Una donna lungo la strada

Abbiamo volutamente interrotto il flusso dei post per far spazio alla riflessione, una riflessione che da tempo occupa la nostra mente, specie in questi giorni pasquali.

La questione del giorno di morte di Gesù è infatti questione tutt’ora aperta e molto discussa, a causa, anche, della discrepanza dei sinottici dal Vangelo di Giovanni, i quali, però, sembrano essere entrambi concordi nel ritenere un venerdì il giorno della morte avvenuta il 15 di Nisan, ma cosa che scandalizza gli Ebrei se il venerdì non può mai essere il 15 di Nisan o il primo Nisan.

Trovata, quindi, un’armonia nei vangeli, salta il quadro cronologico ebraico gettando di nuovo tutti nell’imbarazzo. Tuttavia potrebbe esserci, paradossalmente, un’altra via, cioè quella che percorse Maddalena “il giorno dopo il sabato” (Gv 20,1) all’alba, giorno e scelta del giorno che pone seri interrogativi, come vedremo.

Partiamo però col riassumere la nostra posizione in merito alla Passione che già a suo tempo occupò le pagine del blog scrivendo che quella notte solo un Messia ridotto a pagliaccio e una prostituta, se così Maddalena ce la consegna la tradizione, conoscevano la verità di un Cristo venuto a risolvere il peccato, quello originale, che non si consumò mangiando dell’albero, ma ancor prima, quando Adamo gridò la sua gioia di fronte al corpo di Eva che da lui era stato tratto (Gn 2,23).

Stiamo dicendo che il peccato originale nasce come desiderio carnale per poi concretizzarsi mangiando il frutto proibito. Il Messia non poteva, quindi, macchiarsi dello stesso peccato che era venuto a togliere, mentre l’autoaccusa di fronte a Giuda coinvolgeva -per noi sicuramente- una relazione, sebbene e magari solo amorosa, con Maddalena, la quale, per questo motivo, era con Gesù l’unica al corrente che l’accusa (autoaccusa) mossa era totalmente infondata, sapendo ella più di ogni altro e altra, che niente era accaduto tra lei e Gesù.

Ecco disegnata una cornice fondamentale per comprendere non solo ciò che accadde la notte della Passione, ma più ancora al mattino della resurrezione, infrangendo lo Shiv’ah (periodo di lutto di sette giorni in cui si consiglia di stare in casa), quando cioè “il giorno dopo il sabato” (Gv 20,1) e al far del giorno Maddalena andò alla tomba di Gesù.

Le domande banali che accompagnano Maddalena nel suo breve viaggio sono:

è vero che non era opportuno recarvicisi di sabato, mentre al venerdì era ancora presto, ma è altrettanto vero che poteva rispettare il lutto ebraico e recarsi alla tomba dopo sette giorni, come era opportuno fare, ma in ogni caso poteva andare al lunedì o al martedì o in qualunque altro giorno della settima, mentre lei ci si reca, subito, alla domenica. Come mai? o, forse meglio, la scelta del giorno fu casuale? la domenica fu solo un giorno dei tanti?

Se si è compreso la logica della Passione e si ricorda l’accusa o autoaccusa di Gesù no, non poteva che recarsi al sepolcro la domenica perché, sapendo la totale innocenza di Gesù, ella gioco forza credette sin da subito non solo alla sua innocenza, ma alla sua profezia, cioè al segno di Giona (Lc 11,29-30), quello che Lo volle nel ventre della balena, (sottoterra, cioè sepolto) per tre giorni per poi risorgere.

E’ dunque quella domenica che, considerando quanto scritto sinora, permette un calcolo a ritroso per conoscere il giorno della sepoltura che fu di giovedì, cosa che risolve l’imbarazzo ebraico di fronte alla datazione cristiana del giorno della morte se, come abbiamo scritto, Gesù per i cristiani muore di venerdì, ma di venerdì non c’è nessun 15 nisan, cioè nessuna Pasqua.

Quel 15 Nisan è allora giovedì, cosicchè

giovedì/venerdì primo giorno di sepoltura

venerdì/sabato secondo giorno

sabato/domenica terzo giorno e giorno della resurrezione, quando Maddalena sa che Lo troverà vivo perché prima lo ha saputo, unica, innocente per cui risorgerà secondo le Scritture, in particolare Giona che ha consegnato alla storia il suo segno.

Quanto sopra è ancor più vero se si considera che all’interno dello Shiv’ah, cioè dei primi sette giorni di lutto, ve ne sono 3, i primi tre, di lutto strettissimo perché dedicati alle lacrime e nei quali, se già di per sé i primi sette giorni si consiglia di dedicarli all’intimità, siamo certi valesse il precetto di non uscire neppure di casa.

