Allah accà

La storia non è solo ciò che è successo, ma anche ciò che sarebbe potuto accadere se. Cosa sarebbe accaduto se Napoleone avesse vinto a Waterloo? O cosa se Giovanni Sobieski avesse perso a Vienna? O cosa se Stalingrado non avesse retto all’assedio?

Tutte domande affascinanti, un po’ come se fossimo di fronte a una scacchiera in cui non una mossa è stata fatta, ma un’altra aprendo una variante sconosciuta.

Si può fare -e lo fanno in ambito accademico- della fantastoria, ma sui fatti, non sulle origini, quando mi pare possibile anche questo caso, cioè indagare a una luce diversa la nascita di un movimento, di un fenomeno o di una religione, come l’Islam di cui si sa che a Maometto cadde il Corano sulle mani e da lì è nata una religione che ha fatto la storia, perché antagonista del cristianesimo con cui da secoli è ai ferri corti.

Si sa questo in soldoni, ma cosa sarebbe se? Cosa sarebbe se noi adottassimo una chiave di lettura che rompe gli scemi per gettarsi a capofitto nella fantasia?

Se noi leggessimo nel greco l’origine di Allah, ad esempio, cosa ne verrebbe fuori? Una ghematria come dialettica storica è mai stata adottata? No, e sono il primo a scrivere ΑΛΛΑΗ per un valore di 71 come i membri del sinedrio, però, e questo potrebbe inserire l’Islam in un contesto che la storia conosce, perché non sarebbe la prima volta che si finanzia una potenza, uno stato, un movimento in chiave antagonista, in questo caso di antagonista cristiano perché, pur non avendo la forza, si hanno l’astuzia e il denaro necessari.

Non credete che cambierebbe tutto? L’Islam non sarebbe più una religione, ma solo un espediente a cui si è ricorsi nell’impossibilità materiale di farlo in prima persona che forse non neanche conveniva, aggiungendo un caso illustre alla già lunga lista dei pupari della storia.

In questo senso, allora, l’attuale immigrazione non è “aprite il cuore, aprite le porte, costruite i ponti”, ma una conquista nel tempo e dello spazio, una Lepanto dentro Venezia, una buona pace degli stessi islamici che si credono alla conquista, ma prima sono stati comprati da coloro che dovrebbero scovare dietro le pietre e lapidare, come recita una sura.

Insomma, piucché storia, follia, ma l’abbiamo scritto “cosa sarebbe se…” e lo confermiamo ancora sebbene proiettato nel futuro: cosa sarà se il sinedrio prende ragione sull’Europa?

E’ una domanda che si debbono porre le donne alla luce della foto sopra che non è fantasia, né divertissement accademico, ma realtà che quest’ultima cambia in un battibaleno e dalle minigonne si passa al burka.

E’ una responsabilità che le donne di oggi si prendono con quelle del futuro, perché la condizione femminile può essere miope, ma non è bene che sia cieca, cioè si eserciti in tatticismi di successo che fanno vincere le battaglie con la bilancia, ma se sfugge la strategia il disastro è assicurato ed è perfettamente inutile ragionare sul discriminate colore rosa perché la tinta che indossa il futuro è fosca, anzi nera.

Al top!

E’ bene, ogni tanto, spezzare il ritmo cronologico e ghematrico con un raccontino, come quello appena pubblicato, o con una battuta, come questa che sto pubblicando.

Essa indaga su una parola molto in voga nelle nostre vite e nel nostro quotidiano, perché se anche andiamo al supermercato a comperare salsicce immancabilmente ci offrono un “Top”, cioè qualcosa di speciale, ossia il non plus ultra latino che una salsiccia come quella non l’hai mai mangiata.

Vivere al Top, poi, è sinonimo di assoluto benessere, di fama e potere tanto che tutti ambiscono al Top, al meglio che più non ce n’è. Per questo, anche noi, vogliamo giocare al Top, perbacco, almeno una volta nella vita lo meritiamo, quel Top, e lo scriviamo in greco non per goderne, ma sorriderne che non ce lo possiamo permettere, davvero no.

Ecco allora, Mesdames et messieurs, il Τωπ greco, cioè quanto di meglio lo spirito consiglia per il buon umore e non si offendano i potenti, cioè il Τωπ che sono molti, dalla finanza alla politica; dalla cattedre ai campi di calcio passando per la medicina e le corone.

