Luca, la genealogia di un tempio

Ieri abbiamo visto che la genealogia lucana e ben lungi dall’essere una lista di antenati di Gesù. Lista, tra l’altro, per noi sbagliata nel senso e nella natura, perché non esprime una primogenitura, cioè una discendenza di sangue, ma profetica, in cui il tempio ha un ruolo centrale che non sappiamo al momento se unico.

Questo ruolo è già emerso nel post linkato sopra, dove la generazione di Giuseppe si collega a quella di Gesù e da Lui a Salatiel nel 506 a.C. per un ambito generazionale che procede secondo una metrica di 161 anni esatti, cioè da Giuseppe a Gesù ne passano 161 e da Gesù a Salatiel altrettanti.

Tutto ciò ci dice che la somma di tutti quegli anni ha un multiplo di 7 ed è 46, un 46 assolutamente biblico (vedi tavola) se non fosse altro perché il dialogo tra i farisei e Gesù al tempio conosce quell’unica cifra che riassume gli anni necessari alla ricostruzione post esilica e l’anagrafe di Gesù stesso, nuovo ναός.

Dunque è una tempistica sabbatica quella che emerge e si colloca laddove deve essere: al tempio, un tempio che scandiva il “tempo”, talvolta la storia stessa di Gerusalemme, come abbiamo visto e come abbiamo illustrato quando ci siamo occupati della costruzione della porta superiore del tempio che di nuovo, adesso, entra in gioco perché essa fu dedicata nel 668/667 a.C. (datazione doppia, non approssimazione) laddove cioè si colloca (vedi tavola in calce) la generazione non a caso di Gesù, Lui porta del tempio, stando a Gv 10,9 tanto che noi a suo tempo scrivemmo che la pericope del Buon pastore non vede la sua location sotto il porticato di Salomone, ma alla porta superiore del tempio, per un falso, l’ennesimo.

Il tempio, però, emerge anche da un altro calcolo che riscrive totalmente il senso della genealogia lucana che abbiamo detto non essere primogenitura, non sangue, ma profetica illuminando il tempio. Essa, cioè la genealogia, si apre con Davide, è vero, ma a lui succede Natan indicato come “figlio”, ma in realtà, secondo noi, fu il profeta Natan che non a caso un artefice, perché latore della voluntas dei (2Sam 7,23) circa l’iniziativa di Davide di costruire il tempio.

Natan si colloca, all’interno della genealogia, nel 966 a.C., mentre la nostra tempistica del tempio, l’unica che permetta l’armonia che tra poco spiegheremo, vede le sue fondamenta gettate nel 945 a.C., mentre la sua dedicazione nel 938 a.C.

Tutte queste date non a caso si muovono secondo una simmetria a base di 7. Infatti dal 966 a.C. si giunge al 945 a.C. per un multiplo di 21 che è 777; mentre dal 966 si giunge alla dedicazione del 938 a.C. per u multiplo di 28 che è 7777 dicendoci che la perfezione del primo tempio fu profezia, come fu profezia la sua assoluta perfezione raggiunta nel 668/667 a.C. quando si dedicò la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale all’edificio cultuale da Salomone a Erode, perché essa doveva esprimere certamente Gesù, se la sua generazione si ferma lì, a quell’evento, ma doveva esprimere anche una profezia che, unico caso sinora incontrato, divenne architettonica, cioè una “gloria” che i sensi potevano mirare e toccare, insomma ciò che Giovanni scrive nel suo Prologo


E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Tutto questo ci dice che tra Luca e Giovanni corre un entente cordiale sinora sconosciuto, perché l’uno mappa generazionalmente ciò che l’altro rende teologico, per un “corpo” e “anima” di un Dio fatto carne, come a suo tempo si fece tempio, solo che quest’ultimo era pietra, cioè Legge: l’altro carne, cioè misericordia.

Il Prologo c’introduce, insomma, in quell’edificio; la genealogia di Luca invece spiega; mentre 2Sam 7,23 riassume, perché il 7 è il numero simbolo di quel tempio e di quella croce (σαυρός, 777 ghematrico) e il 23 la metrica di quelle generazioni che accolgono l’Emmanuele, il “Dio con noi”, prima tempio, poi Gesù.

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L’Attesa messianica: una condizione femminile maiuscola

Parlare di “Attesa messianica” significa occuparci di un tempo preciso, di un preciso momento storico vissuto da Gerusalemme. Quindi non è un tempo d’attesa tout court, ma preciso momento storico e perciò richiede la maiuscola.

