Lo scorrere del tempio

Premessa

Questo post, se lo volessimo affrontare nella sua completezza, sarebbe molto impegnativo perché dovrebbe fondere i post dedicati la Libro di Enoch con quelli dedicati ad Aram. Non ci è possibile e ce ne scusiamo, per cui diremo che il concetto che il post istruisce è uno solo e verte sul 3 a.C. che s’individua con la metrica dei 777 anni, la quale, se già ha fatto tappa in Atalia, nel 3 a.C. fa tappa al tempio, con Gesù tra i dottori, parlandoci di una cronologia sui generis, è vero, ma fondamentale nella comprensione di quella finora affrontata dal blog e del Libro di Enoch.

Proseguiamo con l’introduzione al Libro di Enoch seguendo quello che la cronologia rivela a proprosito del Figlio dell’uomo che in quel libro compare per la prima volta, quando però abbiamo visto che c’era già un precedente e si collocava esattamente nella generazione di Enoch, perché se sottraiamo il 777 ghematria di σαυρος (croce) al 3923 cadiamo 35 anni dopo l’inizio della generazione di Enoch, cioè nel 3146 di cui abbiamo già parlato diffusamente, mentre adesso non rimane che ricordare che quei 35 anni che separano l’inizio della generazione dal termine ad quem del calcolo (3146) prodotto dalla sottrazione di 777 dall’Anno Mundi, sono i 35 anni che segnano l’anno della crocefissione, cioè il nostro 35 d.C.

Procediamo dunque nella nostra introduzione cronologica che si rivelerà teologia cristologica, ricordando, però, che la frequenza del numero 35, multiplo di 7, simbolo della croce e della perfezione, accompagna l’intero percorso cronologico, perché dopo 777, sottratto 5 volte all’Anno Mundi (3923) si susseguono due tranche di 35 anni (vedi tabella all’interno del post) che conducono al 31/32 d.C. anno che segnò il dialogo tra Gesù e i farisei di Gv 2,19-21 e l’inizio del ministero pubblico.

Per il momento abbiamo dunque che 35 anni, una generazione matteana, ricorrono in Aram, seguendo il calcolo sopra riassunto, e ricorrono nelle ultime due tranche, cioè quelle che vanno dal 38 a.C. al 31/32 d.C.

Quel 35 è simbolo della croce, ma è anche simbolo di coloro che l’avrebbero innalzata, se seguendo tutta la tranche cronologica che va dal 3923 Anno Mundi al 31/32 d.C., c’imbattiamo in Atalia nell’815 a.C., un’Atalia che fu non solo usurpatrice, ma che si macchiò con una strage d’innocenti (i figli del defunto marito) come quella che caratterizza l’infanzia di Gesù.

Questo, abbiamo scritto, spiega il senso di quel 3146 che incontriamo sin da subito nel calcolo, cioè sottraendo 777 ghemtria di σαυρος (croce), una croce che dà l’intero senso di una cronologia del Figlio dell’uomo innalzato su quella stessa croce come scrive Gv 3,14.

Potrebbe sembrare casuale o forzato il nostro accenno ad Atalia regina del sinedrio, nel senso che i calcoli solo per una logica loro uniscono due epoche che si sono caratterizzate e macchiate allo stesso modo, cioè usurpando e uccidendo, ma allora diviene davvero curioso che, alla luce della nostra anagrafe gesuana (15 a.C.-35 d.C.), noi incontriamo anche un 3 a.C. come risulta chiaro dalla tabella

3923 – 777 = 3146

3146 – 777 = 2369

2369 – 777 = 1592

1592 – 777 = 815

815 – 777 = 38

38 – 35 = 3 a.C

35 – 3 = /3132 a.C.

Quel 3 a.C. non è un anno qualsiasi alla luce della nostra cronologia, perché segna l’episodio di Gesù tra i dottori del tempio (Lc 2,42), quando cioè dodicenne, secondo la nostra cronologia, Egli si presentò al tempio, quello stesso che lo vedrà adulto sfidarlo a ucciderlo e quello stesso a cui abbiamo data una regina, cioè Atalia, che si macchiò delle stesse sue colpe: usurpò e uccise.