Il Τωπ ha un valore ghematrico: è greco, ed esso è 889 quando però
Ἰησοῦς (Gesù) vale 888 e quel Τωπ ci dice, allora, che sono così in alto che vanno oltre il cielo, oltre Gesù sebbene di un passo che è educato, il Τωπ, e non lo dà a vedere che è meglio di tutti, meglio anche di Gesù.

Lo vive con modestia, sia mai che la bonacreanza venga meno, perché solo i grandi, quelli veri, sanno essere umili: Τωπ oblige.

L’Attesa messianica: una condizione femminile maiuscola

Parlare di “Attesa messianica” significa occuparci di un tempo preciso, di un preciso momento storico vissuto da Gerusalemme. Quindi non è un tempo d’attesa tout court, ma preciso momento storico e perciò richiede la maiuscola.

Come richiede che si abbiano chiare le fasi che, come in tutti i periodi storici, si avvicendano prima dell’Epilogo, un Epilogo che, in questo caso, aggiunge un Epifania a quella già nota, perché il Messia diviene manifesto.

Quell’Attesa divenne storia nel 63 d.C. quando Pompeo fece di Gerusalemme una provincia romana. La perdita d’indipendenza coincise con la perdita di un’identità politica, culturale e religiosa che affondava le sue radici e traeva la sua legittimazione in Mosè, un periodo aureo che si riteneva perduto e per questo, forse, l’Attesa messianica fu vissuta solo come speranza.

Essa, cioè l’Attesa, iniziò, lo abbiamo scritto, nel 63 a.C. ed ebbe una prima fase che si concluse nel 15 a.C. quando Anna la profetessa vide il Messia appena nato (Lc 2,38). Il suo, però, è lo sguardo profetico che solo sa scorgere il baluginio messianico nell’orizzonte di Gerusalemme. Nessun altro, che non fossero i protagonisti dell’Annunciazione (altro periodo che compone l’Attesa), ne seppe nulla.

Dal 15 a.C. si giunge al 15 d.C. quando quell’attesa diviene febbrile e si avverte il Messia nell’aria che Gerusalemme respira, ma che non sa da dove proviene (Gv 7,40-43) o chi in realtà sia tra i tanti papabili.

In questi anni, quelli che vanno dal 15 d.C. al 31/32 d.C., il sinedrio cerca di mettere il manico alla caffettiera bollente di Gerusalemme presa da quell’Attesa e propone un suo Messia affinché, colto di sorpresa, non sia in balia di un evento che sa rivoluzionario nella storia di Gerusalemme che si compie, perché l’Antico Testamento e Mosè hanno parlato di Lui (Gv 5,46).

Quello stesso sinedrio Lo incontra all’ombra del tempio e Giovanni 2,19-25 ne da minuziosa notizia e lascia capire che solo i membri del sinedrio capiscono che l’Attesa è finita: è Lui, Lui che legge (Legge) nei loro cuori il progetto deicida (Gv 2,25).

Questo fu segno per loro, ma non per Gerusalemme che dovette aspettare il 32 d.C., quando Giovanni Battista Lo rivela a tutti, ma più ancora lo farà la Resurrezione di Lazzaro (anch’esso momento storico preciso che richiede la maiuscola) che diraderà ogni nebbia stando, però, al Vangelo di Giovanni, perché Luca traccia un altro segmento di quell’Attesa: la Guarigione dell’emorroissa (34 d.C.) per un taglio storico precipuamente lucano che magari vuol aggiungere altro, ma che ancora ci sfugge. Sta di fatto che con l’Emorroissa Gerusalemme cede alla lusinga del Messia, dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e crede.

Tutto questo, però, compone il breve periodo di quell’Attesa, perché ce n’è uno lunghissimo e che coincide con il grido di Ezechiele che compendia quello di tutti i profeti che hanno vissuto la Lunga notte e si son chiesti quando essa finirà (Is 21,11).

Quel periodo nasce nel 1425 a.C., cioè con l’Esodo che annuncia l’Esodo pasquale di Gv 10 in cui, come Mosè ha condotto fuori dall’Egitto Israele, così Gesù, il Messia, condurrà fuori il popolo di Dio dal peccato superando ciò che lo produce: la Legge.