Come richiede che si abbiano chiare le fasi che, come in tutti i periodi storici, si avvicendano prima dell’Epilogo, un Epilogo che, in questo caso, aggiunge un Epifania a quella già nota, perché il Messia diviene manifesto.

Quell’Attesa divenne storia nel 63 d.C. quando Pompeo fece di Gerusalemme una provincia romana. La perdita d’indipendenza coincise con la perdita di un’identità politica, culturale e religiosa che affondava le sue radici e traeva la sua legittimazione in Mosè, un periodo aureo che si riteneva perduto e per questo, forse, l’Attesa messianica fu vissuta solo come speranza.

Essa, cioè l’Attesa, iniziò, lo abbiamo scritto, nel 63 a.C. ed ebbe una prima fase che si concluse nel 15 a.C. quando Anna la profetessa vide il Messia appena nato (Lc 2,38). Il suo, però, è lo sguardo profetico che solo sa scorgere il baluginio messianico nell’orizzonte di Gerusalemme. Nessun altro, che non fossero i protagonisti dell’Annunciazione (altro periodo che compone l’Attesa), ne seppe nulla.

Dal 15 a.C. si giunge al 15 d.C. quando quell’attesa diviene febbrile e si avverte il Messia nell’aria che Gerusalemme respira, ma che non sa da dove proviene (Gv 7,40-43) o chi in realtà sia tra i tanti papabili.

In questi anni, quelli che vanno dal 15 d.C. al 31/32 d.C., il sinedrio cerca di mettere il manico alla caffettiera bollente di Gerusalemme presa da quell’Attesa e propone un suo Messia affinché, colto di sorpresa, non sia in balia di un evento che sa rivoluzionario nella storia di Gerusalemme che si compie, perché l’Antico Testamento e Mosè hanno parlato di Lui (Gv 5,46).

Quello stesso sinedrio Lo incontra all’ombra del tempio e Giovanni 2,19-25 ne da minuziosa notizia e lascia capire che solo i membri del sinedrio capiscono che l’Attesa è finita: è Lui, Lui che legge (Legge) nei loro cuori il progetto deicida (Gv 2,25).

Questo fu segno per loro, ma non per Gerusalemme che dovette aspettare il 32 d.C., quando Giovanni Battista Lo rivela a tutti, ma più ancora lo farà la Resurrezione di Lazzaro (anch’esso momento storico preciso che richiede la maiuscola) che diraderà ogni nebbia stando, però, al Vangelo di Giovanni, perché Luca traccia un altro segmento di quell’Attesa: la Guarigione dell’emorroissa (34 d.C.) per un taglio storico precipuamente lucano che magari vuol aggiungere altro, ma che ancora ci sfugge. Sta di fatto che con l’Emorroissa Gerusalemme cede alla lusinga del Messia, dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e crede.

Tutto questo, però, compone il breve periodo di quell’Attesa, perché ce n’è uno lunghissimo e che coincide con il grido di Ezechiele che compendia quello di tutti i profeti che hanno vissuto la Lunga notte e si son chiesti quando essa finirà (Is 21,11).

Quel periodo nasce nel 1425 a.C., cioè con l’Esodo che annuncia l’Esodo pasquale di Gv 10 in cui, come Mosè ha condotto fuori dall’Egitto Israele, così Gesù, il Messia, condurrà fuori il popolo di Dio dal peccato superando ciò che lo produce: la Legge.

Quel periodo nasce nel 1425 a.C. e procede secondo un tempo profetico fatto di intervalli di 480 anni (vedi tabella), cosicché traccia epoche ben precise di quell’attesa stando alla cronologia del blog:

1425 a.C.: Esodo

945 a.C.: fondamenta del primo tempio

465 a.C.: fondamenta del secondo tempio

15 d.C.: Gesù ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico che getta anch’esso le Sue fondamenta, in particolare del nuovo ναός (Gv 2,20) che, come abbiamo scritto, pone fine sì all’attesa, ma non la rivela. Bisognerà ancora aspettare

il 31 d.C.: il dialogo al tempio in cui il sinedrio Lo riconosce

il 32 d.C.: Giovanni Lo battezza e Lazzaro lo incorona

il 34 d.C.: l’Emorroissa lo elegge

Come si può facilmente capire, se tutto ciò fosse uno spartito si passa da un tempo solenne, quello profetico, che si caratterizza per una chiave mosaica, a un tempo “presto prestissimo” e infatti le note di quell’Attesa si fanno febbrili con repentini cambi di tema dal 15 d.C. al 34 d.C.

