Fratelli d’Atalia

Il blog ha un’intera categoria dedicata ai Padri del deserto e spesso ne ha tessuto l’elogio nel tentativo, più o meno riuscito, di capirne gli apoftegmi non nel loro senso evidente, ma nascosto.

Li “consideriavamo” un’oasi nel panorama desolante delle letture serali, ma come in ogni oasi, cioè laddove ci sono acque, è presente il serpente e lì miete le sue vittime: i pesciolini che mi dicono non chiudano mai gli occhi, ma in questo caso, nel caso cioè in cui li si deve tenere spalancati, forse si sono appisolati, sebbene ad occhi aperti e sono caduti in trappola.

Una trappola sofisticata che fa apparire bene, e “da sempre”, un’obbedienza che nel deserto c’era veramente, ma non quella che si vuole perinde ac cadaver, cioè come un morto e secondo la quale tutto è permesso in ossequio non al comando, ma al comandamento dell’obbedienza che diviene, così, colonna del deserto, ma che in realtà è solo frutto dell’astuzia umana, anzi tipica del serpente di Genesi che infatti ancora è qualificato come “il più astuto” delle creature (CEI 2008).

Il nostro potrebbe davvero sembrare un livore anti cattolico perché l’obbedienza è l’anima di quella chiesa se il termine “obbedienza” compare solo in Paolo e Pietro che hanno dato un’anima obbediente e gerarchica a un’istituzione che dopo, o prima, di ciò ha preteso il primato, quello non a caso petrino, per un gioco davvero facile, perché privo di qualsiasi fondamento che non sia il qui comando io.

Potrebbe sembrare, dicevo, un livore anticattolico, ma non lo è perché i nostri dubbi hanno trovato conferma proprio nei Padri, in particolare in Giovanni il Persiano che è stato evidentemente falsato, perché pure lui, come noi, scorge due colonne nel Nuovo Testamento e ne fa l’una “dottore”; l’altra “fedele”, ma attribuisce i titoli e i meriti a Paolo e Pietro, per un’evidente forzatura dei termini, del merito e dei titoli, perché Paolo non fu dottore nella Scrittura, ma l’unico che si può legittimamente fregiare di quel titolo è Luca e proprio in virtù di Paolo che in Col 4,14 lo ricorda come “il caro medico” facendone il dottore e l’intellettuale del Vangelo e prima colonna; mentre la seconda, a seguire, è Giovanni, ma il serpente, quello che ha addirittura falsato i Padri, fa di quella seconda colonna Pietro definendolo, nell’apoftegma del Persiano Giovanni, “fedele” quando tutti sanno che Pietro non rinnegò una volta, neppure due, ma bensì tre per cui è davvero senza fondamento quell’elogio alla sua fedeltà che invece spetta a Giovanni che Lo seguì sin sotto la croce sfidando la Passione, quella che aveva terrorizzato tutti, in primis Pietro che rinnega tre volte sotto gli occhi sferzanti dell’opinione pubblica.

Crediamo, allora, che siamo di fronte a un falso che ha eretto San Pietro e Paolo nel deserto, quando in origine c’erano solo le umili celle di Luca e Giovanni, ma serviva un primato anche lì, cioè nella sapienza del deserto affinchè fosse sostenibile una teoria del primato petrino essa stessa pagina falsa del Vangelo, che ha dovuto, obtorto collo e pro tempore, dare ragione a lauree acquistate e a fedeltà estorte a una notte da rinnegati che ha rimossa non solo quella notte, ma anche l’avversativo kai in Mt 16,18 per cui non compare l’unica traduzione possibile se, in più passi della scrittura, a partire dal salmo 117, Gesù è la pietra, cioè “Tu sei Pietro, ma su questa pietra” cioè la mia “fonderò la mia Chiesa”

Tutto questo è tipico di chi, in realtà, non ha, mai avuto, autorità ma esige obbedienza in virtù del suo ego smisurato, quello che gli ha consigliato di truffare, quando se invece dell’obbedienza ci si fosse appellati a una naturale, scritturale legittima autorità, davvero avremmo fatto salva la Tradizione apostolica, quella che avrebbe naturalmente conferito il diritto.

Appare allora davvero sorprendente la quasi perfetta assonanza tra Italia e Atalia, perché nella prima c’è un primato usurpato; nella seconda s’incarnano tutti gli usurpatori e le usurpatrici della storia, in primis quella quella biblica, che si sono arrogati il diritto solo grazie alla violenza: l’obbedienza cieca o se volete, perinde ac cadaver, cioè, traducendo a senso, o mi obbedisci o sei morto.