Quel periodo nasce nel 1425 a.C. e procede secondo un tempo profetico fatto di intervalli di 480 anni (vedi tabella), cosicché traccia epoche ben precise di quell’attesa stando alla cronologia del blog:

1425 a.C.: Esodo

945 a.C.: fondamenta del primo tempio

465 a.C.: fondamenta del secondo tempio

15 d.C.: Gesù ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico che getta anch’esso le Sue fondamenta, in particolare del nuovo ναός (Gv 2,20) che, come abbiamo scritto, pone fine sì all’attesa, ma non la rivela. Bisognerà ancora aspettare

il 31 d.C.: il dialogo al tempio in cui il sinedrio Lo riconosce

il 32 d.C.: Giovanni Lo battezza e Lazzaro lo incorona

il 34 d.C.: l’Emorroissa lo elegge

Come si può facilmente capire, se tutto ciò fosse uno spartito si passa da un tempo solenne, quello profetico, che si caratterizza per una chiave mosaica, a un tempo “presto prestissimo” e infatti le note di quell’Attesa si fanno febbrili con repentini cambi di tema dal 15 d.C. al 34 d.C.

Tutto ciò denota che Gerusalemme era in subbuglio e ognuno vedeva il Messia non con i propri occhi, ma con il proprio sentire se già gli evangelisti, con Giovanni e Luca di diverso avviso, tracciano una loro Epifania messianica: l’uno nel 31/32 d.C.; l’altro nel 34 d.C.

Resta il fatto, però, che quell’Attesa prima s’intuisce (1425 a.C.-15 d.C.); poi si compie (15 d.C.-31 d.C.), ; infine si rivela (32 d.C.-34 d.C.) e questo è chiaro in Anna, la Profetessa, che presta il suo corpo di donna per illustrare una gravidanza messianica concepita nella notte dei tempi (1425 a.C.) e che ebbe la sua alcova nel deserto.

Anna aveva 84 anni (Lc 2,36) quando vide il compiersi di quell’Attesa, cioè nel 15 a.C. al tempio (Lc 2,37). Ella fu sposata per 7 anni e questo interruppe il suo ministero togliendola dalla sua condizione profetica e consegnandola al matrimonio.

Dunque per 77 anni (si noti il simbolismo che emerge dal calcolo secco a cui si aggiunge il 7 degli anni di matrimono per un 777 di perfezione) ella esercitò un ministero ed ecco allora che si fa interessante il calcolo di quell’Attesa alla luce della cronologia su esposta e che verte sul 63 d.C. per giungere al 15 d.C. per un una traccia storica e profetica anch’essa ferma sui 77/78 anni (63 a.C.-15 d.C.) parlandoci, con una vita, quella di Anna, di una condizione profetica, quella stessa che visse Gerusalemme e a cui Anna prestò se stessa, rendendola davvero l’ultimo profeta, anzi, l’Ultima profetessa, per un ulteriore tranche d quell’Attesa che fu donna.

I colori del lutto

arcobaleno gerusalemmeQuando hai abbozzato e pubblicato un nuovo argomento ti rendi conto che, forse, ragionandoci un po’ su poteva essere più completo e gradevole alla lettura, perché potenzialmente oggetto di un unico post. Tuttavia non è sempre facile gestire post lunghi se trattano di cronologia, la quale deve essere dimostrata chiaramente affinché il lettore ti segua e dunque è buona cosa, anche, farli brevi.

I tre post (qui,  qui e qui ) precedenti hanno trattato della rottura dell’alleanza da parte di Gerusalemme e ne hanno illustrate le conseguenze oltre che la dinamica di quella risoluzione unilaterale.

Ad essi vogliamo aggiungere, se della sua fine si tratta, una nota importante circa l’effettiva durata del regno davidico che è 484 anni e 6 mesi, come indica la nostra tabella, ma solo se la dead line è storica perché se non la volessimo così tracciare dovremmo riprendere l’argomento, immutato nella sostanza, ma esaminato più approfonditamente.

Non c’è una sola dead line per Gerusalemme, ce ne sono almeno quattro ed esse, nel numero e nel cromatismo di un allarme suonato dai profeti prima, dal Battista poi e infine dallo stesso Gesù, compongono la fine, la fine di ciò che fu un arcobaleno che aveva segnato l’alleanza con Dio.

