La palla ai piedi dell'albero di Natale

La lettera a Sardi, la chiesa a cui abbiamo dedicato molti post, si caratterizza per l’ora, un’ora che l’angelo deve conoscere, altrimenti se ne andrà via nudo (Ap 16,15), così come è stato trovato, perché beato sarà chi mantiene le sue vesti.

Egli, Gesù, verrà come un ladro, si scrive, ma nessuno ha capito il senso di quel sostantivo che ripropone la crocefissione, quando, tra due ladroni, fu appeso anche Gesù, ma non come ladro quanto come impostore.

In questo senso allora, lo strong diviene insostituibile, perché coglie la sfumatura e riferisce Gv 10,8, quando solo tutti quelli venuti prima di lui sono ladri e briganti.

Ma anche qui la traduzione è pessima, perché non lascia intendere che quel “venuti” prima di lui significa “venire alla vista del pubblico” come di nuovo suggerisce lo Strong, per cui “nascere”, magari come Messia e prestarsi all’adorazione dei pastori prima, dei Magi poi.

Adesso subentra un bellissimo gioco di versetti, quelli a cui il blog crede, perché capaci di far luce quanto altre chiavi di lettura, magari più note, ma insufficienti, talvolta, a far luce piena su ambiti particolari.

La prima citazione che abbiamo riportata è in Ap 3,3, quando Gesù viene come impostore o falso maestro e infatti quel 3,3 di Apocalisse della Lettera a Sardi è il 33 d.C., la data tradizionale e solo tradizionale della crocefissione che, ne siamo certi, è da condivisa da ben pochi nella sostanza, la quale si fa forte solo di una tradizione che se impugnata non ha argomenti.

Quel 33 d.C. fa di Gesù, allora, un falso maestro perché lascia molto spazio al dubbio, talvolta al mito, in ogni caso lo priva di una storicità certa se neanche l’anno di morte ha una solida base.

Gesù, allora, viene a Sardi con documenti saputi falsi, ma di cui non si conoscono neppure gli originali e vidimati dalla storia, perché il 35 d.C. è assolutamente marginale, tanto che se ne occupa solo il nostro blog.

Tuttavia è quel 35 d.C. che fa di Gesù il rabbuni (Gv 20,16) cioè l’unico e vero maestro, mentre il 33 d.C. lo confonde nella folla degli aspiranti al titolo, rendendolo, sostanzialmente, un grande falso, un impostore che nessuno sinora ha cacciato dalla storia.

Sardi deve stare bene attenta, allora, perché la sua venuta non sarà, come si aspetta, in pompa magna, quella a cui è abituata, ma vorrei dire in sordina, quando però penso in guardina, cioè nella veste di un impostore di nuovo condannato, sebbene stavolta dai tribunali dei suoi prestigiosi ed esclusivi college che non vogliono nessuno con la palla la piede.

Tuttavia Gv 10,8, la seconda nostra citazione, è chiaro: tutti coloro che sono venuti prima di Lui sono in realtà ladri e briganti, ma lo abbiamo scritto: non è corretto tradurre così perché non è semplicemente “venuto”, ma “nato, esposto al pubblico” e conseguentemente all’adorazione, dei pastori prima; dei Magi poi, lo abbiamo già scritto.

Non il caso, allora, ma la sacralità dei vangeli vogliono fermare quella venuta al pubblico in Gv 10,8, perché se il 33 d.C. segna la menzogna e la palla al piede di Gesù, il 10/8 segna però il Natale, il nostro solito Natale, rovinato da un impostore, che però in quel giorno è davvero nato, ed era il 10 agosto del 15 a.C., mentre è morto e risorto nel 35 d.C. lasciandoci però la Pasqua.

Una mela marcia

Ricordo ancora quando Don Ferdinando Rosmini a Messa spiegò, durante l’omelia dall’altare, il simbolismo della mela come frutto del peccato originale. Don Ferdinando aveva studiato alla Gregoriana, mi hanno detto, e solo per vicissitudini personalissime non aveva fatto carriera, ma si capiva che avrebbe avuto la cultura e il carattere per farla.

A me colpì, non me ne vogliano i miei attuali compaesani, che su al Monte un sacerdote spiegasse un etimo latino parlandoci di malus-mala-malum e dunque mela, cosa che rendeva appetibile le sue omelie anche a chi aveva solo un po’ studiato.

