Il verbo di carne

“Il verbo si fece carne” recita il Prologo di Giovanni in 1,14 e fiumi d’inchiostro sono stati versati per spiegarne il senso, la ragione e il motivo, ma a tutti è sfuggita la storicità della locuzione che emerge solo alla luce della corretta anagrafe gesuana che lo vede nascere nel 15 a.C. come Messia, mentre come Gesù, quello storico, nel 14 a.C. affinché la necessaria datazione doppia che la conversione dell’anno ebraico in gregoriano abbia un senso e non sia solo un problema (si veda tabella in calce per la comprensione della questione cronologica a ciò collegata).

Ma quel verbo fatto carne è davvero un verbo, un verbo greco ed èγνωρίζω che significa “mettere a conoscenza”, “informare”, “rivelare”, “mettere a parte di” un progetto, di un fatto.

Dunque quel verbo si è fatto veramente carne nel 15/14 a.C. perché ciò in Luca è chiaro: i pastori sono messi a conoscenza (ἐγνώρισεν) della nascita del Messia (Lc. 2,15) e loro stessi divulgano (Lc 2,17 altro significato di γνωρίζω) la notizia.

Luca, l’evangelista dell’infanzia, usa due volte soltanto questo verbo, un verbo che troviamo anche in Giovanni per altre due sue occorrenze soltanto, per un quattro totale nei Vangeli, ma 25 nel Nuovo Testamento e questo renderà γνωρίζω il verbo che si è fatto carne, stando alla numerazione dei versetti che fa luce sul senso e sul significato del verbo, perché Giovanni vi ricorre quando testimonia l’amicizia tra i discepoli e Gesù (15,15) , un’amicizia che non è più schiavitù, perché vos autem dixi amicos.

Gesù afferma questo elevando gli apostoli, non più preda di una religione fondata sulla paura, perché l’amore scaccia la paura (1Gv 4,18), quella paura che aveva sede nel cuore della religiosità ebraica: il tempio, non a caso dedicato nel 418 a.C., come 4,18 è la numerazione del versetto della sua Prima lettera che libera l’amore, quando Giovanni è dell’amore che ci parla nella seconda sua occorrenza del verbo nel Vangelo, cioè in Gv 17,26, un amore che però rinasce dalla “conoscenza” di Dio, quella stessa che renderà liberi (Gv 8,32).

Tale conoscenza è quella divina che si è fatta carne, cioè storia ed è venuta ad abitare in mezzo a noi scrivendo quella storia che nasce nel 15 a.C., l’anno in cui Dio diviene amico dell’uomo partecipando alla sua storia, ed ecco, allora, che non è casuale l’anno di quell’amicizia alla luce del versetto che la esprime, che è Gv 15,15, perché la numerazione coincide con l’anno di nascita di Gesù, cioè con la una storia rinnovata che Lo contempla nel 15 a.C. come Figlio, mentre lo ammirerà nel 15 d.C. come ἀρχόμενος, cioè adulto di successo se vinse quella causa pubblica, ma  persa, anche nei tempi dell’esegesi attuale, quindi allora come oggi, salvando l’adultera.

Non è un gioco di versetti ma, al contrario, i versetti entrano in gioco affinché il verbo si faccia carne e quella carne si esprima alla luce di un verbo: γνωρίζω, verbo che Luca conosce e usa, assieme a Giovanni, perché anche Luca lo ferma al 15 del capitolo 2 del suo Vangelo, quando i pastori andarono a contemplare un verbo che si era fatto carne: γνωρίζω, che ha 25 occorrenze neo testamentarie per dirci che il venticinquesimo giorno di Ab fu Natale, cioè il 10 nostro agosto, mentre il 25 dicembre è solo la roccaforte sentimentale cattolica, di per sé perdonabile, ma non alla luce del 15 a.C. che è l’unico anno in cui un verbo, γνωρίζω, divenne il Verbo

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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La ragione e la fede di un’attesa

Nel post recedente abbiamo appena introdotto la diversa natura cronologica dell’Attesa messianica vista da Luca e da Giovanni, quando l’uno ferma il tempo al 34 d.C.; l’altro al 32 d.C.

Sono due diversi episodi che determinano la differenza, ma proprio perché diversi riflettono le due diverse nature dei rispettivi vangeli: storico quello di Luca che nasce dopo “un’accurata ricerca e un resoconto ordinato”; teologico quello di Giovanni che vive un’unica grande Pasqua.