Ma lo ripetiamo, è solo un abbozzo perché una dead line ha un inizio e una fine, cioè segue un percorso che comprende tutta quanta la storia, cioè istituzionale, politica religiosa ed economica, come una pianta che non secca repentinamente, ma per gradi, coinvolgendo progressivamente le singole parti che la compongono: radici, tronco, rami e foglie e tutte queste singole parti necessiterebbero di uno studio specifico. Rimane, quindi, da capire quando, alla luce di quanto sappiamo finora, il regno di Giuda finì.

Iniziamo col dire che abbiamo visto che l’occupazione romana di Pompeo (64 a.C.) potrebbe essere l’inizio della dead line perché Gerusalemme perse la sua indipendenza politica. Questo costituisce il primo tratto di un colore di quell’arcobaleno che svanì non nel 70 d.C., ma nel 135 d.C. quando l’ultimo sussulto insurrezionalista fu stroncato, nuovamente, dalle legioni.

In questo la ghematria, ma anche il salmo 135, ci sono d’aiuto per comprendere, perché 135 è la ghematria di δόξα (gloria) e allora quella disfatta segna la Gloria, la Gloria dei del Cristo che prende ragione su un corso storico e religioso che l’establishement gerosolomitano aveva scelto a sua danno.

Poi c’è un altro colore, un’altra striscia cromatica di quell’alleanza infranta che fu l’arcobaleno della pace e della protezione divina: Anna, l’ultima profetessa, che segnò la fine della profezia nel 99 a.C. e segna, così, un evento importante del degrado, se i profeti furono la vox dei, ma si scelse la vox Caesaris e la si scelse condannando la prima alla croce.

Inoltre un altro colore è la cifra secca, cioè conti alla mano, del regno di Giuda che emerge dalla somma di tutti i regni precedenti l’esilio e che da Davide (989 a.C.) giunge all’undicesimo anno di regno di Sedecia nel 505 a.C. quando non furono chiuse le porte del regno, ma furono, al contrario,letteralmente  abbattute da Nabucodonosor. Quel tempo si misura ed è 484 anni e 6 mesi.

Infine, ma per ora, dobbiamo descrivere l’ultimo cromatismo dell’arcobaleno che “fu”  Gerusalemme: la durata effettiva, teologicamente, di quell’alleanza che, sebbene una natura schiva, perché frutto dell’anima di Gerusalemme stessa, segna ugualmente una fine, di colore rosso oppure bianco, tanto da farne vedere anche a noi di tutti colori, perché di quei colori sembra fosse il mantello che Erode mette addosso a Gesù (Lc 23,,11) prima che sul Golgota fosse versata l’ultima goccia con quell’aceto ad bibendum avverando la Scrittura “Nella mia sete mi hanno fatto [addirittura] bere aceto! Sal 68,22)” e questo consegnò Gerusalemme al Calvario che tutt’ora vive, goccia a goccia: uno stillicidio storico che riempie le giare di Gv 2,6 di lacrime.

Poteva apparire argomento difficile, forse presuntuoso, ma non lo è stato: siamo infatti giunti al termine del post e indicheremo l’ultimo colore dell’arcobaleno perché illustreremo gli anni dal 989 a.C al 35 d.C. che sono 1024, guarda caso l’hanno di nascita di Davide, secondo noi e questo ci dice molte cose, perché se con Davide nasce la monarchia, quella monarchia nasce anche sul Golgota, ma è nuova come nuova è l’alleanza e nuovo è il Testamento .

Con Davide morì l’esperienza esodale di Gerusalemme (degli Ebrei intendo) se di quell’esperienza aveva  ereditato le istituzioni. La monarchia spazza via Saul, ultimo giudice e primo re, per far posto a una monarchia legittima che coniuga modernamente il trono e l’altare e pone a pieno titolo Giuda alla ribalta politica a religiosa del Vicino Oriente Antico.

Fu un grosso salto di qualità quello che Davide permise, anzi, che Dio, tramite lui, permise facendo di Giuda e di Gerusalemme una grande nazione che raggiunse con lui e suo figlio Salomone l’apogeo testimoniato dal tempio, mai superato in splendore dal secondo, come scrive Flavio.