Tuttavia, quella mela, è quanto di più distante dall’essere il simbolo del frutto del bene e del male, perché, Gregoriana o meno, tradisce uno smarrimento profondo di fronte alla scrittura che non conosce il latino, in questo caso, ma glielo si è attribuito, con dolo.

E’ in Genesi 3,7 una risposta alquanto semplice, perché basta seguire la vicenda di Adamo ed Eva per comprendere che quell’albero è il fico, tanto che le occorrenze bibliche ci vengono di nuovo incontro fermandosi a 33, per un bene o male cronologico che il blog da sempre denuncia, se la crocefissione, in realtà, è del 35 d.C., cosicché Dio, cacciato in malo modo dalla storia, ha fatto posto al bene e al male dell’uomo, per una Chiesa, cattolica, che ha offerto quel frutto a tutte le altre, cadendo in peccato originale.

Adamo ed Eva, infatti, si legge che consumarono del frutto e si videro subito dopo, ma forse ancor prima, in ogni caso nell’istante stesso in cui si aprirono i loro occhi, nudi e fecero le rispettive cinture di foglie di…fico che dunque era la pianta da cui non si mossero e che offrì loro le foglie, oltre al frutto.

Insomma prima allungarono la mano per cogliere il fico, dopo per raccoglierne le foglie, ma fu un tutt’uno, uno stesso albero, per un peccato e per una vergogna. Dunque la mela ha davvero poco a che fare con l’Eden, casomai è frutto privilegiato della Gregoriana, un latinismo fuori dal tempo, dallo spazio e dalla Grazia.

In questo senso, allora, Nicodemo che Gesù scorge sotto il fico è sì l’israelita in cui non c’è inganno, ma quell’albero non è più simbolo dei giusti e della giustizia, ma del bene e del male che sono sempre Giustizia, ma divenuta, alla luce delle occorrenze (33), appannaggio dell’uomo e simbolo, quindi, del peccato primigenio, quello che Nicodemo non ha commesso, avendo riconosciuto Gesù, cioè il bene, perché in lui non c’era menzogna, come invece abbonda nel 33, quel 33 d.C. che invece bestemmia dall’altare su cui batte i pugni per un malus-mala-malum ex cathedra.

 che

Una filastrocca peregrina

Con un Falso peregrino, ci siamo occupati dei Racconti di un pellegrino russo e siamo giunti a due conclusioni: o è un’opera falsata oppure falsa, nel senso che essa risale a prima della Rivoluzione d’ottobre; o ne è successiva, perché quei trentatré anni dell’eta di Cristo del racconto III sono assolutamente falsi.

Per cui, o l’opera ha risentito di una censura per adattarla al nuovo corso rivoluzionario che con Lenin subito cambiò il calendario trasformandolo da giuliano a gregoriano; o l’opera nasce falsa, affinché, sempre il nuovo corso leninista, avesse mano libera sulla spiritualità russa di cui l’opera divenne modello, pure da esportazione.

Tesi bizzarra e di grido la mia, perché i Racconti sono conosciuti in tutto il mondo, per cui farebbe davvero scalpore sia la prima che la seconda ipotesi, ipotesi che noi abbiamo invitato a provare con una ricerca capillare nelle biblioteche russe tutte alla ricerca di un volume sfuggito alla censura, se l’opera risalga a prima della rivoluzione.

In essa, ne siamo certi, si leggerebbe non “trentatré come gli anni di Cristo” del capitolo III, ma “cinquanta”, perché l’anagrafe gesuana corretta, cioè ortodossa, è 15 a.C.-35 d.C., per un Cristo cinquantenne al momento della crocefissione.

Il nostro, però, è stato il più classico dei messaggi in una bottiglia e non sappiamo che fine abbia fatta, non sappiamo, cioè, se qualcuno ha letto il nostro messaggio e si sia messo alla ricerca, magari fruttuosa perché sì, qualche opera c’è che riporta “cinquanta” ed era stata considerata errata, quando in realtà era quella corretta e vera.

In questo fortunatissimo caso s’inserisce il post di oggi, perché il pellegrino ci è di nuovo d’aiuto, sebbene non affronti direttamente la questione, ma lascia che noi deduciamo una verità che già però potrebbe essere emersa con quel “cinquanta”, non più errore di stampa o di copiatura, ma volume attribuibile al manoscritto originale.

Infatti al racconto II lo starets indica al pellegrino il capitolo 35 di Giovanni Karpathos

nel quale è scritto: “Talvolta il discepolo è dato in pasto alla vergogna e sopporta prove per coloro che ha aiutato spiritualmente

e questo è un diretto rifermento alla Passione di quel Cristo che si vorrebbe trentatreenne, ma che dal passo risulta essere dato in pasto a una Passione che si colloca nel 35, sia inteso come capitolo, che anno, sebbene ciò non sia esplicito, ma lo si deduca, tra l’altro facilmente.

