Dn 9,25: il simbolo incompreso

Alla luce del post di oggi, è necessaria una nota laddove la traduzione biblica potrebbe non essere univoca e mi riferisco a Dn 9,25 che sappiamo, da questo post, essere perfettamente sincrono a Ne 6,15 perché entrambi prevedono per le mura 49 anni, tolti e tre anni in cui non si mette mano all’opera.

Dn 9,25 prevede sette settimane di anni per mura e vie, ma noi ci interroghiamo circa il termine ebraico רחוב (via) che fa coppia con mura nella visione della ricostruzione prevista da Daniele.

Il termine ebraico usato ha solo l’accezione di “via”? Potrebbe averne una che indica anche “porta”, in virtù del fatto che le porte di una città sono l’accesso alle sue vie, cosicchè il senso del versetto indichi i tempi per la ricostruzione di porta/e e mura?

In caso positivo, se chiaro quanto scritto oggi, tutto il senso delle prime sette settimane cambierebbe radicalmente, perché non si allude alle mura e alla vie, ma all’intera Gerusalemme perché le mura e le porte ne sono il simbolo, come abbiamo visto.

Se tutto ciò risultasse almeno sostenibile, l’intera tempistica della ricostruzione della città e non parte di essa andrebbe rivista e il senso di Dn 9,25 riscritto: sette settimane per la ricostruzione della città intera, cioè 49 anni a partire dal nostro 448 a.C., ma anche il 445 andrebbe, solo in questo caso, bene perché proprio lui farebbe saltare, minandolo, l’intero asse cronologico dell’esilio, facendolo scivolare verso il basso in maniera incontrovertibile, in virtù di un simbolo che riassume tutta Gerusalemme, cioè mura e porte.

Non è una ricerca difficile per coloro in possesso di un vocabolario di ebraico biblico che io non posso acquistare, perché non sarebbe più un hobby, il mio, ma il lavoro di uno studioso.

Le mura del riso

La mia presenza in un forum aperto a tutte le istanze, tanto che annovera una discussione su la Nuova cronologia di Fomenko, ha prodotto un mio intervento circa la sostenibilità del Natale dicembrino, circa il quale il blog ha una specifica categoria.

Lì vengono mossi gli appunti ai miei sforzi, che non chiamo studi né ricerche, cosicchè tutto divenga quieto, poichè si riconosce tale dignità soltanto a quelli che si fregiano del metodo scientifico, unico, a parere dei miei interlocutori, degno di rispetto, rispetto che non ha neppure un accademico russo, Fomenko, di cui noi non condividiamo il suo approccio alla cronologia biblica, ma giudichiamo sacrosante le sue motivazioni.

Alla luce di tutto ciò, cioè dell’evidente scarsa stima riconosciutami dai cultori del metodo scientifico, io chiesto ripetutamente di parlare con loro della ricostruzione delle mura di Gerusalemme per poter dimostrare che quel metodo vale solo nella misura in cui dà ragione a risultati già prima decisi e qualora quei risultati siano impugnati si grida alla pseudoscienza non senza punte di sarcasmo che noi vorremmo però riservare anche a coloro che le riservano a noi.

Infatti, dal manovale all’architetto di grido, tutti sarebbero concordi su un fatto: 52 giorni letterali per ricostruire il recinto murario di Gerusalemme che aveva subito due anni di feroce assedio e quasi 150 di abbandono (586 a.C.-445 a.C.) sono una favola che farebbe rifiutare anche un contratto faraonico alle ditte impegnate nei colossali cantieri internazionali.

Tuttavia questo non ha aperto gli occhi alla scienza, ma li ha chiusi perché altrimenti tutto l’asse cronologico che prima, cioè a tavolino, si era disegnato va in scioc e si dovrebbe dare ragione di un assurdo cronologico, cioè come sia possibile

1 che dall’editto di Ciro del 538 a.C. si debba aspettare il 445 a.C. per mettere mano al cantiere, un cantiere che, conti alla mano, parte quasi un secolo dopo, tanto che alcuni studiosi di mente aperta hanno ipotizzate nuove ma sconosciute invasioni per giustificare quello che la ragione dimostra assurdo.

2 Inoltre si deve dimostrare perché Gerusalemme dedichi il suo secondo tempio nel 515 a.C. ma lo lasci totalmente incustodito per 70 anni circa, cosa che davvero appare folle perché il cuore di Gerusalemme era il tempio, un tempio, però, alla mercé di tutti

Ecco allora ciò che noi scrivemmo in maniera più estesa a suo tempo a cui adesso aggiungiamo una nota fondamentale che rende il tutto all’ombra di una malafede che non accomuna tutti, ma alcuni (tanti?) sì, perché vantano una sensibilità biblica agitata spesso come spauracchio di fronte agli occhi dei neofiti e degli autodidatti, ma che si rivela poi, nei fatti, o assente o in malafede.