Ma fu con il Cristo che Giuda andò ben oltre, perché il guscio orientale si schiuse, proiettando Gerusalemme nella scena internazionale, cioè romana e si rivolse a tout le monde, a tutte le genti divenendo internazionale e universale, sia storicamente che religiosamente grazie al Nuovo Testamento, alla Nuova Alleanza che abbracciò tutti e che ha dato, il 10 agosto, i natali al Suo fondatore: Gesù.

Sappiamo come ciò sia stato reso possibile, fu reso possibile grazie a Luca che passò, prima a Erode e da lui a Pilato, il suo Vangelo, non a caso, non a caso! “resoconto ordinato” frutto di “accurate  ricerche” (Lc 1,3) perché questo esigeva quel contesto internazionale di altissimo profilo culturale e qui diviene ancora più importante il ruolo di un evangelista sconosciuto, in fondo: Luca, che tagliò -di nuovo perché suo è il mestiere di chirurgo evangelico– il cordone ombelicale vetero testamentario affinché l’Υἱός (Figlio, Ap 12,5) potesse avere vita autonoma in un contesto che esigeva una maturità culturale e storica a pieni voti: cioè quello romano, che conosceva tutto, ma non  la verità (Gv 18,38) e quella Verità fu posta davanti ai suoi occhi, davanti a un Pilato incredulo, che mai avrebbe immaginato di sentire vagire nientemeno che l’Impero, quindi non una turbolenta provincia, tornato fanciullo per cui capace della Verità.

 

 

I mille pezzi di un evangelista chirurgo

lucaCon questo post completo una prima biografia di Luca, una biografia che ignora la carta d’identità, ma non i segni particolari, dell’uomo e del medico, lo abbiamo visto. Per cui non rimane che affrontare la sua fine, non prima di aver detto che il suo ruolo storico non si esaurisce a Roma, ma va ben oltre, giunge sino a Gerusalemme, che non è Roma, non è l’impero a cui tra l’altro era soggetta, ma è e rimarrà la città di Davide, consegnandogli un primato universale che forse supera quello romano, perché Gerusalemme è la Bibbia, cioè la storia che da particolare diviene universale, una metafora urbana, religiosa e storica, quindi.

Luca ha diviso Roma, dicevamo, e con essa ha diviso l’impero, il mondo e la sua storia, ma prima ancora, Luca, ha diviso Gerusalemme in quattro parti in fondo, se in essa albergava un potere politico (Erode) e religioso (sinedrio); come vi albergava, cioè regnava, la Legge che poi, però, dovette fare i conti con il Vangelo, che sintetizza quella stessa Legge che era Torah, per cui essa stessa si divide e la Bibbia diviene Antico e Nuovo Testamento.

Se a questo si aggiunge ciò che già sappiamo, cioè che con Luca ci fu un prima e un dopo Cristo; ci fu la luce e la tenebra e ci fu la menzogna, ma anche la verità, Luca diviene un evangelista autoptico, perché divide, taglia e seziona e per questo è medico, chirurgo, magari.

Ma cosa accadde a Gerusalemme a causa di Luca, cosa accadde che ci faccia comprendere una fine che noi abbiamo desunta per due motivi strettamente personali che possiamo riferire, però, solo in un caso, è vero, ma che risulteranno condivisibili?

Partiamo da Erode di cui non sappiamo se si converta, ma sappiamo che era un politico, era un re e come tale rappresentava quella legge che non era patrocinio del sinedrio, ma pur sempre legge.

Paradossalmente, è Erode che accoglie Gesù e non il sinedrio; è Erode che chiede il Vangelo lucano, cioè l’accurata ricerca e il resoconto ordinato, dunque è, in una parola, la politica che recepisce il messaggio e non il sinedrio, tranne forse alcune eccezioni, come Nicodemo, che va di notte e brancola.

La politica, quindi, apre le porte del “palazzo” e così Gerusalemme si spacca. Il monolite dell’ebraismo non è più lo stesso, perché si scatena quella che noi definiremmo una guerra istituzionale che “arma” i cristiani gerosolomitani ora protetti anch’essi dalla legge che non è mosaica, è vero, ma costituisce pur sempre una legittimazione.