Maddalena, allora, consegna alla storia del cristianesimo una cronologia dei fatti pre-pasquali perfetta, perché ella esce di casa al terzo giorno, quello che anche il Credo cattolico celebra come quello della resurrezione, ma Maddalena aggiunge però una tempistica profonda con il suo recarsi alla tomba che non avvenne in un giorno qualsiasi e per motivi strettamente personali, ma uscì perché passati i tre giorni di lutto di precetto quelli che, anche in questo caso, permettono un calcolo a ritroso forse ancor più preciso che conduce alla data di morte esatta, cioè al giovedì precedente che noi crediamo collocarsi al 21 aprile del 35 d.C. e ciò potrebbe essere avvalorato da un ottimo convertitore di date ebraiche capace di far apparire che quel giovedì del 35 d.C. era davvero il 21 aprile, ossia il 15 Nisan del 3795 ebraico.

Si dice e si scrive che la storia sia maestra di vita, ma anche la strada lo è e nessuno merita quella cattedra più di Maddalena, una prostituta che ha tutto da insegnare, persino a Pasqua.

La dramma perduta

Sarà un post breve, numismatico, perché affideremo alle monete il dialogo sulla verità, in primis storica, cioè il conio originale che sembra andato perduto, ma che riaffiora strada facendo e noi di strada ne abbiamo fatta molta e sempre in un unica direzione, quella che porta al Golgota del 35 d.C. e che conduce, lo stesso anno, alla relazione sui fatti gerosolomitani che giunge nelle mani di Tiberio sempre quello stesso anno, perché essa fu il frutto della fatica di Luca che così non solo offrì il suo Vangelo (quello è la relazione) a Roma, ma la convertì, nel senso che ne aprì le porte, affinché la predicazione, noi crediamo di Giovanni, potesse penetrare.

Stanchi di tanto viaggio, raccogliamo allora la moneta perduta, un dramma neroniano a quanto si scrive, ma che è smentito dai fatti, mentre quegli stessi fatti danno ragione a noi se la foto sotto la si sa interpretare nel suo senso originale che emerge solo con una cronologia esatta, mentre diviene assolutamente inintellegibile con quel corso forzoso -in realtà, mentre scrivo, penso assolutamente falso- che si è dato alla storia.

Osserviamola, allora, la moneta linkando anche a wiki che la pubblica e che offre la didascalia che dovrebbe, almeno, tenere presente la numerazione greca che per lambda (30) ed epsilon (5) da, casomai, un trentacinquesimo anno, qualunque esso sia e non un incomprensibile “quinto” di Nerone, come scrive wiki, che magari ha davvero coniato la moneta, ma solo per celebrare un evento: il Re dei Giudei che Giovanni ricorda nel suo Vangelo in 12,13.

Moneta (Prutah) coniata da Porcio Festo durante il suo governatorato [in Giudea].
Dritto: Lettere greche indicanti NEP WNO C (Nerone)
Rovescio: KAICAPOC (Cesare) e la data LE (cioè 5º anno del regno di Nerone corrispondente al 58/59 d.C.) attorno ad un ramo di palma

Come vedete nella foto, ma meglio ancora leggendo la didascalia di wiki che analizza la moneta per noi ben riassumendo quindi le conclusioni numismatiche a cui si è giunti sinora, non solo quel LE, cioè lambda ed epsilon, valgono 35, cioè il 35 d.C. quando, è vero, Gesù fu crocefisso, ma anche anno in cui Gerusalemme, poco prima, aveva salutato il suo Re perché essa uscendo nelle vie e nelle piazze

prese dei rami di palme … incontro a lui gridando:

Osanna!

Benedetto colui che viene nel nome del Signore,

il re d’Israele! (Gv 12,13)

Ecco allora nella moneta non solo il 35 d.C. come anno, ma pure la sua cornice, cioè un ramo di palma che ricorda l’unica citazione neo testamentaria della pianta, in ogni caso delle sue estremità che assurgono a simbolo regale.

Crediamo, allora, che quel conio celebri, se appartiene a Porcio Festo, l’anno dell’incoronazione di Gesù a Re di Gerusalemme, cioè il 35 d.C., dopo ( molto dopo, se coniata in epoca neroniana le cui caratteristiche storiche dovrebbero essere rivalutate ex novo) che il Vangelo aveva già conquistato Roma. Quella moneta è l’effige di quella celebrazione, cioè di un impero in… Festo.

