Tutte le donne di Luca

La condizione femminile nella Bibbia tutta si risolve, per lo più, in Genesi dove sta scritto che l’uomo soggiogherà la donna, sebbene come punizione piucché come condizione.

Poca influenza ha Maria che credo sia calata, e molto, anche nella frequenza del nome, forse perché proprio lei è assurta a icona di una condizione femminile di umile serva come recita il Magnficat.

Non è nelle nostre capacità far pace tra le parti, cioè tra la Scrittura e le donne, tuttavia possiamo offrire un compromesso, illustrando un caso alquanto singolare che trae origine dalla genealogia lucana, quella che solo il blog offre corretta e il post ne sarà un’ulteriore prova.

La genealogia lucana è questa e si snoda nei secoli seguendo metriche che abbiamo già illustrato e che sono riassunte nella tabella. Tuttavia essa non è esaurita, perché noi abbiamo contato tutte le donne che sono presenti, anche e proprio quelle che i Vangeli, censurati, omettono, in primis Maria, poi l’emorroissa e comprese, nell’Antico, le grandi madri.

Il totale che è emerso è 7 per 84 generazioni totali (nella tabella il conto si era fermato a Maria, poi abbiamo aggiunto Gesù e l’emorroissa per un totale da Davide all’emorroissa di 45 generazioni) che distribuiscono 12 generazioni per ogni donna (84:7=12).

Abbiamo, allora, 3 numeri (84-7-3) che non sono a caso perché:

il 7 è altamente simbolico e significa perfezione, nonché ricorrente nei vangeli (Giovanni e Apocalisse)

12 sono sì le tribù d’Israele, ma anche il numero del collegio apostolico

mentre 84 sono gli anni di Anna (Lc 2,36), l’ultima profetessa e la prima a riconoscere il Messia, cioè Gesù. Questa nota sugli anni di Anna, tra l’altro, è esclusivamente lucana e questo la inserisce ancor più nella sua genealogia.

Anche a primissima vista, dunque, le donne della Bibbia non sono in un angolo genealogico, anzi, hanno un ruolo di primissimo piano se distribuiscono gli ascendenti e discendenti maschili secondo una proporzione ferma al numero 12 vetero e neo testamentario (tribù e apostoli).

Le 84 generazioni su cui si distribuiscono le donne, invece, ci parlano di Anna, cioè della profezia messianica che fu vissuta nell’Antico Testamento come condizione femminile, tanto che è nel Nuovo, con l’emorroissa che diviene fertile, che tale condizione si compie perché esce dall’attesa dei profeti per concepire una città: Gerusalemme.

Mi rendo conto che l’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma noi rimandiamo alle categorie di Anna e a quella dell’emorroissa per ulteriori ragguagli, adesso invece ci preme far notare che il significato dei numeri simbolo non si esaurisce qui, perché a noi è venuta voglia di conoscere quale mese del calendario sacro sia il settimo se le donne sono 7 e riassumono in loro l’intera attesa messianica.

Quel mese è Tishri, ma chiamato i 1Re 8,2 Ethanim, quando cioè la promessa fatta a Davide di una “casa per il signore” si compie. Infatti l’intero capitolo 8 di 1Re è dedicato al trasporto e all’ingresso dell’arca dell’alleanza nel tempio.

Questo significa che “il signore ha attuata la parola che aveva pronunziata” (1Re 8,20) cioè che l’attesa è finita e l’arca, come il Messia, hanno fatto ingresso nel Santissimo.

Non a caso, quindi, quell’attesa termina con Anna che fu la prima a riconoscere il Bambino, perché in Anna percola tutta quanta l’attesa messianica vissuta come condizione femminile che trae origine da Adamo per poi svilupparsi nel grembo della storia di Israele fino all’emorroissa che pone i presupposti del parto, cioè crea le condizioni per cui Gerusalemme possa riconoscerlo legalmente.

Un ultima nota importantissima sul numero 7 delle “donne di Luca”: Anna non a caso aveva “vissuto 7 anni dalla sua verginità” con il marito (Lc 2,36) perché quello stesso versetto c’istruisce sul numero delle generazioni lucane (84) dando il filo (7 anni per 7 donne nella genealogia) di una genealogia e di una operazione matematica che attribuisce non 12 donne a ciascun uomo, ma 12 uomini a ciascuna donna, forse per dirci quanto erano Grandi.

 che

Quattro aprilante

Ciao Antonio, Ciao Renata,

scriverò una cosa sciocca, ma che i paesani come voi sono certo apprezzeranno, mentre le luminarie del secolo liquideranno con una risata. Chissene..

