Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

Sorridi, sei a Messa

Vedi questo post

Il Credo cattolico recita:


Credo in un solo Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili.
Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli.
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre.
Per mezzo di Lui tutte le cose cono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

Esso rappresenta la stessa Chiesa Cattolica, che apre le sue Messe e le sue porte con il Padre e il Figlio, uniti in una monogenesi che da sempre ha rappresentato uno dei temi più profondi non solo della teologia dei Maestri, ma della Chiesa stessa, nella misura in cui è ecclesia, cioè comunità, corpo mistico di Dio e di Suo Figlio.

Giovanni riassume alla perfezione il ruolo dell’Unigenito quando in 3,16 afferma che Dio Lo ha dato al mondo per amore, perché così “ha tanto amato il mondo”, cioè da dare il suo Figlio unigenito.

Qualunque falsificazione del passo e del lemma, quindi, colpisce non il cuore di un Vangelo, ma quello della Chiesa che lo recita e che ad esso ha ispirato il suo Credo, nientemeno.

Risulterebbe evidente, in caso positivo, un tradimento non nello scopo, ma nella natura, scendendo in un profondo che noi pensavamo di aver toccato con l’orrendo πάσχα, che era in realtà πησχ (Pes-a-ch), distruggendo un calcolo ghematrico (888) che univa Gesù (Ἰησοῦς, 888) alla Sua Pasqua, nella misura, enorme, in cui però Gesù è la Pasqua perché per questo è venuto al mondo, per quell’ora (Gv 12,27).

Ci meraviglia, quindi, che toccato il fondo si sia scavato sino al magma del peccato, un calor bianco agli antipodi dei “vergini” di Apocalisse, nelle cui bocche non fu trovata menzogna, però, non nelle mutande, quando quella menzogna, invece, si è fatta unigenita, cioè Ministero, mostruosamente Credo.

Questo perché si è co ntraffatto il lemma dell’Unigenito, affinché divenisse un abstrcat teologico di poco fondamento e sostanza, non più unigenita, ma adulterata e adultera, per una generazione non matteana, come deve essere, ma puttana sozza e scapigliata che graffia con l’unghie merdose la Scrittura (Inf. Canto XVIII)

Unigenito, infatti, non si scriveva μονογενής, ma μωνωγηνής per una ghematria di irraggiungibile cielo teologico, perché il suo valore è 1765 che, tolto il 15 a.C., anno di nascita di Gesù in cui s’innesta la genealogia di Matteo, (35 anni ogni generazione), dà un preciso 1750 generazionale, esatta generazione di Aram, ottava da Davide, per un 8 indice dell’888 di Gesù (Ἰησοῦς) e Pasqua (πησχ) .

Aram, etimologicamente, richiama un “luogo elevato”, dunque una “ara” che l’ottimo Pianigiani spiega quando coglie il segno o il “vero”, come scrive lui e vede il “sacrifizio”, che in questo caso diviene pasquale, consumato certamente nel 35 d.C., ma alla cinquantesima generazione matteana (1750 : 35 = 50), per un’identità di anagrafe e di generazione che riassume una vita, un Credo e una Pasqua.

Non si è, dunque, cambiata un’ortografia con l’osceno μονογενής, ma un Credo, che da professione di Fede è divenuto Barzelletta, una candid camera che si rinnova ogni volta a Messa.

Ps: modificate almeno la traduzione, che quel “da dare” in Gv 3,16 “merita 2, sebbene il 3 d’incoraggiamento” (L. Arcaleni)

L’assassino non è il pagliaccio

Uno dei molteplici passi in cui Apocalisse propone un enigma è quello dei Nicolaiti di cui non sappiamo ancora bene, di cui sappiamo, in realtà, poco e le ipotesi abbondano.

Tra queste campeggia certamente l’etimo che vuole una fantomatica “vittoria del popolo” per una lotta di classe ante litteram che vedremo essere tale, ma di un livello molto superiore alla dialettica marxista.

Cominciamo col dire che sin da subito ci rivolgeremo alla ghematria di
Νικολαΐτης per ottenere, come a suo tempo abbiamo già fatto, un 505 che, se ridotto a un calendario, diviene 505 a.C., anno fondamentale nella nostra cronologia, segnando l’esilio babilonese. Ma non solo.

