Le spine della Bibbia

Se c’è un simbolo che riassume la regalità di Gesù è la corona di spine, perché con quella fu salutato e schiaffeggiato come re dei giudei. Quella corona, a differenza della colomba, altro simbolo cristologico, si posò sul suo capo nel 35 d.C., che molti vorranno ancora mettere in discussione, fermi al 33 d.C. tradizionale, ma non CEI, magari, che fissa le occorrenze di “spine” proprio a 35, tanto che siamo certi non vorrà darci torto.

A noi infatti è venuta voglia di cercare tra le spine, quelle bibliche però, e così siamo giunti a una parziale conclusione: sono tre quelle che segnano tappe importanti:

la prima è il 35 d.C., quando i soldati romani le intrecciano

la seconda è quella di Mosè che le vede ardere

la terza è il castigo di Genesi, quando le si promettono (Gn 3,18).

Vogliamo vedere se sono collegate o se si cartterizzano per una simmetria cronologica ancora non studiata? E vogliamo vedere se quella simmetria si presenta solo in un contesto cronologico e non in altri?

Sì vediamolo e consideriamo il nostro Anno Mundi, cioè il 3923, quando ebbe inizio la storia, una storia che di lì a poco diverrà peccato originale o, in ogni caso, da esso segnata. Deve esserci allora un lasso di tempo, quello necessario al passaggio da uno stato d’innocenza a quello di peccato, ma non deve essere lungo, deve infatti rientrare nella generazione di Adamo o di lì a poco.

CEI, dicevamo, ci darà ragione perché noi la diamo a lei che ha fissato le occorrenze di “spine” a 35, tanto è vero che noi applicheremo la generazione matteana di 35 anni, quella che, moltiplicata per 14, segna non solo le tre tranches matteane di 490 anni, ma che è pure, forse più, ghematria di “chiave di Davide” in greco, una chiave che apre non alla storia comunemente intesa, ma al disegno, alla profezia e all’eternità.

Infatti, considerando il 35 d.C., occorrono 113 generazioni di 35 anni per giungere al 3920 A.M. che, dopo la tappa fondamentale del 1435 a.C., quando Mosè assiste al roveto ardente ed è conferito del potere di liberatore, risulta essere l’anno esatto in cui si comminarono le pene: al serpente, ad Eva e ancor più ad Adamo costretto a muoversi tra le fatica e, appunto, le spine.

Avevamo premesso, all’inizio, che il calcolo doveva cadere poco fuori la generazione di Adamo, cioè non oltre quella dell’A.M (3923) ed infatti abbiamo un’altra simmetria: tre sono gli anni che separano il 3920 dal’A.M e il terzo è il capitolo di Genesi che semina le spine in Eden.

CEI ha ben tradotto mentre noi, mi pare di poter dire, abbiamo ben calcolato, perché nessun’altra cronologia fissa l’anno Mundi al 3923; nessun’altra da esso fa discendere l’intera genealogia lucana con cui lo ha calcolato; nessun altra ferma al 1435 a.C. non solo il roveto ardente, ma anche l’inizio delle 10 piaghe e nessun’altra affiderebbe la croce a un fantasioso 35 d.C, per il semplice fatto che nessuno entrerebbe in un ginepraio nudo.

La palla ai piedi dell'albero di Natale

La lettera a Sardi, la chiesa a cui abbiamo dedicato molti post, si caratterizza per l’ora, un’ora che l’angelo deve conoscere, altrimenti se ne andrà via nudo (Ap 16,15), così come è stato trovato, perché beato sarà chi mantiene le sue vesti.

Egli, Gesù, verrà come un ladro, si scrive, ma nessuno ha capito il senso di quel sostantivo che ripropone la crocefissione, quando, tra due ladroni, fu appeso anche Gesù, ma non come ladro quanto come impostore.

In questo senso allora, lo strong diviene insostituibile, perché coglie la sfumatura e riferisce Gv 10,8, quando solo tutti quelli venuti prima di lui sono ladri e briganti.

Ma anche qui la traduzione è pessima, perché non lascia intendere che quel “venuti” prima di lui significa “venire alla vista del pubblico” come di nuovo suggerisce lo Strong, per cui “nascere”, magari come Messia e prestarsi all’adorazione dei pastori prima, dei Magi poi.