Innanzi tutto, grazie per il pollo che mi offriste a casa vostra, io non feci altrettanto né quando abitavo a Levane, né quando, all’improvviso veniste a trovarmi qui, in Umbria.

E’ sempre con piacere che ricordo le nostre chiacchierate del sabato geovista, perché tutto era agli inizi e la mia ostinazione era davvero pervicace nel cercare di farvi capire quello che, almeno a me, è divenuto così chiaro da essere certezza: il 505 a.C. anno dell’esilio babilonese..

Come ridesti quando me ne scappai con la battuta su Pietro, del quale dissi: ” E’ santo perché non impedì la guarigione della suocera da parte di Gesù”. Ridevi sotto sotto, ma fitto fitto, perché tua moglie, quasi certamente suocera, sicuramente divenuta, non la prese bene, ma io e te ce la ridemmo davvero di gusto.

A volte conservo il buon umore, come in questa lettera con la quale voglio riferirti quello che tu già sai, cioè il detto contadino valdarnese “quattro aprilante, quaranta durante” che significa che se piove, come quest’anno qui, il 4 aprile il maltempo dura quaranta giorni e le condizioni meteo di questo mese di aprile l’hanno dimostrato.

Ho letto la pagina della Watch Tower dedicata al diluvio e secondo me contiene un gravissimo errore non rispetto al quattro aprilante in sé, ma bensì all’uso del calendario ebraico da parte di coloro che hanno scritto la pagina relativa al diluvio.

Infatti, se si assume come secondo mese dell’anno per l’inizio del diluvio, precisamente al 17, non si può considerare il calendario attuale (
Cheshvan), ma quello sacro che segna il secondo mese dell’anno in Iyar, cioè in aprile-maggio.

Paradossalmente, quindi, la cultura contadina delle nostre parti, cioè il Valdarno, ha saputo rimanere fedele alla nota biblica fino a rispettare il calendario sacro alla lettera, se “quaranta aprilante, quaranta durante” perché, appunto è nei mesi di aprile-maggio che si colloca Iyar, secondo mese del calendario sacro, non quello secolare.

A mio modesto parere è un grave errore che fa torto al genius loci e alla Bibbia che fu seminata bene, come parola se ancora te lo senti dire “quaranta aprilante, quaranta durante”, ma tutti pensano, nel nostro secolo scientifico e acculturato all’alluvione di Firenze, quando il diluvio noachico coinvolse anche Arezzo, però.

Ciao saluta tua moglie e dille che, come birchio (non sposato, come ripeto a mia mamma ricorrendo ad un anglicismo), non ho suocere da guarire o far guarire obtorto collo.

Ciao

Giovanni

Una storia lucana

Il blog ha riportato n luce un aspetto della vita di Gesù andato perduto, se non oscurato, cioè quando divenne ἀρχόμενος che tutti ritengono il punto fermo da cui far partire il suo ministero, ma così facendo stravolgono non solo il senso biografico, ma anche quello letterario di un’opera capace di rivelarsi, a un occhio attento, tale a tutti gli effetti.

Qui entra in gioco, quindi, il dottor Luca, titolo che non compare nelle Lettere paoline solo per rivelare una professione, ma anche per guidare certi lettori a una verità che con Luca nacque secondo i canoni scientifici, essendo, Luca, intellettuale, prim’ancora che medico.

Questo già lo avevamo più volte sottolineato, perché non a caso il suo racconto, più che Vangelo alla luce di quanto stiamo per scrivere, appare resoconto ordinato di accurate ricerche e divenne, sin da subito, appetibile alla sofisticata Roma imperiale, la cui attenzione non poteva essere catturata dalle voci, se non quelle di un deserto dove prima aveva predicato Giovanni, per un rivelazione progressiva che mostrava le sue radici, non nella leggenda, ma nella storia, in questo caso un Antico Testamento che aveva parlato già di Lui, cioè di quel deus absconditus che Roma, come Gerusalemme, aspettava.

In Luca e nella sua opera tutto questo si riflette, come si riflette un gusto, più che un genere letterario, che doveva catturare Roma, tanto che lo possiamo scrivere, Hierusalem capta, ferum victorem cepit e questo con la relazione che Tiberio ricevette da Pilato nel 35 d.C., all’indomani di un crocefissione e di una resurrezione.

Sorge allora spontaneo chiedere alla critica lucana se queste nostre parole possano essere avvalorate dal racconto dei fatti, più che un Vangelo. Se cioè in Luca si cela una trama narrativa che segue un modello letterario, se cioè il Vangelo lucano è in realtà un’opera di genere.