Infatti, quando in Ne 1,3 leggiamo che Neemia trova nel 445 a.C. le mura diroccate e le porte incendiate, tutti hanno colto un senso letterale come per i 52 giorni che già di per sè sono assurdi, ma se aggiungiamo questa lettura miope se non cieca divengono comici perché se non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire, altrettanto fa il cieco se non vuol vedere, non vuol vedere, cioè, che le mura e le porte non facevano parte, rimanendo diroccate, di un progetto di ricostruzione che prevedeva tutte villette a schiera con giardino per Gerusalemme, la quale, però, aveva voluto conservata la memoria della devastazione lasciando inalterate, cioè diroccate e incendiate, le mura e le porte in nome di un anno della memoria, il 586 a.C., piucchè di un giorno.

Voler far apparire, dunque, Gerusalemme un paradiso a fronte delle sue mura e delle sue porte lasciate intatte dai tempi di Nabucodonsor, rivela non solo una scarsa logica, ma anche un talento naturale per la comicità, oltre che la completa assenza di quel senso biblico che si dice svilupparsi solo con anni e anni d’inteso studio, senza profitto, però, se stiamo ai risultati.

Infatti, appare paradossalmente sfuggito il simbolo che neanche è stato colto, ma ignorato di quelle mura e di quelle porte diroccate e incendiate, altrimenti subito si sarebbe compreso il paradosso di accoglienti villette a fronte della devastazione di mura e porte.

Neemia, allora, ben lungi dal paradosso altrui, ricorre in realtà a un linguaggio simbolico, a un’espressione idiomatica per riassumere l’intera questione: quella di una città ancora devastata nel 445 a.C., divenendo così davvero inspiegabile non solo il perché, ma anche il come coloro che erano rientrati nel 538 a.C. abbiano potuto sopravvivere tra i cumuli di macerie per quasi un secolo.

Questo è il pons asinorum e qui casca l’asino scientifico che o non ha visto; o non ha capito o ha chiuso e fatti chiudere gli occhi di fronte a un simbolo che riassumeva l’intera Gerusalemme come risulta dai Salmi in cui quelle mura e quelle porte sono spesso elevate a simbolo della città di Sion.

Tanto è vero che la prova del nove della simbolicità della locuzione è nel Nuovo Testamento che mutua appieno il simbolo e ne coglie tutto il significato con Giovanni e la sua Apocalisse, perché il capitolo 21 celebra il trionfo della Gerusalemme celeste di cui solo le mura e le porte sono citate simbolicamente per sintetizzarne la natura e lo scopo.

Il capitolo 21 di Giovanni, tanto quei due elementi architettonici sono importati, è dedicato esclusivamente ad essi in termini minuziosi perché essi sono Gerusalemme, quella storica e quella celeste che innalzano, entrambe, le loro mura e e le loro porte.

Come vedete appare davvero assurda non solo una tempistica che ogni cantiere giudicherebbe folle (52 giorni per un recinto chilometrico), ma anche una lettura che anche un neofita, un autodidatta giudicherebbe così miope, da essere cieca, ma solo laddove serve, mentre in tutti gli altri casi -e dico tutti- si sono visti simboli nelle più prosaiche umane vicende.

A questa luce l’intera questione appare diversa: Gerusalemme non era ancora stata ricostruita nel 445 a.C., come non era stato dedicato il tempio. Tutto scivola, rispettivamente nel 399 a.C. per le mura; nel 418 a.C. per il tempio a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. per una assurdo senza soluzione di continuità perchè è dal 586 a.C. al 399 a.C. che va in onda Oggi le comiche

Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

Un cielo, una terra e una storia nuovi

Isaia ci parla di nuovi cieli e nuova terra che accoglieranno la giustizia eterna, stando a Pietro, e il versetto ben si presta non solo a una fama meritata, ma anche a una profonda lettura teologica e simbolica, mentre sembra sfuggire del tutto il senso storico, cioè quando ciò avverrà o sia avvenuto.

Sfugge anche se assumiamo il senso più ovvio, l’Incarnazione o la crocefissione, in ogni caso una data cardine di un Cristo che però ha persa la sua immagine storica nel dedalo delle ipotesi, tanto che di lui non si conosce un’anagrafe certa, stando al panorama degli studi attuali.

