La Re visione

revisione.jpgIeri sera abbiamo visto che l’issopo con cui si dà da bere aceto a Gesù non  è solo una nota botanica, ma cela un contesto importante sebbene valutabile solo alla luce di un greco revisionato che non sarebbe di per sé problematico, tranne quella iota di difficile collocazione nel lemma greco, ma che è ugualmente simbolica, perché riassume la Legge (Mt 5,18) cioè il Decalogo che è andato perduto, come quella iota se la croce testimonia un’alleanza infranta unilateralmente e fa posto alla Nuova, anzi, letteralmente, a nuovi alleati.

Di quella nuova alleanza ce ne siamo già occupati qui, quando avemmo l’adire, ma anche l’onore, di dedicare un post a Ratzinger e gli illustrammo il senso cronologico di quella Nuova Alleanza di cui il Papa aveva descritto il senso teologico che assume però “materia”, assume storicità se affiancato da quello cronologico.

E’ riflettendo di nuovo su quell’argomento, alla luce del 35/36 d.C. (ricordate: non è approssimazione, perché il primo riassume il Cristo; il secondo Gesù e dunque ci sarebbe da scrivere, proprio teologicamente) che emerge dal greco di υσοπος + una iota che tutto ciò ci parla dell’Antica Alleanza infranta che nasce in Mosè (1423 a.C.) con l’erezione della Tenda dell’alleanza e giunge a al Golgota, nuovo Sinai e segno di una Nuova Alleanza, come nuovo sarà il Testamento a fronte dell’Antico.

Sulle prime ciò potrebbe apparire arbitrario, ma come abbiamo dato corpo cronologico alla saggio di Ratzinger, lo daremo anche ai nostri argomenti ricordando che le metriche bibliche sono 480; 486 e 490 ed è  quella mediana che fa al caso nostro perché facilmente dal 1423 a.C. conduce al 35/36 d.C. scalando di 486 anni, come possiamo vedere

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Ma la Dimora dell’alleanza non congiunge Mosè a Cristo solo grazie a questa metrica , cioè il 1423 a.C. al 35/36 d.C. perché anche il calendario sacerdotale delle settimane fa altrettanto marcando ancor più il senso teologico di una metrica che nasce in Υἱός (Figlio ap 12,5 valore ghematrico 486), ma si esprime anche quel sacerdozio “calendariale” mosaico. Infatti:

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Ecco dunque che il Sinai non è solo un orizzonte teologico, ma si fa specifico profilo storico perché è da lì che Dio stipula con Israele prima, l’umanità poi, la Sua alleanza che ha, però, una fase intermedia importantissima se ποθήριον διαθεκε. (calice dell’alleanza sebbene greco anch’esso rivisto) ferma il suo valore cronologico a 451, cioè 451 a.C., quando, secondo noi, si rialzarono le mura di Gerusalemme dopo l’abbandono esilico.

Quelle mura, coincidenti ghematricamente, con ποθήριον διαθεκε, ci dicono che esse hanno un profondo valore simbolico perché come esse proteggono Gerusalemme, così fa Dio con la Sua presenza (alleanza) che erge i bastioni di una difesa altrimenti impossibile e Gerusalemme lo sa.

Quelle mura cadranno di nuovo nel 70 d.C., ma prima ancora furono assediate da Gerusalemme stessa quando scelse Cesare come Re (Gv 19,15) “avendo” quindi un altro Dio fuori di Jahvè e dunque un nuovo alleato.

Quella iota di difficile collocazione, allora, riassume tutto questo, anzi, si spinge fino a dirci che altri, cioè coloro che sono succeduti nell’Alleanza, hanno fatto lo stesso eleggendo Cesare al posto di Dio e pure loro hanno dato aceto in scherno, come ultima goccia prima -o dopo, ha poca importanza- del grido ostinato del Salvatore  Ἠλὶ ἠλὶ λεμὰ σαβαχθάνι (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?) che sommato grida pure esso al cielo esprimendo 90, come la ghematria di θεός, se Ελι Ελι  è pure esso stesso greco “revisionato” e a cui chiedo perdono per gli accenti, essendo roco, quando “lui”  mi sa che è però da rottamare.

 

 

Un’unica porta per due grandi storie

fiancoAbbiamo visto in alcuni post che la ghematria fa luce sull’intera vicenda mosaica in tutta la sua complessità (dall’anagrafe mosaica all’esodo). I calcoli che sono possibili fare sono davvero illuminanti nel senso pieno di una cronologia biblica che sia un unicum tra Antico e Nuovo Testamento (si vedano le categorie 1485, 1454, 1425, 1385, 15,  calendario delle settimane, Mosè e Nochè).