L’analisi della sua tecnica diviene importante, ma solo alla luce di una precedente comprensione del testo che sappia guidarne la valutazione, altrimenti quelle pagine lucane rimarranno Vangelo, cioè messaggio senza che dietro vi sia un lavoro intellettuale che non vuole solo parlarci di Gesù, ma ne vuole scrivere, perché può.

A nostro parere, c’è un punto che tutti hanno ignorato perché il Magistero liquida frettolosamente e forse dolosamente l’ ἀρχόμενος (Lc 3,23) lucano da cui si fa partire un ministero ben al di là nel tempo, affinché Luca non scriva ma soltanto parli di Gesù e segua una cronologia dei fatti meramente progressiva.

Invece quell’ἀρχόμενος è la prima attestazione certa dell’analessi in letteratura, perché la Mahābhārata fu frutto di una compilazione di secoli prima di arrivare a una stesura definitiva che non dà certezze sul testo originario. Luca, invece, noi lo sappiamo, scrive il suo Vangelo nel 35 d.C. se la relazione che giunse nelle mani di Tiberio è la sua.

Dunque la prima attestazione certa del ricorso in letteratura dell’analessi, è lucana perché il capitolo 3 del suo Vangelo mostra come, dopo il battesimo del 32 d.C., Luca ci parli di Gesù ἀρχόμενος all’età di “circa 30 anni” (Lc 3,23), ma questo è bel lungi dal volerci dire che iniziò il suo ministero, perché in realtà lì Luca propone un flash back , ossia ricorre all’analessi per colmare una lacuna grave all’interno del materiale che aveva a disposizione.

Luca non apre il suo Vangelo come Matteo, non riporta sin da subito la sua genealogia, quindi non segue una progressione cronologica dei fatti, egli fa un salto indietro e fa nascere Gesù dopo il battesimo perché non era “come si credeva” erroneamente figlio di Giuseppe.

Questa è la lacuna che colma Luca e questo è il motivo del flash back. Quel “come si credeva” spiega tutto l’imbarazzo di Gerusalemme di fronte al figlio di un falegname (Mt 13,55) che non poteva essere figlio di Dio, date le sue supposte certe origini che però si rivelarono altre, cioè divine.

Il flash back, dunque, è un espediente letterario che Luca gestisce con maestria, affinché quel Vangelo divenga letteratura, quella che Roma, alle prese con le leggende, non avrebbe gradito fino al punto giusto. Luca propone, dunque, un’opera intellettuale ricavata da informazioni che egli assembla secondo i canoni di un opera letteraria, divulgativa qunt’altri mai, tanto che conquistò Roma.

Il capitolo 3 deve, secondo noi, essere riletto a questa luce se è quella dell’analessi, per capire come mai Per Luca fu così importante ricorrervi. Noi daremo un primo approccio al problema ed esso verte su una figura femminile anch’essa da rivalutare: Maria, perché a Lei Luca attribuisce la genealogia, cioè l’attribuisce proprio a colei – e Colui- che si riteneva impossibile.

Anche qui c’è un conto che si può fare ma, lo ripetiamo, è solo un abbozzo al problema: se ἀρχόμενος lo diviene a “circa trent’anni”, questo significa che siamo negli anni 16/15 d.C. e dunque sono 18 quelli che li separano dal 32 d.C.inizio del ministero.

A suo tempo abbiamo visto che “Maria” ha un’occorrenza neo testamentaria di 43 di cui 25 fanno riferimento alle altre Maria, mentre la Madonna ne conta 18, 18 come gli anni tra il 16 d.C. del Gesù ἀρχόμενος e il 32 .C. Questo spiegherebbe due fatti

1 l’inserimento della genealogia, mariana in virtù del “come si credeva”, proprio in quel punto interrompendo il tempo della narrazione

2 e quel “come si credeva” (Lc 3,23) dicendoci, Luca, che lì inizia (nasce alla vita pubblica) Gesù o in ogni caso una diversa fase della sua vita (la Nuova Riveduta traduce bene riferendo che “iniziò a insegnare”) se divenne personaggio pubblico.

Altri sapranno fare meglio, noi possiamo solo proporre la questione, una questione lucana ancora aperta sebbene a un genere: quello letterario che scardinò le naturali difese che l’intellighentzia romana aveva erette di fronte al gossip.