Ps: ha ragione Fomenko: siamo di fronte a un’opera colossale di falsificazione, opera, tra l’altro, possibile: enorme potere, pochi libri, molti amanuensi e tanta, tanta obbedienza di cui è sotto gli occhi il frutto.

In hoc signo

Spesso l’approccio a un’idea scritturale è pachidermico, credendo solo ciò che è gravemente serio sia esegetico, professionale. Noi invece vogliamo suggerire un approccio sciocco per un percorso tra le spine visto il panorama degli studi.

Ci chiediamo, allora, perché Paolo ha una spina nella carne? Converrete che la domanda è davvero sciocca, perché il senso è chiaro: essa provoca dolore e tanto basta. Tuttavia c’è un resto, centesimi ancora non spesi dall’esegesi abituata ai pezzi grossi, mentre noi siamo perennemente alle prese con quanto rimane.

E rimane da dire di quella spina, forse davvero tanto se sarebbe stato ovvio, per Paolo, parlare di croce, cioè che pure lui, come i cristiani, avesse ricevuta la sua croce, cosicché il lamento era dovuto a un chiodo.

“Anch’io, come voi, ho un chiodo nella carne” e non una spina che risulta incomprensibile se la croce è la via del cristiano, grazie alla quale mantiene l’umiltà (L’imitazione di Cristo in ciò è chiara quando, non a caso, parla della via della santa croce).

Ecco, allora, il punto, cioè il non detto che apre la scena dei vangeli: perché la spina? La risposta è solo una per noi: la corona di spine che Gesù calzò sulla testa. Quella Gli conferì la potestà regale e non la croce che fu solo strumento affinché fosse innalzato, è vero, ma come re coronato di spine, però.

Nel Titulus si legge INRI, si legge cioè il suo titolo regale, ma l’incoronazione avvenne manu militari quando i soldati per primi lo omaggiarono “Salve Re dei Giudei!” e intrecciata una corona di spine lo incoronarono.

Dunque la spina di Paolo, in questo contesto, non è casuale, cioè un luogo comune, ma si appella non solo alla passione di Gesù, ma anche alla Sua autorità, sebbene in scala ridotta (una spina simbolo della sua corona), autorità che Paolo ha sempre cercata per imporsi ai super apostoli (Luca e Giovanni).

Quella spina, allora, sa dirci molto più del dolore o del richiamo a un’umiltà che naturalmente avrebbe dovuto esprimersi con la croce e, magari, uno dei suoi chiodi nella carne.

E’ dopo che la croce diviene simbolo di Gesù e dei cristiani, un dopo che tradisce il Vangelo e il suo re, Gesù, tanto che noi apriamo un filone di ricerca sulla croce latina come simbolo posticcio del cristianesimo.

In origine, però, era la corona di spine e questa vide Costantino per un in hoc signo tutto da ristudiare, come il monogramma che lo esprime che è sempre chi rho, ma appartiene all’originale evangelico che non è στέφανος (corona, per l’ennesimo falso), ma χoρωνός, per un chi e rho monogramma che conferì, in visione, non solo la vittoria a Costantino, ma l’investitura dal cielo non più frutto di una leggenda.

La Bibbia in briciole

Se c’è una prima critica alla Bibbia, tanto che s’impara sin dalle elementari, è il “fermati o sole” di Giosuè, un assurdo biblico che ha partorito il primo martire non cristiano, ma scientifico: Galileo Galilei.

Tutti sanno che la Bibbia fa muovere il sole e “l’altre stelle” per un paradiso dantesco d’ignoranza che ha come scusante le scuse della Chiesa arrossita, poverina, sin alla radice dei capelli a causa del turpiloquio.

Per quell’affermazione, tutt’altro che scientifica, si andò a processo, forse al processo più famoso sin dalla fondazione della legge e dei tribunali e oggi, chiunque spezzi una lancia a favore della Bibbia e del suo sole è, al minimo, tacciato di oscurantismo e fondamentalismo biblico becero e folle.

