L’Attesa messianica: una condizione femminile maiuscola

Parlare di “Attesa messianica” significa occuparci di un tempo preciso, di un preciso momento storico vissuto da Gerusalemme. Quindi non è un tempo d’attesa tout court, ma preciso momento storico e perciò richiede la maiuscola.

Come richiede che si abbiano chiare le fasi che, come in tutti i periodi storici, si avvicendano prima dell’Epilogo, un Epilogo che, in questo caso, aggiunge un Epifania a quella già nota, perché il Messia diviene manifesto.

Quell’Attesa divenne storia nel 63 d.C. quando Pompeo fece di Gerusalemme una provincia romana. La perdita d’indipendenza coincise con la perdita di un’identità politica, culturale e religiosa che affondava le sue radici e traeva la sua legittimazione in Mosè, un periodo aureo che si riteneva perduto e per questo, forse, l’Attesa messianica fu vissuta solo come speranza.

Essa, cioè l’Attesa, iniziò, lo abbiamo scritto, nel 63 a.C. ed ebbe una prima fase che si concluse nel 15 a.C. quando Anna la profetessa vide il Messia appena nato (Lc 2,38). Il suo, però, è lo sguardo profetico che solo sa scorgere il baluginio messianico nell’orizzonte di Gerusalemme. Nessun altro, che non fossero i protagonisti dell’Annunciazione (altro periodo che compone l’Attesa), ne seppe nulla.

Dal 15 a.C. si giunge al 15 d.C. quando quell’attesa diviene febbrile e si avverte il Messia nell’aria che Gerusalemme respira, ma che non sa da dove proviene (Gv 7,40-43) o chi in realtà sia tra i tanti papabili.

In questi anni, quelli che vanno dal 15 d.C. al 31/32 d.C., il sinedrio cerca di mettere il manico alla caffettiera bollente di Gerusalemme presa da quell’Attesa e propone un suo Messia affinché, colto di sorpresa, non sia in balia di un evento che sa rivoluzionario nella storia di Gerusalemme che si compie, perché l’Antico Testamento e Mosè hanno parlato di Lui (Gv 5,46).

Quello stesso sinedrio Lo incontra all’ombra del tempio e Giovanni 2,19-25 ne da minuziosa notizia e lascia capire che solo i membri del sinedrio capiscono che l’Attesa è finita: è Lui, Lui che legge (Legge) nei loro cuori il progetto deicida (Gv 2,25).

Questo fu segno per loro, ma non per Gerusalemme che dovette aspettare il 32 d.C., quando Giovanni Battista Lo rivela a tutti, ma più ancora lo farà la Resurrezione di Lazzaro (anch’esso momento storico preciso che richiede la maiuscola) che diraderà ogni nebbia stando, però, al Vangelo di Giovanni, perché Luca traccia un altro segmento di quell’Attesa: la Guarigione dell’emorroissa (34 d.C.) per un taglio storico precipuamente lucano che magari vuol aggiungere altro, ma che ancora ci sfugge. Sta di fatto che con l’Emorroissa Gerusalemme cede alla lusinga del Messia, dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e crede.

Tutto questo, però, compone il breve periodo di quell’Attesa, perché ce n’è uno lunghissimo e che coincide con il grido di Ezechiele che compendia quello di tutti i profeti che hanno vissuto la Lunga notte e si son chiesti quando essa finirà (Is 21,11).

Quel periodo nasce nel 1425 a.C., cioè con l’Esodo che annuncia l’Esodo pasquale di Gv 10 in cui, come Mosè ha condotto fuori dall’Egitto Israele, così Gesù, il Messia, condurrà fuori il popolo di Dio dal peccato superando ciò che lo produce: la Legge.

Quel periodo nasce nel 1425 a.C. e procede secondo un tempo profetico fatto di intervalli di 480 anni (vedi tabella), cosicché traccia epoche ben precise di quell’attesa stando alla cronologia del blog:

1425 a.C.: Esodo

945 a.C.: fondamenta del primo tempio

465 a.C.: fondamenta del secondo tempio

15 d.C.: Gesù ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico che getta anch’esso le Sue fondamenta, in particolare del nuovo ναός (Gv 2,20) che, come abbiamo scritto, pone fine sì all’attesa, ma non la rivela. Bisognerà ancora aspettare

il 31 d.C.: il dialogo al tempio in cui il sinedrio Lo riconosce

il 32 d.C.: Giovanni Lo battezza e Lazzaro lo incorona

il 34 d.C.: l’Emorroissa lo elegge

Come si può facilmente capire, se tutto ciò fosse uno spartito si passa da un tempo solenne, quello profetico, che si caratterizza per una chiave mosaica, a un tempo “presto prestissimo” e infatti le note di quell’Attesa si fanno febbrili con repentini cambi di tema dal 15 d.C. al 34 d.C.

