La palla ai piedi dell'albero di Natale

La lettera a Sardi, la chiesa a cui abbiamo dedicato molti post, si caratterizza per l’ora, un’ora che l’angelo deve conoscere, altrimenti se ne andrà via nudo (Ap 16,15), così come è stato trovato, perché beato sarà chi mantiene le sue vesti.

Egli, Gesù, verrà come un ladro, si scrive, ma nessuno ha capito il senso di quel sostantivo che ripropone la crocefissione, quando, tra due ladroni, fu appeso anche Gesù, ma non come ladro quanto come impostore.

In questo senso allora, lo strong diviene insostituibile, perché coglie la sfumatura e riferisce Gv 10,8, quando solo tutti quelli venuti prima di lui sono ladri e briganti.

Ma anche qui la traduzione è pessima, perché non lascia intendere che quel “venuti” prima di lui significa “venire alla vista del pubblico” come di nuovo suggerisce lo Strong, per cui “nascere”, magari come Messia e prestarsi all’adorazione dei pastori prima, dei Magi poi.

Adesso subentra un bellissimo gioco di versetti, quelli a cui il blog crede, perché capaci di far luce quanto altre chiavi di lettura, magari più note, ma insufficienti, talvolta, a far luce piena su ambiti particolari.

La prima citazione che abbiamo riportata è in Ap 3,3, quando Gesù viene come impostore o falso maestro e infatti quel 3,3 di Apocalisse della Lettera a Sardi è il 33 d.C., la data tradizionale e solo tradizionale della crocefissione che, ne siamo certi, è da condivisa da ben pochi nella sostanza, la quale si fa forte solo di una tradizione che se impugnata non ha argomenti.

Quel 33 d.C. fa di Gesù, allora, un falso maestro perché lascia molto spazio al dubbio, talvolta al mito, in ogni caso lo priva di una storicità certa se neanche l’anno di morte ha una solida base.

Gesù, allora, viene a Sardi con documenti saputi falsi, ma di cui non si conoscono neppure gli originali e vidimati dalla storia, perché il 35 d.C. è assolutamente marginale, tanto che se ne occupa solo il nostro blog.

Tuttavia è quel 35 d.C. che fa di Gesù il rabbuni (Gv 20,16) cioè l’unico e vero maestro, mentre il 33 d.C. lo confonde nella folla degli aspiranti al titolo, rendendolo, sostanzialmente, un grande falso, un impostore che nessuno sinora ha cacciato dalla storia.

Sardi deve stare bene attenta, allora, perché la sua venuta non sarà, come si aspetta, in pompa magna, quella a cui è abituata, ma vorrei dire in sordina, quando però penso in guardina, cioè nella veste di un impostore di nuovo condannato, sebbene stavolta dai tribunali dei suoi prestigiosi ed esclusivi college che non vogliono nessuno con la palla la piede.

Tuttavia Gv 10,8, la seconda nostra citazione, è chiaro: tutti coloro che sono venuti prima di Lui sono in realtà ladri e briganti, ma lo abbiamo scritto: non è corretto tradurre così perché non è semplicemente “venuto”, ma “nato, esposto al pubblico” e conseguentemente all’adorazione, dei pastori prima; dei Magi poi, lo abbiamo già scritto.

Non il caso, allora, ma la sacralità dei vangeli vogliono fermare quella venuta al pubblico in Gv 10,8, perché se il 33 d.C. segna la menzogna e la palla al piede di Gesù, il 10/8 segna però il Natale, il nostro solito Natale, rovinato da un impostore, che però in quel giorno è davvero nato, ed era il 10 agosto del 15 a.C., mentre è morto e risorto nel 35 d.C. lasciandoci però la Pasqua.

Una mela marcia

Ricordo ancora quando Don Ferdinando Rosmini a Messa spiegò, durante l’omelia dall’altare, il simbolismo della mela come frutto del peccato originale. Don Ferdinando aveva studiato alla Gregoriana, mi hanno detto, e solo per vicissitudini personalissime non aveva fatto carriera, ma si capiva che avrebbe avuto la cultura e il carattere per farla.

A me colpì, non me ne vogliano i miei attuali compaesani, che su al Monte un sacerdote spiegasse un etimo latino parlandoci di malus-mala-malum e dunque mela, cosa che rendeva appetibile le sue omelie anche a chi aveva solo un po’ studiato.

Tuttavia, quella mela, è quanto di più distante dall’essere il simbolo del frutto del bene e del male, perché, Gregoriana o meno, tradisce uno smarrimento profondo di fronte alla scrittura che non conosce il latino, in questo caso, ma glielo si è attribuito, con dolo.