Vero è che sappiamo della persecuzione scatenata contro di essi, Paolo ne è il campione, ma resta il fatto che l’istituzione politica ha riconosciuto in Erode la loro legittimazione e il sinedrio, seppur ben lungi dall’avere le mani legate, ha però una grossa rogna in più perché Gerusalemme non è più solo contro, ma è anche con.

Ecco la prima grande divisione, quasi una prima tranche del corpus sociale e religioso gerosolomitano operata da Luca il quale, però, è stato capace di un altra sezione: quella religiosa perché la sua conversione ci dice che egli passò dalla Legge al Vangelo, dal Decalogo alla misericordia (Mt 12,7).

Per noi sembra facile tanto la nostra epoca è sincretica, ma nella Gerusalemme di allora rigettare la Legge esponeva alla morte perché la Legge, era Israele, e nient’altro. Tutto questo risulta chiaro da quella maledetta appendice alla Scrittura che si generò: il Nuovo Testamento per cui adesso la Bibbia, la Torah conosce un prima e un dopo; un Vecchio e un Nuovo.

Ieri sera, a letto, giocavo con questo concetto, certo che fosse giusto e così ho scritto, mentalmente AT e NT  in greco (identico) per un valore, rispettivamente di 301 e 350 e qui ho compreso che il dado gettato per gioco aveva vinto, se siamo capaci d’intendere -e di credere- il senso che quelle cifre esprimono:

la prima 30 1

la seconda 35 0

Eccola la Passione, ecco il prezzo che il “Vecchio” ha pagato affinché rimanesse in vita: sono i 30 denari di Giuda, ma più ancora, forse, l’orecchio tagliato da Pietro a Malco anche se non sappiamo perché, ma resta il fatto che quell’orecchio ci dice che fu imposta con la forza una versione dei fatti a prezzo di Giuda, di sconto cioè.

Ma quel 35 0 è li a dirci che se si fosse giocato davvero non ci sarebbe stata nessuna vittoria tavolino, perché non ce n’era per nessuno, cioè per zero. L’incontro fu comprato ecco perché ancora si discute; ecco perché ancora si confonde il 33 d.C. con il 35 d.C.:  Giuda ha chiesto meno, due denari dati ai poveri magari, e si può ancora gridare vittoria, sempre a tavolino, però, altrimenti 35 zero: non ce n’è per nessuno: vengono mangiati vivi.

Ma c’è anche un Luca medico in un contesto ellenizzato che certamente conosce il giuramento di Ippocrate, ma anche se non lo fosse, noi lo crederemmo lo stesso vero, perché qui Luca l’ha combinata grossa: ha tradito la scienza e il suo giuramento fatto di fronte al serpente, se esso è simbolo della medicina (Verga di Asclepio) e questa proprio non gliel’ha perdonata l’ὄφις perché di fronte al miracolo che Luca ha scelto e ha non a caso ha operato, nulla può se la Sapienza procede da Dio, mentre la scienza è ricerca, umana però.

Come vedete, Luca ha aggiunto un’altra sezione al suo taglio ed erano già molte quelle passate col bisturi chirurgico, ma niente sono di fronte al numero di sezioni che si fecero di lui in preda a un’ira che consumò la sua vendetta facendolo a pezzi, cosa per altro non insolita se di Geremia si dice che fu segato solo a metà.

Sorrido, allora, di fronte allo scempio, non perché amante dell’horror, ma solo perché forse addirittura 7 anni fa scrissi un bel racconto, a mio parere, racconto che mi venne giù di getto sebbene lungo e con molte variazioni di tema e scena.

Quel racconto è Bovino adulto. Fettine sceltissime ed avevo ragione, tanto che posso riferire l’espressione che io conosco solo toscana: mi tirava il sangue, cosa potente, mai da sottovalutare, perché, come concludo nel racconto, “certe storie non si cancellano con un colpo. Mai con un colpo solo”. Ti fanno a pezzi.

“Il putsch di Trento”. Storia (vera) di un concilio

concilio-trento

Nell’ultimissimo post abbiamo forzato i termini della denuncia presentata da Alberto Maggi, sacerdote cattolico, il quale afferma che Sisto V Peretti, con la sua Sistina, ha “stuprato la Vulgata” (dovremmo linkare alle parole di Maggi espresse mi pare nel suo commento al Prologo giovanneo, ma soprassediamo).

