Dn 9,25: il simbolo incompreso

Alla luce del post di oggi, è necessaria una nota laddove la traduzione biblica potrebbe non essere univoca e mi riferisco a Dn 9,25 che sappiamo, da questo post, essere perfettamente sincrono a Ne 6,15 perché entrambi prevedono per le mura 49 anni, tolti e tre anni in cui non si mette mano all’opera.

Dn 9,25 prevede sette settimane di anni per mura e vie, ma noi ci interroghiamo circa il termine ebraico רחוב (via) che fa coppia con mura nella visione della ricostruzione prevista da Daniele.

Il termine ebraico usato ha solo l’accezione di “via”? Potrebbe averne una che indica anche “porta”, in virtù del fatto che le porte di una città sono l’accesso alle sue vie, cosicchè il senso del versetto indichi i tempi per la ricostruzione di porta/e e mura?

In caso positivo, se chiaro quanto scritto oggi, tutto il senso delle prime sette settimane cambierebbe radicalmente, perché non si allude alle mura e alla vie, ma all’intera Gerusalemme perché le mura e le porte ne sono il simbolo, come abbiamo visto.

Se tutto ciò risultasse almeno sostenibile, l’intera tempistica della ricostruzione della città e non parte di essa andrebbe rivista e il senso di Dn 9,25 riscritto: sette settimane per la ricostruzione della città intera, cioè 49 anni a partire dal nostro 448 a.C., ma anche il 445 andrebbe, solo in questo caso, bene perché proprio lui farebbe saltare, minandolo, l’intero asse cronologico dell’esilio, facendolo scivolare verso il basso in maniera incontrovertibile, in virtù di un simbolo che riassume tutta Gerusalemme, cioè mura e porte.

Non è una ricerca difficile per coloro in possesso di un vocabolario di ebraico biblico che io non posso acquistare, perché non sarebbe più un hobby, il mio, ma il lavoro di uno studioso.

Le mura del riso

La mia presenza in un forum aperto a tutte le istanze, tanto che annovera una discussione su la Nuova cronologia di Fomenko, ha prodotto un mio intervento circa la sostenibilità del Natale dicembrino, circa il quale il blog ha una specifica categoria.

Lì vengono mossi gli appunti ai miei sforzi, che non chiamo studi né ricerche, cosicchè tutto divenga quieto, poichè si riconosce tale dignità soltanto a quelli che si fregiano del metodo scientifico, unico, a parere dei miei interlocutori, degno di rispetto, rispetto che non ha neppure un accademico russo, Fomenko, di cui noi non condividiamo il suo approccio alla cronologia biblica, ma giudichiamo sacrosante le sue motivazioni.

Alla luce di tutto ciò, cioè dell’evidente scarsa stima riconosciutami dai cultori del metodo scientifico, io chiesto ripetutamente di parlare con loro della ricostruzione delle mura di Gerusalemme per poter dimostrare che quel metodo vale solo nella misura in cui dà ragione a risultati già prima decisi e qualora quei risultati siano impugnati si grida alla pseudoscienza non senza punte di sarcasmo che noi vorremmo però riservare anche a coloro che le riservano a noi.

Infatti, dal manovale all’architetto di grido, tutti sarebbero concordi su un fatto: 52 giorni letterali per ricostruire il recinto murario di Gerusalemme che aveva subito due anni di feroce assedio e quasi 150 di abbandono (586 a.C.-445 a.C.) sono una favola che farebbe rifiutare anche un contratto faraonico alle ditte impegnate nei colossali cantieri internazionali.

Tuttavia questo non ha aperto gli occhi alla scienza, ma li ha chiusi perché altrimenti tutto l’asse cronologico che prima, cioè a tavolino, si era disegnato va in scioc e si dovrebbe dare ragione di un assurdo cronologico, cioè come sia possibile

1 che dall’editto di Ciro del 538 a.C. si debba aspettare il 445 a.C. per mettere mano al cantiere, un cantiere che, conti alla mano, parte quasi un secolo dopo, tanto che alcuni studiosi di mente aperta hanno ipotizzate nuove ma sconosciute invasioni per giustificare quello che la ragione dimostra assurdo.

2 Inoltre si deve dimostrare perché Gerusalemme dedichi il suo secondo tempio nel 515 a.C. ma lo lasci totalmente incustodito per 70 anni circa, cosa che davvero appare folle perché il cuore di Gerusalemme era il tempio, un tempio, però, alla mercé di tutti

Ecco allora ciò che noi scrivemmo in maniera più estesa a suo tempo a cui adesso aggiungiamo una nota fondamentale che rende il tutto all’ombra di una malafede che non accomuna tutti, ma alcuni (tanti?) sì, perché vantano una sensibilità biblica agitata spesso come spauracchio di fronte agli occhi dei neofiti e degli autodidatti, ma che si rivela poi, nei fatti, o assente o in malafede.