Infatti se nel primo si referta la storia alla luce della guarigione dell’emorroissa, fatto medico, nel secondo quell’attesa messianica finisce con la resurrezione di Lazzaro che fa da pendant alla Resurrezione.

Luca, medico, fu pragmatico uomo di scienza e non indulse alla teologia; Giovanni si china sul petto di Gesù e ne sente il battito teologico facendo del Vangelo un resoconto “raffinato” piucchè accurato.

Questo però non significa che le due opere si contraddicano: tutt’altro. Le due opere, come abbiamo spiegato sopra, nascono diverse per natura e scopo e dunque quell’Attesa segna una fine che non coincide, sebbene in entrambi precisa cronologicamente, solo che l’uno guarda al taglio storico; l’altro a quello teologico.

Detto questo possiamo introdurre una tabella che sintetizza l’intero periodo, cioè da Mosè al 34 d.C., tabella che riassume tutto dimostrando che quell’Attesa nasce nel deserto e giunge all’Emorroissa rendendola ancor più donna se Anna la profetessa fu l’ultima della sua stirpe e il suo sguardo concluse quello profetico proiettato nel futuro.

Vorremmo dire che “la Legge e i profeti fino a Giovanni” (anche qui), ma quest’ultimo, per sua stessa ammissione, non fu Elia, non fu profeta, ma solo voce di quel deserto (Gv 1,21-23) che aveva concepito il Messia e dunque ciò che lo ha reso celebre, ciò che ne ha fatto The voice per antonomasia, si arricchisce di una sfumatura messianica che attinge all’esperienza esodale mosaica di cui fu sintesi e araldo, ma non profeta: lui stesso lo ammette facendo così di Anna l’ultima della stirpe.

 

CRONOLOGIA DELL’ATTESA MESSIANICA
 
Mosé Profeti  Luca Giovanni
1425 a.C. 1425 a.C. ”            “ ”            “
945 a.C. 945 a.C. ”            “ ”            “
465 a.C. 465 a.C. ”            “ ”            “
  63 a.C. ”            “ ”            “
15 a.C. 15 a.C. ”            “ ”            “
    15 d.C. ”            “
    23 d.C. ”            “
      32 d.C.
    34 d.C.  
       

Scorsa la tabella, che richiede la conoscenza cronologica del blog altrimenti mi sarebbe impossibile impostarla con i mezzi e le capacità di cui dispongo, passiamo a dire che sì, Luca e Giovanni sono diversi in quell’Attesa, ma confluiscono perché immissari del Lago di Tiberiade. l’uno per una lunghezza di 34 km; l’altro 32 km, si può dire

Confluiscono nel lago in virtù di Isaia 21,11 passo celebre che annuncia il giorno chiedendo l’ora della notte, una notte che gli apostoli hanno passata invano pescando niente (Gv 21). Dunque quella notte riassume quella messianica dell’attesa, quando però sarà il giorno fruttuoso, sarà la Resurrezione, il Cristo vivo sulla riva.

Infatti Is 21,11 riassume le cifre che caratterizzano Luca e Giovanni perché 11 sono gli anni che dal 34 d.C. permettono di raggiungere il 23 d.C. sintesi del salmo del Divin pastore.

Vero è che l’emorroissa soffriva, stando all’attuale Vangelo di Luca, da 12 anni ma più esatta è la nota di 11 anni quella che permette tutto quanto detto, linkando, nel paragrafo precedente, in particolare la nota del perfetto (è venuto).

Per quanto riguarda il 21 mi pare addirittura ovvio: 21 è il capitolo della Pesca miracolosa e deve leggersi 777 per un simbolismo che trae il suo più importante significato in croce avendo scritto che il Vangelo di Giovanni è una Grande passione.

Dunque il braccio lucano del lago si ferma al 34 d.C.; quello giovanneo al 32 d.C. ma entrambi confluiscono alimentando il Lago di Tiberiade di cui ci siamo occupati a suo tempo diffusamente (vedi categoria 153).

Ed è a Tiberiade che la notte finisce e quel pescato miracoloso, 153 grossi pesci, conduce ad Alcimo colui che distrusse il Cortile interno del tempio e così distrusse l’opera profetica (1Mac 9,54).

