Al maestro del coro

Una delle tante (inutili) diatribe che vedono coinvolta la Chiesa cattolica è quella che la lega alla Watch Tower circa la traduzione di σταυρός (croce/palo) che l’una la vede “croce”, l’altra “palo”, sbagliando entrambi, perché è croce, non palo, ma è stato falsato il sostantivo che non prevedeva il tau (che poi altro non è che un “teta” tutto francescano, come vedremo e abbiamo visto).

E’ solo così, infatti, che il valore ghematrico di σαυρός assume un 777 simbolo stesso della croce, nella misura in cui “tutto è compiuto” (Gv 19,30) cioè “tutto è perfetto”. E solo così assume un senso preciso la scala perfettiva assolutamente biblica

666

777

888

quando il primo è il 666 apocalittico e bestiale, simbolo di un’imperfezione che va oltre il regno animale per addentrarsi negli inferi.

Il secondo è il processo di purificazione attraverso una croce (σαυρός 777) strumento di salvezza

e il terzo è il cielo della pienezza di grazia riassunta dalla ghematria di
Ἰησοῦς (Gesù).

Dunque sbaglia la Watch Tower perché è “croce”, ma sbaglia molto di più la Chiesa che ha tramandato un greco vetero e neo testamentario falsato alla bisogna, se in questo caso la croce diviene “croce di follia” e riassume il tradimento con un tau che ha un valore però di 9 che non lo dà a vedere il tradimento,lo moltiplica,con 9 comandamenti che il primo è caduto e anch’essa non ha “altro Dio fuorché Cesare” (Gv 19,15) fondando così il mondo, non più sulla croce, ma sulla politica e dunque gioco, seppur di potere, in cui l’arbitro è Cesare di cui noi abbiamo rivisitata l’ortografia cogliendo nel segno se a distanza di mesi (molti) scriviamo un post di conferma (si rilegga il primo se si vuole).

Potrebbe essere un’accusa infondata, la nostra, tuttavia è proprio CEI che istruisce la causa, quando numera il salmo 21(22), neanche messianico per eccellenza, sulla scorta non solo dell’esegesi attuale, ma della patristica di spicco (Agostino) che in quel salmo neanche ha visto il Messia, ma la stessa croce, perché i versetti lì contenuti conducono a un focus non sulla Passione, ma sulla crocefissione tout court se

“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”

“Hanno forato le mie mani e i miei piedi”

“Si dividono le mie vesti”

hanno quel senso che già a prima vista appare.

E’ dunque, il salmo 21822), il salmo della croce, una croce che noi scriviamo
σαυρός per un 777 ghematrico che richiama direttamente il 21(22) non masoretico, ma cattolico, un 21 che si fa 7 7 7 anch’esso, legando il versetto alla croce, anzi, alla Sua croce, per un pendant che prova l’origine di quella croce, cioè un σαυρός cui si è aggiunta una tau/teta, perché a Cesare non piace la croce, alla watch Tower neppure, mentre noi ci siamo appesi e dobbiamo pure cantare che l’abbiamo già portata, come dice l’adagio.

Il Magnificat, l’anima di un Vangelo

Ci sono post che nascono con un taglio, poi repentinamente ne prendono un altro e che sia quello giusto lo capisci da una cosa: gli elementi (paragrafi) vanno naturalmente al loro posto.

Nel post precedente noi abbiamo inserito Maria nella genealogia lucana. Lo avevamo fatto a suo tempo quando, cioè, ricavammo la genealogia lucana datandola (vedi in calce), perché solo Lei faceva quadrare i conti, solo con Lei si giungeva a Gesù, altrimenti fermi a Giuseppe in un 46 a.C. di difficile collocazione storica e teologica.

Facemmo bene allora, e facciamo bene adesso a sottolineare il fatto: solo Maria collega Gesù a Dio, solo Maria lega la Rigenerazione alla Generazione per un percorso storico e generazionale esclusivamente al femminile se
rùakh lo è femminile di genere.

Qualcuno potrebbe dubitare, non lo faccia prima però di aver riletto il post precedente e compreso che noi lì abbiamo scritto chiaro che quello di Luca è il Vangelo di Maria e Luca è l’evangelista di Maria.

