Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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Antipas, l’eroe dal pensiero di ghiaccio

Dite la verità, il nostro secolo e i due precedenti non sono stati i secoli della libertà? Per libertà sono insorte le rivoluzioni; per libertà sono nati gli stati nazionali; per libertà si sono scatenate guerre e quella libertà non è stata cantata, in ogni modo, dall’avvento del cinema?

Un tema, la libertà, forse al pari dell’amore, perché ad esso, al cinema, carissimo. Per non parlare della letteratura che ne ha fatto un gran parlare eleggendo, assieme al cinema, i suoi eroi, gli eroi della libertà.

A dar noia, a impedire un primo piano bene a fuoco sull’eroe universale della libertà, ci si mettono pure i Vangeli che associano la libertà, così nobile, così tanto nobile, alla verità, se Gesù fa scrivere che la verità sola rende liberi (Gv 8,32) e dunque pure la Scrittura ha il suo eroe, un eroe che muore crocefisso perché, sebbene cantore della libertà, è morto da schiavo: Gesù, per un paradosso che solo Pasternak ha colto.

Eppure Gesù è superato nella figura di eroe universale della libertà, perché era “vero uomo”, ma anche “vero Dio” e dunque la Sua libertà di “pensiero, parole, atti e omissioni” diviene peccato, non conquista, la conquista della libertà che è impresa solo umana, non divina se Dio “nasce” libero e regna in quella dimensione eterna.

L’uomo no, l’uomo deve conquistare quella libertà che ha un prezzo, spesso la vita che rifugge da una comoda schiavitù per eleggere, altrettanto spesso, se non la morte, la segregazione, perché libertà è verità e dunque integrità.

Abbiamo anche noi fatto un gran parlare della libertà, da “parlatori” quali siamo, tuttavia offriremo un campione indiscusso che va oltre il tempo e lo spazio per collocarsi in Apocalisse, che canta essa stessa la libertà, per un connotato politico dell’opera sfuggito a tutti, ma non all’italiano, essendo Pergamo l’Italia “trono e dimora di satana” (Ap 2,12-13) e dunque location ideale per la libertà che, da afflato poetico ed evangelico, diviene politica, civile, religiosa e culturale, poiché Satana non pretende il massimo, pretende tutto.

E’ qui, in Pergamo, che canta “schiava di Roma Iddio la creò”, che si muove e forse muore Antipas “il fedele testimone”, il quale subito accenna, nell’appellativo, al Vangelo e alla sua Verità che rende liberi e dunque non a caso egli è in Pergamo, in un inferno che non sono gli Inferi di Sardi, ma girone dantesco di menzogna e omertà.

E’ qui Anti-pas-pasa-pan, alle nostre porte, e bussa lui “uno contro tutto e tutti”, in nome di una libertà che l’italiano gli conferisce, affinché sia chiaro: non cercatelo altrove, non cercate di ricomporre il suo nome con la mappa caratteri: egli è italiano di nome, ma lo si scrive in greco e dunque di padre italiano e di madrelingua greca, se libertà diviene Λιβερτά (Libertà) ed ha lo stesso valore ghematrico di Ἀντιπᾶς (Antipas), 448.

Egli è l’unico; egli è il campione e solo egli è l’eroe universale di una “libertà ch’è si cara e va cercando” tra la dimora e il trono di Satana, come Zaccaria tra “l’altare e il tempio” (Mt 23,35). Lui ucciso, Antipas messo a morte ma entrambi in uno spazio che è limbo, quello che sempre vive l’eroe della libertà che è immancabilmente tra la vita e la morte, cioè tra la verità e la menzogna, tra la libertà e la schiavitù.

Un vecchio film, che le generazioni più giovani conosceranno a malapena, sebbene immancabile film nelle tivù del falso Natale dicembrino, presta un volto e una scena ad Antipas. E’ quello di Klaus Kinski, l’eroe anarchico de “Il dottor Zivago”.

Egli è in catene sul treno che fugge dalla rivoluzione, ma sa dire a tutti, sa rinfacciare a tutti che “io sono l’unico uomo libero”, mentre quella enorme vena che marca la sua fronte ci dice che non è reciso il suo pensiero, non è in catene, sebbene le tiri fino a spezzarle nel treno che conduce a una libertà nello spazio, ma non “nel pensiero” che può essere incatenato e  deportato, ma libero, anzi, proprio per questo libero, come insegna il cinema, che non ha conosciuto la vera star della libertà: Antipas, l’eroe dal pensiero di ghiaccio. 