Non è il caso adesso di riproporre tutto (mi è impossibile), nemmeno in sintesi, ci affideremo a qualche link perchè vogliamo solo far comprendere quanto il capitolo 10 di Giovanni sia importante, parlandoci della porta che è Gesù (Gv 10,7); della porta superiore del tempio (dunque non il porticato di Salomone, lo proveremo con questo post) e di un guardiano (Gv 10,3) spesso considerato come nei film, cioè solo una comparsa, ma che in realtà è Mosè stando alla ghematria di θυρωρός (guardiano) che ne richiama l’anno di  nascita, come vedremo subito.

Infatti le generazioni matteane si sviluppano in tranches di 14 generazioni da Cristo a Babilonia; da Babilonia a Davide e da Davide a Mosè denunciando un clamoroso falso, leggendo noi Abramo perchè 14 generazioni (490 anni) conducono, se sommate al 15 a.C. anno di nascita di Gesù, al 1485 a.C. e tale data giustifica solo Mosè, non nell’ottica della nostra cronologia, ma secondo quella dei padri, patrocinatori della teoria dell’esodo antico che ha in Thutmose III (1481 a.C.-1425 a.C.) il faraone di riferimento

Tant’è che che la stessa ghematria di Μωϋσῆς (Mosè) conduce al 1454 a.C. perchè il valore che emerge dal calcolo ghematrico è appunto 1454. Tale anno fu quello che segnò il suo rientro in Egitto perchè mediano tra l’anno di nascita (1485 a.C.) e l’esodo (1425 a.C.).

Quest’ultimo valore e anno (1454) c’introduce nel capitolo 10 di Giovanni, dove Cristo si equipara alla porta delle pecore, quella porta -lo abbiamo visto anche ieri– non è il porticato di Salomone, ma la porta superiore del tempio dedicata nel 668 a.C. Una porta che ha un guardiano, un θυρωρός che ci parla di Mosè con quel 1485 del valore ghematrico che conduce, grazie alla ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, al 1454 a.C.

Ecco allora che, compreso il capitolo giovanneo nelle sue linee profondissime, emerge chiaramente la necessità d’indagare la Septuaginta e leggere come essa traduca il versetto 15,35 di 2Re che dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio.

Che lemmi ha scelto? Ha optato, ad esempio, per πύλη o per θυρα quando ha tradotto “porta superiore” dal testo masoretico? Basta allora sincerarsi e scorgere un chiaro πύλη ἐπάνω che significa “porta superiore”.

Adesso la fa da padrona il calcolo ghematrico della locuzione che deve incrociarsi con uno dei tanti valori che la vicenda mosaica offre nella sua panoramica anagrafica e esodale, senza uscire, però, dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni che ci ha offerto con θυρωρός un 1485 a.C. per la nascita di Mosè; e un 1454 a.C. con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, cioè 1454 per il suo rientro in Egitto.

Infatti.πύλη ἐπάνω ha un valore ghematrico di 1454 che se ricondotto a un calendario offre il 1454 a.C. quello stesso che avremmo rintracciato con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς dicendoci che quando a suo tempo calcolammo ghematricamente θυρωρός (guardiano) e lo avemmo ricondotto a Mosè, in particolare al suo anno di nascita, eravamo certamente nel giusto.

Come eravamo  e siamo nel giusto quando gridiamo al clamoroso falso nel capitolo 10 di Giovanni che mai avrebbe potuto riportare la passeggiata invernale fatta sotto il porticato di Salomone, ben cosciente che in realtà si trattava della porta superiore del tempio, fatto testimoniato dalla numerazione del versetto (2Re 15,35) che richiama l’anagrafe di Gesù (15 a.C.-35 d.C.), quando quel versetto non ci parla del portico di Salomone, ma della porta superiore ed essa, dunque, è Gesù a cui infatti Egli si equipara.

Dunque abbiamo che:

  1. Le generazioni matteane conducono all’anno di nascita di Mosè (1485 a.C.)
  2. La ghematria di θυρωρός fa di lui il guardiano citato dal capitolo 10 di Giovanni (1485 da cui 1485 a.C.)
  3. La ghematria del nome proprio di Μωϋσῆς ci parla del suo rientro in Egitto (1454 a.C.)
  4. La ghematria di πύλη ἐπάνω (porta superiore del tempio) conferma la lettura ghematrica di Μωϋσῆς offrendo lo stesso valore (1454, cioè 1454 a.C.)
  5. Il versetto 15,35 della Septuaginta, che riporta la notizia della costruzione di quella stessa porta, opta per lemmi che offrono ghematricamente lo stesso valore: 1454 che coincide con il 1454 a.C.

