Lo scorrere del tempio

Premessa

Questo post, se lo volessimo affrontare nella sua completezza, sarebbe molto impegnativo perché dovrebbe fondere i post dedicati la Libro di Enoch con quelli dedicati ad Aram. Non ci è possibile e ce ne scusiamo, per cui diremo che il concetto che il post istruisce è uno solo e verte sul 3 a.C. che s’individua con la metrica dei 777 anni, la quale, se già ha fatto tappa in Atalia, nel 3 a.C. fa tappa al tempio, con Gesù tra i dottori, parlandoci di una cronologia sui generis, è vero, ma fondamentale nella comprensione di quella finora affrontata dal blog e del Libro di Enoch.

Proseguiamo con l’introduzione al Libro di Enoch seguendo quello che la cronologia rivela a proprosito del Figlio dell’uomo che in quel libro compare per la prima volta, quando però abbiamo visto che c’era già un precedente e si collocava esattamente nella generazione di Enoch, perché se sottraiamo il 777 ghematria di σαυρος (croce) al 3923 cadiamo 35 anni dopo l’inizio della generazione di Enoch, cioè nel 3146 di cui abbiamo già parlato diffusamente, mentre adesso non rimane che ricordare che quei 35 anni che separano l’inizio della generazione dal termine ad quem del calcolo (3146) prodotto dalla sottrazione di 777 dall’Anno Mundi, sono i 35 anni che segnano l’anno della crocefissione, cioè il nostro 35 d.C.

Procediamo dunque nella nostra introduzione cronologica che si rivelerà teologia cristologica, ricordando, però, che la frequenza del numero 35, multiplo di 7, simbolo della croce e della perfezione, accompagna l’intero percorso cronologico, perché dopo 777, sottratto 5 volte all’Anno Mundi (3923) si susseguono due tranche di 35 anni (vedi tabella all’interno del post) che conducono al 31/32 d.C. anno che segnò il dialogo tra Gesù e i farisei di Gv 2,19-21 e l’inizio del ministero pubblico.

Per il momento abbiamo dunque che 35 anni, una generazione matteana, ricorrono in Aram, seguendo il calcolo sopra riassunto, e ricorrono nelle ultime due tranche, cioè quelle che vanno dal 38 a.C. al 31/32 d.C.

Quel 35 è simbolo della croce, ma è anche simbolo di coloro che l’avrebbero innalzata, se seguendo tutta la tranche cronologica che va dal 3923 Anno Mundi al 31/32 d.C., c’imbattiamo in Atalia nell’815 a.C., un’Atalia che fu non solo usurpatrice, ma che si macchiò con una strage d’innocenti (i figli del defunto marito) come quella che caratterizza l’infanzia di Gesù.

Questo, abbiamo scritto, spiega il senso di quel 3146 che incontriamo sin da subito nel calcolo, cioè sottraendo 777 ghemtria di σαυρος (croce), una croce che dà l’intero senso di una cronologia del Figlio dell’uomo innalzato su quella stessa croce come scrive Gv 3,14.

Potrebbe sembrare casuale o forzato il nostro accenno ad Atalia regina del sinedrio, nel senso che i calcoli solo per una logica loro uniscono due epoche che si sono caratterizzate e macchiate allo stesso modo, cioè usurpando e uccidendo, ma allora diviene davvero curioso che, alla luce della nostra anagrafe gesuana (15 a.C.-35 d.C.), noi incontriamo anche un 3 a.C. come risulta chiaro dalla tabella

3923 – 777 = 3146

3146 – 777 = 2369

2369 – 777 = 1592

1592 – 777 = 815

815 – 777 = 38

38 – 35 = 3 a.C

35 – 3 = /3132 a.C.