E’ in Genesi 3,7 una risposta alquanto semplice, perché basta seguire la vicenda di Adamo ed Eva per comprendere che quell’albero è il fico, tanto che le occorrenze bibliche ci vengono di nuovo incontro fermandosi a 33, per un bene o male cronologico che il blog da sempre denuncia, se la crocefissione, in realtà, è del 35 d.C., cosicché Dio, cacciato in malo modo dalla storia, ha fatto posto al bene e al male dell’uomo, per una Chiesa, cattolica, che ha offerto quel frutto a tutte le altre, cadendo in peccato originale.

Adamo ed Eva, infatti, si legge che consumarono del frutto e si videro subito dopo, ma forse ancor prima, in ogni caso nell’istante stesso in cui si aprirono i loro occhi, nudi e fecero le rispettive cinture di foglie di…fico che dunque era la pianta da cui non si mossero e che offrì loro le foglie, oltre al frutto.

Insomma prima allungarono la mano per cogliere il fico, dopo per raccoglierne le foglie, ma fu un tutt’uno, uno stesso albero, per un peccato e per una vergogna. Dunque la mela ha davvero poco a che fare con l’Eden, casomai è frutto privilegiato della Gregoriana, un latinismo fuori dal tempo, dallo spazio e dalla Grazia.

In questo senso, allora, Nicodemo che Gesù scorge sotto il fico è sì l’israelita in cui non c’è inganno, ma quell’albero non è più simbolo dei giusti e della giustizia, ma del bene e del male che sono sempre Giustizia, ma divenuta, alla luce delle occorrenze (33), appannaggio dell’uomo e simbolo, quindi, del peccato primigenio, quello che Nicodemo non ha commesso, avendo riconosciuto Gesù, cioè il bene, perché in lui non c’era menzogna, come invece abbonda nel 33, quel 33 d.C. che invece bestemmia dall’altare su cui batte i pugni per un malus-mala-malum ex cathedra.

 che

Una filastrocca peregrina

Con un Falso peregrino, ci siamo occupati dei Racconti di un pellegrino russo e siamo giunti a due conclusioni: o è un’opera falsata oppure falsa, nel senso che essa risale a prima della Rivoluzione d’ottobre; o ne è successiva, perché quei trentatré anni dell’eta di Cristo del racconto III sono assolutamente falsi.

Per cui, o l’opera ha risentito di una censura per adattarla al nuovo corso rivoluzionario che con Lenin subito cambiò il calendario trasformandolo da giuliano a gregoriano; o l’opera nasce falsa, affinché, sempre il nuovo corso leninista, avesse mano libera sulla spiritualità russa di cui l’opera divenne modello, pure da esportazione.

Tesi bizzarra e di grido la mia, perché i Racconti sono conosciuti in tutto il mondo, per cui farebbe davvero scalpore sia la prima che la seconda ipotesi, ipotesi che noi abbiamo invitato a provare con una ricerca capillare nelle biblioteche russe tutte alla ricerca di un volume sfuggito alla censura, se l’opera risalga a prima della rivoluzione.

In essa, ne siamo certi, si leggerebbe non “trentatré come gli anni di Cristo” del capitolo III, ma “cinquanta”, perché l’anagrafe gesuana corretta, cioè ortodossa, è 15 a.C.-35 d.C., per un Cristo cinquantenne al momento della crocefissione.

Il nostro, però, è stato il più classico dei messaggi in una bottiglia e non sappiamo che fine abbia fatta, non sappiamo, cioè, se qualcuno ha letto il nostro messaggio e si sia messo alla ricerca, magari fruttuosa perché sì, qualche opera c’è che riporta “cinquanta” ed era stata considerata errata, quando in realtà era quella corretta e vera.

In questo fortunatissimo caso s’inserisce il post di oggi, perché il pellegrino ci è di nuovo d’aiuto, sebbene non affronti direttamente la questione, ma lascia che noi deduciamo una verità che già però potrebbe essere emersa con quel “cinquanta”, non più errore di stampa o di copiatura, ma volume attribuibile al manoscritto originale.

Infatti al racconto II lo starets indica al pellegrino il capitolo 35 di Giovanni Karpathos

nel quale è scritto: “Talvolta il discepolo è dato in pasto alla vergogna e sopporta prove per coloro che ha aiutato spiritualmente

e questo è un diretto rifermento alla Passione di quel Cristo che si vorrebbe trentatreenne, ma che dal passo risulta essere dato in pasto a una Passione che si colloca nel 35, sia inteso come capitolo, che anno, sebbene ciò non sia esplicito, ma lo si deduca, tra l’altro facilmente.

Infatti, quell’anno fu per il discepolato l’anno della vergogna, perché la Passione non ci narra di una caccia all’uomo, non ci tramanda il pericolo di vita se Giovanni, proprio Giovanni come quel Karpathos, segue tutta quanta la vicenda in prima persona.

