Giudici 18,30 dall’impasse a una possibile soluzione ghematrica

mosèSolitamente attratto da post che suggeriscono possibili soluzioni, qualche volta è tuttavia necessario proporre piccoli o grandi quesiti, perché se l’impianto generale del post e l’esperienza ti dicono che forse sei nel giusto, quella prova che ti farebbe certo sfugge, magari per pochi anni.

E’ il caso di Mosè la cui ghematria è varia e presenta diversi valori, ma solo uno si fa interessante se consideriamo una possibile corruzione del lemma o una sua variante poco attestata.

Il lemma מְנַשֶּׁה (Mosè) ha infatti un valore di 395 e sarebbe perfettamente allineato a tutto quanto il blog ha proposto in tema alla Legge di cui i giudici (vedi categoria) erano espressione tanto da costituire un preciso periodo storico e un intero libro della Bibbia.

Tra l’altro -e questo è davvero c’incuriosisce- מְנַשֶּׁה ricorre in Giudici 18,30 e lo Strong segnala che משֶׁה sta per מְנַשֶּׁה. Le edizioni bibliche riflettono perfettamente il disagio, perché solo la Riveduta e la Nuova Riveduta traducono Mosè, mentre le altre riportano Manasse.

Insomma, senza giungere a una soluzione condivisa, si è fatto un gran discorrere (perché? Il possibile calcolo ghematrico ha un ruolo?) di Mosè nel capitolo 18 di Giudici, mentre noi evidenzieremo non solo l’importanza ghematrica del lemma, ma anche quella cronologica che è di tutto rilievo qualora il lemma fosse מְנַשֶּׁה e indicasse Mosè, come afferma lo Strong che segnala anche un’altra coincidenza: il qui pro quo circa Mosè o Manasse è proprio e soltanto in Giudici, dove noi collocheremo esattamente la sua ghematria.

Infatti, se la ghematria di מְנַשֶּׁה fosse 390, immaginando una variante o una corruzione, avremmo una perfetta coincidenza tra l’evidenza ghematrica e la durata di quel periodo che noi abbiamo precedentemente calcolato in 389/390 anni ricorrendo alla ghematria di שפט (giudice, si veda qui).

Tutto ciò significherebbe che l’epoca dei giudici coincise con Mosè e la sua Legge, tanto che la ghematria degli uni coincide con quella dell’altro. Un epoca dei giudici, certamente, ma forse più ancora mosaica dove una Legge imperante, non bilanciata era l’unica espressione di Israele e del suo governo, che aveva nel Decalogo la sua costituzione e fondamento, mentre con i codici, ricevuti anch’essi nel 1422 a.C., quel Decalogo permeava capillarmente l’intera società.

Vorremmo dire, in sintesi, che essa fu l’epoca mosaica della dura lex, sed lex e solo dopo il 1032 a.C., che segna l’avvento della monarchia e dei profeti, essa si tempera creando un bilanciamento di potere che non abroga la Legge, nè la prevarica ma toglie ad essa il primato, tant’è che mi hanno fatto incidentalmente notare che le occorrenze di Mosè, che riassume la Legge, nel periodo monarchico e profetico sono limitate ( Isaia 2 occorrenze; Geremia 1 occorrenza; Ezechiele 0 occorrenze; Daniele 2 occorrenze, giusto per citare i Maggiori).

Anche in un’ottica di studi giuridici tesi a comprendere l’esercizio del potere, nonché le sue origini, tutto ciò diverrebbe interessante, perché la Bibbia forse offre il primo esempio di separazione e bilanciamento dei poteri.

Infatti essa è ricca di episodi in cui la monarchia entra in conflitto con la Legge (sacerdoti) fino allo scontro più cruento avvenuto in Manasse quando si sospese il sommo sacerdozio.

Ecco allora che la cronologia, che noi abbiamo offerta grazie all’analisi di Lc 16,16 , in cui Gesù afferma che la Legge e profeti durano fino a Giovanni, ordina la storia d’Israele permettendo la comprensione di fatti che altrimenti potrebbero essere reputati occasionali.

No, prima c’è la Legge (1422 a.C.) il cui potere era assoluto; poi s’instaura una monarchia (1032 a.C.) che la tempera e da ultimo, ma forse in concomitanza alla monarchia (Natan), fanno ingresso i profeti, voce di Dio alle orecchie del re e sferza per i sacerdoti.