Quel 3 a.C. non è un anno qualsiasi alla luce della nostra cronologia, perché segna l’episodio di Gesù tra i dottori del tempio (Lc 2,42), quando cioè dodicenne, secondo la nostra cronologia, Egli si presentò al tempio, quello stesso che lo vedrà adulto sfidarlo a ucciderlo e quello stesso a cui abbiamo data una regina, cioè Atalia, che si macchiò delle stesse sue colpe: usurpò e uccise.

Adesso non rimane che ricapitolare questa cronologia cristologica anche se dedicata al Figlio dell’uomo enochiano, segnandone i punti salienti in neretto, cosicché il colpo d’occhio aiuti a capire che non siamo di fronte al capriccio della matematica, ma all’interno di una cronologia ben definita

3923 Anno Mundi-777 anni
3181 generazione di Aram -35 anni 3146
3146-777 anni
2369-777 anni
1592-777 anni
815Regno di Atalia-777 anni
38

– una generazione matteana di 35 anni
3 a.C.Gesù tra i dottori della legge
– una generazione matteana di 35 anni
31/32 d.C.Dialogo con i farisei al tempio e inizio ministero

A tutto questo, prego che il lettore aggiunga l’intera categoria dedicata ad Aram che già abbiamo affrontata. Essa ci parla del monogenito, dell'”avrete innalzato” di Gv .8,28 e del verbo “crocifiggere” tutti aspetti che contribuiscono a chiarire l’importanza del Libro di Enoch e della sua locuzione forse principale perché apre alla comprensione di una storia che si fa teologia.

La ragione e la fede di un’attesa

Nel post recedente abbiamo appena introdotto la diversa natura cronologica dell’Attesa messianica vista da Luca e da Giovanni, quando l’uno ferma il tempo al 34 d.C.; l’altro al 32 d.C.

Sono due diversi episodi che determinano la differenza, ma proprio perché diversi riflettono le due diverse nature dei rispettivi vangeli: storico quello di Luca che nasce dopo “un’accurata ricerca e un resoconto ordinato”; teologico quello di Giovanni che vive un’unica grande Pasqua.

Infatti se nel primo si referta la storia alla luce della guarigione dell’emorroissa, fatto medico, nel secondo quell’attesa messianica finisce con la resurrezione di Lazzaro che fa da pendant alla Resurrezione.

Luca, medico, fu pragmatico uomo di scienza e non indulse alla teologia; Giovanni si china sul petto di Gesù e ne sente il battito teologico facendo del Vangelo un resoconto “raffinato” piucchè accurato.

Questo però non significa che le due opere si contraddicano: tutt’altro. Le due opere, come abbiamo spiegato sopra, nascono diverse per natura e scopo e dunque quell’Attesa segna una fine che non coincide, sebbene in entrambi precisa cronologicamente, solo che l’uno guarda al taglio storico; l’altro a quello teologico.

Detto questo possiamo introdurre una tabella che sintetizza l’intero periodo, cioè da Mosè al 34 d.C., tabella che riassume tutto dimostrando che quell’Attesa nasce nel deserto e giunge all’Emorroissa rendendola ancor più donna se Anna la profetessa fu l’ultima della sua stirpe e il suo sguardo concluse quello profetico proiettato nel futuro.

Vorremmo dire che “la Legge e i profeti fino a Giovanni” (anche qui), ma quest’ultimo, per sua stessa ammissione, non fu Elia, non fu profeta, ma solo voce di quel deserto (Gv 1,21-23) che aveva concepito il Messia e dunque ciò che lo ha reso celebre, ciò che ne ha fatto The voice per antonomasia, si arricchisce di una sfumatura messianica che attinge all’esperienza esodale mosaica di cui fu sintesi e araldo, ma non profeta: lui stesso lo ammette facendo così di Anna l’ultima della stirpe.

 

CRONOLOGIA DELL’ATTESA MESSIANICA
 
Mosé Profeti  Luca Giovanni
1425 a.C. 1425 a.C. ”            “ ”            “
945 a.C. 945 a.C. ”            “ ”            “
465 a.C. 465 a.C. ”            “ ”            “
  63 a.C. ”            “ ”            “
15 a.C. 15 a.C. ”            “ ”            “
    15 d.C. ”            “
    23 d.C. ”            “
      32 d.C.
    34 d.C.  
       