Infatti, quando in Ne 1,3 leggiamo che Neemia trova nel 445 a.C. le mura diroccate e le porte incendiate, tutti hanno colto un senso letterale come per i 52 giorni che già di per sè sono assurdi, ma se aggiungiamo questa lettura miope se non cieca divengono comici perché se non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire, altrettanto fa il cieco se non vuol vedere, non vuol vedere, cioè, che le mura e le porte non facevano parte, rimanendo diroccate, di un progetto di ricostruzione che prevedeva tutte villette a schiera con giardino per Gerusalemme, la quale, però, aveva voluto conservata la memoria della devastazione lasciando inalterate, cioè diroccate e incendiate, le mura e le porte in nome di un anno della memoria, il 586 a.C., piucchè di un giorno.

Voler far apparire, dunque, Gerusalemme un paradiso a fronte delle sue mura e delle sue porte lasciate intatte dai tempi di Nabucodonsor, rivela non solo una scarsa logica, ma anche un talento naturale per la comicità, oltre che la completa assenza di quel senso biblico che si dice svilupparsi solo con anni e anni d’inteso studio, senza profitto, però, se stiamo ai risultati.

Infatti, appare paradossalmente sfuggito il simbolo che neanche è stato colto, ma ignorato di quelle mura e di quelle porte diroccate e incendiate, altrimenti subito si sarebbe compreso il paradosso di accoglienti villette a fronte della devastazione di mura e porte.

Neemia, allora, ben lungi dal paradosso altrui, ricorre in realtà a un linguaggio simbolico, a un’espressione idiomatica per riassumere l’intera questione: quella di una città ancora devastata nel 445 a.C., divenendo così davvero inspiegabile non solo il perché, ma anche il come coloro che erano rientrati nel 538 a.C. abbiano potuto sopravvivere tra i cumuli di macerie per quasi un secolo.

Questo è il pons asinorum e qui casca l’asino scientifico che o non ha visto; o non ha capito o ha chiuso e fatti chiudere gli occhi di fronte a un simbolo che riassumeva l’intera Gerusalemme come risulta dai Salmi in cui quelle mura e quelle porte sono spesso elevate a simbolo della città di Sion.

Tanto è vero che la prova del nove della simbolicità della locuzione è nel Nuovo Testamento che mutua appieno il simbolo e ne coglie tutto il significato con Giovanni e la sua Apocalisse, perché il capitolo 21 celebra il trionfo della Gerusalemme celeste di cui solo le mura e le porte sono citate simbolicamente per sintetizzarne la natura e lo scopo.

Il capitolo 21 di Giovanni, tanto quei due elementi architettonici sono importati, è dedicato esclusivamente ad essi in termini minuziosi perché essi sono Gerusalemme, quella storica e quella celeste che innalzano, entrambe, le loro mura e e le loro porte.

Come vedete appare davvero assurda non solo una tempistica che ogni cantiere giudicherebbe folle (52 giorni per un recinto chilometrico), ma anche una lettura che anche un neofita, un autodidatta giudicherebbe così miope, da essere cieca, ma solo laddove serve, mentre in tutti gli altri casi -e dico tutti- si sono visti simboli nelle più prosaiche umane vicende.

A questa luce l’intera questione appare diversa: Gerusalemme non era ancora stata ricostruita nel 445 a.C., come non era stato dedicato il tempio. Tutto scivola, rispettivamente nel 399 a.C. per le mura; nel 418 a.C. per il tempio a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. per una assurdo senza soluzione di continuità perchè è dal 586 a.C. al 399 a.C. che va in onda Oggi le comiche

Il calice di un’eterna alleanza: da Ratzinger a un blogger

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Santità,

il tema dell’Antica e Nuova Alleanza ha mosso uno dei massimi teologi contemporanei, cioè Lei, Papa emerito Joseph Ratzinger, tanto esso è importante. Dal suo saggio emerge certamente un profilo teologico notevole che tradisce però quella concretezza senza la quale la teologia si perde nella congettura; magari importante, illuminata ma pur sempre priva di quell’ancora che ferma il pensiero.