La dinamica del potere in Israele si arricchisce quindi di protagonisti, risultando però ordinata, perché i soggetti fanno il loro ingresso in tempi stabiliti modificandola gradualmente. La storia che ne consegue, allora, è necessaria perché nel grande palcoscenico biblico tutti si muovono seguendo un copione e questo permette di comprendere meglio la trama.

Ps: ringrazio l’utente maurizio 1 per avermi suggerito le occorrenze mosaiche

La legge, i profeti e Giovanni: quando una pericope è storia

battista_piero

La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio  (Lc 16,16)

Molto è stato scritto su questa pericope e sembra addirittura strano che dopo 2000 anni ancora qualcosa rimanga da dire. Per il molto già detto ci si rivolga all’esegesi, per quanto ancora non detto, si legga qui.

Pericope senza tempo, sebbene si collochi e chiuda il tempo, in particolare quello della Legge e dei profeti. Sembra un abstract, cioè una espressione vaga, d’introduzione che non ha riferimenti precisi, tuttavia, a ben guardare, essa delinea un tempo molto preciso che non è quello della Legge, né quello dei profeti, né del regno dei cieli, ma storico.

Infatti, noi sappiamo da questo post quando è iniziato il tempo della Legge che ha ispirato i profeti, nel senso che ad essa facevano riferimento per il rispetto e il ristabilimento del culto che quella Legge ordinava.

Tale anno fu il 1422 a.C., terzo dell’esodo quando Israele riceve il Decalogo, i codici e istituisce i tribunali, tanto che noi abbiamo parlato di “anno giudiziario” per eccellenza, perchè da lì si apre l’epoca dei giudici che si concluse con Saul, ultimo giudice e primo re.

Quell’epoca, stando alla pericope citata, si concluse con Giovanni, ma più precisamente si concluse con il battesimo di Giovanni al Giordano nel 32 d.C. che segna l’inizio del ministero pubblico di Gesù.

La somma degli anni tra il 1422 a.C. e il 32 d.C. è 1454 (si veda categoria) e il caso vuole che noi conosciamo quest cifra che è una data, cioè il 1454 a.C. quando noi abbiamo fatto rientrare Mosè in Egitto.

Ci è sempre parsa data fondamentale non per questo, ma perchè 1454 è la ghematria di Μωϋσῆς (Mosè) che più di ogni altro riassume la Legge (Gv 1,17) e i profeti che giungono sino a Giovanni. Egli ne fu l’origine ricevendo il Decalogo, i codici e istituendo le corti di giustizia.

I profeti che seguirono altro non furono che l’espressione di quella Legge perché la Legge era la volontà di Dio a cui essi prestarono la voce. La coincidenza della ghematria di Μωϋσῆς con la durata del periodo tracciato dalla pericope non è tale, dunque, ma stabilisce un’identità tra Mosè e la storia a venire fino a Gesù e dunque quel periodo non è un’espressione vaga, astratta ma si fa storia tracciando dapprima una retta da Mosè (1422 a.C.) a Gesù (32 d.C.); poi un solco che divide la storia dicendoci che

La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio

 

1422 a.C. l’anno della legge

I Giudici sono un periodo oscuro cronologicamente sebbene sia stato indagato a fondo. Come al solito si dà colpa alla Bibbia che ha consegnato solo enigmi in odio alla serenità della fede e delle persone.

Di soluzioni cronologiche al periodo non ce ne sono, mentre abbondano le ipotesi una delle quali noi assumeremo: quel periodo durò 410 anni. Periodo ben lungo a cui dobbiamo dare un inizio e una fine, ma in questo caso procederemo a ritroso: dalla fine all’inizio.

L’anno cercato è fluido anche nel panorama degli studi, perchè oscuro è il periodo, tanto che talvolta lo si fa terminare addirittura con il primo anno di regno di Davide a Gerusalemme pur di far quadrare i calcoli, mentre per noi è più appropriato l’anno in cui egli divenne re a gli occhi del popolo spodestando Saul dal cuore della gente uccidendo Golia. Tale anno fu, secondo noi, il 1012/1011 a.C. (trattandosi di anno ebraico la datazione doppia è necessaria)

Sommiamo adesso 410 anni e otteniamo il 1422 a.C. che seguendo la nostra cronologia segna il terzo anno dall’esodo (1425 a.C.). Qui deve venirci incontro il Libro dell’esodo, come vedremo, che ci narra di un terzo mese quando Israele ricevé non solo il Decalogo, ma anche un codice legislativo (stiamo parlando dei capitolo 20-23).

