Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

L’identità di un Vangelo

Il Vangelo di Giovanni è una grande Pasqua, nel senso che tutto ha come fine la crocefissione e la resurrezione. Lo stesso impianto tradisce la Pasqua seguendo questo modello :

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Ma la Pasqua non è solo calendario, la Pasqua è attesa e l’attesa prende corpo nella trama, che certamente muove gli episodi in quel senso, nel senso pasquale, ma anche nello stile, se esso si avvale di escamotage letterari che vogliono tener concentrati i lettori sul fine.

Insomma, la Pasqua è annunciata, in Giovanni, non solo contata e raccontata; è anche annunciata, in particolare da una locuzione temporale vibrante, quasi ansiosa perché conosce quella Pasqua, conosce quella fine, la Sua fine a cui l’apostolo, unico, ha assistito.

Quella locuzione è “la sua ora” che non è ancora giunta (Gv 7,30 e 8,20) e che giunge (Gv 13,1). “La Sua ora”, dunque, tiene col fiato sospeso il lettore e forse, addirittura, se uno guardasse dentro a quell’ora, noterebbe un preciso metro, se non nella trama certamente nello stile, quasi una liturgia delle “ore” che sono tre, perché tre volte ricorre quella locuzione.

Questo ci mette in grado di scorgere un’identità tra la frequenza della locuzione e “l’ora stessa”, l’ora per eccellenza: la morte, quando Gesù rende lo spirito (Mt 27,50) perché tutto compiuto (Gv 19,30).

Quell’ora alcune edizioni bibliche la riportano secondo la ripartizione del giorno usata dai romani, perché romana fu la croce e nei Vangeli questa si legge, tuttavia i tempi cambiano e le edizioni pure, come quella CEI e con esse “le ore”, cosicché quella “ora” nona diviene le 15, cioè le 3 pomeridiane, come 3, in Giovanni, sono le occorrenze della “sua ora” per un’identità, intesa come unicità e inconfondibilità, di tempo e di Vangelo

Discorso leggero, reputabile casuale, ma è curioso come noi usiamo alla stessa maniera la locuzione sia quando non è “giunta la sua ora”, sia quando “è giunta” seppur non riferendoci a Gesù ma a tutti noi, perché con essa vogliamo dire che non è giunto il termine della Sua o nostra vita, cioè la somma delle nostre ore.

Così fa Matteo che al versetto 50 del capitolo 27 del suo Vangelo scrive che Gesù “rese lo spirito”, cioè morì all’ora nona, quindi alle 3 del pomeriggio, in una parola alla “sua ora” di una vita cinquantennale stando al versetto matteano che suffraga la nostra versione anagrafica di Gesù ferma anch’essa a 50 anni, come del resto fanno Giovanni, Policarpo e Ireneo.

Scriviamo questo coscienti della leggerezza, insomma una finezza inutile che pochi sapranno apprezzare, ma a noi viene in mente Luca e quella sua generazione gesuana ferma la 668/667 a.C. laddove questo blog colloca, inequivocabilmente, la costruzione della porta superiore del tempio.

La notizia del fatto è in 2 Re 15,35 mentre la similitudine tra Lui e la porta è in Gv 10,8 in cui Egli dice se stesso Porta. 15 e 35 sono gli estremi della Sua anagrafe, i cardini della porta -anche del cielo- che ha una “superficie” di 50 anni (15 a.C.-35 d.C.), quelli necessari a compiere una vita, anzi, a compiere tutto (Gv 19,30) nella “sua ora” la nona, ai nostri orologi le tre del pomeriggio, quando giunse la sua ora per uno scoccare del tempo (ora) e dello spazio (porta)..

Luca, la genealogia di un tempio

Ieri abbiamo visto che la genealogia lucana e ben lungi dall’essere una lista di antenati di Gesù. Lista, tra l’altro, per noi sbagliata nel senso e nella natura, perché non esprime una primogenitura, cioè una discendenza di sangue, ma profetica, in cui il tempio ha un ruolo centrale che non sappiamo al momento se unico.

Questo ruolo è già emerso nel post linkato sopra, dove la generazione di Giuseppe si collega a quella di Gesù e da Lui a Salatiel nel 506 a.C. per un ambito generazionale che procede secondo una metrica di 161 anni esatti, cioè da Giuseppe a Gesù ne passano 161 e da Gesù a Salatiel altrettanti.