Compreso questo, sarà facile collocare il Magnificat che caratterizza solo il Vangelo lucano e non di altri. Dunque se quella genealogia è mariana, lo è anche il Vangelo e Luca, forse, è il primo di una teologia che da lui si è sviluppata ma che lo ha dimenticato. Perché?

Perché come la genealogia matteana scrive Abramo al posto di Mosè, quella di Luca ha subito di peggio: hanno escluso Maria, gettata fuori magari a calci per un odio dissennato, quello sì misogino e poi attribuito laidamente alla Scrittura che invece offriva nientemeno che il Magnificat.

E’ con Luca, allora, che si svela Gesù (ad Jesum per Mariam), certo, ma Figlio di Maria e anche (poi?) di Giuseppe. Una Maria che ci dà l’opportunità di conoscerLa a fondo se mettiamo a frutto i numeri del post precedente che fermano la Sua generazione al 23 a.C. (vedi in calce) e dunque Ella, stando a questo calcolo, aveva 8 anni al momento della nascita di Gesù (15 a.C.) per una “piena di grazia” fanciulla e per un παρθένος (fanciulla) che non a caso ferma la sua occorrenza a 15 volte nel NT, come il 15 a.C. noi diciamo essere l’anno di nascita del Messia, quasi a conferma che “quella vergine” (Maria) partorì in quell’anno che s’inserisce non solo in una grande cronologia, ma traccia anche quella di una maternità di altissimo profilo poiché squisitamente mariana.

Diversamente, Ella aveva 58 anni (23+35=58) al momento della crocefissione (35 d.C.) e di nuovo quell’armonia che ha caratterizzato la Sua maternità ci viene incontro, perché 58 non è una cifra a caso: è lucana e caratterizza la generazione immediatamente precedente quella di Davide, ferma, invece, a 23 (vedi in calce).

Ma quella tranche che da Abramo giunge a Davide non si caratterizza solo per l’identità tra l’età di Maria al momento della crocefissione e il metro generazionale (58 anni), perché è la tranche che in assoluto concentra più donne, anzi, sono tutte lì a far capannello santo: Tamar, Racab, Rut e Naas e questo ben colloca Maria in un cenacolo esclusivamente femminile di Grandi Madri.

Sì, il Vangelo di Luca, dottore, è il Vangelo delle donne, Grandi Donne, alla luce di tutto questo e non a caso offre il Magnificat, orbato però della sua protagonista da chi non ha capito che è un affare di donne e guai, guai a metterci bocca, figuriamoci il bianchetto!

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I cento giorni che fecero la Russia

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Lo schema che permette una diversa, forse addirittura migliore, comprensione di Apocalisse adottato dal blog è ormai noto. Noi immaginiamo un ordine dei fatti laddove tutti vedono un’opera kafkiana (Ravasi).

Quest’ordine nasce sin dal primo capitolo, cioè dall’elenco delle sette chiese che sono dislocate in Asia Minore, ma rispecchiano tutta la realtà cristiana nei secoli a venire rispetto a Giovanni, se Apocalisse è Rivelazione di cose “che devono presto accadere” (Ap 1,1).

E’ così che Efeso è Israele; Smirne la Russia: Pergamo l’Italia; Tiatira la Germania; Sardi l’Inghilterra; Filadelfia la Francia e Laodicea la Spagna. Come è facile intuire, siamo di fronte all’intera cristianità con le rispettive chiese.

A ciò si aggiungono le lettere ad esse indirizzate, le quali hanno come destinatari le sette chiese stesse e potremmo fermarci qui, perché per il post sono sufficienti queste indicazioni, per cui solo per completezza aggiungiamo che i sigilli, le trombe e le coppe si distribuiscono non a caso nell’opera, ma rispecchiano l’ordine delle sette chiese stesse dicendoci che ciò che accade in ciascuno di essi accade, nello stesso ordine, nelle singole chiese, cioè in una realtà storica, politica e religiosa distinta dalle altre, sebbene i riflessi si ripercuotano anche nelle altre realtà.

