Un bambino sul rogo

Il blog è l’unico nel panorama di internet (non intendiamo dire degli studi: quelli sono di altri) a collocare sotto una luce diversa i versetti biblici, intendendo la loro numerazione, perché è fra i pochi che credono la Bibbia sacra e dunque ispirata in ogni sua singola parte, sia pure due cifre separate da una virgola: i versetti, appunto.

Essi sono numeri e dunque noi li abbiamo visti finalizzati a ciò che essi esprimono in termini di cronologia, cioè le date di una cronologia che era biblica, ma si è fatta e voluta storica per un falso che lega l’intero mondo scientifico e di fede.

Ovvio, allora, che essi tradiscano un originale sapienziale che si è mascherato, ma non così bene, non così intelligentemente da non essere riscoperto se si guarda a fondo che neanche, poi, è tanto “fondo” perché un falso, sia pittorico che storico, vuole solo ingannare l’occhio, impossibilitato, com’è, a riprodurre l’originale di cui sfugge il senso, cioè la circolazione profonda.

Un falso, insomma, è un sentire il polso, piucchè tracciare un cardiogramma, l’unico che sa dirci minuziosamente delle fasi sistoliche e diastoliche di un’opera.

Ecco allora una piccola cosa, quasi un soffio cardiaco in Gv 1,5 e quella luce che “risplende nelle tenebre”, a farci sicuri che il Natale si tenne nel 15 a.C. o, forse, che è anche meglio, nel 1,5 a.C. quando Gesù nasce alla storia sino ad allora tenebra, cosicché la luce poté splendere.

Non è un caso, magari increscioso, cioè caso casuale, quel Gv 1,5 luminoso perché Gesù nacque facendo luce nella storia, quella che invece lo ricolloca, ostinata perché non ancora vinta, nel 6/7 a.C. che fa di nuovo buio con un falso a cui credono tutti, ma non noi, non questo blog che ha acceso l’interruttore non della fede, ma della ragione, quella illuminista in un secolo cattolico oltremodo buio.

Abbiamo tratto questo post non da una nostra riflessione, ma ma da La notte oscura di San Giovanni della croce che cita il versetto, cosicché la distrazione non avesse il sopravvento facendo risaltare la numerazione e il testo di un versetto che non a caso emerge ne La notte oscura quella di una chiesa, cattolica, alle prese non con il Lumen gentium, ma l’Officium tenebrarum, affinché l’ironia coinvolga il suo Santo Uffizio, che mi dicono ex Inquisizione.

La disobbedienza come virtù

La Chiesa cattolica ha almeno un santo, anzi, una santa: Teresa D’Avila di cui leggo Il castello interiore per una critica che va oltre il solito tran tran dei beati, perché ella fu disobbediente.

Nessuno lo ha mai detto, che io conosca, ma conosco Fanzaga che ne ha spesso marcato il “caratterino”, magari di donna, magari, però, di santa perché rispondeva a Dio che ha pochi amici ma lei ben sapeva perché: li trattava male (Fanzaga, cari cattolici, vi spiegherà tutto).

Forse è anche per questo che lei è passata agli onori di chiesa come l’amica di Dio, simbolo di un’amicizia tra lei e la Chiesa essa stessa amica di Dio, ma non è vero, perché la chiesa si fece, dopo di Teresa, nemica di Dio, cioè si fece hostis, ostile.

Dell’alleanza infranta tra Gesù e Roma, Teresa non ne parla, ma la vive se morì la notte stessa in cui Roma compì lo scempio all’interno della storia, cioè passò dal giuliano al gregoriana che non è tutto lì, anzi lì è nulla, perché entrò in vigore la storia che Roma vorrebbe raccontarci, cioè vorrebbe farci credere a Ciro; all’esilio del 586 a.C.; all’anagrafe di Gesù di cui non si sa nulla e ai casi editoriali che, sebbene scandalo dopo duemila anni di cristianesimo, sono la massima espressione del cristianesimo stesso, sebbene ipotesi, cioè solo Ipotesi su Gesù.

Vorrebbe farci credere, in una parola, “alla truffa di maggior successo di tutta la storia della scienza” come a suo tempo scrisse Robert Newton, ma non l’avrebbe data a bere a Teresa che a ogni piè sospinto, esperta, lei sì!, di visioni mistiche, tiene alla larga gli improvvisati, i truffatori, gli ingannatori del secolo cattolico che lei visse come transizione, quello che alla sua morte pubblicò la storia, la sua però.