Adesso non rimane che ricapitolare questa cronologia cristologica anche se dedicata al Figlio dell’uomo enochiano, segnandone i punti salienti in neretto, cosicché il colpo d’occhio aiuti a capire che non siamo di fronte al capriccio della matematica, ma all’interno di una cronologia ben definita

3923 Anno Mundi-777 anni
3181 generazione di Aram -35 anni 3146
3146-777 anni
2369-777 anni
1592-777 anni
815Regno di Atalia-777 anni
38

– una generazione matteana di 35 anni
3 a.C.Gesù tra i dottori della legge
– una generazione matteana di 35 anni
31/32 d.C.Dialogo con i farisei al tempio e inizio ministero

A tutto questo, prego che il lettore aggiunga l’intera categoria dedicata ad Aram che già abbiamo affrontata. Essa ci parla del monogenito, dell'”avrete innalzato” di Gv .8,28 e del verbo “crocifiggere” tutti aspetti che contribuiscono a chiarire l’importanza del Libro di Enoch e della sua locuzione forse principale perché apre alla comprensione di una storia che si fa teologia.

Il tau: la croce e il suo T…arlo

Sarà un post breve perché nasce come prova, ulteriore, a dire il vero, se la categoria “croce” ha fatto breccia nell’attenzione e nella memoria del lettore (non mi azzardo a usare il plurale).

Noi sosteniamo che σταυρός (croce) sia frutto di una falsificazione che ha lasciata la firma, perché ha aggiunto un tau che riassume tutta quanta la questione, se s’immagina un “farla pulita”, cioè un non darlo a vedere perché la si vuole darla a bere.

Quel tau, in realtà, vale 9 ghematricamente anzichè 300 e ci dice che i comandamenti sono 9, perché il primo è stato abolito unilateralmente, prima dal sinedrio che gridò di fronte a Pilato: “Non abbiamo altro re che Cesare” (Gv 19,30); poi dai cristiani, in primis cattolici, che non hanno, pure loro, “altro Dio (re) che Cesare”.

Il tau francescano, quindi, è l’icona di un falso mascherato, un osanna a Cesare che ha ridotto il decalogo a 9 comandamenti e ha alzato di molto il prezzo di Giuda: da 30 a 300 denari, tanto quanto varrebbe quel tau.

Come vedete, la lettera dell’alfabeto ebraico, è l’icona o simbolo perfetto del falso: essa sa riassumere a meraviglia l’intera questione. Passi che una lettera cada, ma non è concepibile che “ricada”, cioè che venga inserita in un contesto altrimenti chiarissimo che è questo, riassumendo:


σαυρός (croce), senza il tau, ha un valore ghematrico di 777, quando il 777 è già di per sé simbolo di perfezione. Esso s’inserisce in una scala di perfezione che è:

666: apocalittico

777: purificativo

888: Gesù ( Ἰησοῦς) ghematrico

Ma non solo:

abbiamo visto anche che il salmo 21(22) non è numerazione anonima, perché conduce, stando proprio a CEI, al salmo neanche messianico, ma della crocefissione, se i versetti lì contenuti richiamano a ogni piè sospinto il Golgota.

Ma a tutto questo si aggiunge quanto stiamo per scrivere a proposito non solo dell’occorrenza di croce nel Vangelo della Passione, quello di Giovanni, che è 7 volte, sebbene tecnicamente i versetti siano 6. Infatti a fronte di 6 versetti, bisogna considerare il verbo “crocifiggere”, meglio, “mettere in croce”, cioè σ(τ)αυρόω e allora le occorrenze divengono 7 e perfettamente allineate con il valore ghematrico di σαυρός (croce) che è 777, poichè quel verbo in Gv 19,15 ricorre due volte.

Valore ghematrico che ci viene di nuovo incontro quando consideriamo il verbo “crocifiggere”, cioè σαυρόω e non σταυρόω che ha un valore di 1571. 1571 è, nella genealogia lucana, la generazione di Aram a cui noi, per chi volesse approfondire il discorso -e lo consiglio- associamo questi post dedicati al patriarca.

Un Aram che nel significato del nome ha scritto tutto seguendo la lettura più intuitiva di “Ara” a cui si aggiunge quella scientifica di “luogo elevato”. Pianigiani, in questo senso, chiarisce fondendo i concetti e parla, per “ara”, di luogo elevato dove gli dei assistevano al sacrificio, quando di sacrificio si tratta parlando noi della croce.

Questo discorso sarebbe perfetto se la ghematria di σαυρόω fosse 1569, perché nel 1569 Anno Mundi si colloca Aram, stando a Luca, ma credo che possa benissimo anche collocarsi nel 1571 ghematria di σαυρόω per un approssimazione così leggera, che non vale il caso di farsene una croce, per di più Τ αρλατα

Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

Sorridi, sei a Messa

Vedi questo post

Il Credo cattolico recita:


Credo in un solo Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili.
Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli.
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre.
Per mezzo di Lui tutte le cose cono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

Esso rappresenta la stessa Chiesa Cattolica, che apre le sue Messe e le sue porte con il Padre e il Figlio, uniti in una monogenesi che da sempre ha rappresentato uno dei temi più profondi non solo della teologia dei Maestri, ma della Chiesa stessa, nella misura in cui è ecclesia, cioè comunità, corpo mistico di Dio e di Suo Figlio.