Infatti emerge dal suo studio la messe d’interpretazioni, e tutte valide senza che queste, però, trovino una sintesi logica, razionale, in una parola concreta. Si lamenta il fatto che di per sè l’argomento apre a mille soluzioni e interpretazioni: troppo affascinate perchè esso non sia stato e non sia oggi oggetto di riflessione.

Vede bene che pure io, in un blog, me ne occupo e ho addirittura la presunzione di rivolgerLe il post, come fosse parola, e nemmeno una delle tante, ma forse la più sciocca (da questo capirà la scelta di un taglio semi-serio).

Procederò per sommi capi, perchè su una cosa ha ragione: entriamo in un mare magnum in cui è facile naufragare se non si ha la rotta, sempre descritta da coordinate; mai tracciata a casaccio, cioè sulla parola, se si conosce quel mare e provvidenzialmente lo si teme.

Ecco allora che tutto parte dall’istituzione della prima Pasqua nel Sinai, cioè nel secondo anno dell’esodo, che bisogna aver chiaro nella sua storicità, cioè bisogna aver chiaro il 1425 a.C., suo primo anno che ci conduce al secondo (1423 a.C.) quando la Pasqua dell Antica Alleanza fu istituita.

Questo è già molto, mi creda, affinchè, come amava dire zia Rosa, cattolicissima, non si prenda Roma per il Mugello, cioè non si viaggi a vuoto. Infatti quel 1423 a.C. è il termine a quo in cui s’innesta una metrica biblica sconosciuta ai  Più (eufemismo) che coincide con 486 anni.

Essa si associa ad altre metriche bibliche sconosciute ai Più (altro eufemismo) che sono i 490 anni delle 14 generazioni matteane coincidenti con la ghematria di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide) e i 480 anni quegli stessi che 1Re 6,1 indica come ricorrenti tra l’esodo e il primo tempio. C’è tutta una serie di calcoli possibili con quelle metriche, ma non sto a proporglieli, il discorso diverrebbe lungo.

Mi preme invece farLe notare che 486 è un numero importantissimo nell’economia dell’Antico e Nuovo testamento, tanto che esso è ghematria greca di Figlio (υἱός Ap 12,5); Padre (πατήρ, Ap 1,6));roccia (πέτρα, Lc 6,38); giogo (ζυγός, Mt 11,29) e anno della caduta di babilonia con conseguente fine del ministero profetico di Ezechiele (ho dedicato a tutti i lemmi una categoria in home). Vede bene che a voler fare della teologia ce n’è per anni non luce, ma teologici che sono ben più lunghi.

Ma noi ci occuperemo dell’immanenza di quel numero e lo collocheremo in una cronologia che si sviluppa dal 1423 a.C., secondo anno dell’esodo. E’ così che giungiamo, scalando, al 937 a.C. quando cioè si dedica il primo tempio e questo (dimenticavo: sono date che lei sicuramente non conoscerà, ma mi segua lo stesso, vedrà dove conducono!) è altamente evocativo, sempre su un piano teologico, ovvio.

Scaliamo adesso di altri 486 anni e otteniamo il 451 a.C., ventesimo di Artaserse (primo anno di regno di quel re 471 a.C.) e anno del rientro di Neemia con il compito di ricostruire le mura di Gerusalemme. Qui non è il trambusto dei lavori a farla da padrona, ma un silenzio che nessuno ha notato o udito.

Infatti Neemia tace per tre giorni/anni senza rivelare a nessuno il suo proposito e questo ci fa dire che egli cerca il sincronismo con il quadro profetico di Daniele che prende le mosse non dal 445 a.C., ma dal 448 a.C. (vede, le avevo promesso che non si sarebbe perso, tant’è che si ritrova in una cronologia conosciuta, sebbene superiore di tre anni).

Dovrei adesso aprire una parentesi, ma credo sia meglio giungere al punto, per poi tornare sui “nostri paragrafi”. Scaliamo infatti di altri 486 anni e giungiamo al 35 d.C. anno della crocefissione di cui Lei può dubitare, ma non per molto, mi creda perchè anche Daniele è d’accordo.

Infatti, se Lei ricorda  le origini del di quel 448 a.C. citato sopra, converrà che da esso parte la profezia delle 70 settimane di anni, ed è così che, facendola breve, si giunge di nuovo al 35 d.C., semplicemente sottraendo 483 (69 settimane) a 448 = 35, il 35 d.C.

Insomma questo in soldoni significa che sia la cronologia dei 486 anni, sia la profezia di Daniele confluiscono in un unico anno attraverso una perfetta unità concettuale, come vedremo interpretando un po’ i fatti.