Dunque, se quel senso storico ci fosse, rimarrebbe confinato nell’alveo delle ipotesi, in attesa di una piena di studi che rimuova i detriti di un’esegesi che ci parla di Gesù ovunque, ma non sa dire esattamente dove si collochi esattamente nella storia.

Diversamente, noi lo sappiamo calare in contesto che parte anagrafico, si fa storico e diviene profetico se nasce nel 15 a.C., muore nel 35 d.C. e conclude la sua parabola profetica nelle 70 settimane di Daniele, cioè nel 39 d.C., quando Caligola pone la sua immagine nell’ala tempio, cioè nella Galleria reale, stando alla descrizione che Flavio fa del tempio, profanando l’istituzione e mettendo fine al ciclo mosaico, perché si è insediato il nuovo Melchisedec, cioè Gesù.

Il 15 d.C. potrebbe essere discusso e discutibile, ma il 39 d.C. è storia e dunque, oltre a offrire un caposaldo profetico permettendo il termine ad quem della profezia delle 70 settimane, mette noi in condizioni di fissare il termine a quo e procedere, a ritroso, nei calcoli che giungeranno all’Anno Mundi, cioè quando quegli stessi cieli e quella terra, furono creati per poi essere rigenerati in Cristo.

Dobbiamo, però, fissare una metrica che non sia nostro capriccio, ma metrica che Israele, cioè la Scrittura, stesso accetti perché sua, e questa, alla luce proprio delle 70 settimane di Daniele, non può che essere il calendario sacerdotale delle settimane, metrica non solo nota (il blog ha tracciato grazie ad essa molti capisaldi cronologici vedi il menù in home), ma che si applica anche al 39 d.C. termine ad quem della profezia di Daniele basata sulle settimane come a suggerire un senso profetico e cronologico, per un quadro che appaia sin da subito unito nel concetto e nel calcolo.

Il blog colloca l’Anno Mundi nel 3923 e dunque non rimane che sommarlo al 39 d.C. per ottenere la tranche temporale cercata che è 3923 + 39 = 3962. che noi divideremo dapprima per il ciclo lungo del calendario delle settimane, cioè 294 anni, poi calcoleremo di volta in volta scalando di 6 anni, cioè dello stesso ammontare di anni del ciclo breve per ottenere due insiemi cronologici:

quello lungo di 13 divisori che si ferma al 180 a.C.

quello breve di 30 divisori che giunge, a resto zero, al 39 d.C.

lasciando che il lettore comprenda da solo che non abbiamo fatto tornare i calcoli secondo un nostro divisore, ma seguendo alla lettera il calendario sacerdotale delle settimane, quando Gesù lo fu sacerdote, alla maniera di Mechisedec, afferma la Scrittura, per cui la perfezione che affiora da quel resto zero in una tranche che vede sì il nostro Anno Mundi, ma anche il dato storico e profetico del 39 d.C., non è casuale.

E in ogni caso non lo potrebbe essere, perché la giustizia (2Pt 3,13) eterna promessa da Daniele 9,24 e Isaia 65,17 ci parlano di Dio e non di un sacerdote che per quanto santo mai potrebbe avere prerogative divine tali da incarnare la Giustizia.

Insomma Onia III non ha nessun ruolo, mentre Gesù, confermando la profezia di Daniele, ha tutte le carte in regola affinché noi possiamo comprendere che il calcolo eseguito non solo è esatto nel numero, ma anche nella profezia, come nel simbolo.

Infatti simbolicamente quello stesso calcolo si presta a una lettura che fonde gli altri due aspetti. E’ quel 13 dei cicli lunghi e quel 30 di quelli brevi che ci parlano di un tradimento, che riconducono tutto ai vangeli dove il tredicesimo apostolo, Giuda, così lo indica la tradizione, tradisce per 30 denari profanando egli stesso il tempio, perché ne apre le porte vendendone la Giustizia, esponendosi non solo al giudizio divino, ma anche e più al castigo di Caligola, che sfregia ciò che non era più santo, cioè che non era più Legge, ma era divenuto ingiustizia, cioè l’opposto di quella eterna instaurata da Gesù e che Isaia, assieme a Daniele, avevano profetizzato.

I nuovi cieli e la nuova terra, quindi, appaiono anche nella loro storicità e non sono l’immancabile “orizzonte più alto” dell’esegesi di spicco attuale (Ravasi), ma sono a tutti gli effetti un profilo storico ben preciso che si staglia nell’orizzonte scritturale a partire dal 39 d.C. quando si alzò il sole dell’avvenire che illuminò un’altra storia: quella cristiana.