Adesso subentra un bellissimo gioco di versetti, quelli a cui il blog crede, perché capaci di far luce quanto altre chiavi di lettura, magari più note, ma insufficienti, talvolta, a far luce piena su ambiti particolari.

La prima citazione che abbiamo riportata è in Ap 3,3, quando Gesù viene come impostore o falso maestro e infatti quel 3,3 di Apocalisse della Lettera a Sardi è il 33 d.C., la data tradizionale e solo tradizionale della crocefissione che, ne siamo certi, è da condivisa da ben pochi nella sostanza, la quale si fa forte solo di una tradizione che se impugnata non ha argomenti.

Quel 33 d.C. fa di Gesù, allora, un falso maestro perché lascia molto spazio al dubbio, talvolta al mito, in ogni caso lo priva di una storicità certa se neanche l’anno di morte ha una solida base.

Gesù, allora, viene a Sardi con documenti saputi falsi, ma di cui non si conoscono neppure gli originali e vidimati dalla storia, perché il 35 d.C. è assolutamente marginale, tanto che se ne occupa solo il nostro blog.

Tuttavia è quel 35 d.C. che fa di Gesù il rabbuni (Gv 20,16) cioè l’unico e vero maestro, mentre il 33 d.C. lo confonde nella folla degli aspiranti al titolo, rendendolo, sostanzialmente, un grande falso, un impostore che nessuno sinora ha cacciato dalla storia.

Sardi deve stare bene attenta, allora, perché la sua venuta non sarà, come si aspetta, in pompa magna, quella a cui è abituata, ma vorrei dire in sordina, quando però penso in guardina, cioè nella veste di un impostore di nuovo condannato, sebbene stavolta dai tribunali dei suoi prestigiosi ed esclusivi college che non vogliono nessuno con la palla la piede.

Tuttavia Gv 10,8, la seconda nostra citazione, è chiaro: tutti coloro che sono venuti prima di Lui sono in realtà ladri e briganti, ma lo abbiamo scritto: non è corretto tradurre così perché non è semplicemente “venuto”, ma “nato, esposto al pubblico” e conseguentemente all’adorazione, dei pastori prima; dei Magi poi, lo abbiamo già scritto.

Non il caso, allora, ma la sacralità dei vangeli vogliono fermare quella venuta al pubblico in Gv 10,8, perché se il 33 d.C. segna la menzogna e la palla al piede di Gesù, il 10/8 segna però il Natale, il nostro solito Natale, rovinato da un impostore, che però in quel giorno è davvero nato, ed era il 10 agosto del 15 a.C., mentre è morto e risorto nel 35 d.C. lasciandoci però la Pasqua.

Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

Una mela marcia

Ricordo ancora quando Don Ferdinando Rosmini a Messa spiegò, durante l’omelia dall’altare, il simbolismo della mela come frutto del peccato originale. Don Ferdinando aveva studiato alla Gregoriana, mi hanno detto, e solo per vicissitudini personalissime non aveva fatto carriera, ma si capiva che avrebbe avuto la cultura e il carattere per farla.

A me colpì, non me ne vogliano i miei attuali compaesani, che su al Monte un sacerdote spiegasse un etimo latino parlandoci di malus-mala-malum e dunque mela, cosa che rendeva appetibile le sue omelie anche a chi aveva solo un po’ studiato.

Tuttavia, quella mela, è quanto di più distante dall’essere il simbolo del frutto del bene e del male, perché, Gregoriana o meno, tradisce uno smarrimento profondo di fronte alla scrittura che non conosce il latino, in questo caso, ma glielo si è attribuito, con dolo.

E’ in Genesi 3,7 una risposta alquanto semplice, perché basta seguire la vicenda di Adamo ed Eva per comprendere che quell’albero è il fico, tanto che le occorrenze bibliche ci vengono di nuovo incontro fermandosi a 33, per un bene o male cronologico che il blog da sempre denuncia, se la crocefissione, in realtà, è del 35 d.C., cosicché Dio, cacciato in malo modo dalla storia, ha fatto posto al bene e al male dell’uomo, per una Chiesa, cattolica, che ha offerto quel frutto a tutte le altre, cadendo in peccato originale.