L’istituzione della Pasqua nel Sinai conduce alla Pasqua dell’Agnello e ciò è naturale e conosciuto sotto il profilo teologico; un po’ meno su quello cronologico che lo conferma appieno, come abbiamo visto quando abbiamo scalato di 486 anni in 486 anni giungendo, dal Sinai al Golgota, cioè dall’Antica alla Nuova Alleanza, come deve essere non solo teologicamente, ma anche cronologicamente in una storia disegno di salvezza.

A tutto questo si aggiunge la profezia per eccellenza che ci parla di quella Pasqua, quella delle 70 settimane Daniele che non a caso si sviluppa dal 448 a.C. e giunge alla sessantanovesima settimana segnando di nuovo il 35 d.C.

Se a chiaro tutto questo credo possa esser essere interessato anche alla deliziosa nota ghematrica che mette il fiocco a tutto perchè, sebbene costretta a rivedere un greco in cui ci sono (siete) andati con la mano pesante tradendolo nella lettera e nello spirito, si renderà conto che quel calice lucano e paolino che Lei cita è fondamentale proprio per sigillare tutto il discorso.

Infatti ποθήριον διαθεκε (calice dell’allenaza, qui lei avrà fior fiore di grecisti a darle una mano: io ho solo l’attestazione di διαθεκε e la coerenza dei numeri che mi dicono di essere nel giusto) ha un valore, se sommati, di 451, quando lo abbiamo già incontrato sopra quel 451 a.C., quando cioè prende le mosse tutto il quadro profetico non solo delle mura di Gerusalemme (parlo di profezia perchè esso rientra nelle prime 7 settimane di Daniele dedicate alla ricostruzione di “mura e piazza”), ma anche di tutta l’enorme carica profetica di quella stessa profezia che non a caso era definita messianica per eccellenza, conducendo alla crocefissione.

In qualche modo la ghematria di ποθήριον διαθεκε è valore mediano tra l’Antica e la Nuova Alleanza, congiungendo non solo l’Una all’Altra, ma anche saldando in un unico anno l”Antico al Nuovo Testamento che confluiscono in un calice il cui liquor è ad altissima densità, non solo teologica, ma in primis storica, tanto da far apparire la teologia solo un retrogusto raffinato che cede il passo però a una struttura solidissima che ne fa un calice d’annata: il 451 a.C., vendemmiato nel Sinai, “versato per molti” o “per tutti” sul Golgota. Santé.

Gv 2,20, l’armonia dei 46 anni

chiave di violinoDella questione legata alla terminologia giovannea per designare il tempio e l’area del tempio ce ne siamo occupati in paragrafo de La cronologia di Dio, limitandoci però solo ad alcune considerazioni sul secondo tempio.

Il problema, tuttavia, è denso perchè da solo fa luce su

  1. La cronologia del secondo tempio
  2. Il primo anno di regno di Artaserse (questione ancora dibattuta)
  3. La cronologia della ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi caratterizzanti: mura e tempio
  4. Una questione creduta risolta, cioè la datazione dell’esilio babilonese, considerato universalmente avvenuto nel 586 a.C. senza tenere conto delle Scritture nella loro interezza e originalità

Passiamo ora ad illustrare la questione generale legata ai termini, a illustrare cioè che l’uso di Giovanni del sostantivo ναός e ἱερός non è casuale, ma assolutamente cosciente come dimostra la tabella seguente

ναός ἱερός
Gv. 2,14
Gv. 2,15
Gv. 2,19
Gv. 2,20
Gv. 2,21
Gv. 5,14
Gv. 7,14
Gv. 7,28
Gv. 8,2
Gv. 8,2
Gv. 8,59
Gv. 10,23
Gv.11,56
Gv. 18,2

La tabella ci fa certi che Giovanni usa coscientemente i due sostantivi, limitando a soli tre versetti, ma un unico episodio, l’uso di ναός, per cui quando Giovanni scrive che che sono occorsi 46 anni per il ναός è chiaro che, avendo ben netta la differenza tra area del tempio (ἱερός) e tempio (ναός), si riferisce al tempio strictu sensu, cioè all’edificio cultuale.

Questa distinzione è molto importante perchè fa luce sull’intera cronologia del secondo tempio, quella stessa cronologia di cui si è occupato Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche,XV, 421 [xi, 6]), il quale però afferma che per la ricostruzione di quello stesso edificio occorsero 18 mesi.