Tutto ciò denota che Gerusalemme era in subbuglio e ognuno vedeva il Messia non con i propri occhi, ma con il proprio sentire se già gli evangelisti, con Giovanni e Luca di diverso avviso, tracciano una loro Epifania messianica: l’uno nel 31/32 d.C.; l’altro nel 34 d.C.

Resta il fatto, però, che quell’Attesa prima s’intuisce (1425 a.C.-15 d.C.); poi si compie (15 d.C.-31 d.C.), ; infine si rivela (32 d.C.-34 d.C.) e questo è chiaro in Anna, la Profetessa, che presta il suo corpo di donna per illustrare una gravidanza messianica concepita nella notte dei tempi (1425 a.C.) e che ebbe la sua alcova nel deserto.

Anna aveva 84 anni (Lc 2,36) quando vide il compiersi di quell’Attesa, cioè nel 15 a.C. al tempio (Lc 2,37). Ella fu sposata per 7 anni e questo interruppe il suo ministero togliendola dalla sua condizione profetica e consegnandola al matrimonio.

Dunque per 77 anni (si noti il simbolismo che emerge dal calcolo secco a cui si aggiunge il 7 degli anni di matrimono per un 777 di perfezione) ella esercitò un ministero ed ecco allora che si fa interessante il calcolo di quell’Attesa alla luce della cronologia su esposta e che verte sul 63 d.C. per giungere al 15 d.C. per un una traccia storica e profetica anch’essa ferma sui 77/78 anni (63 a.C.-15 d.C.) parlandoci, con una vita, quella di Anna, di una condizione profetica, quella stessa che visse Gerusalemme e a cui Anna prestò se stessa, rendendola davvero l’ultimo profeta, anzi, l’Ultima profetessa, per un ulteriore tranche d quell’Attesa che fu donna.

La genealogia lucana tra Gesù e il tempio. Ipotesi per un nuovo approccio

La genealogia matteana e lucana hanno sempre dato grossi problemi se se ne vuole ricavare un ordine. Il blog ha evidenziato che in Matteo quell’ordine c’è e procede di 490 anni in 490 anni, perchè a tanto ammontano 14 generazioni di 35 anni.

Abbiamo anche evidenziato che la ghematria greca di “chiave di Davide” (κλείς Δαυίδ) corrisponde esattamente a 490, tanto da ritenere che quelle generazioni che collegano Gesù a Babilonia e Babilonia a Davide siano effettivamente la chiave che apre la cronologia biblica.

La falla cronologica matteana che vede alla quarantaduesima generazione Abramo facendo saltare i conti è stata da noi spiegata con il falso e a buon diritto diciamo noi, salvo sorprese, perchè il post dimostrerà che Luca è più attendibile e con questo non vogliamo dire che Matteo sbaglia, ma che lo hanno fatto sbagliare falsandolo.

Sarà un post breve che si affiderà ai numeri e alla loro evidenza che come vedrete parlerà da sola. Iniziamo con l’elencare le generazioni lucane, tratte da wiki. Consideriamo quanto conosciuto in questo post, cioè che l’anno di nascita di Noche (sappiamo già che questo è il lemma corretto) fu il 2863 A.M (la Settanta indica il 2862, ma vedremo che 2863 A.M è più corretto).

Adesso togliamo 888 anni dall’anno di nascita del patriarca, sapendo che 888 è la ghematria di Ἰησοῦσ (Gesù) Otteniamo il 1975 a.C., ossia la cinquantaseiesima generazione lucana partendo da Gesù, cioè dal 15 a.C., a cui si sommano i 1960 (56 x 35 = 1960) anni considerando una generazione di 35 anni (come nel caso di Matteo, conto che ci ha portati alla “chiave di Davide”) per ottenere 1975, cioè il 1975 a.C. come anno di nascita di Abramo collocato in quella generazione (cinquantaseiesima)

In pratica abbiamo che tolta la ghematria di Ἰησοῦσ cioè 888 all’anno di nascita di Nochè otteniamo lo stesso anno indicato, partendo da Gesù, dalla cinquantaseiesima generazione lucana, se una generazione conta 35 anni. Al momento i conti nascono da due metriche diverse che però vedremo si uniformano grazie all’elenco lucano che conta due Gesù.