Gli altri apostoli fuggono, mentre Pietro rinnega dicendoci che era giunta la Sua ora, ma era giunta anche l’ora degli apostoli, messi alla prova non dal rischio per la propria incolumità fisica, ma dalla derisione, dallo scherno, dagli insulti e dalle risa in faccia, perché il Maestro si era rivelato un impostore, un buffone di piazza.

Tutto questo -noi lo sappiamo sin troppo bene- avvenne nel 35 d.C. e dunque quel “capitolo 35 di Giovanni Karpathos” non solo è un rifermento, forse neanche indiretto, alla Passione, ma attinge anche a un preciso contesto cronologico e anagrafico dicendoci quando ciò avvenne e che età avesse Gesù, perché quel 35 del capitolo altro non è che il 35 d.C. che sin da subito, cioè automaticamente, colloca l’anagrafe di Gesù tra il 15 a.C. e il 35 d.C. per i “cinquant’anni” forse già emersi dalla ricerca precedente, per cui quel capitolo 35 di Giovanni Karpathos sarebbe un’inequivocabile conferma che i Racconti conoscono e attingono a una biografia che da “ortodossa” è divenuta, secondo noi, cattolica, è divenuta, cioè, “trentatré come gli anni di Cristo” e i trentini della filastrocca conciliare, opposti al Pellegrino perché non si aveva di meglio.

Un ministero alla velocità della luce

A suo tempo ci siamo occupati della cronologia interna al Vangelo di Giovanni, come ci siamo occupati dell’emorroissa. Nel primo caso abbiamo identificato, limitatamente all’episodio che stiamo affrontando (chi è interessato al post completo legga qui), quando i farisei mettono a morte Gesù, cioè con la resurrezione di Lazzaro.

Deduzione facile, direte, perché scritto in Gv 11,53, ma non è facile se siamo a conoscenza dell’intera dinamica cronologica del vangelo giovanneo. Fu a Betania che essi compresero che non c’era partita: o Lui o loro e il momento s’inserisce in una tensione crescente che in Betania raggiunse il suo climax e si mise a morte.

Del secondo caso, invece, ce ne siamo occupati qui e per adesso è sufficiente scrivere che l’episodio cade nel 34 d.C., ma adesso ci chiediamo quando Lazzaro resuscitò? In che anno? Non è una domanda oziosa, anzi, è importantissima, perché apre una cronologia particolarissima. Vediamo brevemente come sono i calcoli che, come tali, non necessitano di tante parole, essendo talvolta evidenti di per se stessi.

In Gv 11,9 Gesù afferma che ci sono ancora 12 ore di luce cioè, secondo la nostra ipotesi, 12 ore di lì e la Passione. Ammettendo che l’episodio si collochi nel 32 d.C. (vi prego di notare che le date a nostra disposizione sono solo 3 forse 4, cioè dal 31 d.C. al 35 d.C.) abbiamo che, ferma restando la crocefissione al 35 d.C., gli anni riassunti da quei 12 mesi sono 3, ed ecco impostato il calcolo che è:

[(364×3)24=26208

Questo significa che abbiamo prima calcolato il totale dei giorni e poi delle ore, per cui adesso non rimane che vedere quanti giorni di 12 ore ci siano, cioè

26208:12=2184

Adesso non rimane che vedere, invece, a quanti giorni di 24 ore corrispondano

2184:24=91

Già di per sè la cifra tonda dice molto perché il calcolo si avvale di due divisioni e ed esse generano quasi sicuramente decimali in un simile contesto di calcolo. E invece resto zero.

Adesso noi vogliamo vedere se la ghematria ci è d’aiuto, se cioè quel 91 esprima un lemma che cade nel contesto del capitolo 11, magari in Betania che sarebbe l’ottimale.

E infatti abbiamo che Mt 26,6 ha un complemento di stato in luogo (ἐν Βηθανίαι) che presenta il dativo Βηθανίαι che ha un valore di 91. Credo che i grecisti sappiano intendere meglio di tutti il complemento che permette il calcolo, sappiano cioè capire il senso profondo del complemento, che ha noi appare un focus sull’intera questione, cioè “In Betania e da nessun’altra parte” insomma un dativo “assoluto” se mai esistesse.

Prima di giungere alla conclusione, vorrei far notare ai matematici la complessità non solo di un calcolo a resto zero, ma che addirittura incrocia alla perfezione un lemma ( Βηθανία ) assolutamente inserito in un contesto ben preciso: Betania.

Poi dopo una valutazione, credo di poter sostenere che Lazzaro fu resuscitato il 32 d.C., quando Gesù -e questo è l’importante- fu messo a morte, cioè 3 mesi dopo, calcolati, però in giorni luce

Il più triste “primate”

In questi giorni delle altrui festività natalizie, ci è salito alla mente un quesito ozioso: quale animale cedé “spontaneamente” la pelle in Eden? Sì, perché tutti hanno soprasseduto al fatto: se Adamo e la sua donna vengono rivestiti di pelli, qualcuno ce l’ha rimessa. Ma chi?