Dura lex

Nel post precedente abbiamo introdotto un’altra Pasqua, una Pasqua fuori da ogni calendario, persino il nostro, e fuorilegge. Essa infranse tutte le regole, insomma, e il sinedrio, recuperata la purità perduta a causa del suo essere guida cieca, così cieca da non riconoscere il Messia a differenza dell’intera Gerusalemme, poté officiare.

Tuttavia, proprio questo partorì il mostro o, se preferite, l’uovo lasciò intravedere il serpente perché il guscio si fece trasparente alla storia, in particolare di Israele, tanto che i fratelli Lémann con L’assemblea che condannò il Messia hanno ben illustrato il processo che permise loro di averla vinta, ma per poco.

Dicevamo, con questo, che le probabilità che quella Pasqua si sia svolta sulla falsa riga di quella che ha caratterizzato il regno di Ezechia, anch’essa fuori tempo e calendario per l’impurità dei sacerdoti, sono alte tanto che 2Cronache 30-31 ci trasmette tutte le coordinate per comprendere la nostra Pasqua, quella cioè del 35 d.C.

Azaria III, sommo sacerdote nel 630 d.C., è figura enigmatica perché alcuni lo accennano, altri lo sbagliano e altri ancora non lo traducono e questo insospettisce perché non è possibile che tutto accada in lui e nei suoi anni: prima una Pasqua di rimessa: poi un sommo sacerdote oscuro.

Tuttavia ci pare illuminante una cosa se volessimo adottare quella Pasqua nel 35 d.C.: anch’essa deve tenersi nel secondo mese e al 14 come sostiene Giovanni. E’ possibile? Se sì, con quali prove?

Beh, noi abbiamo fornito una mezza prova, cioè il modo di provare, che è calcolare la Pasqua del 630 a.C. al 14. Se essa cade di sabato abbiamo ragione, perché essa s’inserirebbe in un contesto di altissima irregolarità, quella stessa che prima di noi hanno illustrato i Lémann.

Sarebbe proprio quel sabato a dirci che sì, si adottò la stessa necessità: una Pasqua fuori calendario, perché il sinedrio aveva una fretta del diavolo e sacrificò il weekend di Pasqua per venire a capo, anzi, per avere la testa di Gesù che il Battista già l’aveva offerta.

Ma c’è dell’altro, forse c’è di più se quel secondo mese non è semplicemente iyar, ma lo ziv/zib pre-esilico quando cioè si gettarono le fondamenta del tempio salomonico (2Re 6,37), quello stesso ricostruito dopo l’esilio e che fu l’oggetto, anzi l’incipit, della prima vera schermaglia verbale tra Gesù e i farisei di fronte o all’ombra del tempio, quando Lui li minacciò: distruggete il tempio e io lo ricostruirò, cioè uccidetemi e io risorgerò (Gv 2,19-21).

Gesù fu allora che rivelò non a Gerusalemme, ma ai farisei il suo essere Messia e s’intesero alla perfezione, ed essi intesero alla perfezione perché il piano omicida era così segreto che nessuno ne era al corrente tranne loro e il Messia venturo.

Gesù nuovo ναός dunque, c’introduce in nuovo calendario e in una nuova Pasqua perché come sul Golgota furono gettate le fondamenta del nuovo Sancta Sanctorum (ναός) universale in cui si sarebbe officiato alla maniera di di Melchisedec, nello stesso secondo mese, ziv, si erano gettate le fondamenta del tempio prima davidico, poi salomonico e quel mese era il secondo, tanto che non mi meraviglierebbe, ad esempio, che il giorno esatto della posa della prima pietra, quello che 2Re 6,37 non rivela, sia proprio il 14 di ziv per una perfetta armonia tra Davide, Salomone e Gesù nuovo ναός.

E’ dunque 2Re 6,37 che fa luce, qualora quella di un programma non sia o non sia stata sufficiente a scorgere una Pasqua sui generis non solo in Ezechia, ma anche nel 35 d.C. sul Golgota. Ma qualora già quel programma avesse dato il nihil obstat e indicato così un sabato di aprile (il 30 sarebbe davvero l’ideale) tutto andrebbe a posto ed avremmo nei Lémann una ragione altrimenti sfuggente, perché inseguita nei sinottici e in Giovanni senza mai catturarla, che ci costringe ancora a chiederci: “Ma quando morì Gesù?”.

Solitamente le cornici si collocano all’inizio di un testo, ma stavolta, perdonate l’eccezione, noi, improbabili pittori, abbiamo prima disegnata la nostra tela, poi messa la cornice e di spessore, riteniamo, perché opera potente, come potente fu Roma.