In Gesù e in quel pescato non c’è la stessa demolizione, ma il compiersi della voce dei profeti e la profezia lascia il posto alla Rivelazione che per primo Giovanni scorge, come la scorge per primo nei vangeli se ferma al 32 d.C. mentre Luca al 34 d.C.

Vorremmo anche brevemente accennare che Tiberiade è luogo d’elezione dopo il grande salto del Vangelo di Giovanni che abbiamo detto avere le caratteristiche di un fiume che nasce quieto, invisibile per poi, man mano, crescere d’intensità fino alla Passione dove s’immerge carsicamente riaffiorando sulle sponde del lago per una scena idilliaca di Resurrezione.

La distanza della barca dalla riva, cioè da Gesù, misura in metri 888,75 quando 888 è la ghematria greca di Gesù; stesso dicasi delle misure del cortile del tempio che se ridotte al cubito romano ammontano a 888 cm.

Come vedete siamo all’interno di un contesto storico e teologico con l’Attesa messianica vissuta da Luca e Giovanni, un’Attesa che fu quindi ratio e fides che ebbe la sua sintesi in una cornice idilliaca.

Ps: chiedo scusa se il post da per scontato molto, persino troppo, ma se ogni volta dovessi spiegare punto per punto il blog entrerebbe in una logica esponenziale insostenibile.

L’Attesa messianica: una condizione femminile maiuscola

Parlare di “Attesa messianica” significa occuparci di un tempo preciso, di un preciso momento storico vissuto da Gerusalemme. Quindi non è un tempo d’attesa tout court, ma preciso momento storico e perciò richiede la maiuscola.

Come richiede che si abbiano chiare le fasi che, come in tutti i periodi storici, si avvicendano prima dell’Epilogo, un Epilogo che, in questo caso, aggiunge un Epifania a quella già nota, perché il Messia diviene manifesto.

Quell’Attesa divenne storia nel 63 d.C. quando Pompeo fece di Gerusalemme una provincia romana. La perdita d’indipendenza coincise con la perdita di un’identità politica, culturale e religiosa che affondava le sue radici e traeva la sua legittimazione in Mosè, un periodo aureo che si riteneva perduto e per questo, forse, l’Attesa messianica fu vissuta solo come speranza.

Essa, cioè l’Attesa, iniziò, lo abbiamo scritto, nel 63 a.C. ed ebbe una prima fase che si concluse nel 15 a.C. quando Anna la profetessa vide il Messia appena nato (Lc 2,38). Il suo, però, è lo sguardo profetico che solo sa scorgere il baluginio messianico nell’orizzonte di Gerusalemme. Nessun altro, che non fossero i protagonisti dell’Annunciazione (altro periodo che compone l’Attesa), ne seppe nulla.

Dal 15 a.C. si giunge al 15 d.C. quando quell’attesa diviene febbrile e si avverte il Messia nell’aria che Gerusalemme respira, ma che non sa da dove proviene (Gv 7,40-43) o chi in realtà sia tra i tanti papabili.

In questi anni, quelli che vanno dal 15 d.C. al 31/32 d.C., il sinedrio cerca di mettere il manico alla caffettiera bollente di Gerusalemme presa da quell’Attesa e propone un suo Messia affinché, colto di sorpresa, non sia in balia di un evento che sa rivoluzionario nella storia di Gerusalemme che si compie, perché l’Antico Testamento e Mosè hanno parlato di Lui (Gv 5,46).

Quello stesso sinedrio Lo incontra all’ombra del tempio e Giovanni 2,19-25 ne da minuziosa notizia e lascia capire che solo i membri del sinedrio capiscono che l’Attesa è finita: è Lui, Lui che legge (Legge) nei loro cuori il progetto deicida (Gv 2,25).

Questo fu segno per loro, ma non per Gerusalemme che dovette aspettare il 32 d.C., quando Giovanni Battista Lo rivela a tutti, ma più ancora lo farà la Resurrezione di Lazzaro (anch’esso momento storico preciso che richiede la maiuscola) che diraderà ogni nebbia stando, però, al Vangelo di Giovanni, perché Luca traccia un altro segmento di quell’Attesa: la Guarigione dell’emorroissa (34 d.C.) per un taglio storico precipuamente lucano che magari vuol aggiungere altro, ma che ancora ci sfugge. Sta di fatto che con l’Emorroissa Gerusalemme cede alla lusinga del Messia, dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e crede.