Prima di tutto questo il capitolo 18 ci informa che Ietro suggerisce a Mosè d’istituire dei giudici affinché tutte le questioni non finissero sul suo tavolo, quindi c’informa che si istituirono delle corti per dirimere le controversie, mentre dal capitolo 19 sappiamo che “il terzo mese (anno)” giunsero ai piedi del Sinai.

Appare logica, quindi, la teofania dei capitolo 20-23 che consegna a Mosè il Decalogo e un codice, perchè le corti di di giustizia istituite al capitolo 18, sebbene nel deserto, non avrebbero potuto esercitare la giustizia senza l’uno e gli altri, cioè senza il Decalogo e il codice.

Ricapitolando abbiamo che:

Capitolo 18: istituzione dei giudici

Capitolo 19: nota cronologica che si trattava del terzo mese (anno)

Capitoli 20-23: Decalogo e codici

Ecco, questo emerge da una ricostruzione cronologica che rispetta la trama narrativa dei capitoli dal 18 al 23 del Libro dell’esodo, sebbene essa si faccia forte di una necessaria revisione del testo biblico.

Infatti è importante notare l’evidente falsificazione biblica laddove leggiamo che nel “terzo mese” (Es 19,1) giunsero nel deserto del Sinai, quando in realtà si trattò del terzo anno, cioè di quel 1422 a.C. che non a caso conduce a Davide (1012 a.C.) se esso fu il 1422 a.C. e abbiamo scalato di 410 anni (1422-1012=410) come indica una delle ipotesi che verte “sugli eventi descritti in Giudici” facendoci certi che non siamo andati oltre la Bibbia.

In questo contesto, che avvalora la cronologia interna dei Giudici, la figura di Saul si fa ancora più complessa, perchè, sebbene re, egli assume i contorni dell’ultimo grande giudice stando alla cronologia che vede la fine del periodo dei giudici nel 1012, cioè con la morte di Saul o in ogni caso l’ascesa dell’astro di Davide che ha ucciso Golia spodestando Saul, dando luogo a un bacino cronologico in cui il mare della storia, quello che ha partorito l’esodo, diviene il fiume dinastico davidico creando un’area storica a se stante, necessariamente torbida, tanto che Saul è di difficile collocazione.

Ecco, tutto questo emerge dal venire a capo di un falso che ci parla di mesi, quando in realtà si trattò di anni dall’esodo, tre in particolare. Ma al di là di una polemica oramai spremuta (la sistematica e proditoria falsificazione della Bibbia che costringe sempre a immaginare ciò che era ed è vero) credo sia importante per tutti conoscere che il Decalogo non è qualcosa di astratto storicamente, ma come ha una collocazione geografica (Sinai) ha pure una precisa collocazione storica che è il 1422 a.C., terzo anno dell’esodo. E l’ottavo comandamento, che “proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri” (Catechismo della Chiesa cattolica), cioè non dire – e non scrivere- falsa testimonianza, ha 3440 anni ma è da taluni sistematicamente disatteso tuttora.

 

Una croce falsa

crocefissioneA una parola ho dato una caccia spietata: “croce” e mai ne sono venuto a capo come questa sera. Primo, perchè non è il sostantivo ma il verbo che fa luce. Secondo, il verbo è stato pesantemente falsificato, cioè è stata falsificata persino la croce e dunque tutto è possibile immaginare perchè siamo oltre l’immaginabile.

Il verbo che traduce “mettere in croce” o “crocifiggere” è il greco σταυρόω che non va però scritto con la ipsilon, altrimenti il calcolo ghematrico si perde, ma senza cioè σταρόω (attestato, ma bisognerebbe approfondire) ed ha un valore di 1471, cifra importantissima nell’ottica dell’intera genealogia matteana che conta 42 generazioni di 35 anni per un totale di 1470 anni.

La genealogia matteana è cristologica e in questo senso credo che ben si comprenda perchè le tre tranches di 14 generazioni di 35 anni coincidano con la ghematria del simbolo per eccellenza di  Gesù: la crocefissione.

