch’esse rivelate, ma tali e non era il principe dei demoni.

Dunque Giovanni chino sul petto è chino, in realtà, sul cuore di Gesù, un cuore che ormai Gerusalemme conosce nella sua purezza messianica che, al contrario, ha rivelato l’impurità della casta sacerdotale, per un ribaltamento delle sorti che preludeva a quello sociale e religioso.

Tuttavia, Gesù non può volere questo, non lo può nella misura in cui la Scrittura deve compiersi e allora dà modo ai sacerdoti di tornare di nuovo in possesso delle loro prerogative.

Con il tradimento di Giuda è Gesù stesso che conferisce di nuovo il potere al tempio, perché Egli intinge nel suo stesso sangue e offre a Giuda che subito esce compiendo la Scrittura e riabilitando l’istituzione che può sacrificare l’agnello pasquale e tenere in vita il toro che non compare nell’Ultima cena, è vero, ma nel Levitico al capitolo 4,3-12 in cui è prevista l’impurità del sacerdote costretto a sacrificare un giovenco.

L’Ultima cena non addossa la colpa a un singolo, ma a tutta quanta la classe sacerdotale che era unanime nel giudizio e dunque solidale nel crimine che la rendeva collegialmente impura e costretta, quindi, ad assolvere quanto prescritto da Mosè in questi casi, cioè a sacrificare per sé stessa e togliersi da una condizione d’impurità, quella stessa che le aveva impedito di celebrare la Pesach.

La scelta, dunque, era sì tra Gesù e Barabba, come lo era tra un Messia istituzionale e divino, ma più prosaicamente lo fu anche tra un agnello, in remissione del peccato e un toro in remissione dello stesso peccato, ma commesso da coloro che però officiavano: i sacerdoti.

Un eco forte di tutto questo è in Luca, Luca che il tetramorfo descrive come toro e le ipotesi per spiegarne la ragione sono tante e varie, resta però da spiegare come mai proprio Luca sia così ritratto.

Di certo questo dipende dalla sua forza intellettuale di medico che per primo ha trasmesso nel 35 d.C. la sua relazione a Roma, la quale altro non è che il Vangelo lucano. Ma crediamo altrettanto certo, per farla breve, che il suo tetramorfo dipenda da come affronta il capitolo 23 del suo Vangelo, dove egli opera una netta distinzione tra il popolo (Lc 23,27), e tra esso le donne, e i sacerdoti a cui Luca imputa tutta la colpa , rendendoli dolosamente impuri.

Luca non grida allo scandalo di Gerusalemme, ma allo scandalo del tempio e nel tempio, quello stesso che aveva gridato all’impurità di Gesù come alibi, alibi poi caduto nei fatti lasciandoli nudi e di fronte al dramma: il muggito lontano di un toro che sarebbero stati costretti a sacrificare per redimere non i peccati altrui, ma i loro.

Esopo ci parla del lupo e dell’agnello, l’Ultima cena, invece, del toro e dell’agnello e noi, chini sul Suo petto, non possiamo non notare che quell’acqua, cioè la scusa addotta, era altrettanto spudoratamente sporca.