Tutto questo, però, compone il breve periodo di quell’Attesa, perché ce n’è uno lunghissimo e che coincide con il grido di Ezechiele che compendia quello di tutti i profeti che hanno vissuto la Lunga notte e si son chiesti quando essa finirà (Is 21,11).

Quel periodo nasce nel 1425 a.C., cioè con l’Esodo che annuncia l’Esodo pasquale di Gv 10 in cui, come Mosè ha condotto fuori dall’Egitto Israele, così Gesù, il Messia, condurrà fuori il popolo di Dio dal peccato superando ciò che lo produce: la Legge.

Quel periodo nasce nel 1425 a.C. e procede secondo un tempo profetico fatto di intervalli di 480 anni (vedi tabella), cosicché traccia epoche ben precise di quell’attesa stando alla cronologia del blog:

1425 a.C.: Esodo

945 a.C.: fondamenta del primo tempio

465 a.C.: fondamenta del secondo tempio

15 d.C.: Gesù ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico che getta anch’esso le Sue fondamenta, in particolare del nuovo ναός (Gv 2,20) che, come abbiamo scritto, pone fine sì all’attesa, ma non la rivela. Bisognerà ancora aspettare

il 31 d.C.: il dialogo al tempio in cui il sinedrio Lo riconosce

il 32 d.C.: Giovanni Lo battezza e Lazzaro lo incorona

il 34 d.C.: l’Emorroissa lo elegge

Come si può facilmente capire, se tutto ciò fosse uno spartito si passa da un tempo solenne, quello profetico, che si caratterizza per una chiave mosaica, a un tempo “presto prestissimo” e infatti le note di quell’Attesa si fanno febbrili con repentini cambi di tema dal 15 d.C. al 34 d.C.

Tutto ciò denota che Gerusalemme era in subbuglio e ognuno vedeva il Messia non con i propri occhi, ma con il proprio sentire se già gli evangelisti, con Giovanni e Luca di diverso avviso, tracciano una loro Epifania messianica: l’uno nel 31/32 d.C.; l’altro nel 34 d.C.

Resta il fatto, però, che quell’Attesa prima s’intuisce (1425 a.C.-15 d.C.); poi si compie (15 d.C.-31 d.C.), ; infine si rivela (32 d.C.-34 d.C.) e questo è chiaro in Anna, la Profetessa, che presta il suo corpo di donna per illustrare una gravidanza messianica concepita nella notte dei tempi (1425 a.C.) e che ebbe la sua alcova nel deserto.

Anna aveva 84 anni (Lc 2,36) quando vide il compiersi di quell’Attesa, cioè nel 15 a.C. al tempio (Lc 2,37). Ella fu sposata per 7 anni e questo interruppe il suo ministero togliendola dalla sua condizione profetica e consegnandola al matrimonio.

Dunque per 77 anni (si noti il simbolismo che emerge dal calcolo secco a cui si aggiunge il 7 degli anni di matrimono per un 777 di perfezione) ella esercitò un ministero ed ecco allora che si fa interessante il calcolo di quell’Attesa alla luce della cronologia su esposta e che verte sul 63 d.C. per giungere al 15 d.C. per un una traccia storica e profetica anch’essa ferma sui 77/78 anni (63 a.C.-15 d.C.) parlandoci, con una vita, quella di Anna, di una condizione profetica, quella stessa che visse Gerusalemme e a cui Anna prestò se stessa, rendendola davvero l’ultimo profeta, anzi, l’Ultima profetessa, per un ulteriore tranche d quell’Attesa che fu donna.

Anna, il sospiro e le lacrime di una profetessa

annaLa nostra indagine sul Natale ci ha permesso di riscoprire due figure femminili non considerate a dovere: la profetessa Anna e l’emorroissa. Esse compaiono nei Vangeli in maniera discreta, quasi facendo capolino, ma dietro di loro si cela una realtà che credo sia sfuggita un po’ a tutti.

Esse infatti riassumono a pieno titolo l’attesa messianica che stava consumando  Gerusalemme. Un’attesa messianica vissuta in maniera diversa, come diverse sono le due protagoniste: Anna e l’emorroissa.