Scorsa la tabella, che richiede la conoscenza cronologica del blog altrimenti mi sarebbe impossibile impostarla con i mezzi e le capacità di cui dispongo, passiamo a dire che sì, Luca e Giovanni sono diversi in quell’Attesa, ma confluiscono perché immissari del Lago di Tiberiade. l’uno per una lunghezza di 34 km; l’altro 32 km, si può dire

Confluiscono nel lago in virtù di Isaia 21,11 passo celebre che annuncia il giorno chiedendo l’ora della notte, una notte che gli apostoli hanno passata invano pescando niente (Gv 21). Dunque quella notte riassume quella messianica dell’attesa, quando però sarà il giorno fruttuoso, sarà la Resurrezione, il Cristo vivo sulla riva.

Infatti Is 21,11 riassume le cifre che caratterizzano Luca e Giovanni perché 11 sono gli anni che dal 34 d.C. permettono di raggiungere il 23 d.C. sintesi del salmo del Divin pastore.

Vero è che l’emorroissa soffriva, stando all’attuale Vangelo di Luca, da 12 anni ma più esatta è la nota di 11 anni quella che permette tutto quanto detto, linkando, nel paragrafo precedente, in particolare la nota del perfetto (è venuto).

Per quanto riguarda il 21 mi pare addirittura ovvio: 21 è il capitolo della Pesca miracolosa e deve leggersi 777 per un simbolismo che trae il suo più importante significato in croce avendo scritto che il Vangelo di Giovanni è una Grande passione.

Dunque il braccio lucano del lago si ferma al 34 d.C.; quello giovanneo al 32 d.C. ma entrambi confluiscono alimentando il Lago di Tiberiade di cui ci siamo occupati a suo tempo diffusamente (vedi categoria 153).

Ed è a Tiberiade che la notte finisce e quel pescato miracoloso, 153 grossi pesci, conduce ad Alcimo colui che distrusse il Cortile interno del tempio e così distrusse l’opera profetica (1Mac 9,54).

In Gesù e in quel pescato non c’è la stessa demolizione, ma il compiersi della voce dei profeti e la profezia lascia il posto alla Rivelazione che per primo Giovanni scorge, come la scorge per primo nei vangeli se ferma al 32 d.C. mentre Luca al 34 d.C.

Vorremmo anche brevemente accennare che Tiberiade è luogo d’elezione dopo il grande salto del Vangelo di Giovanni che abbiamo detto avere le caratteristiche di un fiume che nasce quieto, invisibile per poi, man mano, crescere d’intensità fino alla Passione dove s’immerge carsicamente riaffiorando sulle sponde del lago per una scena idilliaca di Resurrezione.

La distanza della barca dalla riva, cioè da Gesù, misura in metri 888,75 quando 888 è la ghematria greca di Gesù; stesso dicasi delle misure del cortile del tempio che se ridotte al cubito romano ammontano a 888 cm.

Come vedete siamo all’interno di un contesto storico e teologico con l’Attesa messianica vissuta da Luca e Giovanni, un’Attesa che fu quindi ratio e fides che ebbe la sua sintesi in una cornice idilliaca.

Ps: chiedo scusa se il post da per scontato molto, persino troppo, ma se ogni volta dovessi spiegare punto per punto il blog entrerebbe in una logica esponenziale insostenibile.

L’Attesa messianica: una condizione femminile maiuscola

Parlare di “Attesa messianica” significa occuparci di un tempo preciso, di un preciso momento storico vissuto da Gerusalemme. Quindi non è un tempo d’attesa tout court, ma preciso momento storico e perciò richiede la maiuscola.