Il primo lo incontriamo alla ventisettesima generazione partendo da Abramo. Il Gesù lì elencato si colloca alla ventisettesima generazione cioè a 945 anni di distanza se una generazione è di 35 anni. Ora non è importante datare cronologicamente l’anno, quanto far risaltare che 945 richiama direttamente il quarto anno di regno di Salomone secondo la nostra cronologia dei Re, quando cioè si gettarono le fondamenta del tempio, stabilendo una strettissima relazione tra quell’888 di Ἰησοῦσ sottratto all’anno di nascita di Nochè (2863 A.M).

Infatti non a caso i calcoli stabiliscono quella relazione, perchè se 888 emerge da Ἰησοῦσ è ovvio che le generazioni conducano, anche se non cronologicamente, attraverso 27 generazioni, al tempio, in particolare alle sue fondamenta gettate nel 945 a.C. perchè Gesù in Gv 2,20-21 si equipara al nuovo ναός cioè al nuovo Sancta Sanctorum.

Compreso questo si capisce anche che il calcolo non si perde nel suo proseguo. Infatti da Gesù ventisettesima generazione da Abramo, si giunge a Gesù nel 15 a.C. dopo esattamente altre ventisette generazioni, procedendo, quindi, secondo un quadro genealogico ordinato e sinora inesplorato che apre a una rivalutazione della genealogia lucana.

Tale quadro è ancora tutto da scoprire, ma adesso sappiamo che i due Gesù che compaiono nella lista non sono lì per caso, e forse neppure hanno una funzione genealogica, ma corrispondono a una logica e a un ordine ben preciso che si sviluppano da Noè, tolgono 888 anni e in seguito procedono di 27 generazioni in ventisette, quando il singolo loro ammontare è di 945, quello stesso 945 che forma l’anno in cui si gettarono le fondamenta del tempio.

Insomma è una metrica particolare che ci parla di Gesù e del tempio, quando alla luce di Gv 2,20-21 ciò è del tutto naturale essendo la stessa cosa. Ed è una metrica che conferma appieno quanto sinora il blog aveva scritto, cioè

  1. Una generazione conta 35 anni
  2. l’Anno Mundi risulta essere il 2863, a fronte di una Settanta che già ci aveva dato ragione indicando il 2862 con una leggerissima approssimazione.
  3. L’anno di nascita di Abramo fu il 1975 a.C. come risulta dal calcolo secco delle 56 generazioni lucane e come risulta dall’intero quadro cronologico-genealogico evidenziato
  4. In quest’ambito, come in molti altri, si colloca il Dies Natali cioè nel 15 a.C.

Crediamo che questo sia solo un accenno delle molteplici possibilità che offre la genealogia lucana, perchè a un primo sguardo “nuovo”, permesso dalla conoscenza esatta dell’anno di nascita di Nochè, sono emersi particolari importanti ma sinora sconosciuti.

Non è il caso di accennare agli altri, ce ne occuperemo nei giorni a venire, sperando di far emergere cronologie particolari, è vero, ma pur sempre illuminanti e certamente non ferme a un elenco genealogico, che avrà certamente la sua funzione, ma sarebbe riduttivo considerarla l’unica.

 

Dall’esodo al Gesù ἀρχόμενος: 1440 miglia bibliche

vascelloCome si può sintetizzare l’Antico e il Nuovo Testamento? Esiste un’estrema sintesi o occorrono centinaia di pagine per riassumere il testo e tutto quanta l’esegesi? Porsi questa domanda non è mettersi sullo stesso piano di Gesù, il quale ha scritto che “ama Dio e ama il prossimo” riassume tutta la Legge, perchè al di là del Decalogo c’è un testo che ha indubbiamente una dimensione storica, ad esempio.

Di essa quale ne è la sintesi? E possibile individuare dei punti cardinali con cui orientarsi? Io credo di sì se possiamo ridurre i punti cardinali a tre: essi sono Mosè, il tempio e Gesù. Ecco, questi tre punti ordinano tutta la carta cronologica e storica, ordinano cioè l’Antico e il Nuovo Testamento.

E’ con essi che ogni rotta biblica diviene possibile e si evita il naufragio nel mare magnum biblico. La data di nascita di Mosè; l’esodo a cui egli dette vita; il tempio che sorge su quella vita, la vita d’Israele e Gesù, in primis la Sua anagrafe, nonchè le date salienti della Sua vita.

Affronteremo allora un viaggio nella Bibbia seguendo una rotta ben precisa che dall’esodo, giunge a Gesù per vedere se è vero che s’incontrano “terre promesse” dal contesto biblico e tuttora inesplorate, come inesplorata è la rotta.