Che peccato!

paradisoNel post precedente siamo andati oltre, oltre quello che un Natale da celebrarsi il 10 agosto permetterebbe e abbiamo immaginato un’ipotetica cristiana comunità primitiva in cui il messaggio cristiano era vissuto nella liberà concessa ai figli di Dio. Una libertà che si fa paradosso con l’incesto (1Cor 5,1-5), ma che tradisce così una norma che giustifica quel paradosso, norma e normalità che a noi sembrerebbero assolutamente paradossali, ne sono convinto.

Noi per primi abbiamo parlato di vertigine, quella che sola può dare una radicale scelta d’amore che si fa unica legge, incarcerando colui che ha incarcerato l’amore: il demonio. Si spezzano le catene del peccato, allora, e veramente il Figlio rende liberi (Gv 8,36), liberi di amare pienamente.

A noi per primi tutto ciò è parso assurdo e abbiamo riflettuto sulla sostenibilità di una realtà del genere. Siamo così giunti a Genesi, libro che non finisce mai di stupire per la sua capacità di descrivere l’Eden primigenio, il paradiso perduto.

E’ lì che di nuovo abbiamo letto di quella libertà di cui i frutti sono simbolo. Adamo ed Eva potevano mangiarne di tutti gli alberi, potevano, cioè, assaporare la vita nella sua pienezza. Solo di uno non potevano mangiare ed era quello del bene e del male. E lì Dio era stato chiaro minacciando la morte.

Quei frutti del bene e del male, a nostro parere, altro non sono che la conoscenza che si fa scienza, cioè pensiero autonomo da Dio e con cui l’uomo costruisce il proprio mondo, la propria morale ed etica. Adamo e sua moglie mangiano invece di quei frutti e la prima conseguenza è la vergogna perché si scoprono nudi.

Ma prima nudi lo erano e non soffrivano a causa del pudore. Erano nudi come un bambino può esserlo senza provare nessuna vergogna, dunque è l’aver mangiato i frutti del bene e del male che ha generato la vergogna.

Questo significa che l’aver stabilito ciò che era bene e ciò che era male ha prodotto il pudore che appartiene all’uomo e non a Dio se è la conseguenza di una scelta che ha ignorato l’ammonimento divino.

E’ l’uomo, dunque, che ha “inventata” la vergogna ed è l’uomo che ha inventato il suo peccato, nel senso che lui ha stabilito cosa sia peccato, decidendo cosa sia bene e cosa sia male. Poi paga anche l’altra conseguenza, cioè la morte promessa che infatti s’introduce in Eden attraverso quelle pelli di animali con cui Dio veste la “vergogna” dell’uomo, perché quelle pelli sono state tratte da un animale vivo che necessariamente deve essere stato ucciso prima. Ed ecco, silenziosa e discreta, che fa ingresso la morte.

Vergogna e morte, dunque, sono le conseguenza di una scelta sciagurata che non tiene conto della sapienza divina, ma ne produce una umana e dalla libertà primigenia, cioè dal paradiso, l’uomo giunge alla schiavitù di un peccato che lui stesso si è inventato, precipitando in un inferno che si è meticolosamente costruito.

Mi pare, allora, se questo è il possibile scenario della disgrazia, che veramente Gv 8,24 abbia una lettura ben diversa. Quel “morirete nei vostri peccati” non ci parla dei peccati commessi, ma dei peccati che l’uomo si è imposto stabilendo una morale che ha generato dapprima la vergogna, poi la morte.

Ecco che il Cristo nuovo Adamo assume forse un’altra luce, perché è venuto a spezzare le catene di un peccato che sciaguratamente l’uomo si era inventato. Gesù ristabilisce l’equilibrio iniziale dove l’amore è il fulcro. Il peccato è cancellato; non solo “rimesso”, ma rimosso in virtù di amore che si fa legge: l’unica.

L’inferno perde, assieme a Satana, il suo potere , il potere che gli conferisce il peccato che genera dapprima la vergogna, poi la morte. Dunque non è una confessione sistematica che incatena l’inferno, ma la distruzione di ciò che lo genera, cioè il peccato.

Solo nell’amore l’uomo ritroverà il paradiso perduto, perché se in Adamo tutti abbiamo peccato (1Cor 15,22) nessuno si salva e “l’accusatore” (Ap 12,10) farà sempre il suo mestiere, importandogli poco se hai ucciso o se sei calvo: a lui interessa solo ciò che ti genera dolore e con il dolore, il dolore del peccato e della vergogna, ti rende schiavo, suo schiavo.