Ps: l’ἀρχόμενος lucano è il termine ad quem di un precisa cronologia, vedi tabella

Pps: al 15 d.C. abbiamo dedicati altri articoli

Lo scorrere del tempio

Premessa

Questo post, se lo volessimo affrontare nella sua completezza, sarebbe molto impegnativo perché dovrebbe fondere i post dedicati la Libro di Enoch con quelli dedicati ad Aram. Non ci è possibile e ce ne scusiamo, per cui diremo che il concetto che il post istruisce è uno solo e verte sul 3 a.C. che s’individua con la metrica dei 777 anni, la quale, se già ha fatto tappa in Atalia, nel 3 a.C. fa tappa al tempio, con Gesù tra i dottori, parlandoci di una cronologia sui generis, è vero, ma fondamentale nella comprensione di quella finora affrontata dal blog e del Libro di Enoch.

Proseguiamo con l’introduzione al Libro di Enoch seguendo quello che la cronologia rivela a proprosito del Figlio dell’uomo che in quel libro compare per la prima volta, quando però abbiamo visto che c’era già un precedente e si collocava esattamente nella generazione di Enoch, perché se sottraiamo il 777 ghematria di σαυρος (croce) al 3923 cadiamo 35 anni dopo l’inizio della generazione di Enoch, cioè nel 3146 di cui abbiamo già parlato diffusamente, mentre adesso non rimane che ricordare che quei 35 anni che separano l’inizio della generazione dal termine ad quem del calcolo (3146) prodotto dalla sottrazione di 777 dall’Anno Mundi, sono i 35 anni che segnano l’anno della crocefissione, cioè il nostro 35 d.C.

Procediamo dunque nella nostra introduzione cronologica che si rivelerà teologia cristologica, ricordando, però, che la frequenza del numero 35, multiplo di 7, simbolo della croce e della perfezione, accompagna l’intero percorso cronologico, perché dopo 777, sottratto 5 volte all’Anno Mundi (3923) si susseguono due tranche di 35 anni (vedi tabella all’interno del post) che conducono al 31/32 d.C. anno che segnò il dialogo tra Gesù e i farisei di Gv 2,19-21 e l’inizio del ministero pubblico.

Per il momento abbiamo dunque che 35 anni, una generazione matteana, ricorrono in Aram, seguendo il calcolo sopra riassunto, e ricorrono nelle ultime due tranche, cioè quelle che vanno dal 38 a.C. al 31/32 d.C.

Quel 35 è simbolo della croce, ma è anche simbolo di coloro che l’avrebbero innalzata, se seguendo tutta la tranche cronologica che va dal 3923 Anno Mundi al 31/32 d.C., c’imbattiamo in Atalia nell’815 a.C., un’Atalia che fu non solo usurpatrice, ma che si macchiò con una strage d’innocenti (i figli del defunto marito) come quella che caratterizza l’infanzia di Gesù.

Questo, abbiamo scritto, spiega il senso di quel 3146 che incontriamo sin da subito nel calcolo, cioè sottraendo 777 ghemtria di σαυρος (croce), una croce che dà l’intero senso di una cronologia del Figlio dell’uomo innalzato su quella stessa croce come scrive Gv 3,14.

Potrebbe sembrare casuale o forzato il nostro accenno ad Atalia regina del sinedrio, nel senso che i calcoli solo per una logica loro uniscono due epoche che si sono caratterizzate e macchiate allo stesso modo, cioè usurpando e uccidendo, ma allora diviene davvero curioso che, alla luce della nostra anagrafe gesuana (15 a.C.-35 d.C.), noi incontriamo anche un 3 a.C. come risulta chiaro dalla tabella

3923 – 777 = 3146

3146 – 777 = 2369

2369 – 777 = 1592

1592 – 777 = 815

815 – 777 = 38

38 – 35 = 3 a.C

35 – 3 = /3132 a.C.

Quel 3 a.C. non è un anno qualsiasi alla luce della nostra cronologia, perché segna l’episodio di Gesù tra i dottori del tempio (Lc 2,42), quando cioè dodicenne, secondo la nostra cronologia, Egli si presentò al tempio, quello stesso che lo vedrà adulto sfidarlo a ucciderlo e quello stesso a cui abbiamo data una regina, cioè Atalia, che si macchiò delle stesse sue colpe: usurpò e uccise.