Da tutto questo emerge con chiarezza che Mosè è il guardiano, il guardiano di una porta che è quella superiore del tempio a cui Gesù si equipara coincidendo la numerazione del versetto (15,35) con gli estremi anagrafici del Cristo (15 a.C.-35 d.C.).

Mi sento dunque di concludere affermando con certezza che il portico di Salomone citato nel capitolo 10 del vangelo di Giovanni è assolutamente falso e coloro che lo hanno introdotto hanno avuto un unico scopo: distruggere uno dei capitoli più complessi e belli dell’intera Scrittura, capace da solo di saldare indissolubilmente l’Antico al Nuovo Testamento facendo entrare dalla stessa porta Mosè e Gesù, fianco a fianco

Ps: mi rendo conto che la complessità dell’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma l’argomento, alla luce di tutti i post che sarebbe necessario citare, è di una difficoltà estrema che richiede calma e moltissima, moltissima riflessione, pena incomprensione se la carne al fuoco è troppa. Affidiamo al Signore queste poche note che magari coloro che seguono assiduamente il blog sapranno catalogare e fare dei tanti post direttamente e indirettamente coinvolti un pezzo unico come meriterebbe.

Il calice di un’eterna alleanza: da Ratzinger a un blogger

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Santità,

il tema dell’Antica e Nuova Alleanza ha mosso uno dei massimi teologi contemporanei, cioè Lei, Papa emerito Joseph Ratzinger, tanto esso è importante. Dal suo saggio emerge certamente un profilo teologico notevole che tradisce però quella concretezza senza la quale la teologia si perde nella congettura; magari importante, illuminata ma pur sempre priva di quell’ancora che ferma il pensiero.

Infatti emerge dal suo studio la messe d’interpretazioni, e tutte valide senza che queste, però, trovino una sintesi logica, razionale, in una parola concreta. Si lamenta il fatto che di per sè l’argomento apre a mille soluzioni e interpretazioni: troppo affascinate perchè esso non sia stato e non sia oggi oggetto di riflessione.

Vede bene che pure io, in un blog, me ne occupo e ho addirittura la presunzione di rivolgerLe il post, come fosse parola, e nemmeno una delle tante, ma forse la più sciocca (da questo capirà la scelta di un taglio semi-serio).

Procederò per sommi capi, perchè su una cosa ha ragione: entriamo in un mare magnum in cui è facile naufragare se non si ha la rotta, sempre descritta da coordinate; mai tracciata a casaccio, cioè sulla parola, se si conosce quel mare e provvidenzialmente lo si teme.

Ecco allora che tutto parte dall’istituzione della prima Pasqua nel Sinai, cioè nel secondo anno dell’esodo, che bisogna aver chiaro nella sua storicità, cioè bisogna aver chiaro il 1425 a.C., suo primo anno che ci conduce al secondo (1423 a.C.) quando la Pasqua dell Antica Alleanza fu istituita.

Questo è già molto, mi creda, affinchè, come amava dire zia Rosa, cattolicissima, non si prenda Roma per il Mugello, cioè non si viaggi a vuoto. Infatti quel 1423 a.C. è il termine a quo in cui s’innesta una metrica biblica sconosciuta ai  Più (eufemismo) che coincide con 486 anni.

Essa si associa ad altre metriche bibliche sconosciute ai Più (altro eufemismo) che sono i 490 anni delle 14 generazioni matteane coincidenti con la ghematria di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide) e i 480 anni quegli stessi che 1Re 6,1 indica come ricorrenti tra l’esodo e il primo tempio. C’è tutta una serie di calcoli possibili con quelle metriche, ma non sto a proporglieli, il discorso diverrebbe lungo.

Mi preme invece farLe notare che 486 è un numero importantissimo nell’economia dell’Antico e Nuovo testamento, tanto che esso è ghematria greca di Figlio (υἱός Ap 12,5); Padre (πατήρ, Ap 1,6));roccia (πέτρα, Lc 6,38); giogo (ζυγός, Mt 11,29) e anno della caduta di babilonia con conseguente fine del ministero profetico di Ezechiele (ho dedicato a tutti i lemmi una categoria in home). Vede bene che a voler fare della teologia ce n’è per anni non luce, ma teologici che sono ben più lunghi.

