Una filastrocca peregrina

Con un Falso peregrino, ci siamo occupati dei Racconti di un pellegrino russo e siamo giunti a due conclusioni: o è un’opera falsata oppure falsa, nel senso che essa risale a prima della Rivoluzione d’ottobre; o ne è successiva, perché quei trentatré anni dell’eta di Cristo del racconto III sono assolutamente falsi.

Per cui, o l’opera ha risentito di una censura per adattarla al nuovo corso rivoluzionario che con Lenin subito cambiò il calendario trasformandolo da giuliano a gregoriano; o l’opera nasce falsa, affinché, sempre il nuovo corso leninista, avesse mano libera sulla spiritualità russa di cui l’opera divenne modello, pure da esportazione.

Tesi bizzarra e di grido la mia, perché i Racconti sono conosciuti in tutto il mondo, per cui farebbe davvero scalpore sia la prima che la seconda ipotesi, ipotesi che noi abbiamo invitato a provare con una ricerca capillare nelle biblioteche russe tutte alla ricerca di un volume sfuggito alla censura, se l’opera risalga a prima della rivoluzione.

In essa, ne siamo certi, si leggerebbe non “trentatré come gli anni di Cristo” del capitolo III, ma “cinquanta”, perché l’anagrafe gesuana corretta, cioè ortodossa, è 15 a.C.-35 d.C., per un Cristo cinquantenne al momento della crocefissione.

Il nostro, però, è stato il più classico dei messaggi in una bottiglia e non sappiamo che fine abbia fatta, non sappiamo, cioè, se qualcuno ha letto il nostro messaggio e si sia messo alla ricerca, magari fruttuosa perché sì, qualche opera c’è che riporta “cinquanta” ed era stata considerata errata, quando in realtà era quella corretta e vera.

In questo fortunatissimo caso s’inserisce il post di oggi, perché il pellegrino ci è di nuovo d’aiuto, sebbene non affronti direttamente la questione, ma lascia che noi deduciamo una verità che già però potrebbe essere emersa con quel “cinquanta”, non più errore di stampa o di copiatura, ma volume attribuibile al manoscritto originale.

Infatti al racconto II lo starets indica al pellegrino il capitolo 35 di Giovanni Karpathos

nel quale è scritto: “Talvolta il discepolo è dato in pasto alla vergogna e sopporta prove per coloro che ha aiutato spiritualmente

e questo è un diretto rifermento alla Passione di quel Cristo che si vorrebbe trentatreenne, ma che dal passo risulta essere dato in pasto a una Passione che si colloca nel 35, sia inteso come capitolo, che anno, sebbene ciò non sia esplicito, ma lo si deduca, tra l’altro facilmente.

Infatti, quell’anno fu per il discepolato l’anno della vergogna, perché la Passione non ci narra di una caccia all’uomo, non ci tramanda il pericolo di vita se Giovanni, proprio Giovanni come quel Karpathos, segue tutta quanta la vicenda in prima persona.

Gli altri apostoli fuggono, mentre Pietro rinnega dicendoci che era giunta la Sua ora, ma era giunta anche l’ora degli apostoli, messi alla prova non dal rischio per la propria incolumità fisica, ma dalla derisione, dallo scherno, dagli insulti e dalle risa in faccia, perché il Maestro si era rivelato un impostore, un buffone di piazza.

Tutto questo -noi lo sappiamo sin troppo bene- avvenne nel 35 d.C. e dunque quel “capitolo 35 di Giovanni Karpathos” non solo è un rifermento, forse neanche indiretto, alla Passione, ma attinge anche a un preciso contesto cronologico e anagrafico dicendoci quando ciò avvenne e che età avesse Gesù, perché quel 35 del capitolo altro non è che il 35 d.C. che sin da subito, cioè automaticamente, colloca l’anagrafe di Gesù tra il 15 a.C. e il 35 d.C. per i “cinquant’anni” forse già emersi dalla ricerca precedente, per cui quel capitolo 35 di Giovanni Karpathos sarebbe un’inequivocabile conferma che i Racconti conoscono e attingono a una biografia che da “ortodossa” è divenuta, secondo noi, cattolica, è divenuta, cioè, “trentatré come gli anni di Cristo” e i trentini della filastrocca conciliare, opposti al Pellegrino perché non si aveva di meglio.

Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

I 46 Libri dell’Antico Testamento: un mondo sommerso

“La Bibbia si compone di 73 Libri, 46 appartengono all’Antico Testamento” è quasi un risposta da esame, quando il professore o vuole saggiare le basi o vuol metterti a tuo agio con una domandina facile, ma che tutto fuorché facile è.

Partiamo da quel 46 (vedi tabella) che compendia tutto l’AT. Esso è anche il 46 giovanneo (2,20), quello che si consuma all’ombra del tempio in cui Gesù lancia la sfida e gli altri replicano che dovrà passare sul loro cadavere, se per primi non lo faranno loro sul Suo, però.

Già diviene adrenalinico quel 46 e l’AT diviene un giallo: c’è di mezzo almeno un cadavere. Ma questo ci dice che c’è anche una dead line, perché quei 46 Libri vetero testamentari concludono l’Antico, come concludono la vicenda del secondo tempio, se Gesù invita distruggerlo perché Lui nuovo ναός.

Ecco la dead line dell’Antico Testamento che coincide con il tempio, luogo di elezione per la Torah, per la Legge quella che Gesù viene ad abrogare per una nuova Legge che supera quella precedente.

Dunque 46 Libri dell’AT non è domandina facile, tutt’altro, perché riassumono la Legge mosaica che conclude il suo ruolo all’ombra omicida del tempio, perché patrocinio di una casta che sente minata la sua autorità e diviene feroce.

Questo è il contesto in cui si cala l’informazione bibliografica secca, ma c’è anche un contenuto specifico che quei 46 numero di Libri esprimono sebbene velatamente.

Esso può emergere solo alla luce del blog che si è sempre fatto forte di un’anagrafe gesuana ferma a 50 anni, cioè al 15 a.C.-35 d.C., unica in assoluto cronologia possibile se si cerca la coerenza e l’intelligenza, cioè la comprensione e non il caos.

Quei 50 anni, allora, divengono la sintesi del Vecchio e Nuovo Testamento nella figura di Gesù, perché se l’Antico si compone di 46 Libri, i vangeli sono 4 per una somma di 50 che rivela la compiutezza, tanto che fa luce sul grido di Gesù : “Tutto è compiuto!” è compiuta, cioè, la Scrittura nella sua interezza: Antico e Nuovo per un’anagrafe di 50 anni e una nota bibliografica di altrettanto 50. In Gesù è riassunto tutto.

E infatti Genesi ci viene incontro quando ammonisce a non consumare i frutti dell’albero del bene e del male “altrimenti morirete”. Questo è intimato in Gn 3,3 per un 33 d.C. che infatti non solo nega un’anagrafe sensata a Gesù, ma fa carta straccia dell’Antico e del Nuovo Testamento se tutto si riassume in quel 46 che diviene inintellegibile solo ai fini del senso spiegato sopra, altrimenti è una nota che compone il numero dei Libri vetero testamentari della Bibbia.

Va, insomma, tutto fuori asse e Gesù lo sa, sa che quello è di nuovo il peccato originale neanche più tale ma recidivo: si è voluto nuovamente conoscere, cioè stabilire, ciò che è bene e ciò che è male esautorando Dio, perché questo significa quel 33 d.C.

Dio diviene, senza un senso cronologico chiaro, Deus absconditus: non lo vedi, insomma, per cui non c’è, o se c’è è idea e ognuno ha la sua e vattelapesca chi ha ragione, cioè chi è dalla parte della ragione se tutti siamo dalla parte della fides che non si comunica sul piano logico, ma solo intuitivo, quasi un afflato poetico da Buon Natale.

Per questo Gesù piange Lazzaro, e piange in 11,35, quando quel 35 è il 35 d.C. della sua anagrafe, cioè è Lui, documenti storici alla mano, ma che sono stati catalogati spam e lo si è ucciso o, in ogni caso, non varca la frontiera della scienza che esige documenti in regola, che poi neanche è vero e i clandestini li fa passare, eccome.

Ecco, allora, la morte di Lazzaro che è passato dalla vita alla morte per aver ceduto al 33 d.C., per aver cioè creduto e ceduto alla lusinga di essere come Dio, dimenticando che poi “ne morirete”. Sicuro.

Da Genesi a Giovanni, ecco la Scrittura nella sua interezza e originalità e il resto è forse un di più, non nel senso d’inutile, ma solo qualcosa che si è sviluppato sul grande tronco scritturale, per un albero biblico che è forse quello della vita che cita Apocalisse.