Come richiede che si abbiano chiare le fasi che, come in tutti i periodi storici, si avvicendano prima dell’Epilogo, un Epilogo che, in questo caso, aggiunge un Epifania a quella già nota, perché il Messia diviene manifesto.

Quell’Attesa divenne storia nel 63 d.C. quando Pompeo fece di Gerusalemme una provincia romana. La perdita d’indipendenza coincise con la perdita di un’identità politica, culturale e religiosa che affondava le sue radici e traeva la sua legittimazione in Mosè, un periodo aureo che si riteneva perduto e per questo, forse, l’Attesa messianica fu vissuta solo come speranza.

Essa, cioè l’Attesa, iniziò, lo abbiamo scritto, nel 63 a.C. ed ebbe una prima fase che si concluse nel 15 a.C. quando Anna la profetessa vide il Messia appena nato (Lc 2,38). Il suo, però, è lo sguardo profetico che solo sa scorgere il baluginio messianico nell’orizzonte di Gerusalemme. Nessun altro, che non fossero i protagonisti dell’Annunciazione (altro periodo che compone l’Attesa), ne seppe nulla.

Dal 15 a.C. si giunge al 15 d.C. quando quell’attesa diviene febbrile e si avverte il Messia nell’aria che Gerusalemme respira, ma che non sa da dove proviene (Gv 7,40-43) o chi in realtà sia tra i tanti papabili.

In questi anni, quelli che vanno dal 15 d.C. al 31/32 d.C., il sinedrio cerca di mettere il manico alla caffettiera bollente di Gerusalemme presa da quell’Attesa e propone un suo Messia affinché, colto di sorpresa, non sia in balia di un evento che sa rivoluzionario nella storia di Gerusalemme che si compie, perché l’Antico Testamento e Mosè hanno parlato di Lui (Gv 5,46).

Quello stesso sinedrio Lo incontra all’ombra del tempio e Giovanni 2,19-25 ne da minuziosa notizia e lascia capire che solo i membri del sinedrio capiscono che l’Attesa è finita: è Lui, Lui che legge (Legge) nei loro cuori il progetto deicida (Gv 2,25).

Questo fu segno per loro, ma non per Gerusalemme che dovette aspettare il 32 d.C., quando Giovanni Battista Lo rivela a tutti, ma più ancora lo farà la Resurrezione di Lazzaro (anch’esso momento storico preciso che richiede la maiuscola) che diraderà ogni nebbia stando, però, al Vangelo di Giovanni, perché Luca traccia un altro segmento di quell’Attesa: la Guarigione dell’emorroissa (34 d.C.) per un taglio storico precipuamente lucano che magari vuol aggiungere altro, ma che ancora ci sfugge. Sta di fatto che con l’Emorroissa Gerusalemme cede alla lusinga del Messia, dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e crede.

Tutto questo, però, compone il breve periodo di quell’Attesa, perché ce n’è uno lunghissimo e che coincide con il grido di Ezechiele che compendia quello di tutti i profeti che hanno vissuto la Lunga notte e si son chiesti quando essa finirà (Is 21,11).

Quel periodo nasce nel 1425 a.C., cioè con l’Esodo che annuncia l’Esodo pasquale di Gv 10 in cui, come Mosè ha condotto fuori dall’Egitto Israele, così Gesù, il Messia, condurrà fuori il popolo di Dio dal peccato superando ciò che lo produce: la Legge.