Tutto ciò ci dice che la somma di tutti quegli anni ha un multiplo di 7 ed è 46, un 46 assolutamente biblico (vedi tavola) se non fosse altro perché il dialogo tra i farisei e Gesù al tempio conosce quell’unica cifra che riassume gli anni necessari alla ricostruzione post esilica e l’anagrafe di Gesù stesso, nuovo ναός.

Dunque è una tempistica sabbatica quella che emerge e si colloca laddove deve essere: al tempio, un tempio che scandiva il “tempo”, talvolta la storia stessa di Gerusalemme, come abbiamo visto e come abbiamo illustrato quando ci siamo occupati della costruzione della porta superiore del tempio che di nuovo, adesso, entra in gioco perché essa fu dedicata nel 668/667 a.C. (datazione doppia, non approssimazione) laddove cioè si colloca (vedi tavola in calce) la generazione non a caso di Gesù, Lui porta del tempio, stando a Gv 10,9 tanto che noi a suo tempo scrivemmo che la pericope del Buon pastore non vede la sua location sotto il porticato di Salomone, ma alla porta superiore del tempio, per un falso, l’ennesimo.

Il tempio, però, emerge anche da un altro calcolo che riscrive totalmente il senso della genealogia lucana che abbiamo detto non essere primogenitura, non sangue, ma profetica illuminando il tempio. Essa, cioè la genealogia, si apre con Davide, è vero, ma a lui succede Natan indicato come “figlio”, ma in realtà, secondo noi, fu il profeta Natan che non a caso un artefice, perché latore della voluntas dei (2Sam 7,23) circa l’iniziativa di Davide di costruire il tempio.

Natan si colloca, all’interno della genealogia, nel 966 a.C., mentre la nostra tempistica del tempio, l’unica che permetta l’armonia che tra poco spiegheremo, vede le sue fondamenta gettate nel 945 a.C., mentre la sua dedicazione nel 938 a.C.

Tutte queste date non a caso si muovono secondo una simmetria a base di 7. Infatti dal 966 a.C. si giunge al 945 a.C. per un multiplo di 21 che è 777; mentre dal 966 si giunge alla dedicazione del 938 a.C. per u multiplo di 28 che è 7777 dicendoci che la perfezione del primo tempio fu profezia, come fu profezia la sua assoluta perfezione raggiunta nel 668/667 a.C. quando si dedicò la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale all’edificio cultuale da Salomone a Erode, perché essa doveva esprimere certamente Gesù, se la sua generazione si ferma lì, a quell’evento, ma doveva esprimere anche una profezia che, unico caso sinora incontrato, divenne architettonica, cioè una “gloria” che i sensi potevano mirare e toccare, insomma ciò che Giovanni scrive nel suo Prologo


E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Tutto questo ci dice che tra Luca e Giovanni corre un entente cordiale sinora sconosciuto, perché l’uno mappa generazionalmente ciò che l’altro rende teologico, per un “corpo” e “anima” di un Dio fatto carne, come a suo tempo si fece tempio, solo che quest’ultimo era pietra, cioè Legge: l’altro carne, cioè misericordia.

Il Prologo c’introduce, insomma, in quell’edificio; la genealogia di Luca invece spiega; mentre 2Sam 7,23 riassume, perché il 7 è il numero simbolo di quel tempio e di quella croce (σαυρός, 777 ghematrico) e il 23 la metrica di quelle generazioni che accolgono l’Emmanuele, il “Dio con noi”, prima tempio, poi Gesù.

[table id=30 /]

Profetismo e falso profetismo alla scuola del deserto. Lo scandalo di Teodora

teodoraIl deserto luogo profetico, certamente, ma luogo in cui albergano anche coloro che non sono ispirati. Una condotta santa non è indice di santità, perché la veste da profeta, come quella da monaco, non fa dell’uomo un uomo di Dio, un profeta.

Tutto questo è evidente nella Madre Teodora che aveva lasciato il marito per ritirarsi in un convento col nome di Teodoro. Ella non sfuggì all’insidia del demonio, a cui riuscì la calunnia: fu accusata di essere, nelle vesti di Teodoro, padre di un bambino che una ragazza del villaggio aveva lasciato davanti alla sua cella.
La reazione degli altri monaci fu violenta e la espulsero per sette anni, costringendola al nudo deserto. Poi la ripresero con loro, ma mai ebbero l’accortezza di verificare, di chiedere, magari, la versione dei fatti a “Teodoro”, alla cui morte si scoprì la verità, perché i monaci, attirati dal pianto del “suo” bambino, composero il corpo e scoprirono che era una donna e dunque non aveva messo incinta nessuna.

