La fornace della storia

Abbiamo, anche nella prima scaletta che segue in calce, solo introdotta quella pausa drammatica nella sequenza storica che si svolge per tranches di 497 anni, numero quant’altri mai biblico se si caratterizza per una sequenza non solo sabbatica (il numero 7), ma anche tipicamente ebraica se 497 e di per se stesso sabbatico perché prodotto della moltiplicazione di 7 per 71 e il 71 è, tradizionalmente, il numero dei membri del sinedrio, un sinedrio che sa vero Lc 21,24 in cui si legge chiaro che Gerusalemme sarà calpestata dalle genti, finché il tempo dei gentili non giungerà al termine.

Dunque quei 497 anni, che segnano una singola tranche delle 8 necessarie a giungere al 2020 (vedi prima tabella in calce) che ci ha riservato davvero un altare se si caratterizza per una pandemia globale, non rimangono lettera storica muta e nessuno può dire: ” E allora?” se ha la mascherina sul volto.

Del resto noi lo avevamo già introdotto nel 2018 il tema che avrebbe svolto il nostro secolo e ci è bastato aspettare, aspettare gli eventi per conoscere se avevamo ragione e la storia avesse innalzato il suo ottavo altare, come è stato: puntualmente.

Tuttavia, della scaletta che segue in calce, rimane da spiegare un punto che noi avevamo promesso di altissimo profilo storico e profetico e sono quei 50 anni di pausa nella metrica dei 497; una pausa che, in qualche modo, potrebbe inficiare un calcolo altrimenti preciso e che non lascia spazio al dubbio se, come ripeto, scriviamo con il gel sulle mani.

Quella pausa non si colloca a casaccio nella skyline degli altari della storia, ma congiunge il 515 a.C. al 465 a.C. date tutt’altro che anonime se l’una segna la fine del giudaismo del primo tempio perché non allora, come vogliono gli storici ma non la storia, si dedica il secondo tempio e con esso il giudaismo conseguente, ma in realtà si deporta Giosuè, sommo sacerdote che segna, lui sì, la fine di un tempo e di un tempio: il primo

Di lì, da Giosuè, si giunge, seguendo la parentesi dei 50 anni, al 465 a.C. quando, nel settimo anno di regno di Artaserse, altro protagonista biblico vittima del bullismo storico se il suo primo anno di regno si colloca nel 472-471 a.C (datazione doppia ebraica), si gettano le fondamenta del secondo tempio e si apre la storia al giudaismo anch’esso conseguente.

Tra i due tempi (515aC-465a.C.), quindi, si colloca una storia silenziosa ma drammatica perché quella parentesi fu la fornace di Babilonia dove furono gettati Sadràch, Mesàch, Abdènego e intrattenuti a colloquio con Colui che avrebbe dovuto comparire: il Messia (Dn 3).

Dunque, quella fornace fu quella di un popolo che che doveva necessariamente essere plasmato (di qui la metafora della fornace) piucchè preparato, all’avvento di Gesù e questo comportava una nuovo giudaismo che neanche è quello del secondo tempio, nella misura in cui esso fu solo propedeutico al fatto, un fatto che si compie storicamente se un’anagrafe, specie quella di un personaggio storico, è, collocandolo, essa stessa storia.

Quell’anagrafe fu il 15 a.C.-35 d.C. cioè la vita di un Messia atteso che scelse, per sè, il nome di Gesù. Adesso sono importanti due cose da notare:

la prima, che quel 15 a.C. e quel 35 d.C. ripropongono la parentesi se necessitano 35 anni per giungere dal 465 a.C. al 500 a.C. e da lì, aggiunti altri 15 anni il 515 a.C. della deportazione di Giosuè, cosicchè l’avvento messianico diviene annuncio a un popolo che visse la fornace di Babilonia dal 515 a.C. al 465 a.C. speculare, per somma, al 15 a.C. al 35 d.C.

la seconda, è la presenza, in quella fornace, di tutta la storia di un popolo a venire: quello messianico, se Sadràch, Mesàch e Abdènego, furono sì tre giovani, ma più ancora ed esattamente, le tre epoche che gli Ebrei successivamente vissero:

quella achemenide-persiana

quella ellenista

e quella romana

che trasformarono il giudaismo davidico e post davidico in messianico.

Quella fornace, dunque, fu certamente una parentesi drammatica in una storia in fondo già scritta, ma più ancora purificarono un popolo aggiungendo, paradossalmente, elementi spurii in una cultura e una religione altrimenti chiusa in una Legge che non si sarebbe diversamente compiuta.

Quei 50 anni di pausa nella storia e che scrivono gli altari fu dunque necessaria per preparare quella messianica, e Sadràch, Mesàch, Abdènego rappresentano l’intero giudaismo, del primo e del secondo tempio che giunse a compimento, sebbene rimanesse ancora aperta la ferita di una Gerusalemme “città aperta”, cioè calpesta dalle genti, finché il tempo dei gentili non fosse terminato (Lc 21,24).