L’una profetessa, l’altra donna del popolo; l’una, cioè, rappresentante l’attesa profetica del Messia; l’altra la promessa fatta al popolo. I tempi della rivelazione messianica per questo non coincidono: la profezia, con gli occhi di Anna, lo scorge appena nato in virtù di uno sguardo e una sensibilità profetica che gli permettono di scorgere i segni messianici in un bambino fra i tanti nati a Gerusalemme; il popolo, diversamente, non comprende quei segni. Esso vive l’hic et nunc e ha bisogno di prove concrete tanto che non risulta affatto casuale che l’emorroissa (Gerusalemme) guarisce perché “tocca” Gesù.

Un’attesa messianica, quindi, che vive due dimensioni: quella profetica e quella popolare e attesa che gli evangelisti rappresentano attraverso due donne, le quali compongono la Gerusalemme tutta.

Questa che io credo importante distinzione fa luce sull’intera questione messianica che caratterizzava quei tempi, cioè i tempi in cui avrebbe dovuto rivelarsi e incarnarsi il Messia. Non è corretto, allora, parlare di un generico “tempo messianico”, perché esso fu vissuto in maniera duplice e profondamente diversa nei modi e nei tempi.

Tempi che emergono chiari anche dalla strana e misconosciuta nota lucana circa gli 84 anni di Anna (Lc 2,37) che costringono il lettore a chiedersi perché Luca sia così preciso e riporti un particolare in fondo quasi senza importanza.

Sulle prime, la cosa più ovvia da fare, se hai chiaro l’anno di nascita di Gesù, è toglierti la curiosità di conoscere quando sia nata Anna. Lo fai semplicemente sommando quegli 84 anni al 15 a.C., che tu sostieni essere l’anno di nascita di Gesù. Scopri così che Anna è nata nel 99 a.C. e storicamente quell’anno ti dice poco, sebbene non tu non abbia cercato a fondo.

Non lo abbiamo fatto per il semplice motivo che ci affidiamo, come nostro solito, alla ghematria del numero 99, certi che quella che tutti considerano pseudoscienza (la ghematria) sia in realtà la chiave che sola apre certe porte scritturali.

E abbiamo fatto bene perchè la lettura ghematrica ci conduce proprio laddove l’intero capitolo matteano s’ispira e con esso Luca che non a caso riporta gli anni di una vedova e profetessa: ci conduce, infatti, a Betleem.

In greco, così come lo riportano le Scritture (Mt 2,1), tale località risulta scritta Βηθλεεμ e ha un valore di 99, come 99, lo abbiamo visto, erano gli anni di Anna al momento della nascita di Gesù a Betleem. Tutto ciò non può essere casuale, se non fosse altro

 

 poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
“E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele
“». (Mt 2,5-7)

E’ una profetessa, Anna, che si cala nella profezia e per questo non solo è capace di scorgere i segni che accompagnano il Messia appena nato, ma è capace anche di prestare  la sua anagrafe affinché altri comprendano il realizzarsi dell’attesa messianica. I suoi 84 anni, quindi, collegano il Messia al Suo luogo Natale, Betleem, dicendoci, grazie alla ghematria, che egli nacque nel 15 a.C. e che quei 99 anni di Anna non per caso sono la ghematria della sua culla: di nuovo Betleem.

Ecco allora per intero quello sguardo profetico che caratterizza una dimensione dell’attesa messianica, uno sguardo che non ha bisogno, come l’emorroissa, di “toccare” perché sospiro, non di sollievo, ma bensì profetico, quel sospiro che può comprendere solo chi ha vegliato  nella lunghissima, interminabile notte della Promessa e vede l’alba.

Il Natale fu il 15 a.C., ed era il venticinquesimo giorno di Ab, cioè il nostro 10 agosto. Fu allora che dalle stanche labbra di Anna uscì un sospiro profetico e forse anche qualche lacrima.

 

Un inopinato ritorno

vergini

Si può prevedere il futuro? il futuro è già scritto? e se sì dove? La scienza non ha la sfera di cristallo, ma la fede ha un libro sacro: la Bibbia. Ricco di profeti e profezie, segni e visioni, la Scrittura non ha mai finito di stupire e quando credi di ever finito di leggerla, cade dall’ultimo scaffale dove l’avevi collocata ai tuoi piedi costringendoti a chinarti.