Ps: alla luce di tutto questo, anche nella sola misura del plausibile, la leggenda nera di Nerone diviene una leggenda aurea perché nuova di zecca.

Le spine della Bibbia

Se c’è un simbolo che riassume la regalità di Gesù è la corona di spine, perché con quella fu salutato e schiaffeggiato come re dei giudei. Quella corona, a differenza della colomba, altro simbolo cristologico, si posò sul suo capo nel 35 d.C., che molti vorranno ancora mettere in discussione, fermi al 33 d.C. tradizionale, ma non CEI, magari, che fissa le occorrenze di “spine” proprio a 35, tanto che siamo certi non vorrà darci torto.

A noi infatti è venuta voglia di cercare tra le spine, quelle bibliche però, e così siamo giunti a una parziale conclusione: sono tre quelle che segnano tappe importanti:

la prima è il 35 d.C., quando i soldati romani le intrecciano

la seconda è quella di Mosè che le vede ardere

la terza è il castigo di Genesi, quando le si promettono (Gn 3,18).

Vogliamo vedere se sono collegate o se si cartterizzano per una simmetria cronologica ancora non studiata? E vogliamo vedere se quella simmetria si presenta solo in un contesto cronologico e non in altri?

Sì vediamolo e consideriamo il nostro Anno Mundi, cioè il 3923, quando ebbe inizio la storia, una storia che di lì a poco diverrà peccato originale o, in ogni caso, da esso segnata. Deve esserci allora un lasso di tempo, quello necessario al passaggio da uno stato d’innocenza a quello di peccato, ma non deve essere lungo, deve infatti rientrare nella generazione di Adamo o di lì a poco.

CEI, dicevamo, ci darà ragione perché noi la diamo a lei che ha fissato le occorrenze di “spine” a 35, tanto è vero che noi applicheremo la generazione matteana di 35 anni, quella che, moltiplicata per 14, segna non solo le tre tranches matteane di 490 anni, ma che è pure, forse più, ghematria di “chiave di Davide” in greco, una chiave che apre non alla storia comunemente intesa, ma al disegno, alla profezia e all’eternità.

Infatti, considerando il 35 d.C., occorrono 113 generazioni di 35 anni per giungere al 3920 A.M. che, dopo la tappa fondamentale del 1435 a.C., quando Mosè assiste al roveto ardente ed è conferito del potere di liberatore, risulta essere l’anno esatto in cui si comminarono le pene: al serpente, ad Eva e ancor più ad Adamo costretto a muoversi tra le fatica e, appunto, le spine.

Avevamo premesso, all’inizio, che il calcolo doveva cadere poco fuori la generazione di Adamo, cioè non oltre quella dell’A.M (3923) ed infatti abbiamo un’altra simmetria: tre sono gli anni che separano il 3920 dal’A.M e il terzo è il capitolo di Genesi che semina le spine in Eden.

CEI ha ben tradotto mentre noi, mi pare di poter dire, abbiamo ben calcolato, perché nessun’altra cronologia fissa l’anno Mundi al 3923; nessun’altra da esso fa discendere l’intera genealogia lucana con cui lo ha calcolato; nessun altra ferma al 1435 a.C. non solo il roveto ardente, ma anche l’inizio delle 10 piaghe e nessun’altra affiderebbe la croce a un fantasioso 35 d.C, per il semplice fatto che nessuno entrerebbe in un ginepraio nudo.

La palla ai piedi dell'albero di Natale

La lettera a Sardi, la chiesa a cui abbiamo dedicato molti post, si caratterizza per l’ora, un’ora che l’angelo deve conoscere, altrimenti se ne andrà via nudo (Ap 16,15), così come è stato trovato, perché beato sarà chi mantiene le sue vesti.

Egli, Gesù, verrà come un ladro, si scrive, ma nessuno ha capito il senso di quel sostantivo che ripropone la crocefissione, quando, tra due ladroni, fu appeso anche Gesù, ma non come ladro quanto come impostore.

In questo senso allora, lo strong diviene insostituibile, perché coglie la sfumatura e riferisce Gv 10,8, quando solo tutti quelli venuti prima di lui sono ladri e briganti.

Ma anche qui la traduzione è pessima, perché non lascia intendere che quel “venuti” prima di lui significa “venire alla vista del pubblico” come di nuovo suggerisce lo Strong, per cui “nascere”, magari come Messia e prestarsi all’adorazione dei pastori prima, dei Magi poi.

Adesso subentra un bellissimo gioco di versetti, quelli a cui il blog crede, perché capaci di far luce quanto altre chiavi di lettura, magari più note, ma insufficienti, talvolta, a far luce piena su ambiti particolari.