Quel 505 a.C. è la prima data che s’incontra se in possesso di due elementi fondamentali: l’anno di nascita di Gesù (15 a.C.) e la “Chiave di Davide” che è sì ghematria (κλείς Δαυίδ=490), ma anche la somma degli anni di una tranche generazionale matteana (14×35 anni=490).

La somma dell’anno di nascita al 490 ghematrico e generazionale produce quel 505 a.C. (15+490=505) dell’esilio e questo dimostra tutta la sua importanza nel contesto prima vetero e neo testamentario tout court; poi cronologico.

Dunque se Νικολαΐτης conduce a una data cardine (a nostro avviso altro non è che la porta dell’Antico Testamento dove solo è possibile inserire la Chiave di Davide altrimenti si rimane fuori o ci si arrampica da qualche altra parte, come riporta Gv 10,8-10) che non si esaurisce nel calcolo secco, ma sviluppa una cronologia fondamentale ed altra rispetto a quella che l’ha generata.

Il 505 a.C., infatti, è l’anno in cui Ezechiele colloca il suo esilio a differenza di Geremia, tanto che l’uno calcola 40 anni di esilio; l’altro 70 per una profezia “diversa” che infatti nel primo caso cerca il tempio, mentre nel secondo “le settimane” di Daniele.

Ezechiele, invece, sottrae all’esilio babilonese 40 anni, ma non prima di avere considerato che la durata dei regni di Giuda non è a resto zero, perché essa ammonta a 484 anni e 6 mesi e ciò costringe a un’approssimazione: o scegliamo il 505 a.C. dal 989 a.C.; o scegliamo il 504 a.C. sempre dal 989 a.C. dipendentemente dall’approssimazione: in difetto la prima, in eccesso la seconda.

Questo è molto importante per comprendere che l’esito di quella stessa profezia cambia conducendoci, col suo difetto, al 419 a.C.; col suo eccesso al 418 a.C. per un Cristo e per un Gesù, cioè per Dio e per l’uomo. Vediamo perché.

Tolti 40 anni al 505 a.C., otteniamo il 465 a.C., settimo anno di regno di Artaserse, quando rientra Esdra col compito di riedificare il tempio (Esd 7,7-8). E’ l’anno, insomma, in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio.

Da lì, si sottraggono i 46 anni necessari per la sua ricostruzione e dedicazione indicati da Gv 2,20 per ottenere il 419 a.C. e i lavori ultimati. Quel 419, oltre che terminare la profezia di Ezechiele, è anche la ghematria di Δαυίδ per un Cristo Re.

Capite bene che l’approssimazione in eccesso scala tutto quanto il discorso di un anno, facendoci cadere nel 418 a.C., storicissimo “sesto anno di Dario (Esd 6,15)” secondo, però, in cui sempre il tempio è dedicato. Ma questo ci parla di Gesù proprio in virtù di una storicità che emerge nella figura di Dario e non di Davide per un simbolismo di facile lettura.

Ecco allora chiaro perché la lettura ghematrica di Νικολαΐτης ci conduce al 505 a.C.: essa ci narra della divinità che i Nicolaiti negano, anzi, come vedremo, vogliono bandita, vogliono, cioè, bandire Dio dalla storia, tanto che proprio la storia ci offre il paradigma per comprendere il fatto ed esso coincide con la sorte di Tarquinio il Superbo che presta la sua figura e la sua vicenda a Dio, Egli stesso bandito e consegnato, come scrive ottimamente Andrea Caradini, a una damnatio memoriae.

Partiamo con l’introdurre l’argomento riassumendo quanto già scritto in questo post, in cui avevamo fatto notare che l’a.U.c. (ab Urbe condita) cade nel sesto/settimo anno di regno di Ozia (721 a.C.) legando la cronologia dei Re biblici a quella dei Sette re di Roma che fondarono sì una città, ma più ancora una Chiesa, legando le sorti di Gerusalemme a Roma stessa, facendo di entrambe “Le città di Dio” correggendo addirittura il “tiro” di Agostino.

Che esse siano legate a doppio filo è dimostrato anche da una leggenda che vuole i Sette re di Roma regnanti per 35 anni ciascuno, permettendo a noi di ricordare quanto scritto in apertura circa non solo le generazioni matteane di 35 anni, ma anche quello che si ricava da quelle generazioni, cioè la “Chiave di Davide” che offre un valore ghematrico di 490 come 490 anni è una tranche generazionale matteana.