Ma noi ci occuperemo dell’immanenza di quel numero e lo collocheremo in una cronologia che si sviluppa dal 1423 a.C., secondo anno dell’esodo. E’ così che giungiamo, scalando, al 937 a.C. quando cioè si dedica il primo tempio e questo (dimenticavo: sono date che lei sicuramente non conoscerà, ma mi segua lo stesso, vedrà dove conducono!) è altamente evocativo, sempre su un piano teologico, ovvio.

Scaliamo adesso di altri 486 anni e otteniamo il 451 a.C., ventesimo di Artaserse (primo anno di regno di quel re 471 a.C.) e anno del rientro di Neemia con il compito di ricostruire le mura di Gerusalemme. Qui non è il trambusto dei lavori a farla da padrona, ma un silenzio che nessuno ha notato o udito.

Infatti Neemia tace per tre giorni/anni senza rivelare a nessuno il suo proposito e questo ci fa dire che egli cerca il sincronismo con il quadro profetico di Daniele che prende le mosse non dal 445 a.C., ma dal 448 a.C. (vede, le avevo promesso che non si sarebbe perso, tant’è che si ritrova in una cronologia conosciuta, sebbene superiore di tre anni).

Dovrei adesso aprire una parentesi, ma credo sia meglio giungere al punto, per poi tornare sui “nostri paragrafi”. Scaliamo infatti di altri 486 anni e giungiamo al 35 d.C. anno della crocefissione di cui Lei può dubitare, ma non per molto, mi creda perchè anche Daniele è d’accordo.

Infatti, se Lei ricorda  le origini del di quel 448 a.C. citato sopra, converrà che da esso parte la profezia delle 70 settimane di anni, ed è così che, facendola breve, si giunge di nuovo al 35 d.C., semplicemente sottraendo 483 (69 settimane) a 448 = 35, il 35 d.C.

Insomma questo in soldoni significa che sia la cronologia dei 486 anni, sia la profezia di Daniele confluiscono in un unico anno attraverso una perfetta unità concettuale, come vedremo interpretando un po’ i fatti.

L’istituzione della Pasqua nel Sinai conduce alla Pasqua dell’Agnello e ciò è naturale e conosciuto sotto il profilo teologico; un po’ meno su quello cronologico che lo conferma appieno, come abbiamo visto quando abbiamo scalato di 486 anni in 486 anni giungendo, dal Sinai al Golgota, cioè dall’Antica alla Nuova Alleanza, come deve essere non solo teologicamente, ma anche cronologicamente in una storia disegno di salvezza.

A tutto questo si aggiunge la profezia per eccellenza che ci parla di quella Pasqua, quella delle 70 settimane Daniele che non a caso si sviluppa dal 448 a.C. e giunge alla sessantanovesima settimana segnando di nuovo il 35 d.C.

Se a chiaro tutto questo credo possa esser essere interessato anche alla deliziosa nota ghematrica che mette il fiocco a tutto perchè, sebbene costretta a rivedere un greco in cui ci sono (siete) andati con la mano pesante tradendolo nella lettera e nello spirito, si renderà conto che quel calice lucano e paolino che Lei cita è fondamentale proprio per sigillare tutto il discorso.

Infatti ποθήριον διαθεκε (calice dell’allenaza, qui lei avrà fior fiore di grecisti a darle una mano: io ho solo l’attestazione di διαθεκε e la coerenza dei numeri che mi dicono di essere nel giusto) ha un valore, se sommati, di 451, quando lo abbiamo già incontrato sopra quel 451 a.C., quando cioè prende le mosse tutto il quadro profetico non solo delle mura di Gerusalemme (parlo di profezia perchè esso rientra nelle prime 7 settimane di Daniele dedicate alla ricostruzione di “mura e piazza”), ma anche di tutta l’enorme carica profetica di quella stessa profezia che non a caso era definita messianica per eccellenza, conducendo alla crocefissione.

In qualche modo la ghematria di ποθήριον διαθεκε è valore mediano tra l’Antica e la Nuova Alleanza, congiungendo non solo l’Una all’Altra, ma anche saldando in un unico anno l”Antico al Nuovo Testamento che confluiscono in un calice il cui liquor è ad altissima densità, non solo teologica, ma in primis storica, tanto da far apparire la teologia solo un retrogusto raffinato che cede il passo però a una struttura solidissima che ne fa un calice d’annata: il 451 a.C., vendemmiato nel Sinai, “versato per molti” o “per tutti” sul Golgota. Santé.