Noi non siamo d quelli che sostengono il pellegrinaggio del sole, sebbene qualcuno, incredibilmente, sia ancora di quell’avviso e si eserciti, lodevolmente, nelle prove della sua teoria. Noi vogliamo solo far parte del processo a Galilei come difensori della Bibbia, senza però divenire dei fondamentalisti e cadere in un ridicolo che in realtà cercheremo di dimostrare appartenere ai suoi detrattori, perché se il sole si ferma all’ordine di Giosuè, la terra è piatta sulla parola di Giovanni che ha scritta Apocalisse, poiché egli parla degli angoli della terra (Ap 7,1), quando noi, scientificamente, la conosciamo tonda.

Ecco, partiamo da questo punto per imbastire la nostra arringa difensiva, dimostriamo, cioè, che quegli angoli esistono davvero, ma ciò non prova che la terra sa quadrata o rettangolare, ma rimane, fino a prova contraria, tonda.

Non siamo i primi a ricorrere a una lettura allegorica, quella cioè che va oltre il senso letterale per esprimere un concetto diverso, magari astratto ma espresso in maniera concreta.

Il ricorso all’allegoria e molto comune nello studio biblico, cioè nell’esegesi e nell’ermeneutica, ma in questo caso si è ignorato, scegliendo un’improbabile letteralità che ha permesso il sorgere di una terra che “eppur si move” ma paradossalmente quadrata.

Tuttavia, in virtù di una lettura allegorica, mi viene spontaneo ricordare di nuovo che quegli angoli esistono, perché esiste Bologna, come esiste Catalogna che letti a rovescio ci parlano, rispettivamente, di “angoloB” e “angolataC”, testimoniando la presenza di almeno due angoli dai quali sarebbe facile, immaginando un quadrato, ricavare gli altri due mancanti sparsi in Europa, per un quadrato della terra che altri non sarebbe che il vecchio continente, il quale non a caso ha cristianizzato l’intero globo, cioè la terra che rimane tonda, ma ha pure gli angoli perché in una lettura allegorica ciò è possibile.

Siamo così giunti a un primo risultato: la Bibbia non beve, per cui ciò che sembravano farneticazioni in preda all’alcool consumato a fiumi durante l’Ultima cena, sono in realtà finezze letterarie che sfidano i secoli e il secolo, cioè la scienza, che ha inventato il primo telescopio, con Galilei, ma è rimasta incredibilmente miope.

Alla luce di tutto questo, che ne è del “fermati o sole”? E’ davvero un orrore letterale? Se gli angoli poi esistono, siamo certi che il sole non si muova sebbene non all’interno di una galassia, ma di un’allegoria?

Non potremmo mai saperlo, a meno che non si torni alla Vulgata, cioè l’edizione biblica precedente la sistina che ha istituzionalizzato uno stupro tale che al momento non sappiamo cosa la Bibbia, cioè la Vulgata, contenesse di preciso, tanto che noi lo diciamo chiaro: forse il processo a Galilei ha presentato carte (Bibbia) false.

Di certo, però, a noi appare insolita la tempistica secondo la quale prima si dà alle stampe la sistina (1590) che diviene di lì a poco sisto-clementina (1592), cioè l’editio princeps, perché dopo di allora non la stampa, ma il diluvio; poi s’intenta il processo a Galilei (1633, quando l’anno 33 del XVII secolo è molto significativo) sapendo, però, di aver falsato la Bibbia e adducendo, quindi, prove assolutamente false che ci si guarda bene, tra l’altro, d’interpretare secondo un linguaggio e un significato più alti, quando questo vezzo è quello solito e ricorrente a ogni piè sospinto affinché tutto divenga così alto che non si vede più nulla, ma non in questo caso, dove prima si falsa la Bibbia, poi ci si affida a un’insolita interpretazione letterale.

Strano modo di fare e strana la tempistica, tanto che a noi viene il dubbio sulla correttezza di un processo che si volle seguendo un come e un quando che dettavano i tempi della farsa il cui titolo, come il programma che si sono prefissi, è “La Bibbia in briciole” per una catechesi rivolta ad anime semplici che si nutrono di molliche. Avvelenate.

Vos autem dixi amicos

La vita di un santo, in questo caso di una santa, Teresa d’Avila, non è mai un caso, Eccellenza Joseph Ratzinger, perché niente è lasciato al caso. Dalla sua nascita, sino alla sua morte si dipana, infatti, una biografia che si fa teologia per un Emmanuele che non è solo Dio con noi, ma anche Dio con lui o con lei.

In questo senso, coloro che hanno studiato la vita di Teresa, possono scorgere il senso profondo di quella vita che non è riconducibile alla nostra vita mortale, perché si fa universale, eterno.