Ecco, qui i monaci erano di fronte a un’alternativa: riconoscere l’errore o negarlo. La prima opzione avrebbe fatto del monastero un monastero di santi nonostante l’errore, perché riconoscere di aver sbagliato fa salva la dignità ed è garanzia di umiltà, tutte cose che qualificano una vita santa.

Ma scelsero l’altra alternativa che fece del monastero un ricettacolo di falsi profeti, in primis l’abate che ricorse all’inganno: una visione avuta la notte precedente la morte di Teodora gli aveva mostrato la verità: ella era un angelo e fu accompagnato in cielo da tutta la gerarchia celeste.

A prima vista appare come un pio mendacium, cioè una menzogna (non si può parlare di bugia) di buoni propositi che salvò il monastero, altrimenti rivelatosi per quello che era: suburra. Ma in realtà cela un principio sempre valido per il falso profetismo: promoveatur ut amoveatur, cioè promuovere per rimuovere, per rimuovere, in questo caso, la vergognosa cecità dei monaci, ingiustificabile alla luce della loro supposta santità.

Quel promoveatur ut amoveatur non è solo un espediente gerarchico, ma un modus operandi che caratterizza tutti coloro che vogliono distrarre l’attenzione dalla realtà. Non si “promuove” solo l’uomo, ma più spesso si promuove, al fine di rimuoverlo, il concetto fatto passare magari per non degno del personaggio che deve, appunto, essere promosso a una dimensione solitamente più alta, quando in realtà ce ne vogliamo disfare.

Mi viene in mente un esempio, il capitolo 10 di Giovanni in cui compare il Porticato di Salomone, quando ben due genealogie (Matteo e Luca) testimoniano, assieme a una bellissima lettura ghematrica del capitolo 10 stesso, la Porta superiore del tempio (vedi categoria).

Chi ha “promosso” quella porta a “porticato” l’ha in realtà rimossa e al suo posto ha collocato un Porticato di Salomone “certamente più degno di Gesù”, avranno detto e poi scritto, resta il fatto che la prima era l’originale; il secondo il falso gonfiato ad arte affinché la faccenda, cioè il capitolo 10, esplodesse in mille pezzi e non fosse più comprensibile nella sua natura profonda che è quella importante.

Madre Teodora insegna non solo a farsi carico della croce, ma a riconoscere i buffoni sia che si trovino in chiesa che nel deserto, a cui si deve rispondere che “seppur bruttino piace così”, altrimenti si prendono gioco di voi e mettono Gesù in una teca d’oro affinché non sia più in mezzo a voi.

Matteo, Luca e Giovanni. La porta del tempio

The_Inspiration_of_Saint_Matthew_by_CaravaggioDue sono le genealogie che ci offrono i Vangeli: quella di Matteo e quella di Luca che sono diverse. Diverse nella metrica, diverse nello scopo e diverse nella sostanza, cioè nelle generazioni.

Parrebbe, quindi, impossibile un punto comune e qualora ci fosse esso dovrebbe avere un’importanza fondamentale se entrambi gli evangelisti hanno sentito il dovere di riportarlo.

Non siamo in grado di enumerare gli eventuali punti comuni, ma uno lo conosciamo ed è la costruzione della porta superiore del tempio, di cui ci dà notizia 2Re al versetto 15,35, versetto che, curiosamente, apre già a una spiegazione sulla necessità avvertita da ben due evangelisti, perché il 15 e il 35 riassumono l’anagrafe di Gesù ferma, secondo il blog ma anche la Scrittura a quanto pare, al 15 a.C.-35 d.C.

Mai abbiamo ritenuto un caso questa coincidenza tant’è che abbiamo, forse sulla scorta proprio di questo esempio, creato una categoria apposita (versetti) che contiene tutti i casi in cui un versetto fa luce sulla cronologia.

L’anagrafe di Gesù, insomma, espressa da un versetto, quello che ci parla della costruzione della porta superiore del tempio, quando Gesù in Gv 10,7 si equipara alla “porta” che non può non essere quella superiore del tempio, se essa già richiama l’attenzione del lettore con il versetto che dà notizia della sua costruzione: il 15,35 di 2Re, come 15 a.C.-35 d.C. è l’anagrafe gesuana.