La trasfigurazione? un caso di appropriazione indebita

trasfigurazioneMolto ricca è la sezione del blog dedicata a Mosè e all’esodo, per cui occorre, prima di affrontare il post, riassumerla. Dapprima la parte storica; poi quella calendariale e infine quella ghematrica che risulterà fondamentale.

Immagino adesso un ipotetico lettore che mi faciliti le cose non costringendomi ad affrontare il tutto punto per punto. Egli saprà che noi calcoliamo l’esodo partendo dalle fondamenta del tempio, l’anno in cui furono gettate, cioè il 945 a.C. secondo la nostra cronologia. A tale anno si sommano i 480 anni di 1Re 6,1 e otteniamo il 1425 a.C. anno dell’esodo e anno della morte di Thutmose III faraone di riferimento secondo la teoria dell’esodo antico (Erodoto, Flavio e i Padri)

Al 1425 a.C. si tolgono i 40 anni di deserto e otteniamo il 1385/1384 a.C. che segna l’ingresso in Palestina. Siccome l’artefice dell’esodo fu Mosè, abbiamo anche calcolato la sua data di nascita e il suo rientro in Egitto, rispettivamente nel 1485 a.C. e 1454 a.C.

Se per la prima data abbiamo messo a frutto le generazioni matteane (tre tranches di 14 generazioni di 35 anni) sommandole al 15 a.C. per ottenere il 1485 a.C. che ci parla di Mosè e non di Abramo, nel secondo caso siamo ricorsi a una ghematria non occasionale ma “proprio” del nome proprio di Μωϋσῆς  (Mosè) che è 1454 a.C., valore mediano tra l’esodo e l’anno di nascita del patriarca, per questo considerato -giustamente, lo vedremo in seguito- anno del rientro in Egitto.

Questa, in sintesi, la parte storica o cornice in cui si colloca il calendario delle settimane che collega le singole date ad altri capisaldi della nostra cronologia. Diciamo nostra perchè, pur non avendolo verificato, siamo sicuri che quella ufficiale non possa tanto: il calendario è uno e una è la cronologia in cui quel calendario s’innesta portando frutto.

Le evidenze del calendario le abbiamo riassunte a suo tempo in tabelle che adesso raggrupperemo per argomento in una nuova tabella seguente che indicherà valori i quali dall’esodo, adottando il calendario delle settimane, si collegano in un caso a Noè; in due al tempio e negli altri a Gesù, prefigurando già da adesso che sul monte Tabor le tende erano sì tre, ma dedicate a Noè, Mosè e Gesù escludendo Elia.

Non commenteremo quella tabella, certo che la trattazione diffusa dei post precedenti, riuniti nella categoria “calendario delle settimane” in home, possa fornire tutte le indicazioni necessarie a chi volesse approfondire l’argomento. Adesso, quindi, mostriamo la tabella calendariale ricavabile dalle date dell’esodo e dall’anagrafe di Mosè

ANNO EVENTO CICLO LUNGO (294 anni) CICLO BREVE  (6 anni) TOTALE ANNO EVENTO
2863 AM Nascita di Noè 294 x 4 44 x 4 1440 1423 a.C. Erezione della Tenda
1485 a.C. Nascita di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Nascita di Gesù
1454 a.C. Rientro in Egitto di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C. Esodo 294 x 4 39 x 6 1410 15 a.C. Nascita di Gesù
1425 a.C. Esodo 294 x 4 44 x 6 1440 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C Esodo 294 x 4 16 x 6 1272 153 a.C. Distruzione cortile interno del tempio. Fine dell’AT
1384 Ingresso in Palestina 294 x 4 40 x 6 1440 32 d.C. Ministero pubblico di Gesù
1384 Ingresso in Palestina 294 x 3 14 x 6 966 418 a.C. Dedicazione del secondo tempio

Se avete speso qualche minuto per comprenderla, sperando, ovvio, di essere stato chiaro, possiamo passare oltre e occuparci delle note ghematriche di cui è ricchissimo quel contesto esodale che già ci sorpresi con quel 1454 ricavabile dalla ghematria di Μωϋσῆς (Mosè).