La presenza nella leggenda romana, quando una leggenda possiede sempre un fondo di verità, della base di calcolo della genealogia di Matteo (35 anni) e della Chiave di Davide, collega il periodo aureo di Gerusalemme, espresso dalla chiave per eccellenza, cioè quella davidica, a quello romano dei Sette leggendari re, rafforzando ancor più quel doppio filo che collega Gerusalemme a Roma.

In questa cornice s’inseriscono i Nicolaiti che combatterono ad Aricia nel 505 a.C., e non a caso perché fu allora che Tarquinio il Superbo perse ogni speranza di rientrare in una Roma che lo aveva cacciato sì come tale, ma in realtà come legittimo re.

Ha tutta la nostra ragione Andrea Caradini quando scrive che in realtà sulla figura dell’ultimo re di Roma aleggia una damnatio memoriae e la storia non ce l’hanno raccontata giusta, perché il popolo voleva vincere in nome di un’eguaglianza (tutt’uguali) che andò in realtà oltre la legge e il diritto riscrivendo la storia da vincitrice.

Ecco che, allora, Tarquinio è Dio, Egli stesso cacciato; è la divinità che non trova più posto nella storia perché il “popolo” (l’uomo) lo ha cacciato e dunque Tarquinio è la metafora di una storia vinta dal popolo, dai Nicolaiti, che si sono inventati la superbia di un re per attribuirla poi a Dio e così legare le loro sorti.

Questo sono i Nicolaiti di ieri e di oggi e non appartengono, quindi, solo al passato: l’intera storiografia esprime ancora la loro opera quando vorrebbe farci credere incapaci di una cronologia biblica, la cui assenza è solo il frutto dell’opera Nicolaita che ha di nuovo cacciato Tarquinio (Dio) usando un popolo bue che ha creduto all’alibi della superbia divina che altro non sarebbe che paterna, naturale unicità, mentre la loro, in realtà, è sete di potere, conquistato il quale si abbandonerebbero al più assoluto disprezzo di un popolo obbligato alla loro adorazione, all’adorazione, cioè, di un’élite d’imbecilli .

Per Dio non c’è più posto, come scrivono i vangeli della natività. Dio nasce fuori dalla storicità, magari di nuovo in una stalla e “al freddo e al gelo” solo perché si è distrutto il 10 agosto suo Dies natali; mentre muore alla storia con il 33 d.C. per un’anagrafe che ne fa un apolide, un senza tetto e senza storia.

Capite bene, allora, che nella canzone di Natale “Tu scendi dalle stelle” è scritto tutto e il testo è nicolaita (Babbo Natale altri non è che San Nicola per un’omonimia ovvia) perché vuole un Dio “al freddo e al gelo”, cioè buttato in mezzo a una strada, magari in un fosso; mentre quel “quanto ti costò averci amato” non è altro che lo sputo di bile di chi, avendo perso, rinfaccia che “la vittoria, però, l’hai pagata cara!”.

La cantano i bambini del coretto bianco “Tu scendi dalle stelle” e vengono i brividi, ma non di freddo.

Matteo, Luca e Giovanni. La porta del tempio

The_Inspiration_of_Saint_Matthew_by_CaravaggioDue sono le genealogie che ci offrono i Vangeli: quella di Matteo e quella di Luca che sono diverse. Diverse nella metrica, diverse nello scopo e diverse nella sostanza, cioè nelle generazioni.

Parrebbe, quindi, impossibile un punto comune e qualora ci fosse esso dovrebbe avere un’importanza fondamentale se entrambi gli evangelisti hanno sentito il dovere di riportarlo.

Non siamo in grado di enumerare gli eventuali punti comuni, ma uno lo conosciamo ed è la costruzione della porta superiore del tempio, di cui ci dà notizia 2Re al versetto 15,35, versetto che, curiosamente, apre già a una spiegazione sulla necessità avvertita da ben due evangelisti, perché il 15 e il 35 riassumono l’anagrafe di Gesù ferma, secondo il blog ma anche la Scrittura a quanto pare, al 15 a.C.-35 d.C.

Mai abbiamo ritenuto un caso questa coincidenza tant’è che abbiamo, forse sulla scorta proprio di questo esempio, creato una categoria apposita (versetti) che contiene tutti i casi in cui un versetto fa luce sulla cronologia.