Ci affideremo alla bussola di cui adesso siamo in possesso: il calendario delle settimane, il quale disciplinava il culto attraverso cicli lunghi (294 anni) e cicli brevi (6 anni), per cui non può non tracciare una via che dall’esodo giunge a Gesù attraverso il tempio.

Tale rotta è esclusivamente cronologica e procede per punti, quando sappiamo dalla geometria che due punti fanno una retta, cioè una rotta, quasi un gioco di parole che saranno poche, perchè riassumeremo tutto nella tabella seguente, cioè nel nostro diario di viaggio.

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNI ANNO EVENTO
1425 a.C. Esodo 294 31 480 945 a.C. Fondamenta del tempio salomonico
945 a.C. Fondamenta del tempio salomonico 294 31 480 465 a.C. Fondamenta del secondo tempio
465 a.C. Fondamenta secondo tempio 8 48 417 a.C. Dedicazione secondo tempio
417 a.C. Dedicazione secondo tempio 44 264 Anno 153 Distruzione del cortile interno del tempio
Anno 153 Distruzione cortile interno del tempio 23 138 15 a.C. Nascita di Gesù
15 a.C. Nascita di Gesù 5 30 15 d.C. Gesù ἀρχόμενος

Come potete vedere l’esodo è il punto cardinale di partenza a cui segue,secondo  il calendario delle settimane, l’anno in cui si gettano le fondamenta del tempio; a seguire abbiamo le fondamenta del secondo tempio e poi una leggera burrasca, un fortunale innocuo che colloca la dedicazione del secondo tempio nel 417 a.C. quando noi abbiamo sempre scritto che la dedicazione di esso fu nel 419 a.C. o 418 a.C.

Dobbiamo considerare distinti quegli anni perchè formano, in una necessaria ottica di datazione doppia, il 419-418 a.C, o il 418-417 a.C. cosicchè, come abbiamo scritto, il fortunale non ci obbliga a cercare riparo in una approssimazione fastidiosa perchè tutte la date che precedono quell’anno sono estremamente precise.

Inoltre storicamente quel “sesto di Dario” di cui ci parla Esdra 6,15 fu il 418 a.C. per cui credo sia naturale storicamente quel 417 a.C. e possiamo procedere fino all’anno 153 quello di cui ci narra 1Mac 9,54 dicendoci che quello fu l’anno in cui si distrusse il cortile interno del tempio distruggendo l’opera dei profeti chiudendo così l’Antico Testamento.

Adesso affrontiamo l’ultime miglia del viaggio e giungiamo al Nuovo, al 15 a.C., anno di nascita di Gesù,  e a seguire il 15 d.C., quando quello stesso Gesù diviene personaggio pubblico di rilievo, ma senza l’ivestitura ufficiale del 32 d.C., inizio del ministero.

Dopo miglia di cronologia biblica, seguendo una rotta sinora inesplorata che ha riassunto punti fondamentali della nostra cronologia, mai raggiunti seguendo le rotte convenzionali, quelle cioè dei… commerci, siamo giunti in porto, e il nostro blog, come un vascello, ha solcato onde ignote, ha conosciuto i flutti del 417 a.C. ma è giunto a destinazione contro ogni scommessa, perchè tutti credevano nel disordine della cronologia biblica e ne temevano gli scogli, quando invece è un “oceano pacifico”.

Una profilassi biblica

siringoneLa Chiesa cattolica apostolica ha la sua festività in S. Pietro e Paolo. In alcuni post ci siamo occupati della ghematria greca dei due nomi propri e siamo giunti alla conclusione che Πέτρος conduce all’ultimo anno di regno di Manasse seguendo la nostra cronologia dei Re e questo permette di trarre alcune conclusioni alla luce dell’analisi del regno di Manasse che ne fa il deuteronomista e il cronista: l’uno ha un giudizio sprezzante giudicandolo, secondo le parole della Chiesa cattolica stessa per bocca di un suo sacerdote (Nobile), “il prototipo del peccatore”; l’altro tende la mano, aprendo a una conversione di Manasse. La coincidenza ghematrica tra Pietro e Manasse fa sì che i “due regni” coincidano nella loro fine, profetizzata dallo stesso Gesù che indica per Pietro una fine inaspettata e che lui non vorrebbe (Gv 21,18).