Per semplicità ricorreremo di nuovo a una tabella che li raccolga tutti e indichi l’anno del calendario a cui il valore ghematrico fa riferimento. Questo perchè sia chiaro che la frequenza con cui il calcolo ghematrico attinge alla cronologia dell’esodo è dovuta al fatto che essi appartengono a uno stesso insieme, cioè che i lemmi calcolati ghematricamente fanno riferimento al contesto esodale e i loro valori lì si collocano, cosa che mi pare di poter dire mina qualsiasi obiezione mossa appellandosi alla casualità. Ecco la tabella

LEMMA RIFERIMENTO VALORE ANNO EVENTO
ξύλον ζωή (albero della vita) Ap 2,7 1425 1425 a.C. Esodo
Μωϋσῆς (Mosè) Gv 1,17 1454 1454 a.C. Rientro in Egitto di Mosè
βλαστάνω (Geromogliare Eb 9,4 1384 1384 a.C. Ingreso stabile in Palestina
θυρωρός (guardiano) Gv 10,3 1485 1486/85 a.C. Nascita di Mosè
Υψιστος (Altissimo) Lc 1,35 1486 1486/85 a.C. Nascita di Mosè

I commenti sono sprecati, tranne che nel caso dell’albero della vita, che però stabilisce una chiarissima relazione con la verga germogliata di Aronne, perchè a noi interessava l’evidenza che forse toglie quello pseudo davanti alla parola ben più importante di “scienza” quando ci occupiamo del calcolo ghematrico che ci aveva già sorpresi con Ἐμμανουήλ, il cui valore è 644 a fronte di un 644 a.C. che segna la nostra cronologia dei Re, sapendo che l’oracolo dell’Emmanuele ha due possibili soluzioni soltanto: o Ezechia, o Gesù per cui avendo il calcolo individuato Ezechia nel suo primo anno di regno (644 a.C.), che li riassume simbolicamente tutti, ha individuato una delle due possibilità, cosa al quanto sui generis se figlia del caso.

Tra l’altro non deve stupire il ricorso alla ghematria: già i Padri ad essa avevano fatto ricorso quando (Ireneo) calcolavano il lemma greco del nome proprio della seconda persona della santissima Trinità, cioè Gesù che se scritto Ἰησοῦσ è 888, numero, anche questo, non casuale alla luce di Gv 21 perchè la distanza tra la barca con gli apostoli e la riva dove era Gesù è espressa con 888 se ridotta in metri, coincidenza che se anche fosse un artificio letterario di Giovanni, lascia facilmente intendere che all’epoca dell’apostolo si scriveva Ἰησοῦσ e non Ἰησοῦς come è attestato da tutti i dizionari e l’intero web purtroppo.

La sorte di Gesù, tratta quasi come un inciso all’interno del post, è molto importante perchè ci permette di entrare in merito e parlare di Noè che ha subita una sorte identica: straziato nel nome e forse anche nella memoria se, come vedremo, è stato privato della sua tenda.

Lo abbiamo indagato ghematricamente quel Νῶε delle Scritture (Lc 17,26), ma per come è scritto non ne veniva fuori niente. Cosa strana perchè nome proprio di assoluta rilevanza, forse al pari di Mosè e dell’Emmanuele che invece hanno espresso entrambi valori assolutamente importanti.

Ed è così che in un impeto di fiducia in noi stessi abbiamo giocato con le lettere e lo abbiamo scritto Νωχε. Adesso ognuno decida se proseguire, ma sappia che è attestato, tanto che se io, disponendo solo del web, l’ho rintracciato, credo che gli esperti sappiano fare di meglio.

In ogni caso sento di scrivere che non è da scherzarci su perche la fonte di quel Νωχε è datata 1725 (Thesavrvs Antiqvitatvm et Historiarvm Siciliaequando i libri erano ancora preziosi e nessuno si sarebbe mai sognato di affidarli a mani “inesperte” – così “inesperte” da scrivere male Noè!- nella loro stesura; come nessuno si sarebbe mai sognato di stamparli se non accurati. Ed è così infatti che leggiamo, tradotto, “Sem terzo figlio di Νωχε (Noè)”.

Insomma non è come oggi che un libro non lo si nega a nessuno e in un minuto apri un blog e posti: nel 1725 solo i dotti potevano permettersi il lusso di pubblicare un’opera che, tra l’altro,il web ha accolta. E un dotto non storpia un nome proprio biblico nel 1725.

Dunque se nel 1725 ancora si poteva leggere Νωχε significa che fino ad allora la dizione era corrente ed esatta. Non sappiamo come mai sia andata perduta e più ancora non sappiamo come mai i manoscritti biblici non l’abbiano conservata, a noi è sufficiente sapere che esisteva e poterne calcolare così il valore ghematrico che è 1455, cioè il 1455 a.C. se ridotto a un calendario e ciò segna lo stesso anno del 1454 a.C. di Μωϋσῆς (Mosè) dicendoci che su un piano ghematrico e cronologico Mosè e Noè sono la stessa cosa, in un’ottica di datazione doppia (1455/1454 a.C.).