Infatti, quell’anno fu per il discepolato l’anno della vergogna, perché la Passione non ci narra di una caccia all’uomo, non ci tramanda il pericolo di vita se Giovanni, proprio Giovanni come quel Karpathos, segue tutta quanta la vicenda in prima persona.

Gli altri apostoli fuggono, mentre Pietro rinnega dicendoci che era giunta la Sua ora, ma era giunta anche l’ora degli apostoli, messi alla prova non dal rischio per la propria incolumità fisica, ma dalla derisione, dallo scherno, dagli insulti e dalle risa in faccia, perché il Maestro si era rivelato un impostore, un buffone di piazza.

Tutto questo -noi lo sappiamo sin troppo bene- avvenne nel 35 d.C. e dunque quel “capitolo 35 di Giovanni Karpathos” non solo è un rifermento, forse neanche indiretto, alla Passione, ma attinge anche a un preciso contesto cronologico e anagrafico dicendoci quando ciò avvenne e che età avesse Gesù, perché quel 35 del capitolo altro non è che il 35 d.C. che sin da subito, cioè automaticamente, colloca l’anagrafe di Gesù tra il 15 a.C. e il 35 d.C. per i “cinquant’anni” forse già emersi dalla ricerca precedente, per cui quel capitolo 35 di Giovanni Karpathos sarebbe un’inequivocabile conferma che i Racconti conoscono e attingono a una biografia che da “ortodossa” è divenuta, secondo noi, cattolica, è divenuta, cioè, “trentatré come gli anni di Cristo” e i trentini della filastrocca conciliare, opposti al Pellegrino perché non si aveva di meglio.

Un ministero alla velocità della luce

A suo tempo ci siamo occupati della cronologia interna al Vangelo di Giovanni, come ci siamo occupati dell’emorroissa. Nel primo caso abbiamo identificato, limitatamente all’episodio che stiamo affrontando (chi è interessato al post completo legga qui), quando i farisei mettono a morte Gesù, cioè con la resurrezione di Lazzaro.

Deduzione facile, direte, perché scritto in Gv 11,53, ma non è facile se siamo a conoscenza dell’intera dinamica cronologica del vangelo giovanneo. Fu a Betania che essi compresero che non c’era partita: o Lui o loro e il momento s’inserisce in una tensione crescente che in Betania raggiunse il suo climax e si mise a morte.

Del secondo caso, invece, ce ne siamo occupati qui e per adesso è sufficiente scrivere che l’episodio cade nel 34 d.C., ma adesso ci chiediamo quando Lazzaro resuscitò? In che anno? Non è una domanda oziosa, anzi, è importantissima, perché apre una cronologia particolarissima. Vediamo brevemente come sono i calcoli che, come tali, non necessitano di tante parole, essendo talvolta evidenti di per se stessi.

In Gv 11,9 Gesù afferma che ci sono ancora 12 ore di luce cioè, secondo la nostra ipotesi, 12 ore di lì e la Passione. Ammettendo che l’episodio si collochi nel 32 d.C. (vi prego di notare che le date a nostra disposizione sono solo 3 forse 4, cioè dal 31 d.C. al 35 d.C.) abbiamo che, ferma restando la crocefissione al 35 d.C., gli anni riassunti da quei 12 mesi sono 3, ed ecco impostato il calcolo che è:

[(364×3)24=26208

Questo significa che abbiamo prima calcolato il totale dei giorni e poi delle ore, per cui adesso non rimane che vedere quanti giorni di 12 ore ci siano, cioè

26208:12=2184

Adesso non rimane che vedere, invece, a quanti giorni di 24 ore corrispondano

2184:24=91

Già di per sè la cifra tonda dice molto perché il calcolo si avvale di due divisioni e ed esse generano quasi sicuramente decimali in un simile contesto di calcolo. E invece resto zero.

Adesso noi vogliamo vedere se la ghematria ci è d’aiuto, se cioè quel 91 esprima un lemma che cade nel contesto del capitolo 11, magari in Betania che sarebbe l’ottimale.