Inoltre è importante ricordare che 1470 è arco di tempo indispensabile per dare un senso cronologico a Matteo 1,17 perchè se lo si somma alla data di nascita di Gesù, come si deve fare essendo Lui termine a quo del calcolo, cioè il 15 a.C., otteniamo 1485 a.C. anno di nascita di Mosè (sulla questione vedi l’ampia categoria “Mosè” nel menu).

Infine 1485 ricorre anche in Gv 10 quando compre la figura del guardiano delle pecore, perchè quel θυρωρός che traduce “guardiano” (Gv 10,3) ha un valore ghematrico di 1485 parlandoci di nuovo di Mosè, se non altro in un ottica paolina che vede in Gesù “il pastore, quello grande” (Eb 13,20) di cui Mosè è il guardiano.

Ecco tutto quello che si può ricavare da quel σταρόω (crocifiggere) tanto che possiamo scrivere che veramente la caccia che gli abbiamo data non solo ha dato buoni frutti, ma era indispensabile.

Credo anche che si debba far notare una coincidenza: le occorrenze neo testamentarie di σταρόω sono 46 e qui la memoria deve andare a Gv 2,19 e a quel “distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere” quando quel “distruggere” indica universalmente, nel tempo e nello spazio, la crocefissione.

E’ in quei pochi versetti che ricorre il numero 46 perchè l’obiezione dei farisei verte proprio sui tempi  della ricostruzione del secondo tempio: 46 anni che non possono essere ridotti a 3 giorni, cioè alla resurrezione.

Ma tutto questo ci dice che la condanna a morte di Gesù per crocefissione trova nelle 46 occorrenze un passo dei vangeli che conferma la non casualità, perchè è solo e soltanto in quel passo (Gv 2,20) che ricorre il numero 46 in tutta la Scrittura come 46 sono le occorrenze di σταρόω (crocifiggere).

Ci eravamo già occupati del numero 46 in questo post, dimenticandoci di scrivere, però, che 46 sono i libri dell’Antico Testamento, un Antico Testamento che prefigura il Cristo messo in croce e forse per questo le occorrenze di σταρόω sono 46, mentre quelle del suo participio “crocifisso” si fermano a 30.

La ghematria di un calendario, dall’esodo al ministero pubblico di Gesù

208

L’articolo precedente ha collocato il primo anno sabbatico nel 1424 a.C. quando Israele muove i primi passi in un deserto simbolo della sua libertà, una libertà concessa agli schiavi e dunque essa stessa simbolo di un anno sabbatico, quando si rimettevano i debiti e si rimettevano in libertà gli schiavi, come schiavi lo erano stati per 400 anni gli Ebrei in Egitto.

Il calendario sabbatico e giubilare da noi ricostruito (vedi tabella in calce) mi pare solido e di buon gusto per il pragmatismo scientifico che sono certo gradirà una nota ghematrica che sembra tagliata apposta per dare grazia al “rustico” matematico.

I conti che abbiamo fatti nel post precedente partivano dal 1424 a.C. e si concludevano nel 32 d.C., anno sabbatico e giubilare e inizio del ministero pubblico di Gesù con la lettura di Isaia 61, passo che ci parla della libertà ai prigionieri e agli schiavi. Dunque anno ben consono alla bisogna, trattando noi di una scala sabbatica che ha, nella sua prima accezione, la libertà perchè “anni di grazia”.

Abbiamo visto che il multiplo che ne esce, quello cioè che permette il calcolo e ci dice che siamo di fronte a due anni sabbatici -ma in particolare il primo termine deve esserlo perchè il 32 d.C. è solidissimo- è 208 perchè (1424 + 32) : 7 = 208.

Adesso dobbiamo scorrere il testo masoretico fino al capitolo 32,13 dell’Esodo e notare un verbo, cioè אַרְבֶּה che significa “moltiplicherò”. E infatti quel 208 che emerge dal calendario sabbatico e dalla ghematria di אַרְבֶּה  “moltiplica” tutti gli anni sabbatici che dal 1424 a.C. si sono succeduti fino al 32 d.C.