La Scrittura, allora, se non la sfera di cristallo sa predire il futuro, ma a suo modo, un modo che la scienza giudicherebbe improprio perché essa non s’inchina a raccogliere, essa esige.

Bene, ieri abbiamo visto che il primo altare si elevò nel 1510 a.C. e da lì, cioè da quel futuro remoto di υψωσητε di Gv 8,28 si è scritta una storia anch’essa remota perché  di là da venire nei secoli.

Ma quanti, quanti anni sono passati dal 1510 a.C. al 2020 ultimo dei sette altari conosciuti? E’ presto detto: 3530 anni e la cifra è di assoluto interesse, perché si compone di 35 e 30 quando il 30 non quello di Giuda, ma di Luca 3,23 riferendosi ai “circa trenta anni” in cui Gesù non iniziò il suo ministero, ma divenne ἀρχόμενος cioè un leader  religioso e non semplicemente capopopolo.

Il suo ingresso nella scena pubblica avvenne, come scrive Luca, a”circa trenta anni” e nell’ottica di un Cristo cinquantenne, cioè nato nel 15 a.C. e crocefisso nel 35 d.C., significa  che quell’anno fu il 15 d.C. Questo è importante perché esiste una precisa metrica che dall’esodo giunge a Gesù ἀρχόμενος nel 15 d.C. e procede di 480 anni in 480 anni, come dimostra questa tabella alla prima colonna che ripercorre tappe che già la nostra cronologia aveva segnato.

SEDER OLAM RABBATH CRONOLOGIA CHIUSA CRONOLOGIA APERTA
1425 a.C. Esodo -480 anni 1423 a.C. Erezione della Dimora (Es. 40,17) -486 anni 1425 a.C. esodo -480 anni indicati da 1Re 6,1 tra l’esodo e il primo tempio
945 a.C. Quarto anno di regno di Salomone. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni 937 a.C. Dedicazione del tempio -486 anni 945 a.C. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni indicati dal Seder Olam Rabbath
465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse Rientra Esdra. Iniziano i lavori al tempio -480 anni 451 a.C. Rientro di Neemia. XX° anno di regno di Artaserse. Pronunciata la parola sul rientro (Dn 9,25) -486 anni 465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse. Rientra Esdra. Iniziano i lavori per il II° tempio -46 anni indicati da Gv 2,20 per i lavori
418/9 a.C. Dedicazione e anno giubilare -9 cicli giubilari (450 anni)
15 d.C. Gesù ἀρχόμενος (Lc 3,23) 35 d.C. Crocefissione. E’ dedicato il nuovo tempio in Cristo 32 d.C. Inizio del ministero pubblico. Anno giubilare e

 

Dunque quei trent’anni lucani hanno radici lontane e solide ecco perché allora il 3530 che esprime gli anni tra il 1510 a.C. e il 2020 riassume il futuro, addirittura prossimo, se cadrà tra neanche due anni.

Il 35 è l’anno della crocefissione che il blog indica; il 30 della sua manifestazione pubblica, anch’esso mostrato a suo tempo. Questo significa che nel 2020 Gesù diverrà di nuovo importante, assumendo, grazie al 35 d.C. anno della crocefissione, storicità piena, elevando così l’ultimo e forse definitivo altare in cui sarà consacrato come Figlio di Dio tornato sulla scena umana dopo una parentesi già preannunciata.

La seconda venuta del Cristo apre le pagine dei Vangeli che l’avevano promessa con un grido nel profondo della notte (Mt 25,6); in particolare fu promessa alle vergini, il cui olio farà la differenza.

Dall’esodo al Gesù ἀρχόμενος: 1440 miglia bibliche

vascelloCome si può sintetizzare l’Antico e il Nuovo Testamento? Esiste un’estrema sintesi o occorrono centinaia di pagine per riassumere il testo e tutto quanta l’esegesi? Porsi questa domanda non è mettersi sullo stesso piano di Gesù, il quale ha scritto che “ama Dio e ama il prossimo” riassume tutta la Legge, perchè al di là del Decalogo c’è un testo che ha indubbiamente una dimensione storica, ad esempio.