Dunque la porta superiore del tempio costituisce non solo l’elemento comune di due genealogie (il caso matteano lo  illustreremo a breve, mentre quello lucano lo abbiamo illustrato ieri) e ciò ci obbliga a chiederci come mai.

Al momento, purtroppo, dobbiamo accontentarci del dato di fatto: Matteo e Luca sono concordi nello scrivere che costituisca un elemento fondamentale dei Vangeli se inseriscono la sua dedicazione nelle loro genealogie. Vediamo come.

Innanzi tutto ricordiamo che noi già ci eravamo occupati dell’anno della sua dedicazione: il  668/667 a.C. Ciò ci è stato possibile attraverso l’analisi comparata dei calendari sabbatici e giubilari con la cronologia dei Re. Sovrapponendo gli uni all’altra è emerso che quel 668/667 a.C. fu l’anno sabbatico e giubilare che caratterizzò il regno di Jotam, che si fregiò di un evento che si realizzava solo una volta ogni 350 anni, dando luogo a una festa solenne, che in quell’anno si pensò di celebrare degnamente modificando nientemeno che il tempio, prima e unica volta in 1000 anni di storia se consideriamo la sua fondazione e le modifiche erodiane.

Se una cronologia particolarmente complessa, quella dei Re, incrocia non uno, ma due calendari religiosi nell’anno esatto in cui coincidono difficilmente ciò accade per caso, come certamente non è un caso se in quell’anno regnò Jotam, di cui abbiamo notizia che fu l’artefice della costruzione della porta.

Insomma tutto fila via liscio a dirci che siamo nel giusto, anzi, che già eravamo nel giusto e forse neppure c’era bisogno di due genealogie, ma dal momento che le abbiamo studiate esse saranno conferma piena a quel 668/667 a.C. i cui riflessi gettano un ombra davvero minacciosa sul 586 a.C. come anno dell’esilio: troppo pochi gli anni che rimangono per giustificare tutti i re che devono succedersi da Jotam in poi per giungere a Sedecia, quando Manasse ne regna da solo oltre 50 di anni.

Ma dicevamo delle due genealogie, una delle quali l’abbiamo studiata ieri giungendo alla conclusione che, considerato tutto quanto sopra, difficilmente troviamo in Luca “un Gesù” alla generazione segnata al 667 a.C. per volere del caso, quando, lo abbiamo scritto, Gesù si paragona alla “porta” dell’ovile santo (Gv 10,7) e dunque non al “porticato” foss’anche di Salomone che appare, anche alla luce di Luca, un falso, salvo smentite.

Adesso è il turno di Matteo che va per per le spicce citando direttamente Jotam nella sua genealogia e in questo ci facilita il compito, perché possiamo facilmente contare quante generazioni di 35 anni (da sempre il blog indica questo numero di anni per una generazione) passino da Jotam a Gesù e sono 20 per un totale di anni 700.

Adesso bisogna ricordarsi che la coincidenza di un anno sabbatico con quello giubilare avveniva ogni 350 anni,per cui in 700 anni abbiamo due cicli sabbatico/giubilari coincidenti. Sapendo che il 668/667 a.C. fu uno di quegli anni dobbiamo calcolare due cicli per ottenere il 32 d.C. (700-668=32), anno d’inizio del ministero pubblico di Gesù secondo il blog, che ben giustifica il paragone che Gesù fa di se stesso alla porta superiore del tempio: come essa fu dedicata in anno sabbatico e giubilare, Gesù iniziò (dedicò) il Suo ministero: nuova la porta, nuova la predicazione.

Dunque anche alla luce di Matteo la porta superiore del tempio fu fatto epocale, perché non solo permise al tempio di raggiungere il suo massimo splendore, ma permise a Gesù di ottenere una giusta cornice alla sua predicazione, cosa che non è sfuggita a Giovanni che espressamente riporta il parallelismo unendosi al già folto gruppo di evangelisti (Matteo e Luca) che hanno ritenuto indispensabile parlare della sua costruzione e dedicazione: i primi due attraverso una genealogia; il terzo, di quattro, dedicandogli un capitolo del suo Vangelo: il decimo.