Niente credo sia sfuggito ai biografi e ai commentatori di Teresa, ma qualcosa credo rimanga ancora da dire sull’amicizia che la legava a Dio come dovrebbe legare la Chiesa e questo qualcosa è la sua morte, avvenuta la notte tra il 4 e il 15 ottobre del 1582, quando si riallineò il calendario, passato da giuliano a gregoriano.

Se il pellegrinaggio terreno di Teresa è costellato d’impronte divine, la sua particolare morte diviene messaggio, anche se, mi pare, tutti riconducano il fatto al caso, anzi, forse a una benedizione dell’iniziativa gregoriana, quando però è il suo contrario.

Se la santa predica l’amicizia con Dio, altrettanto fa la Chiesa che però ha stravolto il senso dell’umanità di Gesù e dunque la sua amicizia, adottando non un nuovo calendario, ma una nuova storia, una nuova cronologia e una nuova Bibbia con quel 4-11 ottobre del 1582.

Quello che in realtà accadde, la storia non ce lo racconta, per una reticenza che si fa omertà e arbitrio: la Scrittura fu sconvolta nella sua umanità, cioè storicità, per far posto a una invenzione fredda, tanto che colui che ispira la Scrittura, Gesù, non è più visto nella sua umanità (storicità) che lo vedrebbe muoversi nella storia tutta, ma è fatto oggetto di un esame autoptico grazie al quale si sa tutto, ma solo nella misura in cui è morto, morto al secolo, nascosto alla storia, rientrando a pieno titolo nel pantheon pagano come deus absconditus, cioè divinità tra le divinità, uno dei tanti.

Il blog questo lo sa molto bene, perché ha di nuovo tracciate le coordinate bibliche della storia riportandole su una rotta sicura che è quella originaria, fedele amica di Dio. L’ha riportata, cioè, all’origine, a una povertà evangelica che non è ponderoso studio, ma semplice adorazione nella misura in cui la storia altro non è che una eterna epifania, cioè un manifestarsi di Dio all’uomo, tanto che noi non parliamo di teologia della storia, ma affermiamo che la storia, nella sua esatta sintesi, è teologia.

L’aver, dunque, Eccellenza Joseph Ratzinger, stravolta la cronologia biblica per far posto alla storia, quella con la minuscola, ha infranto non solo l’amicizia con Dio, ma ha pure disumanizzato la storia disumanizzando il Cristo, cioè rendendolo frutto di un secolo ceco e accecante.

La vita di una santa, emerito Papa Ratzinger, non è un caso, abbiamo scritto, per cui non è un caso che Teresa, l’amica di Dio, muoia quando quella nuova storia e quella Nova Vulgata nascono e con loro si celebra un Natale che si fa profano, perché assolutamente falso alla storia e al calendario.

Accadde di notte tutto questo. Nella stessa notte l’una e l’altra cosa: si partorì il gregoriano, morì Teresa, cioè nacque Ciro e morì Gesù. Non lo dico io, ma la vostra Teresa che in quella notte tra il 4 e l’11 di ottobre 1582 avete battezzato Ciro e sepolto Gesù, per poi tumularLo all’interno di una cripta senza nome e senza storia: la Sistina, tutt’ora in “abuso”.

I trentatré ladri di Trento: dall’Inquisizione a uno scioglilingua

Ci sarà la maturità anche quest’anno, come tutti gli anni e una traccia sul periodo o secolo delle grandi riforme religiose può scappare. Come del resto, è ovvio, può prendere la fregola di una tesi su quel periodo e allora perché non dettare agli studenti e ai laureandi la nostra di traccia?

Il blog è religioso, ma non nell’accezione comune perché non andiamo più a Messa, non ci confessiamo, non ci comunichiamo e se viene il prete ci limitiamo a un cristiano e ospitale Pater, ma decliniamo l’invito alla benedizione.

Siamo pazzi, certo, lo siamo perché pure certificati e pensionati come tali, dunque c’è da crederci se diciamo cose altrettanto pazze e affrontiamo la nostra d’inquisizione, anzi, controinquisizione perché rivolta agli inquisitori che nel XVI secolo la fecero da padroni e da padroni, cioè vincitori, hanno scritto la loro di storia che quella vera è altra cosa.