Il calcolo sabbatico è moltiplicazione, tanto che costringe sempre alla ricerca di un multiplo di 7 e dunque non crediamo un caso che quel אַרְבֶּה abbia lo stesso valore ghematrico del multiplo di 7 che collega il primo anno sabbatico al 32 d.C. ultimo anno giubilare (anno sabbatico al quadrato perchè composto di 7 x 7 + 1) prima della devastazione di Tito che ha interrotto i due calendari distruggendo Gerusalemme.

Lo abbiamo scritto, è una nota ghematrica che completa due calendari con una raffinatezza che crediamo gradita ai cultori della solidità scientifica.

Tavola degli anni sabbatici e giubilari comparata con la cronologia particolare di 1-2Re e la storia universale di Giuda

LEGENDA:

  1. In rosso gli anni sabbatici, gli anni giubilari e sabbatico/giubilari che cadevano ogni 350 anni
  2.  La datazione doppia avrebbe certamente permesso altre considerazioni coinvolgendo più anni, ma la tabella vuole essere un primo abbozzo e esaurisce la sua finzione indicando la sostenibilità storica dell’idea che l’ha ispirata
  3.  Le date dopo Cristo sono indicate
  4.  I link rimandano ad argomenti che il blog ha trattati

 

 

 

 

ANNI SABBATICI GIUBILEI EVENTO
Mosè 1485-1425 1425/1424 Primo anno dell’esodo
RE REGNO ANNI SABBATICI GIUBILEI Evento storico
Davide 1025 Nascita di Davide
 Inizia la dinastia davidica
989-949 990/989

983

976

969

962

955

948

968  Regna a Gerusalemme
Salomone 949-909 941

934

927

920

913

918
Roboamo (Giuda) 909-891 906

899

892

Abia 891-889
Asa 891-847 885

878

871

864

857

850

868
Josafat 847-824 843

836

829

Joram 824-817 822 818
Ocozia 817-816
Atalia 816-809 815
Joas 809-770 808

801

794

787

780

773

Amazia 770-728 766

759

752

745

738

731

768
Ozia 728-674 724

717

710

703

696

689

682

675

718
Jotam 674-659 668

661

668 Anno sabbatico e giubilare. costruzione della porta superiore del tempio
Acaz 659-644 654

647

Ezechia 644-615 640

633

626

619

618 Assedio di Samaria
Manasse 615-560 612

605

598

591

584

577

570

563

568
Amon 560–558
Giosia 558-527 556

549

542

535

528

Joacaz 527-527
Joachim 527-516 521 518 521: Giuda vassallo di Nabucodonosor

518: Assedio di Nabucodonosor : prima deportazione

Joachin 516-516
Sedecia 516-505 514

507

Assedio di Nabucodonosor. Seconda deportazione
Fine del regno di Giuda
500  Terza e ultima deportazione
493
486  Caduta di Babilonia

Fine ministero profetico di Ezechiele

Eclissi VAT 4956

479
472 468 Inizia il digiuno profetico di Daniele
465 Si gettano le fondamenta del secondo tempio
458
XX° di Artaserse, rientro Neemia (Ne 1,1) 451 Rientra Neemia
444 418 Dedicazione del secondo tempio
437
430
423
416
318 Anno sabbatico e giubilare. Deportazione in Egitto
3 Gesù dodicenne al tempio
17/16 Annuncio a Zaccaria e Maria
32 d.C. Anno sabbatico e giubilare, Inizia il ministero pubblico di Gesù
39 d.C. Caligola profana il tempio
67 d.C. Scoppia la rivolta a Gerusalemme

 

Un’unica porta per due grandi storie

fiancoAbbiamo visto in alcuni post che la ghematria fa luce sull’intera vicenda mosaica in tutta la sua complessità (dall’anagrafe mosaica all’esodo). I calcoli che sono possibili fare sono davvero illuminanti nel senso pieno di una cronologia biblica che sia un unicum tra Antico e Nuovo Testamento (si vedano le categorie 1485, 1454, 1425, 1385, 15,  calendario delle settimane, Mosè e Nochè).

Non è il caso adesso di riproporre tutto (mi è impossibile), nemmeno in sintesi, ci affideremo a qualche link perchè vogliamo solo far comprendere quanto il capitolo 10 di Giovanni sia importante, parlandoci della porta che è Gesù (Gv 10,7); della porta superiore del tempio (dunque non il porticato di Salomone, lo proveremo con questo post) e di un guardiano (Gv 10,3) spesso considerato come nei film, cioè solo una comparsa, ma che in realtà è Mosè stando alla ghematria di θυρωρός (guardiano) che ne richiama l’anno di  nascita, come vedremo subito.