La distinzione i cui parlavamo sopra è importante, perchè la spiegazione per far coincidere Flavio con Giovanni verte sul fraintendimento dei termini, verte cioè su una lettura di superficie che non tiene conto della distinzione che fa Giovanni tra l’edificio cultuale e l’area del tempio

Infatti bisogna dire che, entrando negli aspetti cronologici del punto 1, tale spiegazione vorrebbe ricondurre la differenza enorme tra Flavio e Giovanni (l’uno 18 mesi, l’altro 46 anni) a dei generici lavori all’area del tempio (Portici, Cortile etc.) considerati da Giovanni, senza però esaminare attentamente il testo dell’evangelista che ci parla del  ναός, cosa che esclude sin da subito i lavori estranei al Sancta Sanctorum. La spiegazione sinora addotta è, quindi, viziata sin dalla radice perchè non tiene conto  della precisa nota giovannea che indica quei 46 anni come necessari per il tempio in senso stretto e non per l’area del tempio.

Tuttavia rimane da dare una spiegazione del divario cronologico incolmabile tra Flavio e Giovanni, ed essa non può che essere una: l’uno fa riferimento al tempio erodiano; l’altro a quello post esilico, cosa di cui andremo a parlare

Affermare che Giovanni ha indicato 46 anni per il tempio post esilico richiede una motivazione forte che giustifichi così tanto tempo, perchè il tempio salomonico, ad esempio, sebbene costruito ex novo, richiese 7 anni di lavori . Non è immaginabile che il secondo tempio abbia richiesto quasi 7 volte il tempo impiegato da Salomone, perchè non è data notizia di proporzioni adeguate, tanto è vero che Giuseppe Flavio scrive che il secondo tempio era di gran lunga inferiore  al primo.

Allora l’unica spiegazione possibile, la quale colloca i 46 anni di Giovanni negli anni post esilio, è l’editto di Artaserse che fermò i lavori al tempio sine die, fino cioè al secondo anno di Dario II (Esd. 4,24 ) e che li vede ultimati nel suo sesto anno di regno (Esd. 6,15) tracciando, realisticamente, una tempistica di 4 anni di lavori, ben compatibile con i 7 anni di Salomone.

Ma il termine dei lavori nel sesto anno di Dario ci permette anche un calcolo particolare che ci conduce al settimo di Artaserse, quando cioè rientrano i sacerdoti ed Esdra stesso con il compito di riedificare il tempio (Esd. 7,7). Calcolato il settimo anno di regno diviene facilissimo rintracciare il primo, o almeno l’anno che la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, indicano come tale e che ci permette di affrontare il punto numero 2 della scaletta sopra accennata

Se il settimo anno di regno di Artaserse, calcolato sulla base del sesto di Dario in cui si dedica il tempio, cade 46 anni prima significa che cade nel 464 a.C. (418+46=464) e dunque il primo anno di regno di Artaserse fu, biblicamente, il 471 a.C., data che non esce dal range sinora suggerito perchè oscilla tra il 465 a.C. e il 475 a.C.

Ma che il settimo di Artaserse fu il 464 a.C. è provato anche da una nota del Seder Olam Rabbath il quale indica che passarono 480 tra il primo e secondo tempio. In particolare sappiamo anche che le fondamenta del primo tempio furono gettate nel quarto anno di regno di Salomone (1Re 6,1) per cui non rimane altro che togliere 480 anni per conoscere  quando furono gettate le fondamenta del secondo.

Questo blog ha ricalcolato la durata di tutti i regni di Giuda e Israele e colloca da sempre il primo anno di regno di Salomone nel 949 a.C., per cui il suo quarto anno cade nel 945 a.C. Seguendo la nota del Seder è facilissimo individuare quando quei 480 anni cadono, ed essi cadono nel 464/465 a.C. (945-480=465), quello stesso anno cioè di cui abbiamo scritto calcolando però partendo dal sesto anno di regno di Dario primo e sommando i 46 anni di Gv 2,20.

Questo significa che due cronologie, quella di Giovanni e quella del Seder, sono perfettamente coincidenti in un unico anno che, mi pare ovvio, è quello biblicamente esatto, come biblicamente esatto, essendo quel 464/465 a.C. il settimo di Artaserse, mi pare ovvio sia il primo anno di regno di quel re , cioè il 471 a.C.

Ma collocare i 46 anni Giovanni 2,20 nel periodo post esilio significa anche occuparci della cronologia legata alla ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi fondamentali, cioè tempio e mura che non possono essere disgiunti visto che il primo, essendo il cuore della vita politica, economica e religiosa, non poteva restare senza difesa. E qui passiamo ad occuparci del punto numero 3 della scaletta.