Ma oltre a questo c’è anche un’altra caratteristica che la nostra lettura di Apocalisse ha e fa riferimento agli elementi naturali, quali il cielo, il mare, la terra e gli inferi (sottoterra). Noi in essi vediamo le chiese, cioè vediamo in Efeso/Israele il cielo; in Smirne/Russia il mare; e nelle restanti cinque la terra, quando Sardi/Inghilterra rappresenta gli inferi, cioè ciò che sta “sottoterra”, tant’è che non reputiamo casuale che la lettera indirizzata a quella chiesa scriva “ti si crede vivo, ma sei morto” poiché il regno dei morti sono gli inferi.

Ecco, spiegato questo non rimane che entrare in argomento, cioè nello specifico e parlare del “mare” cioè di Smirne, della Russia e dunque della Chiesa ortodossa, laddove essa è consegnata, seguendo la lettera, a una persecuzione di 10 giorni.

Diciamo subito che quei 10 giorni ci suonano molto male, perché in realtà noi leggiamo “cento” per un periodo complessivo di 100 anni, se applichiamo la regola di un giorno per un anno conosciuta da Apocalisse.

Dunque Smirne, la Chiesa ortodossa, avrà, stando ad Apocalisse, una persecuzione di un secolo (vedremo 1918-2018) e non di 10 giorni e questo crea un collegamento con una profezia non molto conosciuta fuori dagli ambienti cattolici, cioè quella di Leone XIII che sembra abbia ricevuto per ispirazione una profezia in cui Satana chiede 100 anni “per distruggere la chiesa” che, se vero, costringe a chiedersi di quale chiesa si tratti, poiché noi non attribuiamo automaticamente tutto alla Chiesa cattolica, sebbene un Papa sia il latore della visione (ne potrebbe essere anche il protagonista, non trovate?).

Se fosse stato scritto, in Apocalisse, che Smirne, la Chiesa ortodossa, subirà una persecuzione di 100 giorni/anni sarebbe stato davvero facile attribuire la profezia ad essa (1917/8 anno della profezia-2018 perché anche adesso non se la passa bene), ma leggiamo “10 giorni” nella sua lettera e dunque non lo è, ma solo a prima vista, facile perché noi ipotizziamo il falso finalizzato a creare proprio il contesto della persecuzione che doveva rimanere anonima, pena lo smascheramento dei persecutori e della vittima, ipso facto santa.

Dunque non rimane che cercare nella Scrittura almeno un indizio che suffraghi la nostra ipotesi del falso, scoperto il quale, cioè l’indizio, si possa demandare ad altri un ricerca più completa circa quei 100 giorni, anziché dei 10 indicati dalla lettera di Giovanni. Insomma vogliamo almeno giustificare la fatica, dare almeno una speranza.

Ecco allora che si presenta ai nostri occhi un caso strano, una coincidenza che noi non riteniamo tale ed emerge dalla ghematria ebraica di יַמִּ ים che significa, stando alla traduzione inglese di Gn 1,10, “mare” quando noi lo avevamo scritto in apertura che “il mare” in Apocalisse è la Russia ortodossa.

Il valore ghematrico di יַמִּ ים è 100 e assieme a questa coincidenza (avevamo altresì scritto che noi ritenevamo falsati i 10 giorni di persecuzione) vogliamo aggiungere, sulla scorta di un’intera categoria dedicata alla non secondaria funzione della numerazione dei versetti, che non è muto quel 10 che emerge da Gn 1,10 dove leggiamo “mare”, perché la falsificazione avevamo detto essersi consumata nello scambio proprio del numero 100, che emerge dalla ghematria di יַמִּ ים, con il numero 10 relativo ai giorni della persecuzione.

Insomma, di indizi che giustifichino la ricerca di qualche manoscritto di Apocalisse dimenticato ce ne sono e magari si ha fortuna e si scopre quello giusto, cioè non contraffatto che ci parla di 100 giorni e non di dieci. Magari sono cosa già nota quegli strani 100 giorni, ma catalogata, come al solito, come “errore del copista”, quando invece dicono la verità e siamo di fronte al testo originale della Lettera a Smirne.