Infatti le generazioni matteane si sviluppano in tranches di 14 generazioni da Cristo a Babilonia; da Babilonia a Davide e da Davide a Mosè denunciando un clamoroso falso, leggendo noi Abramo perchè 14 generazioni (490 anni) conducono, se sommate al 15 a.C. anno di nascita di Gesù, al 1485 a.C. e tale data giustifica solo Mosè, non nell’ottica della nostra cronologia, ma secondo quella dei padri, patrocinatori della teoria dell’esodo antico che ha in Thutmose III (1481 a.C.-1425 a.C.) il faraone di riferimento

Tant’è che che la stessa ghematria di Μωϋσῆς (Mosè) conduce al 1454 a.C. perchè il valore che emerge dal calcolo ghematrico è appunto 1454. Tale anno fu quello che segnò il suo rientro in Egitto perchè mediano tra l’anno di nascita (1485 a.C.) e l’esodo (1425 a.C.).

Quest’ultimo valore e anno (1454) c’introduce nel capitolo 10 di Giovanni, dove Cristo si equipara alla porta delle pecore, quella porta -lo abbiamo visto anche ieri– non è il porticato di Salomone, ma la porta superiore del tempio dedicata nel 668 a.C. Una porta che ha un guardiano, un θυρωρός che ci parla di Mosè con quel 1485 del valore ghematrico che conduce, grazie alla ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, al 1454 a.C.

Ecco allora che, compreso il capitolo giovanneo nelle sue linee profondissime, emerge chiaramente la necessità d’indagare la Septuaginta e leggere come essa traduca il versetto 15,35 di 2Re che dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio.

Che lemmi ha scelto? Ha optato, ad esempio, per πύλη o per θυρα quando ha tradotto “porta superiore” dal testo masoretico? Basta allora sincerarsi e scorgere un chiaro πύλη ἐπάνω che significa “porta superiore”.

Adesso la fa da padrona il calcolo ghematrico della locuzione che deve incrociarsi con uno dei tanti valori che la vicenda mosaica offre nella sua panoramica anagrafica e esodale, senza uscire, però, dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni che ci ha offerto con θυρωρός un 1485 a.C. per la nascita di Mosè; e un 1454 a.C. con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, cioè 1454 per il suo rientro in Egitto.

Infatti.πύλη ἐπάνω ha un valore ghematrico di 1454 che se ricondotto a un calendario offre il 1454 a.C. quello stesso che avremmo rintracciato con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς dicendoci che quando a suo tempo calcolammo ghematricamente θυρωρός (guardiano) e lo avemmo ricondotto a Mosè, in particolare al suo anno di nascita, eravamo certamente nel giusto.

Come eravamo  e siamo nel giusto quando gridiamo al clamoroso falso nel capitolo 10 di Giovanni che mai avrebbe potuto riportare la passeggiata invernale fatta sotto il porticato di Salomone, ben cosciente che in realtà si trattava della porta superiore del tempio, fatto testimoniato dalla numerazione del versetto (2Re 15,35) che richiama l’anagrafe di Gesù (15 a.C.-35 d.C.), quando quel versetto non ci parla del portico di Salomone, ma della porta superiore ed essa, dunque, è Gesù a cui infatti Egli si equipara.

Dunque abbiamo che:

  1. Le generazioni matteane conducono all’anno di nascita di Mosè (1485 a.C.)
  2. La ghematria di θυρωρός fa di lui il guardiano citato dal capitolo 10 di Giovanni (1485 da cui 1485 a.C.)
  3. La ghematria del nome proprio di Μωϋσῆς ci parla del suo rientro in Egitto (1454 a.C.)
  4. La ghematria di πύλη ἐπάνω (porta superiore del tempio) conferma la lettura ghematrica di Μωϋσῆς offrendo lo stesso valore (1454, cioè 1454 a.C.)
  5. Il versetto 15,35 della Septuaginta, che riporta la notizia della costruzione di quella stessa porta, opta per lemmi che offrono ghematricamente lo stesso valore: 1454 che coincide con il 1454 a.C.