L’altro, il cronista, immagina un Pietro/Manasse capace di ravvedimento e nel finire del suo regno traccia un profilo diverso che la “Preghiera di Manasse” ben traccia.

Per quanto riguarda invece Paolo, la ghematria greca (Παῦλος) riconduce al 587 a.C., perchè il suo valore è, appunto, 587 quando quella data, di cui tutti direbbero un gran bene, è quanto di più allarmante si possa ottenere, datando un esilio babilonese che il blog ha denunciato come assolutamente falso, perchè si verificò nel 505 a.C., questo lo dice la cronologia profonda della Bibbia e la lettura ghematrica di lemmi il cui contenuto simbolico non dà adito a dubbi: ὄφις (serpente) coincide con il 586, cioè il 586 a.C., quando l’esilio è datato universalmente 587/586 a.C.

Il quadro che ne emerge, dunque, è inquietante, perchè se da una parte è cronologicamente falso, dall’altra è oggetto di un giudizio che conduce nientemeno che al serpente, a satana, al diavolo dando ragione al deuteronomista che aveva descritta una perversione del regno di Manasse e dunque, alla luce di quanto sopra, di Pietro, S. Pietro come aveva espressamente profetizzato nientemeno che Gesù stesso in Gv 21,18.

La curiosità adesso si fa forte e ci spinge a sondare il valore ghematrico di Ρωμη, sede stessa del cattolicesimo tutto,. e vedere se il quadro clinico sopra descritto si alleggerisce o si complica, cioè se il deuteronomista  e Gesù ci avevano visto giusto o, al contrario, la benevolenza del cronista , ma forse anche di Gesù, è fondata, tanto da apparire un fruttuoso esercizio di carità e misericordia cristiane.

Spesso ho giocato con il greco scritturale immaginando molte contraffazione e alcune sviste, per cui lo faccio anche adesso, cosciente che la quasi totalità dei casi discutibili poggino su modifiche impercettibili foneticamente, ma di grande sostanza sotto il profilo ghematrico, talvolta straziato, come il caso recentissimo che abbiamo illustrato, cioè quello relativo nientemeno che alla Pasqua.

Quel Ρωμη, allora, lo vogliamo scritto Ρωμε calcolandone subito il suo equivalente ghematrico che è 945, cioè 945 a.C. che riconduce, seguendo la nostra cronologia, alla fondazione del primo tempio, nel quarto anno di regno di Salomone. Insomma qualcosa che fa impallidire S. Pietro e qualcosa che da sola è capace di legittimare un quadro cronologico enorme, sia nella sua estensione, sia nella sua importanza, perchè dà respiro a tutta quanta la cronologia biblica che da quel 945 a.C. prende le mosse (è talmente pesante il discorso che non mi sento di metterci le mani: una sintesi, oltre che infruttuosa, sarebbe banale, Basta ricordare che di mezzo c’è il Cristo nuovo ναος).

Quel 945 a.C. è, dunque, un caposaldo della nostra cronologia che noi abbiamo sempre detto essere l’unica e originale, ma che non ha trovato molte conferme perchè giudicata forse infondata storicamente, ma a torto. A Rome forse qualcuno la conosce e chissà se la ghematria potrà dissolvere legittimi dubbi, certo è che quel quadro clinico emerso dalla ghematria di Πέτρος e Παῦλος si alleggerisce se la cura è adeguata e la profilassi efficacie. In caso contrario credo che si vada incontro a serie complicazioni che mettono a repentaglio la vita del paziente e la serietà della diagnosi del deuteronomista risulterebbe fondata.

Tra l’altro, caro Pietro, il Vangelo ha giocato con la tua chiamata ricorrendo ai versetti, stai bene attento e leggi Mt 4,18

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
18 Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.

Vedi? quel versetto 4,18 se lo leggiamo cronologicamente è il 418 a.C. cioè il sesto anno di Dario II quando cioè la mia cronologia colloca la dedicazione del secondo tempio. Questo ti dice che sei chiamato di nuovo a segurLo sulla giusta via però, se Ρωμε coincide con la fondazione del primo tempio e la tua chiamata, nonchè quella di tuo fratello Andrea, con la dedicazione del secondo, tanto da far pensare che tu e il tempio siate una cosa sola.

Quel 945 a.C., anno della fondazione del primo tempio, quarto di Salomone e ghematria di Ρωμε è in realtà, caro Pietro, un siringone salvavita ma, capisci bene però, che tocca alzare il “sedere” dalla poltrona, altrimenti la puntura non si fa.