Quel periodo nasce nel 1425 a.C. e procede secondo un tempo profetico fatto di intervalli di 480 anni (vedi tabella), cosicché traccia epoche ben precise di quell’attesa stando alla cronologia del blog:

1425 a.C.: Esodo

945 a.C.: fondamenta del primo tempio

465 a.C.: fondamenta del secondo tempio

15 d.C.: Gesù ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico che getta anch’esso le Sue fondamenta, in particolare del nuovo ναός (Gv 2,20) che, come abbiamo scritto, pone fine sì all’attesa, ma non la rivela. Bisognerà ancora aspettare

il 31 d.C.: il dialogo al tempio in cui il sinedrio Lo riconosce

il 32 d.C.: Giovanni Lo battezza e Lazzaro lo incorona

il 34 d.C.: l’Emorroissa lo elegge

Come si può facilmente capire, se tutto ciò fosse uno spartito si passa da un tempo solenne, quello profetico, che si caratterizza per una chiave mosaica, a un tempo “presto prestissimo” e infatti le note di quell’Attesa si fanno febbrili con repentini cambi di tema dal 15 d.C. al 34 d.C.

Tutto ciò denota che Gerusalemme era in subbuglio e ognuno vedeva il Messia non con i propri occhi, ma con il proprio sentire se già gli evangelisti, con Giovanni e Luca di diverso avviso, tracciano una loro Epifania messianica: l’uno nel 31/32 d.C.; l’altro nel 34 d.C.

Resta il fatto, però, che quell’Attesa prima s’intuisce (1425 a.C.-15 d.C.); poi si compie (15 d.C.-31 d.C.), ; infine si rivela (32 d.C.-34 d.C.) e questo è chiaro in Anna, la Profetessa, che presta il suo corpo di donna per illustrare una gravidanza messianica concepita nella notte dei tempi (1425 a.C.) e che ebbe la sua alcova nel deserto.

Anna aveva 84 anni (Lc 2,36) quando vide il compiersi di quell’Attesa, cioè nel 15 a.C. al tempio (Lc 2,37). Ella fu sposata per 7 anni e questo interruppe il suo ministero togliendola dalla sua condizione profetica e consegnandola al matrimonio.

Dunque per 77 anni (si noti il simbolismo che emerge dal calcolo secco a cui si aggiunge il 7 degli anni di matrimono per un 777 di perfezione) ella esercitò un ministero ed ecco allora che si fa interessante il calcolo di quell’Attesa alla luce della cronologia su esposta e che verte sul 63 d.C. per giungere al 15 d.C. per un una traccia storica e profetica anch’essa ferma sui 77/78 anni (63 a.C.-15 d.C.) parlandoci, con una vita, quella di Anna, di una condizione profetica, quella stessa che visse Gerusalemme e a cui Anna prestò se stessa, rendendola davvero l’ultimo profeta, anzi, l’Ultima profetessa, per un ulteriore tranche d quell’Attesa che fu donna.

L’algoritmo del Messia

Quando si vuole giustificare la rivolta armata anti romana, ci si appella all’attesa messianica, urgenza sociale, religiosa e profetica, nonché storica poiché nel 63 a.C. Pompeo aveva ridotto Gerusalemme a una provincia romana.

Negli anni di Gesù, tutto questo raggiunse il suo apice, tanto che facilmente si colloca la figura di Barabba il “sedizioso” (Mc 15,7), cioè colui che aveva guidato una delle magari tante piccole e grosse sommosse.

Lo sappiamo, dalla sua aveva il sinedrio che lo aveva educato come Messia liberatore dal giogo straniero, mentre Gesù viene sì a liberare, magari pure dai romani, che conquisterà grazie a Luca, ma a liberare da una condizione esistenziale piucchè politica. Gesù, insomma, parla di Redenzione, Barabba di rivoluzione.

Fatto sta che il Messia, Barabba o il Cristo, perché entrambi si chiamavano Gesù per confondere ulteriormente le cose, era davvero atteso da tutti, compresa l’ultima profetessa: Anna.

Ma un fenomeno sociale e storico, se lo è, deve possedere due requisiti: un inizio e una fine e dunque questo ci costringe e parlare dell’Attesa messianica, cioè quando iniziò e quando finì.

Con Anna quell’attesa era finita, ma agli occhi dei profeti, mentre Gerusalemme ancora non sapeva nulla di preciso e infatti cade in imbarazzo quando deve scegliere tra il Cristo e Barabba.