Adamo ed Eva, infatti, si legge che consumarono del frutto e si videro subito dopo, ma forse ancor prima, in ogni caso nell’istante stesso in cui si aprirono i loro occhi, nudi e fecero le rispettive cinture di foglie di…fico che dunque era la pianta da cui non si mossero e che offrì loro le foglie, oltre al frutto.

Insomma prima allungarono la mano per cogliere il fico, dopo per raccoglierne le foglie, ma fu un tutt’uno, uno stesso albero, per un peccato e per una vergogna. Dunque la mela ha davvero poco a che fare con l’Eden, casomai è frutto privilegiato della Gregoriana, un latinismo fuori dal tempo, dallo spazio e dalla Grazia.

In questo senso, allora, Nicodemo che Gesù scorge sotto il fico è sì l’israelita in cui non c’è inganno, ma quell’albero non è più simbolo dei giusti e della giustizia, ma del bene e del male che sono sempre Giustizia, ma divenuta, alla luce delle occorrenze (33), appannaggio dell’uomo e simbolo, quindi, del peccato primigenio, quello che Nicodemo non ha commesso, avendo riconosciuto Gesù, cioè il bene, perché in lui non c’era menzogna, come invece abbonda nel 33, quel 33 d.C. che invece bestemmia dall’altare su cui batte i pugni per un malus-mala-malum ex cathedra.

 che

La pesca miracolosa sulla riva destra del Tevere

La pesca miracolosa costituisce uno dei passi più noti del Vangelo di Giovanni. Credo che nel corso dei millenni tutte le domande siano state poste e abbiano ricevuta risposta, sebbene sia sfuggito (dimenticato? Censurato?) il senso di quei 153 grossi pesci, senso che noi abbiamo riassunto qui (nel particolare qui)

Sorge, però, una domanda davvero bizzarra se Giovanni conta quei pesci, operazione solo in apparenza inutile nell’economia di un Vangelo che in così poche pagine riassume la vicenda terrena di Gesù di cui si potrebbero scrivere così tanti libri che il mondo non basterebbe a contenerli (Gv 21, 25).

Dunque se l’apostolo non si è lasciato prendere dal capriccio, perché dovremmo farlo noi se ci chiediamo di che specie fossero quei pesci? Infatti, sappiamo che sono grossi, forse veramente grossi, ma non sappiamo che pesci fossero. Erano tutti della medesima specie o di specie diverse?

Noi crediamo che fossero della stessa specie ed erano romani, perché, ovvio, noi in quei “grossi pesci” vediamo un simbolo e non una cattura fine a se stessa. Il significato del simbolo, quindi, non può che essere relativo al rango sociale, culturale e politico dei personaggi irretiti, che erano, appunto, “grossi”.

Ci appare evidente, già sulle prime, che non fossero ebrei, cioè che non i membri del sinedrio si fossero convertiti (di questo si tratta: di una conversione) altrimenti Giovanni lo avrebbe scritto chiaramente tanto era naturale.

Ma la pesca fu eccezionale, cioè assolutamente inaspettata tanto da essere “miracolosa” e dunque il pescato non apparteneva a specie autoctone, erano, insomma, romani; e che lo fossero lo vedremo nel prosieguo, dando a quel 153 del Vangelo e della pesca un’ulteriore senso, altrettanto importante.

Partiamo col ricordare quanto già scritto, anche ieri, che a Gerusalemme, in virtù dello sconvolgimento degli elementi naturali (terremoto, eclissi) a cui avevano assistito i romani dopo la crocefissione, in particolare Pilato la cui parola non poetava essere messa in dubbio, Roma chiese una relazione dei fatti del 35 d.C.

Forse Tiberio in persona volle essere informato e dunque lui, forse, è “l’illustrissimo” del Vangelo lucano. Ma questo segna un fatto epocale, perché chiude l’Antico Testamento, almeno stando alla città simbolo di esso: Gerusalemme, che con la crocefissione del Figlio di Dio non era più la città di Dio, ossia la città di Davide.

Gerusalemme, stando ai nostri Re, sorge come città divina e capitale nel 989 a.C. per cui nel 35 d.C. ha 1024 anni quando noi nel 1025/1024 (datazione doppia) a.C. facciamo nascere Davide (come si veda qui). Questo genera un’identità tra Davide e Gerusalemme che è oltremodo facile comprendere, mentre va sommariamente spiegato che nel 35 d.C., infrangendo l’alleanza con la crocefissione, si apre non solo un’alleanza nuova, ma si fonda, alla fede, una nuova città che è Roma, non a caso palindromo evangelico di amoR.