E infatti abbiamo che Mt 26,6 ha un complemento di stato in luogo (ἐν Βηθανίαι) che presenta il dativo Βηθανίαι che ha un valore di 91. Credo che i grecisti sappiano intendere meglio di tutti il complemento che permette il calcolo, sappiano cioè capire il senso profondo del complemento, che ha noi appare un focus sull’intera questione, cioè “In Betania e da nessun’altra parte” insomma un dativo “assoluto” se mai esistesse.

Prima di giungere alla conclusione, vorrei far notare ai matematici la complessità non solo di un calcolo a resto zero, ma che addirittura incrocia alla perfezione un lemma ( Βηθανία ) assolutamente inserito in un contesto ben preciso: Betania.

Poi dopo una valutazione, credo di poter sostenere che Lazzaro fu resuscitato il 32 d.C., quando Gesù -e questo è l’importante- fu messo a morte, cioè 3 mesi dopo, calcolati, però in giorni luce

Il più triste “primate”

In questi giorni delle altrui festività natalizie, ci è salito alla mente un quesito ozioso: quale animale cedé “spontaneamente” la pelle in Eden? Sì, perché tutti hanno soprasseduto al fatto: se Adamo e la sua donna vengono rivestiti di pelli, qualcuno ce l’ha rimessa. Ma chi?

Partiamo col dire una cosa importante: la promessa di Dio si è avverata, cioè quel “se ne mangerete morirete” (Gn 3,3 e qui a buon intenditor poche parole alla luce della numerazione del versetto) si è avverato, anche contro non l’evidenza, ma l’evidente: né Adamo, né Eva muoiono e dunque appare una minaccia andata a vuoto la morte; ma non è così: degli animali sono stati sacrificati e la morte, silenziosa e discreta com’è, ha fatto ingresso senza darlo a vedere in Eden, cioè nell’uomo e nella sua storia.

Nota sfuggita a tutti, ma non a noi, come non ci è sfuggito il quesito fondamentale: chi fu ucciso del regno animale? Uno qualsiasi o un gatto, nero magari, che porta iella (e tanta ce ne portò)?

La cosa migliore, in questi casi, è rivolgersi alla ghematria, unica chiave che apre gli insoluti e gli altrimenti insolubili quiz scritturali e calcolare quel χιτῶνας δερματίνους (Gn 3,21) al nominativo, come nostro solito e sommare, sommare cioè χιτών e δερμάτινος per un valore di 2346 (memorizzate alla perfezione il numero).

Quel valore, lo ridurremo a un calendario, in particolare a quello implicito della genealogia lucana che noi -e solo noi, mi pare- abbiamo ricalcolato datando tutte le generazioni, per cui ci è facile notare che 2346 (memorizzate) cade esattamente in Falek (2346/2345 a.C.) come potete controllare dalla tabella, non prima, però, di aver notato il versetto 3,21 quando il 21 si compone di 7 7 7 ghematria di σαυρός (croce) e non σταυρός come è stato falsato affinché capitoli biblici come questo non potessero essere compresi.

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Siamo, con questa genealogia, in un range cronologico già studiato e di cui avevamo scritto che è ben lungi dall’essere compreso del tutto e avevamo ragione.

Infatti, da Falek al primo Gesù della crono-genealogia lucana passano 36 generazioni e questo è importantissimo, perché dal valore di χιτῶνας δερματίνους (nominativo) che individua il Patriarca post-diluviano Falek si giunge a Gesù dopo 36 generazioni e dunque dal sacrificio animale si passa a quello di Gesù nel 35/36 d.C. (sappiamo che l’ambivalenza non è approssimazione, ma il 35 d.C. ci parla del Cristo, condannato dal sinedrio, cui interessava la Torah, il Messia; mentre il 36 d.C. ci parla di Gesù, condannato dai codici della lex romana, cui interessava il criminale, seppur non trovato).

Adesso la teologia, che paolina in particolare, può sbizzarrirsi cifre alla mano, perché è semplicemente evidente che il peccato originale, che accomuna tutti (Rm 5,12-15), è stato riscattato dal sacrifico di Cristo, dal suo sangue versato, come versato fu quello degli animali, ma quali, ci chiedevamo in apertura?

Se avete memorizzato quel 2346 vi sarà facile comprendere quasi tutto, qualora crediate a una logica coerente nelle Scritture, le quali hanno un salmo ben preciso e famosissimo: il 23 quello de “Il signore è il mio pastore” e dunque siamo di fronte a un gregge, in particolare alle pecore e agli agnelli; come siamo in una scena adamitica all’apertura del salmo 23  (vv 1-2).