Sarà il 32 d.C. a porre fine all’incubo e neanche agli occhi di tutti: lo abbiamo scritto che fu con l’emorroissa che Gerusalemme si decise del tutto (34 d.C.), perché già i prodromi di quella conversione di massa, si erano visti con la resurrezione di Lazzaro, a meno che cambiando Vangelo non cambi anche prospettiva e con essa anche l’episodio clou di quell’attesa.

Anche noi, quindi, cadiamo in imbarazzo e questo è indice del caos messianico di quell’attesa, ma è nozione risaputa che in quegli anni di Lui se ne fece un gran parlare.

Per questo noi, nella misura in cui un algoritmo è un procedimento sistematico di calcolo, ci affideremo proprio ad esso per venire a capo della cronologia messianica.

Metteremo a frutto il post di ieri sera, allora, e diremo che 46 sono i Libri dell’AT; 4 i vangeli e, i rimanenti Libri, 23 per un totale di 73. L’algoritmo che noi utilizzeremo si compone di 46 4 e 23 che leggeremo sia in recto che in verso.

46 rappresenta sì l’AT, ma anche Gv 2,20 in cui Gesù dice, senza mezzi termini, che butterà giù tutto e farà tutto nuovo riferendosi al tempio. Quel tempio, però, è la Torah, è la Legge ed è Mosè quindi è l’AT che finisce laddove comincia il Cristo ed è d’obbligo, quindi, una lieve zona d’ombra: il dialogo che Egli tenne con i Farisei, in cui Gesù “si lascia intendere” a loro, ma non a Gerusalemme.

Dunque, come finisce l’AT all’ombra del tempio, finisce anche l’attesa, ma non per tutti, anche se certamente per la Gerusalemme che contava: quella del tempio, del sinedrio.

Ma perché era finita quell’attesa o cosa rappresenta la sua fine? E’ il numero 4 del nostro algoritmo perché il Vangelo pone fine all’AT essendoci,ora, il Nuovo, per cui come finisce l’attesa, inizia la nuova Legge, quella del Cristo.

Un Cristo che fu pastore stando al capitolo 10 di Giovanni, anzi, il “Buon pastore” o quello che Paolo chiamerà “quello Grande“. E infatti il 23 che segue il 4 è la numerazione del salmo del “Divin pastore” che nell’ottica messianica altro non può essere che il Messia, novello Davide Re pastore anch’egli.

Ecco dunque l’agoritmo che si compone di 46 4 e 23 per una logica e attesa messianica che svela la sua struttura cronologica, logica e teologica. Ma c’è anche il verso di 46 4 23, cioè 32 4 e 64 che sta lì a dirci che anche la sequenza a rovescio esprime contenuti di profilo, se quel 32 d.C. è l’anno dell’inizio del ministero pubblico, secondo noi; il 4 sono sempre i vangeli, mentre il 64 (63) è avanti Cristo, quando Gerusalemme divenne provincia.

Tutto quest ci dice -e conferma- che quell’attesa era iniziata nel 64(63) a.C. con Gerusalemme divenuta provincia dell’impero, ed era finita nel 32 d.C. quando l’inizio del ministero e, magari, la resurrezione di Lazzaro, pose fine all’interminabile notte messianica di Gerusalemme, aprendo l’epoca dei vangeli, cioè di un’epifania scritturale che chiude l’AT per il Nuovo Testamento.

Quell’attesa era durata, quindi, 96 anni e questo spiega come mai i nervi cominciavano a cedere e si voleva menare le mani. Lo si fece con Barabba e crocifiggendo Gesù, ma questo ha prolungato di molto l’attesa, tanto che molti ancora lo aspettano. Invano, lo dice l’algoritmo: è matematico.

Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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Chiave di basso

Abbiamo fatto correre i cavalli di Apocalisse, forse addirittura per far salva una tradizione di famiglia, se mio nonno, da dietro il Desco di ciabattino, amava ripetermi che : “Nell’Ambra si vedevano i cavalli. Dopo il Concilio di Trento non si sono visti più”.