Giovanni riassume alla perfezione il ruolo dell’Unigenito quando in 3,16 afferma che Dio Lo ha dato al mondo per amore, perché così “ha tanto amato il mondo”, cioè da dare il suo Figlio unigenito.

Qualunque falsificazione del passo e del lemma, quindi, colpisce non il cuore di un Vangelo, ma quello della Chiesa che lo recita e che ad esso ha ispirato il suo Credo, nientemeno.

Risulterebbe evidente, in caso positivo, un tradimento non nello scopo, ma nella natura, scendendo in un profondo che noi pensavamo di aver toccato con l’orrendo πάσχα, che era in realtà πησχ (Pes-a-ch), distruggendo un calcolo ghematrico (888) che univa Gesù (Ἰησοῦς, 888) alla Sua Pasqua, nella misura, enorme, in cui però Gesù è la Pasqua perché per questo è venuto al mondo, per quell’ora (Gv 12,27).

Ci meraviglia, quindi, che toccato il fondo si sia scavato sino al magma del peccato, un calor bianco agli antipodi dei “vergini” di Apocalisse, nelle cui bocche non fu trovata menzogna, però, non nelle mutande, quando quella menzogna, invece, si è fatta unigenita, cioè Ministero, mostruosamente Credo.

Questo perché si è co ntraffatto il lemma dell’Unigenito, affinché divenisse un abstrcat teologico di poco fondamento e sostanza, non più unigenita, ma adulterata e adultera, per una generazione non matteana, come deve essere, ma puttana sozza e scapigliata che graffia con l’unghie merdose la Scrittura (Inf. Canto XVIII)

Unigenito, infatti, non si scriveva μονογενής, ma μωνωγηνής per una ghematria di irraggiungibile cielo teologico, perché il suo valore è 1765 che, tolto il 15 a.C., anno di nascita di Gesù in cui s’innesta la genealogia di Matteo, (35 anni ogni generazione), dà un preciso 1750 generazionale, esatta generazione di Aram, ottava da Davide, per un 8 indice dell’888 di Gesù (Ἰησοῦς) e Pasqua (πησχ) .

Aram, etimologicamente, richiama un “luogo elevato”, dunque una “ara” che l’ottimo Pianigiani spiega quando coglie il segno o il “vero”, come scrive lui e vede il “sacrifizio”, che in questo caso diviene pasquale, consumato certamente nel 35 d.C., ma alla cinquantesima generazione matteana (1750 : 35 = 50), per un’identità di anagrafe e di generazione che riassume una vita, un Credo e una Pasqua.

Non si è, dunque, cambiata un’ortografia con l’osceno μονογενής, ma un Credo, che da professione di Fede è divenuto Barzelletta, una candid camera che si rinnova ogni volta a Messa.

Ps: modificate almeno la traduzione, che quel “da dare” in Gv 3,16 “merita 2, sebbene il 3 d’incoraggiamento” (L. Arcaleni)

1510 a.C., la storia all’altare

La mappa degli altari della storia è nata con una lettura ghematrica, la quale la concluderà. Infatti quel מזבחתם che tradotto significa “i loro altari” ha permesso la tabella seguente che li individua tutti ponendo, negli anni in cui sono stati eretti, eventi storici che hanno segnato un’epoca, certamente non storica perché la storicità e la rilevanza di un fatto appartengono a una storia universale, quella della della salvezza, non necessariamente coincidente con l’idea che l’uomo ha della sua storia che segna ben altri fatti come giro di boa.

Riassumiamo allora gli altari per vedere che

2020 -497 ?
1523 -497 Lutero pubblica come si debbano istruire i ministri

 

1026 -497 ?
529 -497 Chiusura della dell’Accademia filosofica di Atene
32 -497 Inizio del ministero pubblico di Gesù. Ha termine la Legge e i profeti (Lc 16,16)
465 a.C. Si gettano le fondamenta del secondo tempio
465 a.C.-515 a.C. +497 Esilio
1012 +497 Davide uccide Golia. Spodestando Saul chiude l’epoca dei giudici inaugurando quella monarchica

Il nostro approccio al problema si riassume in una domanda: ammesso che il 2020 sia l’ultimo altare tracciabile, quale è stato il primo? Teoricamente la risposta è semplice: quello più vicino cronologicamente al 3923 da noi indicato come Anno Mundi, tanto che si potrebbe scalare dal 2020 497 anni per individuare il primo altare “utile”.