Di essa quale ne è la sintesi? E possibile individuare dei punti cardinali con cui orientarsi? Io credo di sì se possiamo ridurre i punti cardinali a tre: essi sono Mosè, il tempio e Gesù. Ecco, questi tre punti ordinano tutta la carta cronologica e storica, ordinano cioè l’Antico e il Nuovo Testamento.

E’ con essi che ogni rotta biblica diviene possibile e si evita il naufragio nel mare magnum biblico. La data di nascita di Mosè; l’esodo a cui egli dette vita; il tempio che sorge su quella vita, la vita d’Israele e Gesù, in primis la Sua anagrafe, nonchè le date salienti della Sua vita.

Affronteremo allora un viaggio nella Bibbia seguendo una rotta ben precisa che dall’esodo, giunge a Gesù per vedere se è vero che s’incontrano “terre promesse” dal contesto biblico e tuttora inesplorate, come inesplorata è la rotta.

Ci affideremo alla bussola di cui adesso siamo in possesso: il calendario delle settimane, il quale disciplinava il culto attraverso cicli lunghi (294 anni) e cicli brevi (6 anni), per cui non può non tracciare una via che dall’esodo giunge a Gesù attraverso il tempio.

Tale rotta è esclusivamente cronologica e procede per punti, quando sappiamo dalla geometria che due punti fanno una retta, cioè una rotta, quasi un gioco di parole che saranno poche, perchè riassumeremo tutto nella tabella seguente, cioè nel nostro diario di viaggio.

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNI ANNO EVENTO
1425 a.C. Esodo 294 31 480 945 a.C. Fondamenta del tempio salomonico
945 a.C. Fondamenta del tempio salomonico 294 31 480 465 a.C. Fondamenta del secondo tempio
465 a.C. Fondamenta secondo tempio 8 48 417 a.C. Dedicazione secondo tempio
417 a.C. Dedicazione secondo tempio 44 264 Anno 153 Distruzione del cortile interno del tempio
Anno 153 Distruzione cortile interno del tempio 23 138 15 a.C. Nascita di Gesù
15 a.C. Nascita di Gesù 5 30 15 d.C. Gesù ἀρχόμενος

Come potete vedere l’esodo è il punto cardinale di partenza a cui segue,secondo  il calendario delle settimane, l’anno in cui si gettano le fondamenta del tempio; a seguire abbiamo le fondamenta del secondo tempio e poi una leggera burrasca, un fortunale innocuo che colloca la dedicazione del secondo tempio nel 417 a.C. quando noi abbiamo sempre scritto che la dedicazione di esso fu nel 419 a.C. o 418 a.C.

Dobbiamo considerare distinti quegli anni perchè formano, in una necessaria ottica di datazione doppia, il 419-418 a.C, o il 418-417 a.C. cosicchè, come abbiamo scritto, il fortunale non ci obbliga a cercare riparo in una approssimazione fastidiosa perchè tutte la date che precedono quell’anno sono estremamente precise.

Inoltre storicamente quel “sesto di Dario” di cui ci parla Esdra 6,15 fu il 418 a.C. per cui credo sia naturale storicamente quel 417 a.C. e possiamo procedere fino all’anno 153 quello di cui ci narra 1Mac 9,54 dicendoci che quello fu l’anno in cui si distrusse il cortile interno del tempio distruggendo l’opera dei profeti chiudendo così l’Antico Testamento.

Adesso affrontiamo l’ultime miglia del viaggio e giungiamo al Nuovo, al 15 a.C., anno di nascita di Gesù,  e a seguire il 15 d.C., quando quello stesso Gesù diviene personaggio pubblico di rilievo, ma senza l’ivestitura ufficiale del 32 d.C., inizio del ministero.

Dopo miglia di cronologia biblica, seguendo una rotta sinora inesplorata che ha riassunto punti fondamentali della nostra cronologia, mai raggiunti seguendo le rotte convenzionali, quelle cioè dei… commerci, siamo giunti in porto, e il nostro blog, come un vascello, ha solcato onde ignote, ha conosciuto i flutti del 417 a.C. ma è giunto a destinazione contro ogni scommessa, perchè tutti credevano nel disordine della cronologia biblica e ne temevano gli scogli, quando invece è un “oceano pacifico”.

Da Nazaret alla Palestina con tappa al secondo tempio

Il blog ha incontrato più volte versetti che celano una cronologia (vedi categoria in home), il caso vuole che sia sempre la nostra, come in questo caso che tratta di Lc 4,18. E’ un passo molto importante perchè Gesù proclama nella sinagoga di Nazaret la Sua missione, la Sua messianicità.