Infatti nel post di ieri lo avevamo scritto citando fr. R. Tadiello il quale sostiene che

il racconto della nascita di Mosè in Esodo intende stabilire un parallelo tra Mosè e Noè; Mosè salverà il suo popolo dalle acque così come Noè ha salvato l’umanità dal diluvio.

da questo risulta chiaro che l’intero contesto cronologico e ghematrico non a caso ci parla di Noè, la cui Arca diviene in Mosè dell’Alleanza, la quale diviene in Gesù croce secondo le parole della stessa esegesi cattolica citate sopra e secondo una cronologia che misura attraverso un unico calendario, quello delle settimane, come appare chiaro nella tabella seguente

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNO EVENTO
2863 A.M Nascita di Noè 294 x 4 44 x 6 1440 1423 a.C. Erezione della tenda
1423 a.C. Erezione della tenda 294 x 4 47 x 6 1458 35 d.C. Crocefissione

E’ dunque da ciò che è possibile, come scrivevo nel post di ieri, sostenere l’assoluta mancanza di contesto che giustifichi Elia durante la Trasfigurazione, perchè tutto, cioè contesto, ghematria, calendario delle settimane e cronologia, ci parlano di Noè e dunque Elia, sebbene il diluvio, è come un pesce fuor d’acqua.

Una falsificazione conserva sempre elementi originali perchè essa appare come un velo disposto sopra di essi. Andando sotto la superficie tali elementi affiorano, siano essi calcoli, note cronologiche o ghematriche, perchè mai l’unicità dell’originale cede completamente all’opera di falsificazione.

E’ così che Noè è riemerso dalle acque è salvato due volte, se la Bibbia è stata sommersa da un fiume di parole false che ne ha travolto la lettera, il numero e adesso i personaggi. Gli Ebrei -uno sicuramente- sostengono che la storia non è altro che il velo con cui si copre la verità. Non sappiamo se dica il vero, di certo sappiamo che hanno scippato una tenda. Poco importa se colui al quale è stata segnata sia personaggio di riguardo: Noè ne era il proprietario e a lui va restituita, affinchè la Trasfigurazione non sia perseguibile penalmente.

Luca 9,33: da Noè a Elia le tende della profanazione

Nel post di ieri abbiamo visto che esiste uno stretto rapporto tra la Tenda (Dimora) eretta da Mosè nel deserto e la tenda più grande e perfetta che è Cristo come scrive espressamente Paolo in Eb 9,11-12. Tale rapporto non si esaurisce teologicamente, ma si consuma anche cronologicamente, perchè il calendario delle settimane collega le due tende: l’una eretta nel 1423 a.C. nel deserto; l’altra nel 35 d.C sul Golgota.

A suo tempo avevamo scritto un post il cui contenuto metteva in relazione Mosè con Noè perchè entrambi costruiscono un’arca: l’uno dell’alleanza, l’altro quella del diluvio. Tale rapporto si esprime anche nel lessico perchè

 il termine ebraico per «arca», tēḇâ, ha un significato incerto; si ipotizza una derivazione dal vocabolo egiziano dbȝt, «cesta», «scatola» o «sarcofago», oppure si fa riferimento ai testi di Ebla dove c’è un termine affine tiba, presente in espressioni del tipo ti-ba-ti-il-li, «arche degli dei», oppure ia-ti-baKI «Ya è l’arca». Il vocabolo ricorre solo in Es 2,3.5 dove designa la cesta nella quale è posto il piccolo Mosè per sarvarlo dalle acque dopo il decreto infanticida del faraone. In questo modo il racconto della nascita di Mosè in Esodo intende stabilire un parallelo tra Mosè e Noè; Mosè salverà il suo popolo dalle acque così come Noè ha salvato l’umanità dal diluvio….Nota interessante è che la traduzione greca della Settanta utilizza per rendere l’ebraico tēḇâ il termine greco kibōtos, che nel complesso di Esodo-Levico-Numeri indica in genere proprio l’arca dell’alleanza presente all’interno della «dimora». In questo modo le parole divine vogliono suggerirci che l’arca è qualcosa di più di una nave; è una sorta di immagine galleggiante dell’arca dell’alleanza collocata nel santuario, il luogo per eccellenza nel quale Dio si rende presente. Il racconto è costruito in modo tale da alludere a qualcosa che ancora deve venire, il santuario. L’arca di Noè è segno della presenza del Dio d’Israele che salva l’uomo in un cammino difficile, come nel caso del popolo nel deserto

Dunque esiste un rapporto tra l’arca di Noè e l’arca dell’alleanza contenuta nella Dimora, la quale era in relazione con la tenda più grande e perfetta di Cristo come abbiamo visto nel post precedente.