Tuttavia questa ci pare una logica troppo semplice, perché il rigore matematico non sempre coincide con quello storico che magari segue un’altra logica, meno evidente ma altrettanto importante. Per questo motivo la nostra attenzione si è concentrata su Aram che segna l’undicesima generazione lucana partendo dal 989 a.C., perché dal 1012 a.C., ultimo altare conosciuto che coincide con l’anno in cui Davide sconfigge Golia spodestando Saul nel cuore della gente, si raggiunge, sommando 497 anni il 1510/1509 a.C. che segna anche l’ultimo anno della generazione di Aram, se essa è ferma al 1569 a.C. come dimostra la tabella (da tenere presente nel conteggio che la generazione di Aram era già passata quindi si devono togliere 58 anni o contare 10 generazioni).

[table id=17 /]

Sapendo, sempre dalla tabella (per la sua genesi si veda qui) , che le generazioni da Davide ad  Abramo contano 58 anni è facile conoscere quando la generazione di Aram finì. Infatti è sufficiente scalare 58 anni al 1569 a.C. per ottenere il 1511 a.C. quasi coincidente con il 1510/1509 a.C. a cui ci aveva condotto la somma di 497 anni al 1012 a.C., ultimo altare conosciuto.

Teoricamente avrebbe dovuto essere il successore di Aram, Aminadab, a segnare l’altare precedente quello del 1012 a.C., tuttavia l’etimologia di Aram (luogo elevato) e l’assonanza latina con ara-ae (ara, anch’essa etimologicamente ferma a “luogo elevato”) ci consigliano Aram come colui che molto probabilmente alzò il primo altare e questo ci mette in grado di dare una risposta al quesito iniziale: quando?

La risposta crediamo riposi nel calcolo degli anni tra l’Anno Mundi (3923) e la fine della generazione di Aram cioè il 1510/1509 a.C. o AM. Essa segna un 2413 anni che è anche ghematrico, come nel caso di מזבחתם (i loro altari), tanto che indagando il valore per trovare il lemma scritturale corrispondente, abbiamo ottenuto υψωσητε che tradotto significa “avrete innalzato” e ricorre in Gv 8,28 a proposito del Figlio dell’uomo innalzato affinché tutti sapessero che la Sua predicazione era divina, perchè dal Padre procedeva.

L’etimologia stessa di ὑψόω ci parla di “altezza” come quella di Aram che richiamava un “luogo elevato”, tutti aspetti di un’identica questione, se gli altari si elevano e si eleva agli altari. Ecco allora che la ghematria, come nel caso di מזבחתם (i loro altari) che ha dato senso compiuto alla metrica dei 497 anni, che segna o eleva gli altari, ha saputo far luce dall’ultimo al primo altare, cioè dal 2020 d.C. al 1510, tanto che ci chiediamo se il verbo ὑψόω si sia ben conservato o sia stato falsificato, vista la sua importanza. Infatti se lo scrivessimo quasi senza alterarne la pronuncia, ιψω al posto di ὑψόω avremmo, di nuovo, un perfetto 1510 ghematrico allineato a tutti valori sinora espressi.

Vorremmo concludere scrivendo che alla tabella mostrata in apertura si deve solo aggiungere il primo altare per averne la mappa completa, ma sarebbe riduttivo perché molto importante, secondo noi, è far presente il numero totale degli altari dal 1510 a.C. al 2020: sette che da sempre, nella Scrittura, specie neo-testamentaria, indica completezza e perfezione divina, se non altro alla luce del vangelo di Giovanni che contiene sette segni e della sua Apocalisse che è un apoteosi del numero sette, perché sette le chiese, sette le trombe, sette i sigilli e sette le coppe.

E’ proprio alla luce del numero sette degli altari che quel futuro remoto che emerge da  υψωσητε sta lì a dici che la storia, altrettanto remota nel futuro se ha inizio nel 1510 a.C., si compone di quegli altari e il verbo greco  υψωσητε assume una luce profetica che emerge solo dal calcolo ghematrico, tanto che a noi, alla luce di quanto sopra, appare chiaro il senso di Gv 8,28, appare chiaro cioè “Quando avrete elevato i vostri altari verrà il Figlio dell’uomo” casualmente nel 2020, per cui chi vivrà vedrà.