Adesso non rimane che ricapitolare questa cronologia cristologica anche se dedicata al Figlio dell’uomo enochiano, segnandone i punti salienti in neretto, cosicché il colpo d’occhio aiuti a capire che non siamo di fronte al capriccio della matematica, ma all’interno di una cronologia ben definita

3923 Anno Mundi-777 anni
3181 generazione di Aram -35 anni 3146
3146-777 anni
2369-777 anni
1592-777 anni
815Regno di Atalia-777 anni
38

– una generazione matteana di 35 anni
3 a.C.Gesù tra i dottori della legge
– una generazione matteana di 35 anni
31/32 d.C.Dialogo con i farisei al tempio e inizio ministero

A tutto questo, prego che il lettore aggiunga l’intera categoria dedicata ad Aram che già abbiamo affrontata. Essa ci parla del monogenito, dell'”avrete innalzato” di Gv .8,28 e del verbo “crocifiggere” tutti aspetti che contribuiscono a chiarire l’importanza del Libro di Enoch e della sua locuzione forse principale perché apre alla comprensione di una storia che si fa teologia.

La regina del sinedrio

Il post di ieri, dedicato al Libro di Enoch, non è completo e lo sapevamo già perché noi avevamo deciso di non impegnare il lettore in maniera eccessiva, ma lasciandogli il tempo per riflettere e comprendere la logica del post.

Una logica che ritorna oggi proponendo di nuovo la metrica del 777 (anni) che è anche, però, ghematria di σαυρος (croce), cosicché sia la croce a dare un significato al calcolo o a permettere le considerazioni che eventualmente offre.

La metrica del 777 (anni) partirà di nuovo dall’Anno Mundi del 3923 che sempre più appare tale, cioè storicamente accertato e sostenibile, anche se questo non toglie che sia una datazione esclusivamente biblica che si può accettare, come rifiutare.

Resta di fatto, però, che essa sa far luce nella Bibbia e dare un senso, talvolta assolutamente nuovo, a pagine altrimenti fiacche perché troppo sfuggenti, come il Libro di Enoch qualora ne volessimo indagare la storicità e la canonicità.

Di quel libro, abbiamo scritto, c’è un calcolo che lo caratterizza secondo aspetti sinora sconosciuti, come quello che vuole, tolti 777 anni al 3923, che che si cada nel 3146, per un 31 che diviene 31 d.C. e il 46 gli anni di Gesù al momento del dialogo con i farisei, quello riportato in Gv 2,19-21.

E’ sempre questo dialogo che torna a istruire, perché noi lo metteremo in relazione alla Strage degli innocenti che sì, fu compiuta da Erode, ma chi ne fu il mandante se quel 31 d.C.; se quel 46 e Gv 2,19-21 fanno luce, in realtà, sull’ombra del tempio che potrebbe aver sobillato Erode alla strage, rimanendo, temporaneamente, nell’ombra quella che sarà completamente diradata dal dialogo tra loro e Gesù e da quel tempio che sarà distrutto per poi risorgere in tre giorni?

Questa è la cornice in cui si muove il calcolo che poi si arricchirà di particolari, mentre adesso proporremo i conti che partono dall’Anno Mundi e giungono al 31/32 d.C. scalando di 777 anni in 777 anni

Infatti:

3923 – 777 = 3146

3146 – 777 = 2369

2369 – 777 = 1592

1592 – 777 = 815

815 – 777 = 38

38 – 35 = 3

35 – 3 = 32

Come potete vedere nei primi cinque passaggi del calcolo abbiamo usata la metrica del 777, per poi procedere secondo una scala di 35 anni, cioè quella tipica della genealogia di Matteo.

La frequenza del 35 generazionale, tuttavia, non è una novità: già nel post precedente avevamo fatto notare che 35 sono gli anni che separano la prima tranche del calcolo (3923 – 777 = 3146) dall’inizio della generazione di Enoch (3181 per un 3181 – 3146 = 35)) seguendo genealogia lucana e questo, forse proprio questo, fa luce sulla locuzione tipica del Libro di Enoch, cioè “Figlio dell’uomo” se si ha chiaro, però, l’anno della crocefissione che per noi è il 35 d.C.

La presenza, quindi, di singole tranches di 35 anni nel calcolo che offriamo oggi si avvale della stessa metrica “corta” che era sorta ieri, per cui adesso non cambia, nella sostanza, il discorso, casomai si amplia e permette, tra l’altro, di notare che, a fronte di 5 passaggi a base di 777, si aggiungano due passaggi a base 35 per un totale di 7 passaggi dall’Anno Mundi al 31/32 d.C., quando, però, è proprio il numero 7 la caratteristica del nostro discorso che si basa o su 777 o su un multiplo di 7 (35), quando il 7 ha un valore simbolico tutto biblico, tanto che 777 è ghematria di σαυρος (croce).

Inoltre, sempre nell’ottica del numero 7 che caratterizza questa metrica, dobbiamo accennare che Atalia, di cui ci occuperemo a breve, regna, seguendo la nostra cronologia dei Re, 7 anni per una simmetria complessiva che davvero sorprende.