Abbiamo altresì scritto che siamo d’accordo, perché il greco neo testamentario ne è uscito stravolto e non sappiamo più neppure cosa fosse in origine il greco classico che lo esprimeva: termini troppo importanti come “Gesù” e “Pasqua” (rispettivamente Ἰησοῦσ e Πησχ entrambi di valore ghematrico 888) ad esempio, sono andati perduti nell’originale greco e tanta è la loro importanza che viene spontaneo chiedersi cos’altro sia stato combinato.

Questa la lettera, quella lettera che permette il calcolo ghematrico il quale a su volta permette una lezione cronologica altissima perché ispirata da Dio da cui procede. Infatti la cronologia biblica, assieme ai libri che la esprimono e che non a caso sono definiti storici, ne è uscita distrutta, in particolare 1-2Re finito in un tritacarne di cronologie tutte false, sebbene di altissimo profilo (Albright, Thiele e Galil).

Ecco i danni reali del terremoto sistino, ben diversi da quelle varianti che vorrebbero convincerci che ha screpolato solo l’intonaco, cioè procurato solo lievi ininfluenti modifiche che però non hanno ingannato Maggi, a cui va l’assoluto merito dell’onestà quando parla di “stupro”.

Stupro su cui noi abbiamo calcato ironicamente la mano nell’ultimo post, ma non lo facciamo adesso, perché ci occuperemo di nuovo del concilio tridentino già comparso agli onori delle nostre cronache, perché abbiamo scritto che la prima e più solenne sessione si concluse nel 1547, quando 1547 è la ghematria di Αντίχριστος  e υπεραιρομαι, lemmi che davvero lasciano ben poco spazio alla fantasia.

Ma c’è di più, c’è di più nel cuore di porpora di Trento, nel cuore di un concilio nato con lo scopo di fermare la storia, d’impedirne l’elevazione dell’altare luterano (1523), perché a noi è venuto il ghiribizzo di occuparci di un altro lemma che si presta alla ghematria ed è “leviatano” che la Septuaginta riporta come “drago-serpente” o “serpente drago”, cioè τὸν δράκοντα ὄφιν (Is 27,1). 

Sommando valori dei due lemmi al nominativo δράκων e ὄφις otteniamo 1561 cioè l’anno dell’ultima fase dei lavori conciliari che si erano aperti all’insegna dell’anticristo e si conclusero sotto l’egida del leviatano, con un intermezzo dai tratti e significati tipici di υπεραιρομαι, cioè “arroganza”, “superbia”, “altezzosità”, “tracotanza e, come ho scritto ieri, chi più ne ha, più ne metta.

Voglio aggiungere anche che quel 1561 si compone certamente di δράκων e ὄφις, ma il primo sostantivo ha un valore ghematrico di 975, cioè gli anni che noi abbiamo riservato al drago, perché congiungono il primo anno di regno di Davide (989 a.C.) al 15 a.C. nascita di Gesù e questo in un contesto apocalittico esprime meglio di qualsiasi altra cosa la dinamica del capitolo 12, in cui si legge che il drago vuole divorare il bambino appena nato; e infatti da Davide si giunge a Betlemme, si giunge cioè all’erede di Davide che il drago vuole far suo (divorare).

Ecco allora che il concilio si arricchisce di nuove e più fosche tinte, perché indetto certamente con lo scopo di fermare l’avanzata luterana, ma anche una Riforma che aveva elevato il penultimo altare (sesto) della storia della salvezza, se il numero sette è il simbolo della pienezza e del compimento.

Sette è il numero dei giorni della creazione e sette è il numero che disciplina l’intera Apocalisse, cioè la Rivelazione del disegno divino che ha preso le mosse dalla creazione stessa. Lutero innalza il sesto altare della storia, una storia prossima, quindi, non alla sua fine, ma al suo compimento che avverrà dopo che il settimo altare sarà innalzato, casualmente nel 2020.

Il Drago sa che al settimo altare nascerà il Bambino, nascerà di nuovo il Cristo e ha preparato il contesto a lui più congeniale per divorarlo: un concilio che gli conferisca solennità e santità tali da ingannare la Donna vestita di sole, che infatti gli partorisce in bocca e sarà solo il putsch di pochi arditi a sventare la tragedia e far salva la creatura. Così è scritto. Così sarà fatto.