Partiamo col dire una cosa importante: la promessa di Dio si è avverata, cioè quel “se ne mangerete morirete” (Gn 3,3 e qui a buon intenditor poche parole alla luce della numerazione del versetto) si è avverato, anche contro non l’evidenza, ma l’evidente: né Adamo, né Eva muoiono e dunque appare una minaccia andata a vuoto la morte; ma non è così: degli animali sono stati sacrificati e la morte, silenziosa e discreta com’è, ha fatto ingresso senza darlo a vedere in Eden, cioè nell’uomo e nella sua storia.

Nota sfuggita a tutti, ma non a noi, come non ci è sfuggito il quesito fondamentale: chi fu ucciso del regno animale? Uno qualsiasi o un gatto, nero magari, che porta iella (e tanta ce ne portò)?

La cosa migliore, in questi casi, è rivolgersi alla ghematria, unica chiave che apre gli insoluti e gli altrimenti insolubili quiz scritturali e calcolare quel χιτῶνας δερματίνους (Gn 3,21) al nominativo, come nostro solito e sommare, sommare cioè χιτών e δερμάτινος per un valore di 2346 (memorizzate alla perfezione il numero).

Quel valore, lo ridurremo a un calendario, in particolare a quello implicito della genealogia lucana che noi -e solo noi, mi pare- abbiamo ricalcolato datando tutte le generazioni, per cui ci è facile notare che 2346 (memorizzate) cade esattamente in Falek (2346/2345 a.C.) come potete controllare dalla tabella, non prima, però, di aver notato il versetto 3,21 quando il 21 si compone di 7 7 7 ghematria di σαυρός (croce) e non σταυρός come è stato falsato affinché capitoli biblici come questo non potessero essere compresi.

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Siamo, con questa genealogia, in un range cronologico già studiato e di cui avevamo scritto che è ben lungi dall’essere compreso del tutto e avevamo ragione.

Infatti, da Falek al primo Gesù della crono-genealogia lucana passano 36 generazioni e questo è importantissimo, perché dal valore di χιτῶνας δερματίνους (nominativo) che individua il Patriarca post-diluviano Falek si giunge a Gesù dopo 36 generazioni e dunque dal sacrificio animale si passa a quello di Gesù nel 35/36 d.C. (sappiamo che l’ambivalenza non è approssimazione, ma il 35 d.C. ci parla del Cristo, condannato dal sinedrio, cui interessava la Torah, il Messia; mentre il 36 d.C. ci parla di Gesù, condannato dai codici della lex romana, cui interessava il criminale, seppur non trovato).

Adesso la teologia, che paolina in particolare, può sbizzarrirsi cifre alla mano, perché è semplicemente evidente che il peccato originale, che accomuna tutti (Rm 5,12-15), è stato riscattato dal sacrifico di Cristo, dal suo sangue versato, come versato fu quello degli animali, ma quali, ci chiedevamo in apertura?

Se avete memorizzato quel 2346 vi sarà facile comprendere quasi tutto, qualora crediate a una logica coerente nelle Scritture, le quali hanno un salmo ben preciso e famosissimo: il 23 quello de “Il signore è il mio pastore” e dunque siamo di fronte a un gregge, in particolare alle pecore e agli agnelli; come siamo in una scena adamitica all’apertura del salmo 23  (vv 1-2).

Ecco perché quel numero, che la matematica conoscerà e a cui avrà magari dato un nome, si compone di tre numeri uguali, cioè 23 e 23+23, perché 23 è iniziale, mentre il 46 è il suo multiplo, cioè 23×2.

Ma non solo: quel 46 conduce per mano a Gv 2,19-21 quando Gesù, all’ombra del tempio, sfida i farisei ad uccidere, di nuovo, affinché Egli possa vincere la morte e riscattare l’umanità.

Giovanni data esattamente quell’anno, fermo al Suo quarantaseiesimo anno di vita (Gv 2,20), cioè al 31 d.C. ed ecco che quel 46, che compone 2346, esprime una teologia profondissima, sebbene sintetizzata in un paio di cifre, anzi tre: 2346; 23 e 46 per una sintesi così perfetta che solo la Scrittura poteva offrire.

Tutto questo fa piena luce sull’animale magari sgozzato, come il Cristo Agnello lo fu: è la pecora, quella non a caso evangelica che apre la mattanza di una storia al macello.

Essa fu immolata per coprire la nostra vergogna, come Cristo fu immolato per riscattarla. In Eden, dunque, non furono solo pelli di chissà chi o cosa, ma furono dapprima di una pecora; poi di Gesù, Agnello Lui stesso per uno psicodramma ancora tutto da risolvere.