Tutto ciò denota che Gerusalemme era in subbuglio e ognuno vedeva il Messia non con i propri occhi, ma con il proprio sentire se già gli evangelisti, con Giovanni e Luca di diverso avviso, tracciano una loro Epifania messianica: l’uno nel 31/32 d.C.; l’altro nel 34 d.C.

Resta il fatto, però, che quell’Attesa prima s’intuisce (1425 a.C.-15 d.C.); poi si compie (15 d.C.-31 d.C.), ; infine si rivela (32 d.C.-34 d.C.) e questo è chiaro in Anna, la Profetessa, che presta il suo corpo di donna per illustrare una gravidanza messianica concepita nella notte dei tempi (1425 a.C.) e che ebbe la sua alcova nel deserto.

Anna aveva 84 anni (Lc 2,36) quando vide il compiersi di quell’Attesa, cioè nel 15 a.C. al tempio (Lc 2,37). Ella fu sposata per 7 anni e questo interruppe il suo ministero togliendola dalla sua condizione profetica e consegnandola al matrimonio.

Dunque per 77 anni (si noti il simbolismo che emerge dal calcolo secco a cui si aggiunge il 7 degli anni di matrimono per un 777 di perfezione) ella esercitò un ministero ed ecco allora che si fa interessante il calcolo di quell’Attesa alla luce della cronologia su esposta e che verte sul 63 d.C. per giungere al 15 d.C. per un una traccia storica e profetica anch’essa ferma sui 77/78 anni (63 a.C.-15 d.C.) parlandoci, con una vita, quella di Anna, di una condizione profetica, quella stessa che visse Gerusalemme e a cui Anna prestò se stessa, rendendola davvero l’ultimo profeta, anzi, l’Ultima profetessa, per un ulteriore tranche d quell’Attesa che fu donna.

I colori del lutto

arcobaleno gerusalemmeQuando hai abbozzato e pubblicato un nuovo argomento ti rendi conto che, forse, ragionandoci un po’ su poteva essere più completo e gradevole alla lettura, perché potenzialmente oggetto di un unico post. Tuttavia non è sempre facile gestire post lunghi se trattano di cronologia, la quale deve essere dimostrata chiaramente affinché il lettore ti segua e dunque è buona cosa, anche, farli brevi.

I tre post (qui,  qui e qui ) precedenti hanno trattato della rottura dell’alleanza da parte di Gerusalemme e ne hanno illustrate le conseguenze oltre che la dinamica di quella risoluzione unilaterale.

Ad essi vogliamo aggiungere, se della sua fine si tratta, una nota importante circa l’effettiva durata del regno davidico che è 484 anni e 6 mesi, come indica la nostra tabella, ma solo se la dead line è storica perché se non la volessimo così tracciare dovremmo riprendere l’argomento, immutato nella sostanza, ma esaminato più approfonditamente.

Non c’è una sola dead line per Gerusalemme, ce ne sono almeno quattro ed esse, nel numero e nel cromatismo di un allarme suonato dai profeti prima, dal Battista poi e infine dallo stesso Gesù, compongono la fine, la fine di ciò che fu un arcobaleno che aveva segnato l’alleanza con Dio.

Ma lo ripetiamo, è solo un abbozzo perché una dead line ha un inizio e una fine, cioè segue un percorso che comprende tutta quanta la storia, cioè istituzionale, politica religiosa ed economica, come una pianta che non secca repentinamente, ma per gradi, coinvolgendo progressivamente le singole parti che la compongono: radici, tronco, rami e foglie e tutte queste singole parti necessiterebbero di uno studio specifico. Rimane, quindi, da capire quando, alla luce di quanto sappiamo finora, il regno di Giuda finì.

Iniziamo col dire che abbiamo visto che l’occupazione romana di Pompeo (64 a.C.) potrebbe essere l’inizio della dead line perché Gerusalemme perse la sua indipendenza politica. Questo costituisce il primo tratto di un colore di quell’arcobaleno che svanì non nel 70 d.C., ma nel 135 d.C. quando l’ultimo sussulto insurrezionalista fu stroncato, nuovamente, dalle legioni.