Se così fosse, quella profezia che ci ha consegnato un Papa cattolico (Leone XIII) assumerebbe tutt’altra luce, perché non solo profezia, ma anche e più rivolta non alla Chiesa cattolica -che tra l’altro non ci pare mai stata perseguitata in questi ultimi 100 anni- ma alla Chiesa ortodossa che non a caso ha subito due guerre mondiali e 70 anni di comunismo che ha cercato di scristianizzare dalle radici la Russia ortodossa, la quale ha resistito veramente “sino alla morte” rimanendo fedele, come scrive la lettera, e dunque gli va conferita la “corona della vita” promessa.

Ps: vorrei aggiungere altro, ma lo tengo per un secondo momento.

 

 

Da Marco l’evangelista a Marco Van Basten: l’istinto del goal

van bastenGli attaccanti di razza sentono l’azione da goal. La intuiscono sin dalle prime battute magari nella loro stessa area di rigore.Questo perché l’uomo sviluppa un istinto quando esercita una professione o, più genericamente, d’abitudine svolge un compito.

Ci siamo occupati credo lungamente del Natale (vedi categoria) e siamo giunti alla conclusione che esso in origine si celebrasse al 10 di agosto, quando il sole fa il suo ingresso nella costellazione del leone.

Ben lungi, allora, dal freddo e dal gelo che lo caratterizza e che i bambini, costretti, cantano nel “Tu scendi dalle stelle”. Quel Natale freddo e gelido non è cattolico, ma nonostante questo accomuna tutto il mondo, per cui, tutto il mondo, è vittima della stessa menzogna.

Non esiste il mondo delle genti e delle nazioni, se guardiamo al Natale: esso è unico e cristiano, nella misura in cui, però, che può esserlo chi mente all’innocenza e fa dell’Innocenza una spudorata menzogna, la quale occupa il posto di maggior rilievo nel calendario: il 25 dicembre, Natale.

Quando hai capito questo, ti rendi conto che non hai possibilità di fuga: tutto il mondo è paese. Insomma non puoi nemmeno fuggire nelle città-rifugio su cui si poteva contare fino a poco tempo fa, come l’Argentina (non è vero Bergoglio?), per gli italiani: il 25 dicembre si celebra anche là.

“Quo vadis?”

“Da nessuna parte, Signore; da nessuna parte”

Ecco la possibile risposta di un dissidente cristiano, un cristiano costretto al mondo e al suo Natale. Un mondo che Giovanni, nella sua prima lettera, afferma giacente sotto il potere del maligno ed è vero: in tutto il mondo Natale è il 25 dicembre. Ecco, forse, la concretizzazione di un versetto che sulle prime sembra uno dei tanti: il mondo, il diavolo, il potere… insomma la solita solfa cristiana.

E invece no: veramente tutto il mondo giace sotto il potere del maligno ed è quel Natale che lo caratterizza, quel maledetto 25 dicembre. Non è un modo di dire: è proprio così: tutto il mondo giace sotto il potere della notte fredda e gelida del suo Natale e guai a sgarrare: non hai rifugio, neppure in Argentina che ha accolto tutti, tutti ma che non accoglierebbe te a cui non piace il suo Natale.

Quel Natale che abbiamo calcolato grazie a un versetto, cioè Mc 5,25 in cui fa il suo ingesso una figura bellissima: l’emorroissa che non è solo una donna miracolata perché guarita dalla sua sterilità. No, essa assume tutto l’enorme spessore che ha nelle Scritture l’attesa messianica, poiché come lei attendeva un figlio che non arrivava nonostante tutti gli sforzi e tutti gli averi spesi, così Gerusalemme, cioè l’ebraismo tutto, attendeva il suo Messia che tardava a venire, anzi, che forse non veniva più.

Prova ne è che Anna, la profetessa, viveva quella stessa attesa. Leggiamo il passo molto bello di Luca

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza,  era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. (Lc 2,36-38)

Ecco, quella redenzione di Gerusalemme altro non è che l’attesa messianica della città per cui Anna, come l’emorroissa, presta la sua figura per dare a quell’attesa una corporeità, come l’emorroissa la dà con la sua malattia nella misura in cui essa è la sofferenza di un intero popolo che aspettava la sua redenzione.