Il ruolo difensivo delle mura per il tempio e l’intera Gerusalemme non è solo legato ai tempi in cui il nostro discorso si colloca, ma dipende anche da un fatto specifico, perchè Neemia 4,10 ci dà notizia che l’intera ricostruzione di Gerusalemme era messa a repentaglio dalla presenza di nemici che obbligarono metà degli uomini abili al lavoro alla difesa.

In questo senso le mura non s’inseriscono solo nella programmazione urbanistica, ma divengono baluardo di difesa indispensabile. Questo fa sì che non si possa immaginare,ad esempio, la riedificazione del tempio senza la messa in opera del progetto di ricostruzione delle mura.

Sempre in questo senso è pacifico pensare che il termine dei lavori alle mura non sia disarmonico rispetto alla dedicazione del tempio come accade se consideriamo la cronologia ufficiale, la quale colloca la dedicazione nel 515 a.C., ma la progettazione delle nuove mura nel 445 a.C., cioè 60 anni dopo (dovremmo anche dire che tale cronologia crede al miracolo dei 52 giorni letterali per la ricostruzione di cinta muraria che aveva subito 2 anni di feroce assedio e 141 di abbandono , quando abbiamo visto qui che in realtà occorsero 52 anni).

L’assoluto silenzio biblico durante quei fondamentali 60 anni dovrebbe già di per sè far riflettere, come dovrebbe far rifletter il fatto che Neemia, sebbene l’editto di Ciro si dica sia nel 538 a.C., trova nel 445 a.C. le porte ancora incendiate e le mura piene di brecce (Ne 1.3) Insomma qualcosa non va, tanto è vero che Soggin Nella sua Introduzione all’Antico Testamento riporta la notizia di studi che avanzano l’ipotesi di una seconda invasione che avrebbe distrutto ciò che dopo il 538 a.C. era stato appena ricostruito.

Come credo sia chiaro, la cronologia ufficiale è in completa disarmonia sia sotto un profilo strettamente logico (non si può lasciare una città in balia dei nemici per 60 anni); sia sotto un profilo strettamente cronologico che offre una dedicazione nel 515 a.C. e una ricostruzione delle mura nel 445 a.C sempre che assumiamo 52 giorni letterali, il che neppure sarebbe realistico.

Ma cosa accade se assumiamo quei 46 anni di Giovanni collocandoli nel post esilio e prendendo in considerazione la cronologia di questo blog? Innanzi tutto abbiamo che i lavori al tempio iniziano l’anno secondo dal rientro di Esdra (Esd. 3,8) dunque nel 462 a.C., mentre la riedificazione delle mura inizia nel XX° di Artaserse (Ne 2,1) cioè nel 451 a.C. riducendo a 11 anni quel divario di 60 anni che si genera con la cronologia ufficiale e facendo salva l’urgenza non disgiunta di mura e tempio.

Lo stesso dicasi per il termine dei lavori per l’una e l’altra opera, perchè le mura sono completate nel 399 (per i calcoli vedi questo e questo post), mentre la dedicazione del tempio è nel 418 a.C. solo 19 anni dopo, cifra compatibile con l’impegno richiesto dall’una e l’altra opera. Mi pare di poter dire che tutto si riallinei, mentre si perde armonia con quanto la cronologia ufficiale insegna circa l’esilio e la sua datazione, non necessariamente avvenuto, almeno stando a Gv. 2,20, nel 586 a.C. Affronteremo quindi il punto 4 della scaletta

La dedicazione del secondo tempio avvenuta nel 418 a.C. mette in crisi la cronologia sinora conosciuta che lo colloca nel 515 a.C. a un secolo di distanza. Essendo semplicemente improponibile pensare che a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. bisogni aspettare il 418 a.C. per la dedicazione del tempio, cuore pulsante d’Israele, si pongono seri interrogativi: chi sbaglia? Sbaglia Giovanni, un evangelista, o sbagliano gli storici? Come mai risulta essere Artaserse l’artefice della ricostruzione post esilica e non Ciro stando a Gv. 2,20? Qual era, allora, la cronologia conosciuta dall’evangelista se considera 46 anni per la ricostruzione del tempio?

Tutte domande che trovano una sola risposta: quel 586 a.C. stabilito storicamente  non trova collocazione nella Bibbia, la quale sebbene ci parli di Ciro, forse il falso di Ciro, calcola però Artaserse. Sembra quasi allora di trovarsi di fronte a un affresco grandioso che ha però sotto la superficie un’altra scena e questo legittima a pensare che ciò che a prima vista vediamo sia solo il velo con cui si è coperto la scena originale, cioè una storia sopra la Storia.