In questo la ghematria, ma anche il salmo 135, ci sono d’aiuto per comprendere, perché 135 è la ghematria di δόξα (gloria) e allora quella disfatta segna la Gloria, la Gloria dei del Cristo che prende ragione su un corso storico e religioso che l’establishement gerosolomitano aveva scelto a sua danno.

Poi c’è un altro colore, un’altra striscia cromatica di quell’alleanza infranta che fu l’arcobaleno della pace e della protezione divina: Anna, l’ultima profetessa, che segnò la fine della profezia nel 99 a.C. e segna, così, un evento importante del degrado, se i profeti furono la vox dei, ma si scelse la vox Caesaris e la si scelse condannando la prima alla croce.

Inoltre un altro colore è la cifra secca, cioè conti alla mano, del regno di Giuda che emerge dalla somma di tutti i regni precedenti l’esilio e che da Davide (989 a.C.) giunge all’undicesimo anno di regno di Sedecia nel 505 a.C. quando non furono chiuse le porte del regno, ma furono, al contrario,letteralmente  abbattute da Nabucodonosor. Quel tempo si misura ed è 484 anni e 6 mesi.

Infine, ma per ora, dobbiamo descrivere l’ultimo cromatismo dell’arcobaleno che “fu”  Gerusalemme: la durata effettiva, teologicamente, di quell’alleanza che, sebbene una natura schiva, perché frutto dell’anima di Gerusalemme stessa, segna ugualmente una fine, di colore rosso oppure bianco, tanto da farne vedere anche a noi di tutti colori, perché di quei colori sembra fosse il mantello che Erode mette addosso a Gesù (Lc 23,,11) prima che sul Golgota fosse versata l’ultima goccia con quell’aceto ad bibendum avverando la Scrittura “Nella mia sete mi hanno fatto [addirittura] bere aceto! Sal 68,22)” e questo consegnò Gerusalemme al Calvario che tutt’ora vive, goccia a goccia: uno stillicidio storico che riempie le giare di Gv 2,6 di lacrime.

Poteva apparire argomento difficile, forse presuntuoso, ma non lo è stato: siamo infatti giunti al termine del post e indicheremo l’ultimo colore dell’arcobaleno perché illustreremo gli anni dal 989 a.C al 35 d.C. che sono 1024, guarda caso l’hanno di nascita di Davide, secondo noi e questo ci dice molte cose, perché se con Davide nasce la monarchia, quella monarchia nasce anche sul Golgota, ma è nuova come nuova è l’alleanza e nuovo è il Testamento .

Con Davide morì l’esperienza esodale di Gerusalemme (degli Ebrei intendo) se di quell’esperienza aveva  ereditato le istituzioni. La monarchia spazza via Saul, ultimo giudice e primo re, per far posto a una monarchia legittima che coniuga modernamente il trono e l’altare e pone a pieno titolo Giuda alla ribalta politica a religiosa del Vicino Oriente Antico.

Fu un grosso salto di qualità quello che Davide permise, anzi, che Dio, tramite lui, permise facendo di Giuda e di Gerusalemme una grande nazione che raggiunse con lui e suo figlio Salomone l’apogeo testimoniato dal tempio, mai superato in splendore dal secondo, come scrive Flavio.

Ma fu con il Cristo che Giuda andò ben oltre, perché il guscio orientale si schiuse, proiettando Gerusalemme nella scena internazionale, cioè romana e si rivolse a tout le monde, a tutte le genti divenendo internazionale e universale, sia storicamente che religiosamente grazie al Nuovo Testamento, alla Nuova Alleanza che abbracciò tutti e che ha dato, il 10 agosto, i natali al Suo fondatore: Gesù.

Sappiamo come ciò sia stato reso possibile, fu reso possibile grazie a Luca che passò, prima a Erode e da lui a Pilato, il suo Vangelo, non a caso, non a caso! “resoconto ordinato” frutto di “accurate  ricerche” (Lc 1,3) perché questo esigeva quel contesto internazionale di altissimo profilo culturale e qui diviene ancora più importante il ruolo di un evangelista sconosciuto, in fondo: Luca, che tagliò -di nuovo perché suo è il mestiere di chirurgo evangelico– il cordone ombelicale vetero testamentario affinché l’Υἱός (Figlio, Ap 12,5) potesse avere vita autonoma in un contesto che esigeva una maturità culturale e storica a pieni voti: cioè quello romano, che conosceva tutto, ma non  la verità (Gv 18,38) e quella Verità fu posta davanti ai suoi occhi, davanti a un Pilato incredulo, che mai avrebbe immaginato di sentire vagire nientemeno che l’Impero, quindi non una turbolenta provincia, tornato fanciullo per cui capace della Verità.