Le luci di un tramonto

tramontoCi siamo già occupati della cronologia del Libro dei giudici e abbiamo ricavato una tavola che non è sbagliata, nel  senso che non è perfettamente esatta. Infatti, nata da due estremi di cui siamo sicuri (1422 a.C.-1012 a.C.), essa conta quei 410 anni che anche wiki riporta come unico calcolo possibile con le informazioni che la Bibbia ci passa.

Tuttavia la nostra tabella giunge al 1442 a.C. segnando, quindi, 20 anni di più rispetto al 1422 a.C. indicato e abbiamo segnalato il problema in un post successivo a quello che nasceva con lo scopo di tracciare il periodo dei Giudici. Ecco perché adesso parliamo di una tabella non esatta, perché in fondo non è neppure sbagliata.

Non è sbagliata poiché abbiamo a che fare non con un inizio fluido, ma con una fine, una fine che anche nei suoi personaggi è di difficile interpretazione e questo, ovvio, si riflette sui calcoli.

Negli ultimi anni dei Giudici confluiscono elementi fortemente eterogenei perché lì si concentra il passato (Giudici); il presente (Saul) e il futuro (Davide). Essi si contendono la storia e questo genera un periodo anche cronologicamente torbido e di difficile catalogazione.

Non è allora il 1032 a.C. il termine a quo su cui iniziare la cronologia dei Giudici; non è il 1032 a.C. che vede Saul re; non è, in una parola, il 1032 a.C. che segna il confine, ma il 1012 a.C. quando cioè secondo noi Davide spodesta Saul nel cuore della gente, sebbene non divenga re (lo farà nel 995 a.C. a Ebron, per poi dare inizio alla sua dinastia nel 989 a.C. a Gerusalemme).

Dunque quei 410 anni che, stando alla Bibbia, si possono calcolare dal Libro dei giudici hanno inizio lì in un processo a ritroso, mentre il naturale “verso” storico segnerebbe il 1422 a.C. come inizio, quando abbiamo scritto che Israele riceve il Decalogo; i codici di giustizia e istituisce le corti.

Così facendo diviene esatta la cronologia del libro in questione e dal 1422 a.C. si giunge al 1012 a.C. dopo esattamente 410 anni e la Bibbia è affidabile. Ma lo sarebbe anche se noi immaginassimo Saul linea di confine di quel periodo, perché la sua ghematria ebraica parla da sola, stando a ben due programmi che indicano la ghematria semplice del nome proprio come 410.

Saul, allora, diviene il confine tra il passato dei giudici e il futuro della monarchia, un passato che egli scrive con il proprio nome (קִישׁ) che è identico, nel suo valore ghematrico, al periodo storico in cui i Giudici hanno governato anche seguendo wiki.

Non è il primo caso in cui la ghematria di un nome proprio si presta a una lettura cronologica. Anzi, proprio in relazione al periodo che stiamo trattando, c’è un illustre precedente che è Mosè la cui ghematria ebraica non fa altro che confermare l’imbarazzo di quei 20 anni che hanno aperto il post, confermando i torbidi cronologici e storici del periodo.

Infatti מְנַשֶּׁה (Mosè) avrebbe una ghematria di 395 (in questo post abbiamo ipotizzato una variante che conduca a un valore di 390 perché Giudici 18,30 è molto controverso) a fronte di una ghematria di קִישׁ (Saul) di 410 e questo ci fa dire che se ne videro delle belle al tramonto dei Giudici, tanto che i due protagonisti (Mosè la cui Legge ha caratterizzato il periodo; Saul ultima espressione della stessa) offrono due cifre esatte che evidentemente vorrebbero dettare i tempi del tramonto dei giudici che, come per qualsiasi avvenimento storico, non è avvenuto dall’oggi al domani, ma attraverso fasi conflittuali.

Personalmente riteniamo, alla luce della sua ghematria, che Saul concluda definitivamente il periodo, ma non conosciamo con esattezza il ruolo dei 390/395 anni che emergono da Mosè. Forse saranno studi successivi, più particolareggiati, a far luce su un tramonto.