Dopo gli studi di storia moderna al liceo e un esame all’università posso dire che nessuno ha mai osato. Nessuno ha mai osato sfidare la verità di regime e dire che tutto quel guazzabuglio di riforme e contro riforme fu un teatrino, perché in realtà s’impose alla storia un nuovo corso e una nuova cronologia, come nuova fu la Bibbia, chiamata, non a caso, Nova Vulgata perché quella di Girolamo fu stuprata (padre Alberto Maggi) e il suo cadavere gettato alle ortiche della storia, dell’esegesi e del magistero.

Non litigarono, non litigarono affatto: è solo quello che si scrive inventando, dopo Ciro, una nuova storia che a ben guardare neanche fu un delitto perfetto. In questo Apocalisse c’è di aiuto per comprendere quello che davvero accadde, perché il capolavoro dello Spirito Santo ha riassunto tutto in un versetto (17,5), quello che ci parla di Babilonia come madre di tutte le meretrici della terra, cioè di Pergamo (Italia, Roma, la madre) e Tiatira (Germania); Sardi (Inghilterra); Filadelfia (Francia) e Laodicea (Spagna).

All’interno di questo elenco, ovvio che bisogna distinguere, distinguere l’istituzione e l’obtorto collo, ma i fatti son questi: tale madre, tali figlie: Prostituta l’una, prostitute le altre perché si adattarono al nuovo corso, alcune; mentre altre divennero figlie maggiorenni, cioè cattoliche adulte, come si dice oggi, che con la loro riforma fecero ingresso in società, per un gran ballo europeo (Riforma e Contoriforma) che le vide sotto i riflettori della storia, come le vediamo ancor oggi riunite sotto l’albero di un Natale dicembrino assolutamente insensato, ma che le riunisce il 25, sfidando non il freddo e il gelo in quanto tali, ma la ragione.

Tutto questo è passato alla storia come Riforma e Controriforma, ma in realtà fu un party, anzi un parto. Quello che però non si dice è come mai a Trento si sentì l’urgenza di modificare la Vulgata. Cos’è che non andava? Era sbagliata sin dall’origine o quell’origine andava cambiata? Com’è che, su quell’istanza, si gettano le basi per la Sistina che la stupra la Vulgata per poi andare impunita con la Clementina e dare alle stampe storiche il mostro sisto-clementino? O com’è che dal 1555 a 1585 il Trìbunale del Sant’uffizio (Inquisizione) fornisce tre papi (Paolo IV, Pio V e Sisto V, cioè il nostro falso profeta)? Com’è che l’Inquisizione e il papato divengono una cosa sola? Fu davvero l’urgenza protestante a blindare la Chiesa? Ma se Lutero, Calvino ed Edoardo VIII furono davvero il nuovo dilagante, com’è che si rinnovò, falsandola, la Bibbia? Perché non si oppose l’autorità della Vulgata, quando invece se ne fece carta straccia? E i riformatori, come mai adottarono non solo il 25 dicembre per un Natale di folli, ma più ancora un’edizione biblica che il blog ritiene assolutamente falsa e lo ha dimostrato in più punti, in primis quello cronologico? Insomma litigarono su tutto, ma tutti stuprarono la Vulgata e fecero carne da arrosto la legittima, oltremodo legittima, Resistenza allo stupro per un mal comune mezzo orgasmo.

Quante, quante stranezze, persino troppe a ben guadare, tanto che i celebri ladri di Pisa hanno imparato da loro a litigare di giorno per rubare assieme di notte! E infatti sorrido all’idea di una refurtiva scritturale, perché dal 1555 (elezione di Paolo IV) al 1585 (elezione di Sisto V) passano esattamente 30 anni per tre papi prestati dal Sant’uffizio al soglio papale, 30 anni per un Giuda dai forti connotati storici che fu capace di fare di Roma il rinascente caput mundi, cioè la più bella città al mondo o, se volete, la puttana più cara ed esperta perché davvero caput mundi, cioè di quel bordello che Giovanni apostolo ben conosce.

Ecco, se la maturità o la tesi vi propongono questo tema, potrete davvero assemblare una bomba, ma bisogna essere molto cauti ed esperti, cioè bravi, degli enfant prodige per divenire enfante terrible, altrimenti sarà un assalto all’arma bianca che dimostrerà solo il vostro coraggio, ma metterà seriamente a repentaglio la vostra vita di studenti e laureati.

Se non vi va, c’è sempre il bel voto che apre le porte a uno stipendione facile, facile, persino troppo perché in fondo è ciò che vi ha aperta la porta per una carriera di brillanti e onesti puttanieri