Sarebbero tutte semplici congetture queste se non avessimo la possibilità di mostrare, laddove l’occhio e la pazienza hanno indagato,i tratti originali dell’affresco. Ma ciò non è, perchè questo blog ha mostrato che una cronologia alternativa a quella storica, cioè quella sovrapposta a quella biblica è possibile e infatti tale originale ha ben altra cronologia, in particolare proprio in riferimento all’esilio e alla sua datazione, il quale  avvenne, non a caso, nel 517 a.C. (calcolo Daniele) e nel 505 a.C. (calcolo Ezechiele) dipendentemente dalla deportazione che assumiamo.

Non è neppure un caso che quei 46 anni di Gv 2,20 possano essere perfettamente inseriti nell’originale, mentre se li adottiamo per la cronologia secolare, cioè storica, essi si rivelano di difficilissima collocazione, perchè fanno saltare tutti conti e costringono, come abbiamo visto, a forzare il testo giovanneo e a ignorare la fondamentale differenza tra ἱερός e ναός, pena il conflitto con le fonti, in particolare G. Flavio.

Gv. 2,20 è capace allora di riaprire una questione creduta risolta e chiusa, di riaprire il dibattito su quella che tutti considerano una data assoluta, cioè il 586 a.C., ma che stando a Giovanni risulta essere relativa all’approccio, talvolta un po’ superficiale, con cui si è affrontata e che ha impedito di vedere oltre la superficie.

Infatti i 46 anni di Giovanni rimettono in discussione non semplicemente il 586 a.C., ma tutta la cronologia assoluta che regola la storia del Vicino Oriente, perchè assumendo il 515 a.C. come anno della dedicazione del secondo tempio cadiamo, calcolando i 46 anni necessari alla sua ricostruzione, nel 561 a.C. come fine dell’esilio. Tale fine anticipata potrebbe essere anche sostenibile, ma ne dobbiamo trovare la causa ed essa può essere solo Ez. 4 e i 40  anni di esilio di Giuda. Ciò però conduce a una deportazione del 601 a.C. di cui non solo si ha notizia, ma scardina la datazione assoluta del 586 a.C.

Concludo dicendo che tre distinte cronologie (quella delle mura; quella del tempio e la mia) ruotano attorno alla tempistica descritta da Giovanni, celata da una cosciente scelta lessicale che indica 46 anni per il ναός (tempio) e non allude minimamente al ἱερός (area del tempio), coinvolgendo con questo aspetti fondamentale della cronologia biblica. Quei 46 anni di Giovanni 2,20, allora sono la chiave che dispone tutte le note cronologiche dello spartito biblico rendendolo armonico

Il silenzio è il grande rivelatore (Lao Tse)

silenzioDella ricostruzione delle mura di Gerusalemme ce ne siamo occupati qui, per cui adesso faremo solo una sintesi necessaria a introdurre il nuovo post dedicato a un personaggio che si vorrebbe leggendario, ma la cui storicità è attestata pure da Neemia che ne conosceva le profezie, come dimostreremo.

Abbiamo visto che Neemia 6,15 non deve intendersi letteralmente, cioè 52 giorni, come purtroppo fanno tutti, ma applicando la regola di un anno per un giorno come suggerisce Ez. 4. Solo così si ottiene il sincrono con Dn 9,25 che si occupa della tempistica della ricostruzione di quelle stesse mura. In particolare abbiamo visto che ciò è possibile grazie al silenzio circa le intenzioni dello stesso Neemia riguardo allo scopo del suo ritorno a Gerusalemme: la ricostruzione della cinta muraria (Ne 2,12)

Quel silenzio, lo scrive espressamente Neemia (cfr 2,11) durò tre giorni che per quella stessa regola di un giorno per un anno significano tre anni, i quali vanno tolti ai 52 per ottenere il tempo necessario alla realizzazione del suo progetto, cioè 49 anni. Nel post sopra linkato abbiamo fatta notare la sincronicità tra Neemia e Daniele, il quale in 9,25 scrive espressamente che le mura saranno ricostruite nell’arco di 7 settimane, cioè 49 anni. La sincronicità tra Neemia e Daniele sta appunto nel fatto che entrambi scrivono che la ricostruzione delle mura avvenne in 49 anni.

Qui dovremmo aprire a considerazioni su come mai si è sempre scorto gli anni in Daniele, ma non in Neemia, del quale si è sempre data una lettura letterale dei 52 giorni, quando, essendo l’oggetto il medesimo (le mura di Gerusalemme), sarebbe stato ovvio applicare la stessa regola.