L’anagrafe di Gesù, insomma, espressa da un versetto, quello che ci parla della costruzione della porta superiore del tempio, quando Gesù in Gv 10,7 si equipara alla “porta” che non può non essere quella superiore del tempio, se essa già richiama l’attenzione del lettore con il versetto che dà notizia della sua costruzione: il 15,35 di 2Re, come 15 a.C.-35 d.C. è l’anagrafe gesuana.

Dunque la porta superiore del tempio costituisce non solo l’elemento comune di due genealogie (il caso matteano lo  illustreremo a breve, mentre quello lucano lo abbiamo illustrato ieri) e ciò ci obbliga a chiederci come mai.

Al momento, purtroppo, dobbiamo accontentarci del dato di fatto: Matteo e Luca sono concordi nello scrivere che costituisca un elemento fondamentale dei Vangeli se inseriscono la sua dedicazione nelle loro genealogie. Vediamo come.

Innanzi tutto ricordiamo che noi già ci eravamo occupati dell’anno della sua dedicazione: il  668/667 a.C. Ciò ci è stato possibile attraverso l’analisi comparata dei calendari sabbatici e giubilari con la cronologia dei Re. Sovrapponendo gli uni all’altra è emerso che quel 668/667 a.C. fu l’anno sabbatico e giubilare che caratterizzò il regno di Jotam, che si fregiò di un evento che si realizzava solo una volta ogni 350 anni, dando luogo a una festa solenne, che in quell’anno si pensò di celebrare degnamente modificando nientemeno che il tempio, prima e unica volta in 1000 anni di storia se consideriamo la sua fondazione e le modifiche erodiane.

Se una cronologia particolarmente complessa, quella dei Re, incrocia non uno, ma due calendari religiosi nell’anno esatto in cui coincidono difficilmente ciò accade per caso, come certamente non è un caso se in quell’anno regnò Jotam, di cui abbiamo notizia che fu l’artefice della costruzione della porta.

Insomma tutto fila via liscio a dirci che siamo nel giusto, anzi, che già eravamo nel giusto e forse neppure c’era bisogno di due genealogie, ma dal momento che le abbiamo studiate esse saranno conferma piena a quel 668/667 a.C. i cui riflessi gettano un ombra davvero minacciosa sul 586 a.C. come anno dell’esilio: troppo pochi gli anni che rimangono per giustificare tutti i re che devono succedersi da Jotam in poi per giungere a Sedecia, quando Manasse ne regna da solo oltre 50 di anni.

Ma dicevamo delle due genealogie, una delle quali l’abbiamo studiata ieri giungendo alla conclusione che, considerato tutto quanto sopra, difficilmente troviamo in Luca “un Gesù” alla generazione segnata al 667 a.C. per volere del caso, quando, lo abbiamo scritto, Gesù si paragona alla “porta” dell’ovile santo (Gv 10,7) e dunque non al “porticato” foss’anche di Salomone che appare, anche alla luce di Luca, un falso, salvo smentite.

Adesso è il turno di Matteo che va per per le spicce citando direttamente Jotam nella sua genealogia e in questo ci facilita il compito, perché possiamo facilmente contare quante generazioni di 35 anni (da sempre il blog indica questo numero di anni per una generazione) passino da Jotam a Gesù e sono 20 per un totale di anni 700.

Adesso bisogna ricordarsi che la coincidenza di un anno sabbatico con quello giubilare avveniva ogni 350 anni,per cui in 700 anni abbiamo due cicli sabbatico/giubilari coincidenti. Sapendo che il 668/667 a.C. fu uno di quegli anni dobbiamo calcolare due cicli per ottenere il 32 d.C. (700-668=32), anno d’inizio del ministero pubblico di Gesù secondo il blog, che ben giustifica il paragone che Gesù fa di se stesso alla porta superiore del tempio: come essa fu dedicata in anno sabbatico e giubilare, Gesù iniziò (dedicò) il Suo ministero: nuova la porta, nuova la predicazione.