Da tutto questo emerge con chiarezza che Mosè è il guardiano, il guardiano di una porta che è quella superiore del tempio a cui Gesù si equipara coincidendo la numerazione del versetto (15,35) con gli estremi anagrafici del Cristo (15 a.C.-35 d.C.).

Mi sento dunque di concludere affermando con certezza che il portico di Salomone citato nel capitolo 10 del vangelo di Giovanni è assolutamente falso e coloro che lo hanno introdotto hanno avuto un unico scopo: distruggere uno dei capitoli più complessi e belli dell’intera Scrittura, capace da solo di saldare indissolubilmente l’Antico al Nuovo Testamento facendo entrare dalla stessa porta Mosè e Gesù, fianco a fianco

Ps: mi rendo conto che la complessità dell’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma l’argomento, alla luce di tutti i post che sarebbe necessario citare, è di una difficoltà estrema che richiede calma e moltissima, moltissima riflessione, pena incomprensione se la carne al fuoco è troppa. Affidiamo al Signore queste poche note che magari coloro che seguono assiduamente il blog sapranno catalogare e fare dei tanti post direttamente e indirettamente coinvolti un pezzo unico come meriterebbe.

Il calice di un’eterna alleanza: da Ratzinger a un blogger

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Santità,

il tema dell’Antica e Nuova Alleanza ha mosso uno dei massimi teologi contemporanei, cioè Lei, Papa emerito Joseph Ratzinger, tanto esso è importante. Dal suo saggio emerge certamente un profilo teologico notevole che tradisce però quella concretezza senza la quale la teologia si perde nella congettura; magari importante, illuminata ma pur sempre priva di quell’ancora che ferma il pensiero.

Infatti emerge dal suo studio la messe d’interpretazioni, e tutte valide senza che queste, però, trovino una sintesi logica, razionale, in una parola concreta. Si lamenta il fatto che di per sè l’argomento apre a mille soluzioni e interpretazioni: troppo affascinate perchè esso non sia stato e non sia oggi oggetto di riflessione.

Vede bene che pure io, in un blog, me ne occupo e ho addirittura la presunzione di rivolgerLe il post, come fosse parola, e nemmeno una delle tante, ma forse la più sciocca (da questo capirà la scelta di un taglio semi-serio).

Procederò per sommi capi, perchè su una cosa ha ragione: entriamo in un mare magnum in cui è facile naufragare se non si ha la rotta, sempre descritta da coordinate; mai tracciata a casaccio, cioè sulla parola, se si conosce quel mare e provvidenzialmente lo si teme.

Ecco allora che tutto parte dall’istituzione della prima Pasqua nel Sinai, cioè nel secondo anno dell’esodo, che bisogna aver chiaro nella sua storicità, cioè bisogna aver chiaro il 1425 a.C., suo primo anno che ci conduce al secondo (1423 a.C.) quando la Pasqua dell Antica Alleanza fu istituita.

Questo è già molto, mi creda, affinchè, come amava dire zia Rosa, cattolicissima, non si prenda Roma per il Mugello, cioè non si viaggi a vuoto. Infatti quel 1423 a.C. è il termine a quo in cui s’innesta una metrica biblica sconosciuta ai  Più (eufemismo) che coincide con 486 anni.

Essa si associa ad altre metriche bibliche sconosciute ai Più (altro eufemismo) che sono i 490 anni delle 14 generazioni matteane coincidenti con la ghematria di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide) e i 480 anni quegli stessi che 1Re 6,1 indica come ricorrenti tra l’esodo e il primo tempio. C’è tutta una serie di calcoli possibili con quelle metriche, ma non sto a proporglieli, il discorso diverrebbe lungo.

Mi preme invece farLe notare che 486 è un numero importantissimo nell’economia dell’Antico e Nuovo testamento, tanto che esso è ghematria greca di Figlio (υἱός Ap 12,5); Padre (πατήρ, Ap 1,6));roccia (πέτρα, Lc 6,38); giogo (ζυγός, Mt 11,29) e anno della caduta di babilonia con conseguente fine del ministero profetico di Ezechiele (ho dedicato a tutti i lemmi una categoria in home). Vede bene che a voler fare della teologia ce n’è per anni non luce, ma teologici che sono ben più lunghi.