Dunque, avendo scritto che la specie dei pesci della pesca miracolosa è romana, e avendo aggiunto che la crocefissione fonda una nuova capitale simbolo della nuova alleanza, capitale che è Roma, dobbiamo trovare il legame tra i due eventi e quel legame è sempre il numero 153 dei “grossi pesci” ma romani.

Abbiamo indagato nel web alla ricerca di queste informazioni e ne abbiamo trovata una molto, molto precisa: la datazione della Tomba di San Pietro ferma al 153 d.C.. che conduce, inequivocabilmente, a Roma, cioè laddove deve essere, se si è compreso il mio ragionamento.

Va da sé che Pietro è di tutto rispetto, sia nell’economia della nuova capitale, sia nell’economia del passo, cioè della pesca miracolosa che lo vede nudo, è vero, ma anche protagonista di un mea culpa che farà storia, forse una storia così importante che è ancora sotto gli occhi di tutti se quelle ossa contenute nella tomba sono sue, anche se amoR mi fa pensare al Giovanni che ne Vangelo ci ha parlato di pesci, mentre nelle sue lettere di amoR.

Roma, dalle fake news alla notizia

Quando ci siamo occupati del Vangelo di Luca, abbiamo scritto che esso è la relazione che giunge a Tiberio nel 35 d.C. Una relazione altro non è che quanto si chiede per far luce su dei fatti.

Di solito vi ricorre il superiore gerarchico per essere informato e in questo caso vi ricorse l’imperatore, ma perché? Noi abbiamo scritto, forse bene ma non in maniera precisa, che quel Vangelo lucano fu scritto per Erode, l’illustrissimo del Vangelo; da lui giunse a Pilato essendo divenuto amico e da Pilato giunse a Roma, perché egli rimase colpito non solo dalla relazione, ma anche dall’averLo incontrato e forse rimasto affascinato da quel predicatore che diceva se stesso essere la verità, quella che l’impero non aveva sinora trovata sebbene avesse frugato tutto il mondo conosciuto, tant’è che Roma si chiede, con Pilato cosa sia mai la verità (Gv 18,38).

Non è sbagliato quanto sopra tuttavia ci viene di pensare che debba esserci stato qualcos’altro che smosse la sonnolenta routine di un’impero che ne sentiva di tutti colori dai suoi confini.

Le miriadi di voci, cioè le news, erano vissute con distacco perché al sorgere del sole, come oggi, ce n’era sempre una nuova, ma non cambiava nulla, subito superata da quella successiva.

Insomma, è davvero come accade oggi, dove l’informazione è rullante e solamente i fatti davvero eclatanti colpiscono l’opinione pubblica che solo di fronte ad essi s’informa, cioè chiede una relazione come quella del 35 d.C. e non a caso in quell’anno, perché noi sappiamo che quello è l’anno della crocefissione.

Dunque dovette accadere qualcosa di straordinario in quell’anno che non può essere una semplice crocefissione, tante l’impero ne vedeva e comminava magari ai giusti (Lc 23,47) , cioè ad innocenti, cosa che certamente non ne scuoteva la sensibilità. Allora cosa costrinse l’impero ad informarsi? Cosa ruppe la routine delle news imperiali?

C’è quel qualcosa che fece leggere non solo i titoli delle news all’impero, ma l’intero articolo e quel qualcosa è presente nei vangeli ed è, assurdamente, interpretato come leggendario, non avendo notizia di tutto ciò dal passato: lo sconvolgimento degli elementi naturali alla morte di Gesù quando Matteo riporta di un terremoto (27,51) e Luca di una eclissi da mezzogiorno sino alle tre (Lc 23,44 altro accadde, ma a noi sono sufficienti questi due fatti).

E’ lo sconvolgimento degli elementi naturali che fa gridare il centurione “Era proprio lui il figlio di Dio!” (e non Barabba), ma questo grido non è altro che quello di Roma, la quale si trova di fronte non alla solita voce dai confini, perché adesso ci sono testimoni oculari e sono i suoi uomini (Mt 27,54), in particolare il suo governatore: Pilato a cui non può non credere.