Ho dovuto dilungarmi un po’ affinché il contesto sia chiaro e poco spazio si lasci al caso. Adesso veniamo al dunque e facciamo notare che i conti sopra mostrati fanno tappa, cronologica, all’815 quando, se adottiamo i nostri Re, quella data ha un’importanza enorme, per cui non ci meraviglia che, qualora si adotti qualsiasi altra cronologia, tutto quanto rimane inaccessibile.

Infatti, l’816/815 a.C. non segna l’avvento di un regno qualsiasi, ma quello di Atalia, l’usurpatrice, e questo ben mette in relazione la prima tranche del calcolo ferma al 3146 quando, lo abbiamo scritto, quel 31 è il 31 d.C. e il 46 sono gli anni di Gesù al momento del dialogo con i farisei, che infatti obiettano che ci sono voluti 46 anni per la costruzione del tempio, come 46 sono gli anni di Gesù al momento se nato nel 15 a.C. e morto nel 35 d.C.

Quel dialogo, allora, trova un’ulteriore riflessione, perché come Atalia usurpa il regno di Giuda, così facevano i farisei, andando, magari, ben oltre usurpando il regno di Dio, cioè il tempio. In ogni caso è lì che Gesù li dichiara delegittimati, sebbene avessero già pensato all’omicidio che era, al momento, l’extrema ratio, quella che però adottarono alla luce della resurrezione di Lazzaro (Gv 11,53).

Non è casuale, quindi, che i calcoli mettano in relazione i farisei con Atalia che prefigura ciò che sarebbe successo negli anni 30 dopo Cristo, come prefigura, ed ecco la Strage degli innocenti, il bagno di sangue se ella uccise tutti i figli di Ocazia, defunto sposo.

La strage che ella compì fu quella che dopo secoli compì Erode, una strage di cui per lo più si nega la storicità, ma appare davvero strano che, alla luce dei calcoli che fanno emergere il regno di Atalia, si sia verificato qualcosa di davvero simile ai tempi di Gesù, quando se ne salvò uno, cioè Lui, come si salvo Joas, unico scampato.

Si potrebbe pensare che i sinottici si siano ispirati all’episodio di Atalia, ma rimarrebbe da spiegare come mai, calcoli alla mano, Atalia sia effettivamente in relazione con il sinedrio; o che Joas lo sia così strettamente con Gesù metaforicamente, magari anche Lui unico scampato alla furia di Erode, una furia, però, che, alla luce del 3146 (31 d.C. e 46 anni di Gesù) non crediamo sua, ma del sinedrio che gli armò la mano e ordì la strage.

Si trovarono d’accordo, insomma: l’uno, Erode, non voleva essere detronizzato dal “Re dei Giudei” (Mt 2,2); i farisei,invece, non volevano essere delegittimati dal Messia, cosicché Erode mise mano alla spada, mentre il sinedrio optò per la più sobria croce.

Dal Libro di Enoch a Gv 2,19-21. Una prospettiva cronologica

Questo post vuole dare agli studiosi del Libro di Enoch alcune informazioni per valutarlo secondo un aspetto sinora sconosciuto, sebbene quel libro abbia già di per sé catturata l’attenzione, come dimostra la complessa pagina che gli dedica wiki.

Noi crediamo che la prima attestazione de “il figlio dell’uomo” appartenga al Libro di Enoc, è vero, ma fino a spingersi però a Enoch stesso, nella misura in cui Gv 3,14 ci parla della crocefissione di Gesù, Figlio dell’uomo per antonomasia.

La croce che Lo innalzerà, noi l’abbiamo riscritta secondo una logica ghematrica che vuole 777 per σαυρος e non σταυρός, cosicché potessimo ricavare una scala di perfezione che vede la croce al centro di due altri valori: il 666 dell’imperfezione animale, dato dal 666 di Apocalisse che ci parla del marchio, non a caso, della bestia; e l’888 ghematria di Ἰησοῦς (Gesù)

Dunque quel 777 fa parte di una metrica e forse lo esso stesso metrica, come a suo tempo, per esempio, lo furono il 480, il 486 e il 490 (vedi tabella). Non rimane, quindi, che provare quella metrica del 777 all’interno della cronologia biblica, quella però che segue il blog e che parte dal 3923 dell’Anno Mundi.

Sottraiamo, allora, 777 che immaginiamo anni e otteniamo 3146 inserito nella genealogia lucana alla generazione (106 anni) di Enoc, in particolare 35 anni dopo il suo inizio (3181-3146=35).