La prima citazione che abbiamo riportata è in Ap 3,3, quando Gesù viene come impostore o falso maestro e infatti quel 3,3 di Apocalisse della Lettera a Sardi è il 33 d.C., la data tradizionale e solo tradizionale della crocefissione che, ne siamo certi, è da condivisa da ben pochi nella sostanza, la quale si fa forte solo di una tradizione che se impugnata non ha argomenti.

Quel 33 d.C. fa di Gesù, allora, un falso maestro perché lascia molto spazio al dubbio, talvolta al mito, in ogni caso lo priva di una storicità certa se neanche l’anno di morte ha una solida base.

Gesù, allora, viene a Sardi con documenti saputi falsi, ma di cui non si conoscono neppure gli originali e vidimati dalla storia, perché il 35 d.C. è assolutamente marginale, tanto che se ne occupa solo il nostro blog.

Tuttavia è quel 35 d.C. che fa di Gesù il rabbuni (Gv 20,16) cioè l’unico e vero maestro, mentre il 33 d.C. lo confonde nella folla degli aspiranti al titolo, rendendolo, sostanzialmente, un grande falso, un impostore che nessuno sinora ha cacciato dalla storia.

Sardi deve stare bene attenta, allora, perché la sua venuta non sarà, come si aspetta, in pompa magna, quella a cui è abituata, ma vorrei dire in sordina, quando però penso in guardina, cioè nella veste di un impostore di nuovo condannato, sebbene stavolta dai tribunali dei suoi prestigiosi ed esclusivi college che non vogliono nessuno con la palla la piede.

Tuttavia Gv 10,8, la seconda nostra citazione, è chiaro: tutti coloro che sono venuti prima di Lui sono in realtà ladri e briganti, ma lo abbiamo scritto: non è corretto tradurre così perché non è semplicemente “venuto”, ma “nato, esposto al pubblico” e conseguentemente all’adorazione, dei pastori prima; dei Magi poi, lo abbiamo già scritto.

Non il caso, allora, ma la sacralità dei vangeli vogliono fermare quella venuta al pubblico in Gv 10,8, perché se il 33 d.C. segna la menzogna e la palla al piede di Gesù, il 10/8 segna però il Natale, il nostro solito Natale, rovinato da un impostore, che però in quel giorno è davvero nato, ed era il 10 agosto del 15 a.C., mentre è morto e risorto nel 35 d.C. lasciandoci però la Pasqua.

Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

Il verbo di carne

“Il verbo si fece carne” recita il Prologo di Giovanni in 1,14 e fiumi d’inchiostro sono stati versati per spiegarne il senso, la ragione e il motivo, ma a tutti è sfuggita la storicità della locuzione che emerge solo alla luce della corretta anagrafe gesuana che lo vede nascere nel 15 a.C. come Messia, mentre come Gesù, quello storico, nel 14 a.C. affinché la necessaria datazione doppia che la conversione dell’anno ebraico in gregoriano abbia un senso e non sia solo un problema (si veda tabella in calce per la comprensione della questione cronologica a ciò collegata).

Ma quel verbo fatto carne è davvero un verbo, un verbo greco ed èγνωρίζω che significa “mettere a conoscenza”, “informare”, “rivelare”, “mettere a parte di” un progetto, di un fatto.

Dunque quel verbo si è fatto veramente carne nel 15/14 a.C. perché ciò in Luca è chiaro: i pastori sono messi a conoscenza (ἐγνώρισεν) della nascita del Messia (Lc. 2,15) e loro stessi divulgano (Lc 2,17 altro significato di γνωρίζω) la notizia.

Luca, l’evangelista dell’infanzia, usa due volte soltanto questo verbo, un verbo che troviamo anche in Giovanni per altre due sue occorrenze soltanto, per un quattro totale nei Vangeli, ma 25 nel Nuovo Testamento e questo renderà γνωρίζω il verbo che si è fatto carne, stando alla numerazione dei versetti che fa luce sul senso e sul significato del verbo, perché Giovanni vi ricorre quando testimonia l’amicizia tra i discepoli e Gesù (15,15) , un’amicizia che non è più schiavitù, perché vos autem dixi amicos.

Gesù afferma questo elevando gli apostoli, non più preda di una religione fondata sulla paura, perché l’amore scaccia la paura (1Gv 4,18), quella paura che aveva sede nel cuore della religiosità ebraica: il tempio, non a caso dedicato nel 418 a.C., come 4,18 è la numerazione del versetto della sua Prima lettera che libera l’amore, quando Giovanni è dell’amore che ci parla nella seconda sua occorrenza del verbo nel Vangelo, cioè in Gv 17,26, un amore che però rinasce dalla “conoscenza” di Dio, quella stessa che renderà liberi (Gv 8,32).