Quel 668/667 a.C. come anno della dedicazione della porta superiore del tempio non segna solo un fatto architettonico, ma un’intera cronologia che se lo ha assunto si allinea alla perfezione con la cronologia che prima di lui lo indicava, in questo caso la cronologia biblica. Averlo quindi all’interno di una propria cronologia è garanzia di fedeltà e credibilità biblica, con buona pace di coloro che preferiscono all’armonia gli spasmi storici e cronologici che provoca una storia inventata e cucita addosso, mai riconosciuta come propria sebbene definita assoluta, sì, ma assolutamente sbagliata, a meno che tre evangelisti e un corpus cronologico di quasi 4000 mila anni si sbaglino, sebbene autori della loro stessa storia.

La genealogia lucana: aspetti di un approccio cronologico inesplorato

In alcuni post ci siamo occupati della genealogia lucana (vedi categoria) tracciandone le grandi linee cronologiche che essa disegna. Sostanzialmente sono quattro le tranches che si sviluppano da Adamo e giungono a Gesù per un totale di 3923 anni. La prima è Adamo-Nochè (Noè) e conta 10 generazioni di 106 anni per un totale di 1060; la seconda è Nochè-Abramo e conta 12 generazioni di 74 anni per un totale 888 anni; la terza è Abramo-Davide e conta 17 generazioni di 58 anni per un totale 986 anni e infine l’ultima da Davide a Gesù che conta 43 generazioni di 23 anni ciascuna per un totale di 989 anni.

Diciamo subito due cose:

  1.  Come dimostra la tabella seguente questi totali emergono solo se dalla seconda tranche l’inizio e la fine delle singole tranches ripetono l’antenato. E’ così che abbiamo due volte Noè  che chiude la prima tranche e apre la seguente; poi abbiamo che Abramo segue la stessa frequenza; Davide ugualmente, mentre Gesù si ripete due volte per raggiungere, dall’Anno Mundi, un “ipotetico” anno zero che conclude la genealogia. Lavoro sui generis alcuni lo giudicheranno, ma invito alla pazienza, perché riserva sorprese che aprono a considerazioni interessanti nell’ottica di una rivalutazione della genealogia in questione, secondo noi.
  2.  In un precedente post ci eravamo già occupati di queste tranches ma non eravamo ancora al corrente che quella da Davide a Gesù si differenzia molto dalla genealogia di Matteo che si sviluppa per generazioni di 35 anni. Per questo motivo avevamo sommato alle prime tre tranches i 490 anni indicati da Matteo che ci parla di 14 generazioni di 35 anni tra Davide e Gesù. Questo perché non eravamo ancora a conoscenza che per lo stesso periodo Luca offre 43 generazioni di 23 anni esatti e perciò si creava un vuoto di 484 anni perfettamente coincidente con gli anni di regno di Giuda. Ancora non siamo in grado di sapere se tutto ciò costituisca un errore, perché le due genealogie si sono rivelate, come vedremo, capaci di più finalità che danno luogo ad aspetti diversi tra loro e dunque a cronologie che perseguono, sebbene all’interno di un unico contesto, scopi e calcoli diversi che potrebbero anche caratterizzarsi per elementi che accomunano Luca a Matteo.

La tabella che segue, entrando in argomento, ha calcolato cronologicamente tutte le generazioni lucane che da Adamo si susseguono fino a Gesù. Abbiamo fatto questo perché certi che all’interno della genealogia lucana si celassero informazioni importanti che avrebbero solo potuto emergere dai calcoli piucché dalla linea genealogica. Pensiamo di aver fatto bene alla luce di quanto è emerso, che però è solo un primo abbozzo di ricerca che ha il solo fine di stimolare coloro che possono dedicarsi all’argomento con più profitto.

La genealogia lucana alla luce di quanto ha evidenziato il blog necessita, infatti, di uno studio nuovo che ne esplori anche la cronologia, spesso dimenticata, ma insita in una genealogia che si voglia inserire in contesto cronologico, magari quello già descritto dal blog che traccia la storia d’Israele e dunque la genealogia di Gesù che è sempre storia, ma osservata da un punto di vista particolare e per altri scopi, seppur non esulanti dal contesto cronologico universale.