Dunque anche alla luce di Matteo la porta superiore del tempio fu fatto epocale, perché non solo permise al tempio di raggiungere il suo massimo splendore, ma permise a Gesù di ottenere una giusta cornice alla sua predicazione, cosa che non è sfuggita a Giovanni che espressamente riporta il parallelismo unendosi al già folto gruppo di evangelisti (Matteo e Luca) che hanno ritenuto indispensabile parlare della sua costruzione e dedicazione: i primi due attraverso una genealogia; il terzo, di quattro, dedicandogli un capitolo del suo Vangelo: il decimo.

Quel 668/667 a.C. come anno della dedicazione della porta superiore del tempio non segna solo un fatto architettonico, ma un’intera cronologia che se lo ha assunto si allinea alla perfezione con la cronologia che prima di lui lo indicava, in questo caso la cronologia biblica. Averlo quindi all’interno di una propria cronologia è garanzia di fedeltà e credibilità biblica, con buona pace di coloro che preferiscono all’armonia gli spasmi storici e cronologici che provoca una storia inventata e cucita addosso, mai riconosciuta come propria sebbene definita assoluta, sì, ma assolutamente sbagliata, a meno che tre evangelisti e un corpus cronologico di quasi 4000 mila anni si sbaglino, sebbene autori della loro stessa storia.

Una croce falsa

crocefissioneA una parola ho dato una caccia spietata: “croce” e mai ne sono venuto a capo come questa sera. Primo, perchè non è il sostantivo ma il verbo che fa luce. Secondo, il verbo è stato pesantemente falsificato, cioè è stata falsificata persino la croce e dunque tutto è possibile immaginare perchè siamo oltre l’immaginabile.

Il verbo che traduce “mettere in croce” o “crocifiggere” è il greco σταυρόω che non va però scritto con la ipsilon, altrimenti il calcolo ghematrico si perde, ma senza cioè σταρόω (attestato, ma bisognerebbe approfondire) ed ha un valore di 1471, cifra importantissima nell’ottica dell’intera genealogia matteana che conta 42 generazioni di 35 anni per un totale di 1470 anni.

La genealogia matteana è cristologica e in questo senso credo che ben si comprenda perchè le tre tranches di 14 generazioni di 35 anni coincidano con la ghematria del simbolo per eccellenza di  Gesù: la crocefissione.

Inoltre è importante ricordare che 1470 è arco di tempo indispensabile per dare un senso cronologico a Matteo 1,17 perchè se lo si somma alla data di nascita di Gesù, come si deve fare essendo Lui termine a quo del calcolo, cioè il 15 a.C., otteniamo 1485 a.C. anno di nascita di Mosè (sulla questione vedi l’ampia categoria “Mosè” nel menu).

Infine 1485 ricorre anche in Gv 10 quando compre la figura del guardiano delle pecore, perchè quel θυρωρός che traduce “guardiano” (Gv 10,3) ha un valore ghematrico di 1485 parlandoci di nuovo di Mosè, se non altro in un ottica paolina che vede in Gesù “il pastore, quello grande” (Eb 13,20) di cui Mosè è il guardiano.

Ecco tutto quello che si può ricavare da quel σταρόω (crocifiggere) tanto che possiamo scrivere che veramente la caccia che gli abbiamo data non solo ha dato buoni frutti, ma era indispensabile.

Credo anche che si debba far notare una coincidenza: le occorrenze neo testamentarie di σταρόω sono 46 e qui la memoria deve andare a Gv 2,19 e a quel “distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere” quando quel “distruggere” indica universalmente, nel tempo e nello spazio, la crocefissione.

E’ in quei pochi versetti che ricorre il numero 46 perchè l’obiezione dei farisei verte proprio sui tempi  della ricostruzione del secondo tempio: 46 anni che non possono essere ridotti a 3 giorni, cioè alla resurrezione.

Ma tutto questo ci dice che la condanna a morte di Gesù per crocefissione trova nelle 46 occorrenze un passo dei vangeli che conferma la non casualità, perchè è solo e soltanto in quel passo (Gv 2,20) che ricorre il numero 46 in tutta la Scrittura come 46 sono le occorrenze di σταρόω (crocifiggere).

Ci eravamo già occupati del numero 46 in questo post, dimenticandoci di scrivere, però, che 46 sono i libri dell’Antico Testamento, un Antico Testamento che prefigura il Cristo messo in croce e forse per questo le occorrenze di σταρόω sono 46, mentre quelle del suo participio “crocifisso” si fermano a 30.