Adesso bisogna avere un po’ di memoria e ricordare quanto il blog sostiene circa l’anagrafe e la biografia di Gesù, cosicché da scomporre quel 3146 in 31 e 46, in maniera tale che appaia evidente che, partiti dalla ghematria di
σαυρος (777) siamo giunti al 31 d.C. quando Gesù aveva esattamente 46 anni se la sua anagrafe è il 15 a.C.-35 d.C.

Appare chiaro, allora, un senso ulteriore del dialogo che Egli tenne con i farisei all’ombra del tempio, cioè quello descritto in Gv 2,19-21 quando quei 46 anni attribuiti al tempio divengono, in realtà, l’età di Gesù.

Un Gesù che invita, con la distruzione del tempio e la sua ricostruzione in tre giorni, a ucciderLo, cosa avvenuta per mezzo di quella stessa croce la cui ghematria (777) è il leitmotiv del nostro post, tanto che, adottata come metrica, l’abbiamo rintracciata nel termine ad quem, cioè il 3146, per una sintesi dell’intero discorso fatta con due cifre: il 31, che diviene il 31 d.C.: e il 46 che diviene l’età di Gesù in quell’anno, nell’anno cioè in cui si pensò di ucciderlo, mentre la pianificazione dell’omicidio avvenne dopo la resurrezione di Lazzaro.

In questo contesto, però, s’inseriscono anche i 35 anni che separano il 3146, trovato scalando di 777 anni dall’Anno Mundi (3923), dal 3181 inizio della generazione lucana di Enoch. Quei 35 anni, considerati all’interno di un discorso che verte sula ghematria di σαυρος (croce) e sulla presenza del Figlio dell’uomo (Libro di Enoch) “innalzato” seguendo Gv 3,14, ci parlano dell’anno della crocefissione che noi, forse con ragione, datiamo nel 35 d.C.

Insomma, ci pare che tutto concorra a spiegare la locuzione Figlio dell’uomo se la ghematria, un patriarca, una metrica e l’anno della crocefissione si muovono esattamente in un unico contesto che dà una luce nuova al Libro di Enoch, nella misura in cui il Patriarca usa quella locuzione, mentre i calcoli la spiegano avvalorandola.

Mi rendo conto che forse non è facile seguire il post, tuttavia è sufficiente comprenderne la logica per poi, magari, adottarla nello studio del Libro di Enoch e far emergere caratteristiche che crediamo sinora nascoste, come quella che lo vuole apocrifo e fuori canone, ma fino a un certo punto. Non oltre.

La città di Dio: le fondamenta lucane

Sto leggendo un testo che illustra la Storia della Chiesa cattolica e lì si scrive che che Gerusalemme cadde sotto le mani arabe nel 638. Molti lo sapevano, forse anch’io avendo studi liceali e universitari alle spalle, ma che in questo caso sono stati di breve memoria, mentre solo adesso, alla luce di questo blog, mi rendo conto che sarebbe stato molto importante ricordare, perché Gerusalemme è uno dei motivi principali che muovono, assieme alla sua storia, la cronologia del blog stesso.

Di una cosa siamo certi: i nostri Re sono gli unici corretti e la loro cronologia è ben lungi dall’essere un quiz senza soluzione di continuità. E’ alla luce, ad esempio, della costruzione della porta superiore del tempio che affermiamo ciò, laddove il calendario sabbatico e giubilare coincide perfettamente in un anno di regno del regno di Jotam, colui che avviò la sua costruzione testimoniando, quella coincidenza sabbatica e giubilare verificantesi ogni 350 anni, su un range di regni lungo 484 e 6 mesi, che il fatto celebrò un evento straordinario, l’unico che potesse giustificare la modifica strutturale al tempio da Salomone a Erode.

Inoltre testimonia a nostro favore pure la ghematria, ma nel suo senso più nobile e alto se questa si esercita nell’oracolo dell’Emmanuele, laddove il nome proprio greco di Emmanuele ha un valore di 644, come 644 a.C. è il primo anno di regno di Ezechia, il re indicato da sempre dall’esegesi ebraica che è giusta, ma non tiene conto che la ghematria lo indica, certo, ma su una base scritturale neo testamentaria, perché il greco che la esprime è tale, tanto che noi siamo giunti alla conclusione che proprio perché non è Gesù, è Gesù l’Emmanuele espresso dalla isopsefia dei Vangeli.