Ecco la nostra tabella genealogica che offre solo spunti al momento, ma molto interessanti che spero attirino l’interesse del lettore

 

[table id=17 /]

 

La prima cosa da notare, nell’ottica di una genealogia di Gesù, sono quegli 888 anni tra Nochè e Abramo i quali non sono frutto di una coincidenza, perché 888 è la ghematria di Ἰησοῦσ (Gesù), aspetto ghematrico che definisce una genealogia a Lui rivolta perché ne descrive tutti gli antenati per “come si credeva” (Lc 3,23). Questo periodo, alla luce degli 888 anni che lo compongono, risulta interessante a sufficienza per un’indagine ad hoc che risponda a due domande: qual è il significato che la lettura ghematrica potrebbe avere nelle singole generazioni che la compongono? Nel complesso genealogico descritto da Luca, quel periodo di 888 anni per cosa si caratterizzò se fa appello a Gesù, sebbene nella sua accezione ghematrica? Domande che nascono spontanee se non si adduce tutto al caso che, alla luce di quanto stiamo per scrivere, non crediamo sia da tirare in ballo.

Infatti, la tabella mostrata sopra considera anche il ramo materno della genealogia, cosa che nessun altro fa, stando a wiki, perché solo con quello essa incrocia cronologicamente il dato storico del 989 a.C. come primo anno di regno di Davide; il 667 a.C. come anno della costruzione della porta superiore del tempio e il 644 a.C. come primo anno di regno di Ezechia. Ovvio che stiamo parlando della cronologia che caratterizza il blog, la quale però risulta essere perfettamente allineata con l’evidenze lucane, come vedremo. Tale ramo femminile, quindi, costituisce a tutti gli effetti una generazione e deve rientrare, magari non necessariamente sempre, nel computo.

La natura cristologica della genealogia lucana non si esaurisce nell’esempio citato. Essa, infatti, si completa alla ventinovesima (trentesima contando due volte Davide) generazione che indica un chiarissimo Gesù. Un Gesù che in Gv 10,7 si equipara alla porta che noi già sappiamo, grazie all’omonima categoria che contiene tutti i post dedicati all’argomento, essere la porta superiore del tempio . 

Quella porta fu costruita nel 668/667 a.C. perché non solo una cronologia dei Re colloca in quell’anno il regno di Jotam, artefice del progetto (2Re 15,35), ma anche perché i calendari sabbatici e giubilari sovrapposti a quella cronologia indicano quell’anno come eccezionale, perchè sabbatico e giubilare assieme. Questo spiega come mai durante il regno di Jotam si costruì la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale al tempio in mille anni di storia (Salomone-Erode). Il cantiere fu aperto per celebrare degnamente un evento che si verificava solo una volta ogni 350 anni e quel 668/667 a.C. fu uno di quelli.

La costruzione della porta superiore del tempio, quindi, permise al tempio di raggiungere il suo massimo splendore, ecco perché Gesù si paragona ad essa in Gv 10,7 ed ecco perché la genealogia lucana pone esattamente in quell’anno un antenato con il suo stesso nome, se non Lui stesso addirittura, cosa che renderebbe la genealogia lucana una pagina tutta da ristudiare.

La coincidenza tra l’anno sabbatico e giubilare che vide nel 668/667 a.C. la costruzione della porta superiore del tempio e la generazione di “Gesù”, cioè la ventinovesima o trentesima, permette la comprensione di un passo che il blog aveva già interpretato in quel senso, quando aveva scritto chiaro che quella porta citata in Gv 10,7 non ha nessuna relazione con il porticato di Salomone, come si scrive, ma fu la porta superiore del tempio che fece da cornice al capitolo 10 di Giovanni, come testimonia anche la perfetta coincidenza della generazione lucana che indica “un Gesù” nell’anno esatto della sua dedicazione.

Vorremmo fermarci qui perché coscienti che già il materiale offerto è notevole e si rischia la confusione nella mente del lettore, ma non posso non completare il discorso facendo presente che non è un caso che la genealogia lucana “datata” come mostra la nostra tabella, offre la generazione successiva al 667 a.C. ferma al 644 a.C. quando 644 è ghematria di Ἐμμανουήλ (Emmanuele) e questo riconduce all’oracolo più studiato di tutta la Scrittura: quello dell’Emmanuele che ha diviso Ebrei e cristiani per duemila anni.