Teresa scrive chiaro: “Se qualcuno, di fronte a questi segni cerca di dissuadervi, statene alla larga” perché, lei dice, “non dotto” a sufficienza, ma sa che quel secolo ormai aveva segnato l’ingresso nell’ovile dei lupi, degli incapaci, dei bugiardi e degli arrivisti che non meritavano le sue perle di Sapienza.

Diceva, Teresa, di rivolgersi al confessore, al superiore, ma di tenere sempre gli occhi e la ragione aperti, di tenere, cioè, il bastone in mano e disfarsi con esso dei serpenti.

Leggete, leggete, cari cattolici, Teresa D’Avila, entrate nel suo castello interiore e mi darete ragione, mentre io ve ne do solo una di ragioni: la sua vita che ha segnato la sua opera.

Sappiamo già, infatti, che essa fu l’amica di Dio e che morì quando la chiesa si disfece di quell’imbarazzo che ne imbrigliava la volontà di potenza. Sappiamo che Teresa morì La notte dei lunghi coltelli, quando Bruto (Roma) ferì a morte la dignità di Dio, in onore alla sua pre-potenza e superbia, ma non sapevamo fino ad ora (ci avremmo però scommesso già da ieri sera: parola d’onore!) che anche la sua nascita segna un altrettanto punto fermo di quell’amicizia di cui solo Teresa, ultimo santo che così li comprendiamo tutti, si fregia.

Infatti ella non solo nacque nel 1515, per un 15,15 giovanneo che ha tramandato una affettività cristiana fondamento della Sua chiesa, perché è lì e fu allora che vos autem dixi amicos, cioè che Gesù superò la paura per l’amore, andò oltre il tempio per erigere Il castello interiore di cui ci parla Teresa.

Dunque, la sua nascita la vede già amica, per un segno di santità forse innata, ma nascosta allo sguardo di un chiesa che si tappò gli occhi, accecata dalla rabbia, la rabbia del potere che volle suo, occupando il castello facendo carte e storia falsa.

Non solo tutto questo, dicevamo, ma anche morì nel 15 di ottobre, Teresa, per rinnovare il messaggio della sua nascita, un trionfo del numero 15, il 15 a.C., che noi sappiamo -certamente io- segna la nascita di Gesù se la sua storia si racconta vera e si è fatta veramente carne, cioè esprime un’amicizia d’uomo e con essa una storia di cui Dio è partecipe e non messo a parte, anzi, in disparte.

Ci sono vite che nascono sante e sante muoiono, per questo hanno la forza e il carattere di prendere per il bavero della tonaca impiegati obtorto collo che altro non avrebbero saputo fare se non il prete. Teresa è un’altra cosa: è una donna e li appiccica al muro se tanto tanto sono un po’ troppo insistenti.

Il verbo di carne

“Il verbo si fece carne” recita il Prologo di Giovanni in 1,14 e fiumi d’inchiostro sono stati versati per spiegarne il senso, la ragione e il motivo, ma a tutti è sfuggita la storicità della locuzione che emerge solo alla luce della corretta anagrafe gesuana che lo vede nascere nel 15 a.C. come Messia, mentre come Gesù, quello storico, nel 14 a.C. affinché la necessaria datazione doppia che la conversione dell’anno ebraico in gregoriano abbia un senso e non sia solo un problema (si veda tabella in calce per la comprensione della questione cronologica a ciò collegata).

Ma quel verbo fatto carne è davvero un verbo, un verbo greco ed èγνωρίζω che significa “mettere a conoscenza”, “informare”, “rivelare”, “mettere a parte di” un progetto, di un fatto.

Dunque quel verbo si è fatto veramente carne nel 15/14 a.C. perché ciò in Luca è chiaro: i pastori sono messi a conoscenza (ἐγνώρισεν) della nascita del Messia (Lc. 2,15) e loro stessi divulgano (Lc 2,17 altro significato di γνωρίζω) la notizia.

Luca, l’evangelista dell’infanzia, usa due volte soltanto questo verbo, un verbo che troviamo anche in Giovanni per altre due sue occorrenze soltanto, per un quattro totale nei Vangeli, ma 25 nel Nuovo Testamento e questo renderà γνωρίζω il verbo che si è fatto carne, stando alla numerazione dei versetti che fa luce sul senso e sul significato del verbo, perché Giovanni vi ricorre quando testimonia l’amicizia tra i discepoli e Gesù (15,15) , un’amicizia che non è più schiavitù, perché vos autem dixi amicos.