Sono solo due esempi, a cui si aggiunge che solo il 989 a.C. come primo anno di regno di Davide a Gerusalemme e il 505 a.C. anno dell’esilio babilonese possono esprimere una cronologia biblica che divenga asse cronologico portante di tutto quanto un edificio cronologico biblico da cui ricavare i singoli aspetti di una cronologia molto più ampia che giunge sino all’Anno Mundi.

Dei Re, dunque, siamo certi, come siamo certi che Gerusalemme, in quei Re, è la capitale politica, economica e spirituale e quindi è il luogo fisico dove la regalità si esercita al suo massimo grado che però non era assoluto, tanto che noi, a suo tempo, abbiamo diviso i regni di Giuda in assoluti e sincroni, nel senso che esiste una cronologia dei regni di Giuda che il deuteronomista fa coincidere, al momento dell’accesso al trono, con quella del suo corrispettivo di Samaria.

Questo periodo va dalla divisione del regno (909 a.C.) sino al primo anno di regno di Manasse (615 a.C.), ma forse prima, fino cioè alla caduta di Samaria nel 638 a.C. (sesto anno di Ezechia), quando il competitor istituzionale, politico e religioso scomparve e Gerusalemme divenne la capitale dell’intero ebraismo.

In quegli anni, da Ezechia in poi, Gerusalemme, come durante il regno unitario, rappresentò l’Antico Testamento tutto, perché essa divenne a pieno titolo la capitale dei Salmi, cioè di una preghiera che divenne libera dalle espressioni ereticali samaritane, nel senso che solo Gerusalemme gli Ebrei potevano invocare, caduta Samaria.

Questa dualità di potere e poteri tuttavia non si esaurì con la caduta d Samaria. Infatti con l’avvento del cristianesimo, la Gerusalemme vetero testamentaria fu oscurata da quella celeste e promessa (Eb 12,22), nel senso che se l’AT aveva la sua capitale nella prima, il NT aveva eletta un’altra Gerusalemme, creando di nuovo un dualismo che fu vissuto negli stessi termini del primo, di quello, cioè, tra Samaria e Gerusalemme.

Lo strano, ma non nel senso teologico della storia, quello che Agostino per primo ha colto, è che la Gerusalemme storica cadde per mano araba proprio nel 638, stabilendo un evidente parallelismo tra la sua sorte, scritta, e quella, altrettanto scritta, di Samaria, se entrambe caddero nel 638: l’una dopo, l’altra avanti Cristo, per una storia che appare essa stessa teologia, cioè essenza della teologia stessa.

Agostino fu i primo a cogliere, con la sua Città di Dio, questa teologia tanto da dividerne le epoche in

Da Adamo a Noè

Da Noè ad Abramo

Da Abramo a Davide

Da Davide a Gesù

Da Gesù al Suo ritorno

Si attribuiscono all’Ipponate molte fonti di consultazione e ispirazione (quasi tutte vorrei dire) ma ne sfugge una se wiki ben le riassume; gli sfugge, cioè, Luca giudicato evidentemente fuori dalle fonti e ispirazioni possibili agostiniane che hanno permesso quella ripartizione storica che diverrebbe, sic stantibus, caratteristica precipua di Agostino, come infatti gli viene attribuita, ma è curioso allora come noi l’abbiamo rinvenuta nelle pieghe di una genealogia lucana forse, chessò, attribuita anch’essa ad Agostino se non cita l’evangelista.

Infatti, come potete facilmente comprendere consultando la tabella, noi avevamo non solo tracciate quelle stesse tranches cronologiche attribuite ad Agostino, ma grazie a Luca calcolate anche nel loro caratteristico valore generazionale che ha permesso, poi, il computo di ogni singola generazione a cui si associa l’antenato di Gesù per una genealogia che fa storia più che famiglia, tanto che è stato possibile datare pure il sacrificio di Isacco. Vediamola quella genealogia allora

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Di certo Luca non si ispira ad Agostino, ma è il contrario, perché l’Ipponate conosceva prima e incomparabilmente meglio di me la genealogia lucana e ne ricalca lo schema teologico e storico, non generazionale stricto sensu, tanto da descrivere, sulla sua falsa riga, la sua teologia storica ne La città di Dio.

L’esegesi, come al solito ha fantasticato sino al delirio sull’ispirazione agostiniana, ma è molto più concreta e solida, perché sviluppata su basi scritturali, quelle che mi pare di poter dire manchino all’esegesi attuale e alla critica, che in mancanza di “gusto” è ricorsa alla quantità, mettendo un po’ di tutto che non si sbaglia mai. E invece no, si sbaglia se s’ignora del tutto che l’asse cronologico dell’intera opera è Lucano, andando così in bianco, come il camice del Dottor Luca, per hobby evangelista.