Marco 5,25, lo abbiamo scritto nei post precedenti contenuti nella categoria “Natale”, permette, attraverso la numerazione del versetto e l’aiuto di un qualsiasi programma che converta l’anno ebraico in gregoriano e viceversa, di giungere al 10 agosto del 15 a.C. partendo dal venticinquesimo giorno di Ab, permette cioè di giungere al Natale cristiano, non perché accomuni la cristianità e il mondo, ma perché semplicemente Cristo è nato il 10 agosto del 15 a.C.

Siano allora sempre i versetti a far luce sul Natale oscuro, cioè quel Natale che fa giacere sotto il potere del maligno l’intero mondo preda della menzogna. Giovanni afferma che il mondo giace sotto il potere del maligno in 5,19 della sua prima lettera. Lettera e capitolo alquanto controversi perchè, a quanto pare, i versetti vanno e vengono.

Si parla infatti di un Comma giovanneo estrapolato o interpolato, neppure si sa. Wiki ci parla di altre intrusioni nel capitolo 5, fatto sta che se il mondo giace sotto il potere del maligno in 1Gv 5,19 e qualora i versetti ricomponessero il capitolo originale, io credo, per quel fiuto da goal che ho sviluppato, che la palla andrebbe in rete (web) e avremmo Mc 5,25 che ci parla del (vero) Natale e un 1Gv 5,25 che ci spiega perché il mondo soggiaccia alla menzogna: hanno inventato il Natale e lo hanno imposto a tutti e il mondo intero è la sua preda

Signori, è una finale di champions e abbiamo ottime chances  di vincerla 2-0. Lo sento. Me lo dice l’istinto. Quello del goal.

 

La farina del diavolo finisce in Vaticano

farina

Buona parte blog è dedicato a una battaglia: quella relativa alla datazione dell’esilio babilonese che la scienza ferma nel 586 a.C. mutuando la prova dalla VAT 4956 in cui è descritta l’eclissi avvenuta nel trentasettesimo anno di Nabucodonosor. Da lì, sempre la scienza, ricava la deportazione, conseguente alla caduta, di Gerusalemme avvenuta nel diciannovesimo anno di regno di Nabucodonosor (Ger 52,12). Tale anno fu il 586/7 a.C.

Di fronte a una datazione astronomica, quindi assoluta, gli argomenti in contrario debbono essere forti, perchè chi la impugna, impugna la scienza e i suoi metodi. Tuttavia la presenza nel tessuto biblico di una cronologia alternativa semplicemente perfetta e che dà ragione di tutto, compreso anche dei temi cronologici in cui la scienza è rimasta confusa se non muta, è di per se stesso un argomento, perchè ci costringe a chiederci da dove provenga quella cronologia, se il caso, in tre millenni di storia, non si può tirare in ballo.

E’ così che noi, nell’imbarazzo, ci siamo appellati alla ghematria che non consideriamo prova, quanto aspetto che contribuisce a far luce laddove regna la penombra del dubbio, a cui spesso vengono dedicate sperticate lodi. E’ stato allora quel ὄφις (serpente) il cui valore ghematrico è 586 a dirci che il 586 a.C. è opera sua; ed è stato Σατανᾶς (satana) sempre a dirci che Ciro è un  falso storico, perchè il suo primo anno di regno (559 a.C.) coincide proprio con la ghematria di Σατανᾶς.

Dunque, stando alla ghematria, siamo di fronte a una cronologia -e a una storia- dai due volti: l’uno riassunto dal 586 a.C.; l’altro dal nostro e biblico 505 a.C. come data dell’esilio babilonese. Tali anni, insomma, creano due storie e due cronologie, quasi a parlarci di un demoniaco e di un sacro nel tempo, un tempo che si è fatto storia.

Noi siamo certi di questo e continueremo a battere il tasto ghematrico che ha rivelato sia il serpente, sia Satana, ma c’è un punto nei Vangeli che potrebbe metterci in serio imbarazzo, anzi, a lungo ci ha messo in imbarazzo, perché di fronte a una possibile e pubblica obiezione, avremmo dovuto ripararci dietro argomenti deboli. Ma adesso non più.