Una memoria di paese che con me, Dottore in fondo, su!, diviene ricerca e resoconto ordinato, sebbene per categorie, tipica di un blog, ma di uguale effetto, per dei nipoti ovunque, persi nello spazio e nel tempo, a cui anch’io dico: “Nell’Ambra si vedevano i cavalli” e che siano loro, poi, non più a tramandare una memoria, già salva, ma a farne studio, persino scienza.

Siano loro a liberare la Scrittura, solo altrimenti bella che come l’avvicini ti affascina, come la leggi ti capisce. Sia gioco sulle prime, siano le mie notti, quelle dei Re, anzi, “Certe notti” che la Scrittura “è calda e dove ti porta lo decide Lei”.

Ma anche al mattino, anche ora, cioè “Quando la Bibbia gioca con i numeri” che vediamo in quell’ordine equestre non solo un mondo a rovescio, se di un’Inghilterra, patria di Alice, purosangue inglese che elessi a mio cavallo, sebbene pazza, ma buona come il pane, finché il sangue, tanto, forse persino troppo, non le saliva alla testa, di me e di sé.

Mai disarcionato, però, sebbene ella istruì che cinque non potevano “essere” in “stalla”, non perché numero di troppo, ma perché alla calma sedata, poteva seguire l’ira furibonda, totalmente fuori controllo, segnando un indole priva di un equilibrio scritturale, di un aplomb che sì, il mondo consegna, ma che la Bibbia non trova.

Un mondo rovescio, per questo dicevamo, se l’Inghilterra è l’ippica, quella che conta, perché Apocalisse la manda a piedi: i cavalli son quattro e giungono sino a Tiatira: Sardi è truppa, come lo è Laodicea anch’essa fregiata dalla “grande ippica”,ma poi, lassù in cielo, ad essa assiste.

Vedete come Apocalisse rovescia il mondo riscrivendolo? Sì, lo riscrive, perché il più bel cavallo è in una scuderia di campagna ed è nero: di Pergamo. E’ il suo cavaliere che lo ha eletto, la Bibbia “gioca” così, perché noi indaghiamo l’ordine equestre e quel cavallo è terzo, ma anche secondo, cioè è 3 ed è 2 è 32, il 32 d.C. quando Gesù inizia il ministero ed esce dai riflettori del mondo (ἀρχόμενος) per divenire Messia.

Non è più leader: è Dio e si mette alla testa del movimento fondato da Giovanni, gettando il guanto di sfida a un’intera classe sacerdotale all’ombra del tempio, lo zelo verso il quale (Gv 2,17), diviene Passione, diviene Black passion, come il nome del Suo cavallo.

32, cioè 23 rovescio chiave di una genealogia lucana estremamente complessa e articolata, ma anche anche Salmo, di un Signore “Divin pastore”, non leader secondo il mondo e per questo Black passion ci parla di grano, orzo, olio e vino.

E’ un salmo quello che ci parla di Black passion, se mai ne sia esistita la razza che io conosco, però, e so che l’importante è rimanere bassi, altrimenti morde “tirando a far peggio”; ma anche sa ringraziarti voltandosi, nitrendo sommesso, basso, basso più basso per giorni, come esigeva da te; sa ringraziarti, dicevo, della fatica, pur sapendo che son gli ultimi giorni prima del macello, cioè prima de “il limitar… di sua vita mortale” che tu non sapevi. Hai capito dopo.

L’età apostolica: il lemma esatto per una ghematria sbagliata

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C’è un età nei Vangeli di cui sono incerte o arbitrarie le origini e la fine ed è quella apostolica. Wiki la fa nascere con la crocefissione, ma secondo noi coincide con il battesimo di Gesù al Giordano, quando Giovanni, a capo di un movimento che aveva portato sulle rive del fiume la folla (Lc 3,7), consegna il suo carisma a Gesù battezzandolo.