Ce ne siamo già occupati qui e siamo giunti alla conclusione che la lettura ghematrica sia l’unica a far cessare le polemiche, perché rivela, con quel 644 di Ἐμμανουήλ, Ezechia nel suo primo anno di regno (644 a.C.), stando alla nostra cronologia, e questo ne fa il protagonista dell’oracolo perché quel primo anno di regno riassume simbolicamente tutto quanto il suo governo dando però ragione agli uni e agli altri.

Infatti, proprio perché non è Gesù è Gesù perché quel greco che permette la lettura ghematrica è neo-testamentario e dunque Ezechia prefigura il Cristo e il suo regno messianico, se l’oracolo lo è messianico. Dunque abbiamo che alla .ventinovesima generazione si cita “gesù”, antenato di Gesù se non Gesù stesso e a seguire, nella ventottesima generazione, l’Emmanuele, cioè Ezechia, tanto che quella contiguità non può essere casuale, se non fosse altro perché storica come storico è il 668/667 a.C. e il 644 a.C. poiché emergono da una cronologia che nel primo caso incrocia alla perfezione due calendari (sabbatico e giubilare); nel secondo si fa forte di una cronologia dei Re dimostrata un’infinità di volte quella che la Bibbia da sempre propone, sebbene altre cronologie, ritenute storiche, le siano state attribuite nottetempo creando dei veri e propri nonsense nel quadro cronologico biblico.

Ecco dunque la genealogia di Luca, cioè la genealogia di Gesù che non poteva essere altrimenti perché si compone di tranches di 888 anni, quando 888 è la ghematria stessa di Ἰησοῦσ; poi Lo colloca non sotto il porticato di Salomone, ma sotto la porta superiore del tempio costruita nel 668/667 a.C. in anno sabbatico e giubilare, quello che più di ogni altro si presta a un oracolo messianico che ne fa l’Emmanuele nel 644 a.C.

Tutto questo è emerso dando un preciso valore cronologico alle generazioni lucane che non esauriscono la loro funzione nella lunga lista di nomi, perché forse è più importante la lunga somma di numeri, ben lungi dall’essere compresa perché nuova agli occhi degli studiosi. Ma lo abbiamo scritto: questo post vuole solo attirare l’attenzione su una pagina lucana ritenuta lacunosa ed esaurita, quando è ancora capace di spunti di assoluta importanza, tanto che in un un ipotetico libro essa necessariamente non si potrebbe esaurirsi in alcuni paragrafi, ma occuperebbe un intero capitolo, tanto è importante, secondo noi.

 

Un’unica porta per due grandi storie

fiancoAbbiamo visto in alcuni post che la ghematria fa luce sull’intera vicenda mosaica in tutta la sua complessità (dall’anagrafe mosaica all’esodo). I calcoli che sono possibili fare sono davvero illuminanti nel senso pieno di una cronologia biblica che sia un unicum tra Antico e Nuovo Testamento (si vedano le categorie 1485, 1454, 1425, 1385, 15,  calendario delle settimane, Mosè e Nochè).

Non è il caso adesso di riproporre tutto (mi è impossibile), nemmeno in sintesi, ci affideremo a qualche link perchè vogliamo solo far comprendere quanto il capitolo 10 di Giovanni sia importante, parlandoci della porta che è Gesù (Gv 10,7); della porta superiore del tempio (dunque non il porticato di Salomone, lo proveremo con questo post) e di un guardiano (Gv 10,3) spesso considerato come nei film, cioè solo una comparsa, ma che in realtà è Mosè stando alla ghematria di θυρωρός (guardiano) che ne richiama l’anno di  nascita, come vedremo subito.

Infatti le generazioni matteane si sviluppano in tranches di 14 generazioni da Cristo a Babilonia; da Babilonia a Davide e da Davide a Mosè denunciando un clamoroso falso, leggendo noi Abramo perchè 14 generazioni (490 anni) conducono, se sommate al 15 a.C. anno di nascita di Gesù, al 1485 a.C. e tale data giustifica solo Mosè, non nell’ottica della nostra cronologia, ma secondo quella dei padri, patrocinatori della teoria dell’esodo antico che ha in Thutmose III (1481 a.C.-1425 a.C.) il faraone di riferimento

Tant’è che che la stessa ghematria di Μωϋσῆς (Mosè) conduce al 1454 a.C. perchè il valore che emerge dal calcolo ghematrico è appunto 1454. Tale anno fu quello che segnò il suo rientro in Egitto perchè mediano tra l’anno di nascita (1485 a.C.) e l’esodo (1425 a.C.).