I dubbi che sorgono sono molti, ma uno su tutti è importante: non li si è voluti scorgere perchè si creerebbe una voragine nella cronologia conosciuta. Infatti che ne è dell’editto di Ciro del 538 a.C. se le mura, considerando il 445 a.C. come XX° di Artaserse, furono terminate nel 396 a.C.? Che ne è di una dedicazione del secondo tempio nel 515 a.C.che non lo vede protetto per 119 anni?  Come spiegare il vuoto cronologico che si crea? Questo legittima a pensare che si era certamente notata la tempistica identica tra Neemia e Daniele, ma si è preferito soprassedere, perchè troppi erano gli interrogativi che avrebbe fatto sorgere circa la cronologia sinora conosciuta che spiegava quel periodo storico.

E’ così che allora si è creduto di giustificare quei 52 giorni letterali col miracolistico; o si è cercato di camuffare il tutto con traduzioni fuorvianti; o si è immaginato l’antesignano di Stachanov nel popolo ebraico, il quale “lavorando giorno e notte” (sic!) è riuscito a ricostruire in 52 giorni una cinta muraria che aveva subito 2 anni di feroce assedio e 141 di abbandono. Tutte cose, mi pare, che fanno sorridere.

Va da sè poi che proprio le mura avrebbero messo in crisi la cronologia babilonese, perchè se l’editto di Ciro è del 538 a.C., la presa di Gerusalemme è di Nabucodonosor nel 586 a.C., ampliando così la voragine cronologica su accennata. Insomma un domino che avrebbe fatto cadere molte tessere della cronologia conosciuta.

Se già di per sè tutto questo ha la sua importanza, ci sono però altre considerazioni che prendono le mosse dalla tempistica della ricostruzione delle mura di Gerusalemme: la sincronicità di Daniele e Neemia, la quale non è solo nella messa in opera del progetto legato alla ricostruzione, ma ancor di più lo è proprio nel silenzio di Neemia, quel silenzio che abbiamo visto essere durato 3 giorni, esattamente 3 giorni. Il silenzio di Neemia è il più classico dei silenzi assordanti, perchè da solo dirime una questione di fondamentale importanza, togliendo dall’inferno della leggenda un profeta: Daniele.

Infatti quei 3 giorni in cui Neemia tace, non sono sinonimo di riservatezza, ma significano la volontà di Neemia di sincronizzarsi con Daniele e con le sue profezie, in particolare quella delle 70 settimane, la quale , assieme al suo autore, era conosciuta da Neemia e dunque essa è ben lungi dall’essere una elaborazione maccabica, a meno che il libro di Neemia non sia anch’esso frutto di quel periodo.

La presenza della profezia delle 70 settimane in un libro storico della Bibbia (il Libro di Neemia) rende storica anche la profezia che esso contiene, seppure mascherata, cioè introdotta da un silenzio il quale abbiamo visto che deve essere interpretato  come il modo con cui Neemia si è sincronizza con Daniele. E’ l’estrema precisione dei termini (3 anni/giorni di silenzio) che fa sì che dei 52 considerati da Neemia, solo 49 furono necessari ai lavori per la ricostruzione delle mura, come espressamente scrive Daniele quando ci parla delle prime 7 settimane di anni profetiche rendendo coincidente la tempistica della ricostruzione delle mura dei due autori.

Tutto questo fa sì che Daniele fosse conosciuto nel IV-II secolo avanti Cristo, periodo a cui si fa risalire la stesura del Libro di Neemia,  ed è ben lungi da essere un’invenzione maccabica come oramai universalmente lo si dipinge. Ma se non bastasse la parola di Neemia, cioè quella di un libro storico della Bibbia, invito tutti a leggere le interpretazioni che coloro i quali collocano l’avverarsi della profezia in questione nei Maccabei danno. Sono state partorite interpretazioni senza capo nè coda (vedi nota a Dn 9,25  CEI 2008), le quali non solo fanno a pezzi la lettera, ma presentano calcoli che se impugnati seriamente vanno ben oltre l’assurdo, introducendosi, a mio parere, o nell’incapacità o nella malafede.

Tutto ciò ciò prova che se si toglie Daniele dal suo contesto storico (esilio e sua fine) impazziscono tutti i termini della sua affascinante questione, partorendo illegittime speculazioni che fanno solo sorridere, rendendo comicamente leggendari proprio i loro artefici, non Daniele.