 

 

Anna dei miracoli

anna

I post nascono per i più svariati motivi: un’idea, uno spunto, qualcuno possiede anche tutti i crismi dell’ispirazione, ma pochi, davvero pochi, si scrivono perché il titolo che hai in mente riassume tutto quanto hai scritto in precedenza. In questo caso sono riassunti tutti i post dedicati non a un profeta, ma a una profetessa, quindi a una donna, una donna che è l’ultima espressione della profezia: Anna.

Ella nasce ultima di un stirpe e dunque la riassume tutta, perché se il profetismo nasce messianico, messianico muore quando la Promessa si avvera e gli occhi di Anna, gli occhi di una donna, riconoscono, tra i tanti, il Bambino, riconoscono Gesù al tempio. La visione non poteva che concludersi al tempio se Gesù è il nuovo ναός (Sancta Sanctorum, Gv 2,20) ma non poteva altresì che assistervi una donna, simbolo della maternità e simbolo di un’attesa profetica vissuta come una gestazione da un intero popolo.

Non è un caso, allora, che tutta la ghematria che ruota attorno al profetismo conduca ostinatamente ad Anna, perché il profetismo nasce con Natan nel 989 a.C. e si conclude con la profetessa nel 99 a.C. L’arco di anni che esso coinvolge è di 890 anni quando 890 è la ghematria di נתתם che significa “hai dato” mentre il suo infinito è נתן che è anche il nome proprio di Natan, primo profeta.

Vorremmo conoscere i rudimenti dell’ebraico biblico per essere sicuri e non affidarsi al senso, il quale ci appare subito chiaro se quel נתתם significasse, per estensione, “hai profetizzato” traduzione che s’intuisce dai significati che il verbo נתן ha, i quali, dipendentemente dal contesto scritturale, potrebbero benissimo guidare il traduttore al significato che noi abbiamo suggerito, cioè “hai profetizzato”.

Un passato prossimo che però si proietta nel futuro rispetto a Natan, in una azione che certamente nasce nel passato, ma che è di là dal compiersi e concludersi e per questo s’inserisce, sebbene passato prossimo, in un futuro remoto. E neppure c’è da meravigliarsi di questa consecutio temporum impazzita, perché la profezia rompe lo schema del tempo e dei tempi, nascendo nel passato per compiersi nel futuro, ma agli occhi di Dio si è già compiuta ed è passato, nel nostro caso addirittura prossimo.

Questo è l’incipit della “favola profetica” e s’identifica con Natan, mentre la sua fine è in Anna che già abbiamo visto prestare la sua anagrafe affinché la sua età conduca a Betleem (15 a.C.+84=99 a.C., ma anche ghematria di Βηθλεεμ), conduca cioè a Gesù, a quel Gesù e Messia che è stata l’anima di un profetismo che si conclude con la Sua visione.

Ma Anna non presta solo la sua anagrafe alla “causa”, ma anche la sua ghematria ebraica perché חַנָּ֔ה (Anna) ha un valore di 63 come 63 è la ghematria di נביא (profeta). L’identità non ci dice solamente ciò che già sapevamo da Luca, cioè che Anna era una profetessa (Lc 2,36), ma aggiunge una nota a quello che sinora avevamo capito la quale chiude il cerchio profetico iniziato nel 989 a.C. e conclusosi nel 99 a.C.

Infatti ci dice che, alla luce di נתתם (hai dato/profetizzato), che Anna è l’ultimo profeta di un ciclo iniziato con Natan, perché la sua ghematria, la ghematria ebraica di “Anna”, segna il limen (confine) del profetismo che fu, appunto, Anna, la profetessa, che fa a sua volta coincidere la ghematria del suo nome proprio (חַנָּ֔ה, Anna) con quella di un ruolo (נביא, profeta) che aveva esaurita la sua funzione con l’avvento del Messia.

Ecco come talvolta nascono i post: da un titolo di un bellissimo film Anna dei miracoli che ti spinge a cercare materiale per un post che magari neppure avevi in mente, ma il titolo era troppo bello per rinunciarci.