Ma noi ci occuperemo dell’immanenza di quel numero e lo collocheremo in una cronologia che si sviluppa dal 1423 a.C., secondo anno dell’esodo. E’ così che giungiamo, scalando, al 937 a.C. quando cioè si dedica il primo tempio e questo (dimenticavo: sono date che lei sicuramente non conoscerà, ma mi segua lo stesso, vedrà dove conducono!) è altamente evocativo, sempre su un piano teologico, ovvio.

Scaliamo adesso di altri 486 anni e otteniamo il 451 a.C., ventesimo di Artaserse (primo anno di regno di quel re 471 a.C.) e anno del rientro di Neemia con il compito di ricostruire le mura di Gerusalemme. Qui non è il trambusto dei lavori a farla da padrona, ma un silenzio che nessuno ha notato o udito.

Infatti Neemia tace per tre giorni/anni senza rivelare a nessuno il suo proposito e questo ci fa dire che egli cerca il sincronismo con il quadro profetico di Daniele che prende le mosse non dal 445 a.C., ma dal 448 a.C. (vede, le avevo promesso che non si sarebbe perso, tant’è che si ritrova in una cronologia conosciuta, sebbene superiore di tre anni).

Dovrei adesso aprire una parentesi, ma credo sia meglio giungere al punto, per poi tornare sui “nostri paragrafi”. Scaliamo infatti di altri 486 anni e giungiamo al 35 d.C. anno della crocefissione di cui Lei può dubitare, ma non per molto, mi creda perchè anche Daniele è d’accordo.

Infatti, se Lei ricorda  le origini del di quel 448 a.C. citato sopra, converrà che da esso parte la profezia delle 70 settimane di anni, ed è così che, facendola breve, si giunge di nuovo al 35 d.C., semplicemente sottraendo 483 (69 settimane) a 448 = 35, il 35 d.C.

Insomma questo in soldoni significa che sia la cronologia dei 486 anni, sia la profezia di Daniele confluiscono in un unico anno attraverso una perfetta unità concettuale, come vedremo interpretando un po’ i fatti.

L’istituzione della Pasqua nel Sinai conduce alla Pasqua dell’Agnello e ciò è naturale e conosciuto sotto il profilo teologico; un po’ meno su quello cronologico che lo conferma appieno, come abbiamo visto quando abbiamo scalato di 486 anni in 486 anni giungendo, dal Sinai al Golgota, cioè dall’Antica alla Nuova Alleanza, come deve essere non solo teologicamente, ma anche cronologicamente in una storia disegno di salvezza.

A tutto questo si aggiunge la profezia per eccellenza che ci parla di quella Pasqua, quella delle 70 settimane Daniele che non a caso si sviluppa dal 448 a.C. e giunge alla sessantanovesima settimana segnando di nuovo il 35 d.C.

Se a chiaro tutto questo credo possa esser essere interessato anche alla deliziosa nota ghematrica che mette il fiocco a tutto perchè, sebbene costretta a rivedere un greco in cui ci sono (siete) andati con la mano pesante tradendolo nella lettera e nello spirito, si renderà conto che quel calice lucano e paolino che Lei cita è fondamentale proprio per sigillare tutto il discorso.

Infatti ποθήριον διαθεκε (calice dell’allenaza, qui lei avrà fior fiore di grecisti a darle una mano: io ho solo l’attestazione di διαθεκε e la coerenza dei numeri che mi dicono di essere nel giusto) ha un valore, se sommati, di 451, quando lo abbiamo già incontrato sopra quel 451 a.C., quando cioè prende le mosse tutto il quadro profetico non solo delle mura di Gerusalemme (parlo di profezia perchè esso rientra nelle prime 7 settimane di Daniele dedicate alla ricostruzione di “mura e piazza”), ma anche di tutta l’enorme carica profetica di quella stessa profezia che non a caso era definita messianica per eccellenza, conducendo alla crocefissione.

In qualche modo la ghematria di ποθήριον διαθεκε è valore mediano tra l’Antica e la Nuova Alleanza, congiungendo non solo l’Una all’Altra, ma anche saldando in un unico anno l”Antico al Nuovo Testamento che confluiscono in un calice il cui liquor è ad altissima densità, non solo teologica, ma in primis storica, tanto da far apparire la teologia solo un retrogusto raffinato che cede il passo però a una struttura solidissima che ne fa un calice d’annata: il 451 a.C., vendemmiato nel Sinai, “versato per molti” o “per tutti” sul Golgota. Santé.