Gesù afferma questo elevando gli apostoli, non più preda di una religione fondata sulla paura, perché l’amore scaccia la paura (1Gv 4,18), quella paura che aveva sede nel cuore della religiosità ebraica: il tempio, non a caso dedicato nel 418 a.C., come 4,18 è la numerazione del versetto della sua Prima lettera che libera l’amore, quando Giovanni è dell’amore che ci parla nella seconda sua occorrenza del verbo nel Vangelo, cioè in Gv 17,26, un amore che però rinasce dalla “conoscenza” di Dio, quella stessa che renderà liberi (Gv 8,32).

Tale conoscenza è quella divina che si è fatta carne, cioè storia ed è venuta ad abitare in mezzo a noi scrivendo quella storia che nasce nel 15 a.C., l’anno in cui Dio diviene amico dell’uomo partecipando alla sua storia, ed ecco, allora, che non è casuale l’anno di quell’amicizia alla luce del versetto che la esprime, che è Gv 15,15, perché la numerazione coincide con l’anno di nascita di Gesù, cioè con la una storia rinnovata che Lo contempla nel 15 a.C. come Figlio, mentre lo ammirerà nel 15 d.C. come ἀρχόμενος, cioè adulto di successo se vinse quella causa pubblica, ma  persa, anche nei tempi dell’esegesi attuale, quindi allora come oggi, salvando l’adultera.

Non è un gioco di versetti ma, al contrario, i versetti entrano in gioco affinché il verbo si faccia carne e quella carne si esprima alla luce di un verbo: γνωρίζω, verbo che Luca conosce e usa, assieme a Giovanni, perché anche Luca lo ferma al 15 del capitolo 2 del suo Vangelo, quando i pastori andarono a contemplare un verbo che si era fatto carne: γνωρίζω, che ha 25 occorrenze neo testamentarie per dirci che il venticinquesimo giorno di Ab fu Natale, cioè il 10 nostro agosto, mentre il 25 dicembre è solo la roccaforte sentimentale cattolica, di per sé perdonabile, ma non alla luce del 15 a.C. che è l’unico anno in cui un verbo, γνωρίζω, divenne il Verbo

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Una storia lucana

Il blog ha riportato n luce un aspetto della vita di Gesù andato perduto, se non oscurato, cioè quando divenne ἀρχόμενος che tutti ritengono il punto fermo da cui far partire il suo ministero, ma così facendo stravolgono non solo il senso biografico, ma anche quello letterario di un’opera capace di rivelarsi, a un occhio attento, tale a tutti gli effetti.

Qui entra in gioco, quindi, il dottor Luca, titolo che non compare nelle Lettere paoline solo per rivelare una professione, ma anche per guidare certi lettori a una verità che con Luca nacque secondo i canoni scientifici, essendo, Luca, intellettuale, prim’ancora che medico.

Questo già lo avevamo più volte sottolineato, perché non a caso il suo racconto, più che Vangelo alla luce di quanto stiamo per scrivere, appare resoconto ordinato di accurate ricerche e divenne, sin da subito, appetibile alla sofisticata Roma imperiale, la cui attenzione non poteva essere catturata dalle voci, se non quelle di un deserto dove prima aveva predicato Giovanni, per un rivelazione progressiva che mostrava le sue radici, non nella leggenda, ma nella storia, in questo caso un Antico Testamento che aveva parlato già di Lui, cioè di quel deus absconditus che Roma, come Gerusalemme, aspettava.

In Luca e nella sua opera tutto questo si riflette, come si riflette un gusto, più che un genere letterario, che doveva catturare Roma, tanto che lo possiamo scrivere, Hierusalem capta, ferum victorem cepit e questo con la relazione che Tiberio ricevette da Pilato nel 35 d.C., all’indomani di un crocefissione e di una resurrezione.

Sorge allora spontaneo chiedere alla critica lucana se queste nostre parole possano essere avvalorate dal racconto dei fatti, più che un Vangelo. Se cioè in Luca si cela una trama narrativa che segue un modello letterario, se cioè il Vangelo lucano è in realtà un’opera di genere.