Ecco allora che quelle semplici news (fake news) divengono notizia e l’impero vuole essere informato nel dettaglio, perché “Era proprio lui il figlio di Dio” (Mt 27,54), altrimenti come spiegare il terremoto e l’eclissi di tre ore alla sua morte? Come spiegare quella, appunto!, teofania?

Non chiedete a nessun altro se davvero ci fu il terremoto o un’eclissi così lunga: chiedete a Roma, lei ha la relazione minuziosa dei fatti: il Vangelo di Luca scritto per “l’illustrissimo” Tiberio.

La Pasqua di Maddalena

Impegnato in un forum, anche se dovrei dire la verità: avevo poca voglia, riprendo un attimo le redini del blog per offrire una Pasqua ancora più insolita di quella che la ferma a Pesach sheni che non è ancora detto sia sbagliata, magari può tornare utile in un secondo momento quando cioè gli elementi permettano una valutazione ulteriore.

In Pesach sheni, dicevamo che Pesach non si tenne al 15 di Nissan, ma nel mese successivo a causa dell’impurità dei sacerdoti che avevano e volevano la morte di Gesù, cosa che li rese impuri agli occhi di Gerusalemme, perché se anche il contatto con il morto non c’era stato, c’era stato però la pianificazione di un omicidio che Gerusalemme realizzò come tale.

Adesso, invece, torniamo sui passi della tradizione e collochiamo la Pasqua a Pesach, cioè il 15 di Nissan, ma ne calcoleremo la cadenza gregoriana da un punto di vista davvero molto insolito, cioè Mt 28,1 quando Maria Maddalena e l’altra Maria vanno al sepolcro sul far dell’alba.

La Maddalena, secondo noi l’adultera di Gv 8 perché solo chi ha avuta salva la vita quando pensava tutto perduto può nutrire quella riconoscenza, chiama Gesù ραββουνι che dicono significhi “maestro mio”, ma noi pensiamo a “Gran maestro”, “unico “maestro”, maestro cioè secondo la profezia, cioè “alla maniera di Melchisedek” (Genesi 14:18-20; Salmo 110:4).

Il greco è ghematrico, lo sappiamo, per cui non rimane che calcolare il valore di ραββουνι che è 635 che noi, sulla scorta dell’alba della Maddalena, interpretiamo come ora e anno, cioè le 6 del 35 d.C. (per il 35 d.C. non c’è nessun problema: è un cardine del blog).

Quindi il “sul far dell’alba” matteano ha un ora precisa e sono le 6 del mattino, per cui adesso bisogna vedere quando l’alba sorge alle 6 di mattina a Gerusalemme.

Quel giorno è il 24 aprile, mese ideale per la Pasqua che infatti quasi sempre in quel mese – e in quei giorni- cade nel gregoriano. Tuttavia non bisogna dimenticare che quello è il giorno dell’incontro con la Maddalena che Lo vede risorto, ma in croce ci fu messo 3 giorni prima (segno di Giona), cioè al 21 di Aprile.

Interessante quel 21 che si compone di 777, come la ghematria di
σαυρός (croce) che noi conosciamo; inoltre il 21 aprile è la data tradizionalmente fissata per la fondazione di Roma, per cui data importante in ogni caso, forse anche quello di amoR e la sua storia.

Fin qui è pura congettura, ma un programma, quello solito che però ha tolto la didascalia ai calcoli rendendola meno diretta, cioè che esso non tiene conto dell’avanzamento di 11 giorni dal XVIII secolo, ci permette di sapere se siamo almeno parzialmente nel giusto.

Infatti noi imposteremo il calcolo che poi scalerà di 11 giorni per ovviare all’avanzamento. Ecco il risultato:

il 21 aprile del 35 d.C. cade al 26 di Nissan per cui, scalati 11 giorni, si ottiene il 15 di Nissan, data tradizionalmente indicata per la crocefissione. Sta agli altri, magari, sapere che giorno della settimana fosse quel 15 di Nissan, mettendo a frutto quanto sopra, cosicché si possa mettere fine alla querelle tra sinottici e Giovanni, cioè tra il mercoledì o il giovedì per l’ultima cena da sempre “portata” a cose strane, come questo post.