Appare quella che con linguaggio moderno potremmo definire investitura ufficiale che fa di Gesù il Messia da quel personaggio pubblico (ἀρχόμενος, Lc. 3,23) che era. E’ importante questo momento, perché il movimento di Giovanni si trasforma, tanto che Luca è chiaro “la Legge e i profeti fino a Giovanni: da allora in poi il regno è annunciato” e questo ci dice che l’annuncio apostolico è dopo Giovanni e non la crocefissione, tanto che “apostolo” significa “inviato” e Gesù invia gli apostoli ben prima della Sua morte (Lc 6,13).

Con il battesimo, l’attesa messianica diviene così realtà, perché adesso Gesù può, ricevuta l’autorità, conferirla in virtù di un  battesimo che proviene dal cielo (Mt 21,25) e la conferisce agli apostoli che possono predicare il regno. Dunque è il 32 d.C., seguendo la nostra cronologia, l’anno in cui nasce l’età apostolica e questo ci permette un calcolo, se prima di essa vigeva quella profetica, la quale noi abbiamo certamente fatto durare 402 anni solo per evidenziare che essa rompe gli argini della storia per dirci che va oltre la storia stessa e si colloca nel futuro, tanto che la sua fine è segnata dall’avvento di un 587 a.C., che segna l’esilio babilonese, di là da venire dai profeti e dagli apostoli, un 587 a.C. ultima profezia e testamento dei profeti che però s’inseriscono in un periodo storico più ampio che contiene la profezia stessa.

Abbiamo certamente scritto questo, ma rimane fermo il fatto che dall’avvento della monarchia e del profetismo (989 a.C.) al 32 d.C. si sviluppa un periodo storico che non è vuoto, tanto che la Bibbia gli dedica i suoi libri.

Dobbiamo fare i conti, quindi, con quel periodo e prima di tutto calcolarlo, sommando 989 a.C. al 32 d.C. e scoprire che esso dura 1021 anni e questo ci permette di ricapitolare cronologicamente un po’ tutto e aggiornare la nostra tavola delle date notevoli che adesso deve comprendere anche:

1422 a.C.-1032 a.C.: la Legge

989 a.C.-32 d.C.: i profeti

32 d.C.: inizio dell’età apostolica

E’ curioso allora quanto accade nel programma che solitamente uso per avere, sulle prime, informazioni di massima su un lemma e il suo valore. Il programma chiede di inserire un numero e da lì calcola la ghematria dei termini scritturali.

1021 risulta così essere la ghematria proprio di αποστολος (apostolo) ma il calcolo è sbagliato (la ghematria esatta sarebbe 827). In pratica questo significa che  ci ha dato il lemma cercato, αποστολος, perché noi indagavamo sulla durata dell’età profetica e sull’inizio della successiva età apostolica, inizio che anche il programma fa coincidere con il 32 d.C., ma con una ghematria sbagliata che però conduce agli apostoli, quegli stessi che hanno dato inizio all’età che porta il loro nome.

Sinceramente ci appare un fatto davvero curioso: di lemmi mancanti e ghematria errate ne avevamo incontrate, ma una che al contempo fosse giusta e sbagliata mai. E’ quasi un’indicazione sussurrata all’orecchio, un suggerimento che ci ha spinto a scrivere il post e a lanciare la sfida al lettore: qualcuno sa perché è sbagliato, ma al contempo giusto?

Io ci ho giocato un po’ con le lettere e sono giunto a una parziale ma difficilmente condivisibile soluzione: 1021 si ottiene quasi semplicemente traslitterando dall’italiano “apostolo”. Infatti αποσστολο ha un valore di 1021 e se non fosse per quel doppio sigma la traslitterazione italiana sarebbe perfetta.

Provateci un po’ voi a venirne a capo, chissà che non ne esca qualcosa di buono.