Tale conoscenza è quella divina che si è fatta carne, cioè storia ed è venuta ad abitare in mezzo a noi scrivendo quella storia che nasce nel 15 a.C., l’anno in cui Dio diviene amico dell’uomo partecipando alla sua storia, ed ecco, allora, che non è casuale l’anno di quell’amicizia alla luce del versetto che la esprime, che è Gv 15,15, perché la numerazione coincide con l’anno di nascita di Gesù, cioè con la una storia rinnovata che Lo contempla nel 15 a.C. come Figlio, mentre lo ammirerà nel 15 d.C. come ἀρχόμενος, cioè adulto di successo se vinse quella causa pubblica, ma  persa, anche nei tempi dell’esegesi attuale, quindi allora come oggi, salvando l’adultera.

Non è un gioco di versetti ma, al contrario, i versetti entrano in gioco affinché il verbo si faccia carne e quella carne si esprima alla luce di un verbo: γνωρίζω, verbo che Luca conosce e usa, assieme a Giovanni, perché anche Luca lo ferma al 15 del capitolo 2 del suo Vangelo, quando i pastori andarono a contemplare un verbo che si era fatto carne: γνωρίζω, che ha 25 occorrenze neo testamentarie per dirci che il venticinquesimo giorno di Ab fu Natale, cioè il 10 nostro agosto, mentre il 25 dicembre è solo la roccaforte sentimentale cattolica, di per sé perdonabile, ma non alla luce del 15 a.C. che è l’unico anno in cui un verbo, γνωρίζω, divenne il Verbo

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Una mela marcia

Ricordo ancora quando Don Ferdinando Rosmini a Messa spiegò, durante l’omelia dall’altare, il simbolismo della mela come frutto del peccato originale. Don Ferdinando aveva studiato alla Gregoriana, mi hanno detto, e solo per vicissitudini personalissime non aveva fatto carriera, ma si capiva che avrebbe avuto la cultura e il carattere per farla.

A me colpì, non me ne vogliano i miei attuali compaesani, che su al Monte un sacerdote spiegasse un etimo latino parlandoci di malus-mala-malum e dunque mela, cosa che rendeva appetibile le sue omelie anche a chi aveva solo un po’ studiato.

Tuttavia, quella mela, è quanto di più distante dall’essere il simbolo del frutto del bene e del male, perché, Gregoriana o meno, tradisce uno smarrimento profondo di fronte alla scrittura che non conosce il latino, in questo caso, ma glielo si è attribuito, con dolo.

E’ in Genesi 3,7 una risposta alquanto semplice, perché basta seguire la vicenda di Adamo ed Eva per comprendere che quell’albero è il fico, tanto che le occorrenze bibliche ci vengono di nuovo incontro fermandosi a 33, per un bene o male cronologico che il blog da sempre denuncia, se la crocefissione, in realtà, è del 35 d.C., cosicché Dio, cacciato in malo modo dalla storia, ha fatto posto al bene e al male dell’uomo, per una Chiesa, cattolica, che ha offerto quel frutto a tutte le altre, cadendo in peccato originale.

Adamo ed Eva, infatti, si legge che consumarono del frutto e si videro subito dopo, ma forse ancor prima, in ogni caso nell’istante stesso in cui si aprirono i loro occhi, nudi e fecero le rispettive cinture di foglie di…fico che dunque era la pianta da cui non si mossero e che offrì loro le foglie, oltre al frutto.

Insomma prima allungarono la mano per cogliere il fico, dopo per raccoglierne le foglie, ma fu un tutt’uno, uno stesso albero, per un peccato e per una vergogna. Dunque la mela ha davvero poco a che fare con l’Eden, casomai è frutto privilegiato della Gregoriana, un latinismo fuori dal tempo, dallo spazio e dalla Grazia.

In questo senso, allora, Nicodemo che Gesù scorge sotto il fico è sì l’israelita in cui non c’è inganno, ma quell’albero non è più simbolo dei giusti e della giustizia, ma del bene e del male che sono sempre Giustizia, ma divenuta, alla luce delle occorrenze (33), appannaggio dell’uomo e simbolo, quindi, del peccato primigenio, quello che Nicodemo non ha commesso, avendo riconosciuto Gesù, cioè il bene, perché in lui non c’era menzogna, come invece abbonda nel 33, quel 33 d.C. che invece bestemmia dall’altare su cui batte i pugni per un malus-mala-malum ex cathedra.

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