Si tratta della pericope famosa del grano e della zizzania (Mt 13,30) che a una lettura ghematrica potrebbe da sola minare tutto quanto il nostro discorso, perché σῖτος (grano) ha un valore di 586, come 586 a.C. si data l’esilio che noi abbiamo denunciato come frutto di una falsificazione demoniaca, mentre apparirebbe come buon grano evangelico.

“Che fare?” direbbe Lenin. L’unica cosa da fare è considerare per intero la pericope e interpretarla alla luce di ζιζάνιον (zizzania) che noi riscriveremo ζιζανιως immaginando un falso nel falso, perché già abituati a incontrare sulla nostra strada ghematrica lemmi devastati per impedirne il calcolo (vedi categoria “falsificazione” e “contraffazione”).

Ecco, ζιζανιως ha un valore di 891 che noi interpreteremo come lo 891 a.C. che segna esattamente, nella nostra cronologia dei Re, il primo anno di regno di Abia. Tutto ciò appare, sulle prime, una mera coincidenza, ma noi lo abbiamo scritto che cercheremo la soluzione del nostro impasse ghematrico nell’intera pericope, quindi quel 891 di ζιζανιως lo compareremo al 586 di σῖτος per ottenere un 305 di differenza, che è sì ghematrica, ma anche cronologica se la prima data e valore segna un anno della cronologia dei Re (il primo di regno di Abia); mentre la seconda data e valore segna l’esilio babilonese e la conseguente fine della dinastia davidica, dicendoci che spesso ghematria e cronologia s’intrecciano indissolubilmente.

Adesso non rimane che vagliare alla luce della ghematria quel 305 di differenza, perché l’intero nostro discorso è ghematrico, per cui deve esserlo anche nel caso della differenza tra il primo anno di regno di Abia (891 a.C.), ghematria di ζιζανιως, e il 586 a.C., anno dell’esilio, e ghematria di σῖτος.

305 è il valore ghematrico di δαιμόνιον (demonio, diavolo) e questo ci permette di comprendere meglio l’intera pericope che, come il grano e la zizzania non devono essere separati (Mt 13,28-29), così non devono essere separati i lemmi, cioè ζιζανιως e σῖτος affinché il seminatore di zizzania nel campo di grano sia rivelato, sia rivelato cioè il δαιμόνιον.

L’intera pericope, quindi, se considerata complessivamente è ben lungi da contraddirci o dal mettere in discussione un tema fondamentale del blog (l’esilio babilonese e la sua falsa datazione del 586 a.C.), ma al contrario prova quanto sinora abbiamo scritto: chi ha seminato la zizzania nei Re (campo di grano) è il demonio, che ha gettato una semente ibrida al solo scopo di creare il caos laddove regnava e regna l’ordine (1-2 Re, come dimostra la nostra tavola dei regnati).

Non appare dunque un caso che quel 305 che segna la differenza tra lo 891 a.C. e il 586 a.C. ci parli del demonio, perché la storia dei Re che prende le mosse da un esatto 891 a.C. si conclude, stando alla scienza, con il 586 a.C. ghematria di ὄφις (serpente) che altro non è che l’alias del demonio che ha generato il caos.

La passione ci consiglia di aggiungere anche che quel 586 a.C. è – lo abbiamo scritto- frutto della datazione assoluta emersa dalla VAT 4956 che ferma l’eclissi lì descritta nel 567 a.C. e conseguentemente ferma l’esilio nel 586 a.C. Abbiamo già scritto che 586 è ghematria di ὄφις, ma in questo blog non abbiamo mai detto che 567 corrisponde a una ghematria attuale, se il latino offre per Vaticano Vaticanus. Il lemma latino si presta a una facile traslitterazione greca che ne fa Υαθικανος e il suo valore è 567, quello stresso 567 del 567 a.C. indicato dall’eclissi del VAT 4956, dicendoci che sì, è stato il demonio a seminare la zizzania, ma il demonio ha un nome e cognome: il Vaticano, colui che ha inventata non una storia assurda, ma bensì letteralmente demoniaca.