Ecco perché quel numero, che la matematica conoscerà e a cui avrà magari dato un nome, si compone di tre numeri uguali, cioè 23 e 23+23, perché 23 è iniziale, mentre il 46 è il suo multiplo, cioè 23×2.

Ma non solo: quel 46 conduce per mano a Gv 2,19-21 quando Gesù, all’ombra del tempio, sfida i farisei ad uccidere, di nuovo, affinché Egli possa vincere la morte e riscattare l’umanità.

Giovanni data esattamente quell’anno, fermo al Suo quarantaseiesimo anno di vita (Gv 2,20), cioè al 31 d.C. ed ecco che quel 46, che compone 2346, esprime una teologia profondissima, sebbene sintetizzata in un paio di cifre, anzi tre: 2346; 23 e 46 per una sintesi così perfetta che solo la Scrittura poteva offrire.

Tutto questo fa piena luce sull’animale magari sgozzato, come il Cristo Agnello lo fu: è la pecora, quella non a caso evangelica che apre la mattanza di una storia al macello.

Essa fu immolata per coprire la nostra vergogna, come Cristo fu immolato per riscattarla. In Eden, dunque, non furono solo pelli di chissà chi o cosa, ma furono dapprima di una pecora; poi di Gesù, Agnello Lui stesso per uno psicodramma ancora tutto da risolvere.

Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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Un Natale col brivido

47Con questo post penso di esaurire la memoria, di scaricarla e raggiungere un numero altamente simbolico nell’immaginario del blog: 666 post tra bozze e post pubblicati. Quando li ho contati, non ho resistito e mi sono accinto a scrivere che tra l’altro è un post leggero, parlando di un gioco molto popolare, anzi, popolarissimo: la tombola.

Sì la tombola, quel gioco a cui tutti sicuramente mi hanno invitato a giocare per il gran daffare che mi sono dato a darli quei numeri, buoni per la tombola, appunto. Tuttavia è della morte che volgiamo parlare, una morte che come “gli occhialoni” (88) o le gambe delle donne” (77) compare nel gioco quando si estrae il 47 “morto che parla” e parlò davvero, Gesù all’ombra del tempio in Gv 2.

Ma non è questo il punto, è il gioco, come una filastrocca, che talvolta sa trasmettere alla storia più di quanto noi saremmo capaci, se di mezzo c’è la verità, perché la gente la ama la verità anche se ne ha paura e allora gli si fa paura con il 47, non di piede, ma di tombola che tanto sa di tomba. Perché?

Abbiamo detto che con Sisto V Peretti si commise uno scempio: la Vulgata fu stuprata (don Maggi). Abbiamo altresì scritto e detto che il ‘600 fu l’anno dell’alcolismo cronico come fenomeno di massa, notizia appresa da wiki (storia della psichiatria) e noi  abbiamo subito addotto la causa all’opera di Sisto, cioè di una Chiesa cannibale che divorò i suoi migliori figli, quelli che tentarono una resistenza allo stupro, ma furono sopraffatti con i “Perni” “Gotti” (pernacchie e bicchiere o, se volete, la dolcezza è solo nel bicchiere, quello conseguente alle ripetute offese) e si dettero al bicchiere, forse in ossequio a quanto recita la liturgia eucaristica “fate questo in memoria di me” e la presero alla lettera quella liturgia cominciando a bere fino a morirne.

Ma c’era, dopo lo stupro della Vulgata, una Chiesa da rieducare al nuovo corso e al silenzio; in particolare c’erano da spegnere gli ultimi focolai di una resistenza che non doveva fare altro danno e allora cosa meglio di un gioco? La tombola, s’inventò, affinché nelle taverne e nelle osterie si parlasse d’altro o ” lo tombo”, come quel “morto che parla” ci dice a tutt’oggi che chi fiata è un uomo morto, nella…tombola insomma.

I giochi, come le filastrocche, hanno più memoria di noi rieducati, che mai abbiamo conosciuta la verità e lo diciamo a Natale: “Quarantasette, morto che parla”, ma non prendetela sul serio, non parlate dei 47 anni di Gesù al tempio per un totale di 50 che la tombola la farete e voi stessi, perché se anche se non darete più i numeri, lo sarete un numero, ma al cimitero aumentando quella maggioranza silenziosa che non parla più sebbene morta.

Fu così che una cronologia biblica perfetta, divenne un gioco a estrazione anche se la gente era contenta da matti ad avere tutto chiaro, ma mica lo vorrai mettere con “Quarantasette, morto “chi” parla”? C’è troppa più suspense