Avendo fatto notare sempre nel post precedente che dell’erezione della Dimora (Tenda) si parla nel capitolo 35 di esodo, quello stesso 35 che compone la data della crocefissione secondo noi, adesso crediamo utile far notare la costante rappresentata da quel numero e anno, perchè il termine ebraico per “arca” ricorre solo in Es 2,35

dove designa la cesta nella quale è posto il piccolo Mosè per salvarlo dalle acque dopo il decreto infanticida del faraone (le citazioni sono tratte da R. Tadiello)

ma non solo, 35 compare anche nelle misure dell’arca di Noè la cui lunghezza era 135 metri. Numeri casuali potremmo interpretarli, ma il “caso” vuole che cronologicamente, attraverso il calendario delle settimane, si giunga da Noè a Gesù, alla Sua crocefissione nel 35 d.C. e questo, nell’ottica del blog che non ha mai cercato l’ordine che l’uomo ha dato alla storia, ma il pre-ordine che gli ha conferito Dio, esprime una coincidenza assolutamente non casuale., tanto è vero che dal 2863 AM si giunge  al 35 d.C. attraverso il calendario citato.

E’ bene ricordare che la nascita di Noè è datata dalla Settanta nel 2862 AM quando noi tracceremo un percorso cronologico che cade nel 2863 AM quindi a mesi di distanza, forse.

Infatti abbiamo che nella tabella seguente quel percorso divenga chiaro attraverso il ricorso ai cicli lunghi e brevi del calendario. Vediamo come

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNO EVENTO
2863 AM Nascita di Noè 4 44 1440 1423 a.C. Erezione della Tenda
1423 a.C. Erezione della Tenda 1 30 474 949 a.C. Primo anno di regno di Salomone
949 a.C. Primo anno di regno di Salomone 2 12 937 a.C. Dedicazione primo tempio
937 a.C. Dedicazione del primo tempio 47 270 667 a.C. Dedicazione della porta superiore del tempio
667 a.C. Dedicazione della porta superiore del tempio 2 29 699 35 d.C. Crocefissione

Dalla tabella emerge che quel rapporto tra Noè e Mosè e tra Mosè e Gesù stabilito dalla lettera biblica illustrato sopra, trova conferma anche nel numero, perchè è con un unico calendario (quello delle settimane) e un unica cronologia (la nostra) che si sovrappone un contesto biblico e cronologico che disegna un unico percorso dal 2863 AM al 35 d.C., collegando non personaggi e fatti marginali ma di assoluto rilievo se non assoluti protagonisti (in ordine: Noè, Mosè e Gesù).

Questo costituisce uno dei motivi per cui abbiamo fatto notare la frequenza del numero 35 che segna capitoli e versetti, misure lineari e anni come a volerci dire che tutto l’insieme ha una logica, quella stessa che mi pare sottenda a quell’ordine divino con cui la storia si caratterizzava e che noi già molto tempo prima avevamo sintetizzato come “cronologia di Dio“, ben diversa da quella imposta dall’uomo che a ben guardare fa acqua da tutte le parti, come un arca umana alla deriva in un oceano di parole smentite, spesso, dai fatti, pardon, dai numeri che ci dicono che le tende a cui accenna Pietro in Lc 9,33 appartengono a Gesù, a Mosè e a Elia, quando però un’intero contesto cronologico ci parlerebbe di Noè, la cui Arca diviene in Mosè dell’alleanza, la quale diviene in Gesù croce secondo le parole della stessa esegesi cattolica citate sopra.

Elia, quindi, rimane rimane fuori contesto sia se consideriamo l’esegesi, sia se consideriamo una cronologia e un calendario, come dimostra la tabella sopra. Ci chiediamo perchè, chiediamo perchè alla luce delle innumerevoli prove si una sistematica falsificazione del testo greco attraverso cambiamenti marginali delle lettere che hanno sconvolto il calcolo ghematrico, mentre adesso apparirebbe evidente addirittura uno scambio di persona, cioè un assassinio.

Interessante sarebbe uno studio accurato dei manoscritti che magari possono ancora “tradire” (consegnarci) un Noè vittima di quel diluvio che ha devastato la Bibbia, mietendo più vittime di quello avvenuto ai tempi noachici, perchè la Parola tradita uccide più della spada e più di un maremoto.

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