Già in passato abbiamo fatto notare che la numerazione del versetto coincide con l’anno della dedicazione del secondo tempio: 4,18 il primo; 418 a.C. la seconda e questo ci ha incuriositi perchè Isaia 61 Gesù lo legge nel 32 d.C., anno d’inizio del ministero secondo la nostra cronologia.

Tale anno giubilare è separato dal 418 a.C., altrettanto giubilare, da 9 cicli (50 anni ciascuno) esatti tanto che possiamo parlare di una tranche cronologica da tempio a Tempio, se Gv 2,20-21 ci parla di Gesù nuovo ναός (Sancta Sanctorum).

Questa sincronia di eventi e versetti potrebbe apparire non tanto casuale, quanto occasionale (pro domo mea), per cui non facilmente condivisibile. Rimane il fatto che anche il calendario delle settimane la rileva, lasciando i conti a resto zero.

Infatti, dal 418 a.C. al 32 d.C. passano esattamente un ciclo settimanale lungo (294 anni) e 26 cicli brevi (6 anni) e colpisce, quindi, l’ulteriore esattezza che si aggiunge a quella evidenziata dal versetto (Lc 4,18) che coincide con l’anno della dedicazione (418 a.C.); e con quella dei 9 cicli giubilari esatti tra la dedicazione del tempio e l’inizio del ministero.

L’importanza della relazione tra Gesù e il tempio ci ha fatto mettere in secondo piano un altro rapporto fra date di assoluto rilievo, come quello che lega l’ingresso in Palestina al tempio post esilico, sempre adottando il calendario delle settimane.

Infatti tra l’anno della dedicazione del secondo tempio e il 1384 a.C. passano 966 anni, cioè 3 cicli calendariali lunghi (ciascuno di 294 anni) e 14 brevi (6 anni), così che dal 1384 a.C. si giunge al 418 a.C. (1384-966=418).

Insomma un intarsio cronologico tra numerazione di versetti, cronologia e calendario giubilare e settimanale perfetto che forse può non convincere nessuno, ma difficilmente imputabile al caso il quale -parlo per esperienza- è spesso l’ultima risorsa di chi vuole ostinatamente negare l’evidenza.

A seguire una tabella riassuntiva dei calcoli sinora compiuti grazie al calendario delle settimane. Vi prego di considerare che nonostante l’assoluta importanza delle date di calcolo, essi sono tutti quanti a resto zero, cioè non hanno mai avuto bisogno di approssimazione, neppure a un anno come sarebbe stato quasi ovvio.

Credo che questa precisione la dica lunga sulla cronologia adottata dal blog, perchè è l’unica a incrociare alla perfezione il preciso e ferreo calendario delle settimane e talvolta, contemporaneamente, quello giubilare, altrettanto ferreo.

Non abbiamo avuto la necessità di verificare se tutto ciò caratterizza anche, magari solo in parte, la cronologia ufficiale, ci è stato sufficiente verificare date cardine della nostra con esito assolutamente positivo

 

TAVOLA CALENDARIALE

 

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNO EVENTO
1485 a.C. Nascita di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Nascita di Gesù
1454 a.C. Rientro in Egitto di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C. Esodo 294 x 4 39 x 6 1410 15 a.C. Nascita di Gesù
1425 a.C. Esodo 294 x 4 44 x 6 1440 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C Esodo 294 x 4 16 x 6 1272 153 a.C. Distruzione cortile interno del tempio. Fine dell’AT
1384 Ingresso in Palestina 294 x 4 40 x 6 1440 32 d.C. Ministero pubblico di Gesù
1384 Ingresso in Palestina 294 x 3 14 x 6 966 418 a.C. Dedicazione del secondo tempio
418 a.C. Dedicazione secondo tempio 294 26 x 6 450 32 d.C. Ministero pubblico di gesù

LEGENDA:

  1. Per evento/anno intendiamo il termine a quo e ad quem
  2. Il totale è la somma del prodotto dei cicli lunghi (294 anni) con quelli brevi (6 anni)
  3. Il totale deve essere sempre considerato secondo la scala a.C/d.C che obbliga sommare o sottrarre