All’interno di questo tronco, però, c’è la profondissima venatura vetero testamentaria che anche lei ha un inizio e una dead line che è possibile calcolare alla luce di quel 46, anagrafe e bibliografia, perché quel 46 (anni) cadono, grazie al blog, nel 31 d.C. quando però noi sappiamo che la Legge fu istituita nel 1423/1422 a.C., nel deserto mosaico e dunque essa conta 1454 anni di vita; poi, all’ombra del tempio, quella descritta da Gv 2, 20, essa conclude la sua parabola con il guanto di sfida che Gesù lancia ad essa.

Certo, occorreranno altre 3 anni affinché tutto sia compiuto, ma il sinedrio sa che la fine è nell’annuncio funebre: le esequie si terranno e a niente servirà gridare: “Prima Tu!” la corona di fiori Gesù l’aveva già esposta.

Un Gesù che spesso si equipara a Mosè: lui pastore, ma Gesù “quello grande” tuttavia entrambi responsabili del gregge, per una vita parallela che ne fa entrambi personaggi della Scrittura anche nel numero alla luce di quel 1454 se nel 1454 a.C., secondo il blog, Mosè rientra dall’Egitto a 30 anni, come Gesù esce da un Egitto sociale, uno straniero in patria, nel 15 d.C. a 30 anni pure Lui quando non inizia il Suo ministero, ma diviene
ἀρχόμενος (Lc 3,23) cioè famoso, magari rabbi famoso, come famoso lo divenne Mosè a 30 anni per un esodo annunciato, come lo annunciò Gesù.

Il tempio di carne

Sul simbolismo dell’agnello immacolato non credo che siano necessarie molte parole: tutti conoscono Gesù come sua personificazione. Tuttavia alla luce del post di ieri possiamo aggiungere alcune considerazioni, in virtù del fatto che la ghematria greca di Giuseppe e Maria conduce all’anno della dedicazione del tempio salomonico. E’ Gesù nuovo tempio, nuovo naos, cioè Sancta Sanctorum che collega e unisce l’intera Sacra Famiglia in contesto nuovo, ghematrico prima ancora che teologico.

Infatti la ghematria di Ἰησοῦσ è 888, mentre quella diἸοσεφ e Μαριά è 937 quando, lo abbiamo detto, il 937/938 a.C. fu l’anno della dedicazione del primo tempio. Questo richiama, anzi, pone un quesito: quando fu dedicato il nuovo tempio in Cristo? Se Gesù è il nuovo naos, l’anno della sua dedicazione è altrettanto importante, in particolare per quell’ambito teologico di cui parlavamo ieri e che si è arricchito, specie nella mariologia.

La ghematria in questo ci è di nuovo utile, perchè disponiamo di tutti gli elementi di calcolo: il valore ghematrico di Giuseppe; di Maria e di Gesù tanto che noi subito proporremo la differenza tra quei valori ghematrici. In particolare tra la somma (vera e propria unione) dei coniugi e il figlio.

938 – 888 segna una differenza di 50, quando il 938 a.C. fu l’anno della dedicazione del tempio salomonico; mentre 888 è, in fondo, Gesù stesso seppur emergente dalla ghematria. Quel 50 richiama sin da subito l’età complessiva di Gesù al momento della crocefissione, avvenuta nel 35 d.C., come da sempre indica il blog.

Questo ci permette di sostenere che l’anno della crocefissione fu l’anno della dedicazione del nuovo naos, perchè fu allora che l’agnello fu immolato in sacrificio perpetuo in segno della nuova alleanza.

Mi pare di poter dire che il calcolo ghematrico abbia fatto emergere spunti sinora sconosciuti che confermano una teologia già ricca di per sè, ma priva di quella concretezza che colloca il simbolo in un contesto storico: l’anno della dedicazione del tempio salomonico (938 a.C.) e l’anno della dedicazione del nuovo tempio in Cristo (35 d.C.).

Da una parte, quindi, un tempio di pietra; dall’altra uno di carne e se il tempio era il cuore della società ebraica, da una parte un cuore di pietra, dall’altra un cuore di carne, cioè l’uno la Legge e i suoi sacrifici, l’altro la misericordia con il suo unico ed eterno sacrificio, perchè il Signore predilige quest’ultima più dell’altra (Mt 12,7)