Quest’ultimo valore e anno (1454) c’introduce nel capitolo 10 di Giovanni, dove Cristo si equipara alla porta delle pecore, quella porta -lo abbiamo visto anche ieri– non è il porticato di Salomone, ma la porta superiore del tempio dedicata nel 668 a.C. Una porta che ha un guardiano, un θυρωρός che ci parla di Mosè con quel 1485 del valore ghematrico che conduce, grazie alla ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, al 1454 a.C.

Ecco allora che, compreso il capitolo giovanneo nelle sue linee profondissime, emerge chiaramente la necessità d’indagare la Septuaginta e leggere come essa traduca il versetto 15,35 di 2Re che dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio.

Che lemmi ha scelto? Ha optato, ad esempio, per πύλη o per θυρα quando ha tradotto “porta superiore” dal testo masoretico? Basta allora sincerarsi e scorgere un chiaro πύλη ἐπάνω che significa “porta superiore”.

Adesso la fa da padrona il calcolo ghematrico della locuzione che deve incrociarsi con uno dei tanti valori che la vicenda mosaica offre nella sua panoramica anagrafica e esodale, senza uscire, però, dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni che ci ha offerto con θυρωρός un 1485 a.C. per la nascita di Mosè; e un 1454 a.C. con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, cioè 1454 per il suo rientro in Egitto.

Infatti.πύλη ἐπάνω ha un valore ghematrico di 1454 che se ricondotto a un calendario offre il 1454 a.C. quello stesso che avremmo rintracciato con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς dicendoci che quando a suo tempo calcolammo ghematricamente θυρωρός (guardiano) e lo avemmo ricondotto a Mosè, in particolare al suo anno di nascita, eravamo certamente nel giusto.

Come eravamo  e siamo nel giusto quando gridiamo al clamoroso falso nel capitolo 10 di Giovanni che mai avrebbe potuto riportare la passeggiata invernale fatta sotto il porticato di Salomone, ben cosciente che in realtà si trattava della porta superiore del tempio, fatto testimoniato dalla numerazione del versetto (2Re 15,35) che richiama l’anagrafe di Gesù (15 a.C.-35 d.C.), quando quel versetto non ci parla del portico di Salomone, ma della porta superiore ed essa, dunque, è Gesù a cui infatti Egli si equipara.

Dunque abbiamo che:

  1. Le generazioni matteane conducono all’anno di nascita di Mosè (1485 a.C.)
  2. La ghematria di θυρωρός fa di lui il guardiano citato dal capitolo 10 di Giovanni (1485 da cui 1485 a.C.)
  3. La ghematria del nome proprio di Μωϋσῆς ci parla del suo rientro in Egitto (1454 a.C.)
  4. La ghematria di πύλη ἐπάνω (porta superiore del tempio) conferma la lettura ghematrica di Μωϋσῆς offrendo lo stesso valore (1454, cioè 1454 a.C.)
  5. Il versetto 15,35 della Septuaginta, che riporta la notizia della costruzione di quella stessa porta, opta per lemmi che offrono ghematricamente lo stesso valore: 1454 che coincide con il 1454 a.C.

Da tutto questo emerge con chiarezza che Mosè è il guardiano, il guardiano di una porta che è quella superiore del tempio a cui Gesù si equipara coincidendo la numerazione del versetto (15,35) con gli estremi anagrafici del Cristo (15 a.C.-35 d.C.).

Mi sento dunque di concludere affermando con certezza che il portico di Salomone citato nel capitolo 10 del vangelo di Giovanni è assolutamente falso e coloro che lo hanno introdotto hanno avuto un unico scopo: distruggere uno dei capitoli più complessi e belli dell’intera Scrittura, capace da solo di saldare indissolubilmente l’Antico al Nuovo Testamento facendo entrare dalla stessa porta Mosè e Gesù, fianco a fianco

Ps: mi rendo conto che la complessità dell’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma l’argomento, alla luce di tutti i post che sarebbe necessario citare, è di una difficoltà estrema che richiede calma e moltissima, moltissima riflessione, pena incomprensione se la carne al fuoco è troppa. Affidiamo al Signore queste poche note che magari coloro che seguono assiduamente il blog sapranno catalogare e fare dei tanti post direttamente e indirettamente coinvolti un pezzo unico come meriterebbe.