L’analisi della sua tecnica diviene importante, ma solo alla luce di una precedente comprensione del testo che sappia guidarne la valutazione, altrimenti quelle pagine lucane rimarranno Vangelo, cioè messaggio senza che dietro vi sia un lavoro intellettuale che non vuole solo parlarci di Gesù, ma ne vuole scrivere, perché può.

A nostro parere, c’è un punto che tutti hanno ignorato perché il Magistero liquida frettolosamente e forse dolosamente l’ ἀρχόμενος (Lc 3,23) lucano da cui si fa partire un ministero ben al di là nel tempo, affinché Luca non scriva ma soltanto parli di Gesù e segua una cronologia dei fatti meramente progressiva.

Invece quell’ἀρχόμενος è la prima attestazione certa dell’analessi in letteratura, perché la Mahābhārata fu frutto di una compilazione di secoli prima di arrivare a una stesura definitiva che non dà certezze sul testo originario. Luca, invece, noi lo sappiamo, scrive il suo Vangelo nel 35 d.C. se la relazione che giunse nelle mani di Tiberio è la sua.

Dunque la prima attestazione certa del ricorso in letteratura dell’analessi, è lucana perché il capitolo 3 del suo Vangelo mostra come, dopo il battesimo del 32 d.C., Luca ci parli di Gesù ἀρχόμενος all’età di “circa 30 anni” (Lc 3,23), ma questo è bel lungi dal volerci dire che iniziò il suo ministero, perché in realtà lì Luca propone un flash back , ossia ricorre all’analessi per colmare una lacuna grave all’interno del materiale che aveva a disposizione.

Luca non apre il suo Vangelo come Matteo, non riporta sin da subito la sua genealogia, quindi non segue una progressione cronologica dei fatti, egli fa un salto indietro e fa nascere Gesù dopo il battesimo perché non era “come si credeva” erroneamente figlio di Giuseppe.

Questa è la lacuna che colma Luca e questo è il motivo del flash back. Quel “come si credeva” spiega tutto l’imbarazzo di Gerusalemme di fronte al figlio di un falegname (Mt 13,55) che non poteva essere figlio di Dio, date le sue supposte certe origini che però si rivelarono altre, cioè divine.

Il flash back, dunque, è un espediente letterario che Luca gestisce con maestria, affinché quel Vangelo divenga letteratura, quella che Roma, alle prese con le leggende, non avrebbe gradito fino al punto giusto. Luca propone, dunque, un’opera intellettuale ricavata da informazioni che egli assembla secondo i canoni di un opera letteraria, divulgativa qunt’altri mai, tanto che conquistò Roma.

Il capitolo 3 deve, secondo noi, essere riletto a questa luce se è quella dell’analessi, per capire come mai Per Luca fu così importante ricorrervi. Noi daremo un primo approccio al problema ed esso verte su una figura femminile anch’essa da rivalutare: Maria, perché a Lei Luca attribuisce la genealogia, cioè l’attribuisce proprio a colei – e Colui- che si riteneva impossibile.

Anche qui c’è un conto che si può fare ma, lo ripetiamo, è solo un abbozzo al problema: se ἀρχόμενος lo diviene a “circa trent’anni”, questo significa che siamo negli anni 16/15 d.C. e dunque sono 18 quelli che li separano dal 32 d.C.inizio del ministero.

A suo tempo abbiamo visto che “Maria” ha un’occorrenza neo testamentaria di 43 di cui 25 fanno riferimento alle altre Maria, mentre la Madonna ne conta 18, 18 come gli anni tra il 16 d.C. del Gesù ἀρχόμενος e il 32 .C. Questo spiegherebbe due fatti

1 l’inserimento della genealogia, mariana in virtù del “come si credeva”, proprio in quel punto interrompendo il tempo della narrazione

2 e quel “come si credeva” (Lc 3,23) dicendoci, Luca, che lì inizia (nasce alla vita pubblica) Gesù o in ogni caso una diversa fase della sua vita (la Nuova Riveduta traduce bene riferendo che “iniziò a insegnare”) se divenne personaggio pubblico.

Altri sapranno fare meglio, noi possiamo solo proporre la questione, una questione lucana ancora aperta sebbene a un genere: quello letterario che scardinò le naturali difese che l’intellighentzia romana aveva erette di fronte al gossip.

Ps: l’ἀρχόμενος lucano è il termine ad quem di un precisa cronologia, vedi tabella

Pps: al 15 d.C. abbiamo dedicati altri articoli

Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.