Noi già da tempo sappiamo quale fu l’iter della sua evangelizzazione e forse abbiamo sciolto anche l’enigma del suo paradosso cristiano che dalle classi alte si propagò in basso, sebbene Buona novella per “beati poveri”.

Luca scrisse il resoconto ordinato di un’accurata ricerca. Offrì a Roma un testo più che un Vangelo. Solo così il palato raffinatissimo dell’impero poteva prestare attenzione a quel messaggio. Roma non apriva le porte all’ennesimo dio predicatore: aveva già un olimpo e i posti ancora liberi li aveva occupati quello greco.

Roma aveva tutto per soddisfare tutti. L’ennesima chiacchiera avrebbe annoiato e Luca lo sapeva quando offrì a Erode il suo Vangelo, documento in regola, che si rivolge agli “illustri”. Quel suo resoconto dei fatti testimonia un processo, non affabula Erode.

Un Erode che conosce Pilato, anzi, erano amici (Lc 23,12) e gli passa quel Vangelo perché Pilato era Roma. Roma che aveva raggiunta “la pienezza dei tempi”, espressione mal capita che ricordo paolina, perché significa non che Roma non poteva spingersi oltre, ma che l’umanità aveva raggiunto il suo apice.

Più oltre l’uomo non poteva e non sarebbe andato. C’è uno scibile che ci caratterizza ed è materia, dunque finitezza e Roma non era riuscita che ad affacciarsi su quel baratro che aveva davanti.

“Già, che cos’è la verità?”(Gv 18,38) questo chiede a Gesù Pilato ed questione per molti ancora aperta, perché la filosofia si muove per opinioni e teorie. Il sapere umano finisce essendo materia (di studio) seppur cerebrale e Pilato condensa il dramma in pochissime parole.

Ma quel dramma lo vive Roma, stanca di opinioni e di novità: troppo intelligente e colta per non annoiarsi e cerca la verità negli immensi confini del suo impero. Per lei l’ha trovata Pilato in una strambo predicatore di provincia che dice non solo di esserla la verità ma di essere dio e re. Pilato ha ancora più paura (Gv 19,8).

La notizia giunge a Roma perché in essa nessuno, di tutti coloro che ha conosciuto grazie alla sue conquiste, ha mai detto di sé “via, verità e vita”. Nessuno l’ha mai pugnalata al cuore e conquistata, tanto che lei si stessa si trova a vivere il motto che per altri, cioè per la “Magna” Grecia, aveva coniato: Roma capta ferum victorem cepit.

Roma, a conoscenza del processo farsa in cui i suo governatore aveva tentato in ogni modo d’impedire il compiersi di un’ingiustizia ai suoi occhi imperdonabile, affronta di nuovo quel processo. L’affronta lei, cioè la “piena di legge”, la madre del diritto che seppur romano tale era e chi aveva ucciso Gesù non aveva quel diritto, ma espresse la sua brutalità andando persino contro le proprie leggi sino a infrangere il sabato, lui (sinedrio) che per quel sabato aveva accusato la vittima.

Roma non tollerò, la sua civiltà non tollerò quella barbarie, sebbene sulle prime, legata a patti già siglati, dovette farlo obtorto collo, specie quando si scatenò la caccia al cristiano per tre anni (segno di Giona 35 d.C.-38 d.C.), fino a quando Caligola non profanò il tempio con la sua effige (38/39 d.C.).

Caligola la storia l’ha tramandato pazzo, ma non dimentichiamoci che vige una damnatio memoriae e che la storia talvolta è male detta. Sono personalmente certo che Caligola fu preso dall’ira. Lui era Roma, lui era la sua ira che prestò il corpo all’ira dei.

Non avrebbe altrimenti senso aver urtato così sfacciatamente la sensibilità di una regione già molto turbolenta con l’immagine di se stessi posta nel tempio. Fu uno sfregio perché come Roma sapeva, Caligola anche e dunque lui aprì i codici di una storia altrimenti barbarie.

Tutto questo potrebbe apparire congetturale, ma ricordo che il blog ha illustrato appieno la profezia della 70 settimane che terminano in Caligola, in ogni caso, quindi, strumento di Dio perché si compisse la profezia e si ponesse fine alla barbarie.

Dovrei aver avuto l’umiltà di leggere quanto riportano i testi riguardo a Caligola “il pazzo”, che elegge cavalli a senatori, ma chissà perché la storia mi piace così, a buon diritto.