Ma anche qui è facile, se l’albero davidico cade sotto l’ultimo colpo d’ascia inferto nel 500 a.C (vedi qui ma anche la seconda tabella in calce), quando ogni speranza di salvare la storia di Davide fini con l’ultima definitiva e disperata deportazione ad opera di Nabucodonsor. E’ facile dicevo, contare: 2520-500=2020, cioè sommare 2520 anni (a tanto ammontano i sette tempi della profezia omonima in Dn 4,16 come conferma anche la Watch Tower) al 500 a.C. e capire, forse, un altro aspetto di una pandemia biblica.

ALTARI

1510 a.CAram, primo altare-497
1012 a.C.Davide uccide Golia.-497
515 a.C.Deportazione di Giosuè: fine del giudaismo del primo tempio
a.C.-515-465 a.C. Parentesi esilica50 anni
465 a.C.Si gettano le fondamenta del secondo tempio-497
32 d.C.Inizio del ministero pubblico di Gesù.+497
529 d.C.Chiusura della dell’Accademia filosofica di Atene+497
1026?+497
1523 d.C.Lutero pubblica come si debbano istruire i ministri (è questa l’origine di Trento, della madre di tutti i concili?)+497
2020Covid

DEPORTAZIONI BABILONESI

I° ANNO DI REGNO DI NABUCODONOSOR (IV° DI JOAKIM)523 a. .C. (Ger. 25,1)
VII°  ANNO: PRIMA DEPORTAZIONE516 a. C. (Ger. 52,8)
XVIIII°  ANNO: SECONDA DEPORTAZIONE505-504 a. C. (Ger. 52,12)
XXIII°  ANNO: TERZA DEPORTAZIONE500 a. C. (Ger. 52,30)

Dn 9,25: il simbolo incompreso

Alla luce del post di oggi, è necessaria una nota laddove la traduzione biblica potrebbe non essere univoca e mi riferisco a Dn 9,25 che sappiamo, da questo post, essere perfettamente sincrono a Ne 6,15 perché entrambi prevedono per le mura 49 anni, tolti e tre anni in cui non si mette mano all’opera.

Dn 9,25 prevede sette settimane di anni per mura e vie, ma noi ci interroghiamo circa il termine ebraico רחוב (via) che fa coppia con mura nella visione della ricostruzione prevista da Daniele.

Il termine ebraico usato ha solo l’accezione di “via”? Potrebbe averne una che indica anche “porta”, in virtù del fatto che le porte di una città sono l’accesso alle sue vie, cosicchè il senso del versetto indichi i tempi per la ricostruzione di porta/e e mura?

In caso positivo, se chiaro quanto scritto oggi, tutto il senso delle prime sette settimane cambierebbe radicalmente, perché non si allude alle mura e alla vie, ma all’intera Gerusalemme perché le mura e le porte ne sono il simbolo, come abbiamo visto.

Se tutto ciò risultasse almeno sostenibile, l’intera tempistica della ricostruzione della città e non parte di essa andrebbe rivista e il senso di Dn 9,25 riscritto: sette settimane per la ricostruzione della città intera, cioè 49 anni a partire dal nostro 448 a.C., ma anche il 445 andrebbe, solo in questo caso, bene perché proprio lui farebbe saltare, minandolo, l’intero asse cronologico dell’esilio, facendolo scivolare verso il basso in maniera incontrovertibile, in virtù di un simbolo che riassume tutta Gerusalemme, cioè mura e porte.

Non è una ricerca difficile per coloro in possesso di un vocabolario di ebraico biblico che io non posso acquistare, perché non sarebbe più un hobby, il mio, ma il lavoro di uno studioso.

Le mura del riso

La mia presenza in un forum aperto a tutte le istanze, tanto che annovera una discussione su la Nuova cronologia di Fomenko, ha prodotto un mio intervento circa la sostenibilità del Natale dicembrino, circa il quale il blog ha una specifica categoria.

Lì vengono mossi gli appunti ai miei sforzi, che non chiamo studi né ricerche, cosicchè tutto divenga quieto, poichè si riconosce tale dignità soltanto a quelli che si fregiano del metodo scientifico, unico, a parere dei miei interlocutori, degno di rispetto, rispetto che non ha neppure un accademico russo, Fomenko, di cui noi non condividiamo il suo approccio alla cronologia biblica, ma giudichiamo sacrosante le sue motivazioni.

Alla luce di tutto ciò, cioè dell’evidente scarsa stima riconosciutami dai cultori del metodo scientifico, io chiesto ripetutamente di parlare con loro della ricostruzione delle mura di Gerusalemme per poter dimostrare che quel metodo vale solo nella misura in cui dà ragione a risultati già prima decisi e qualora quei risultati siano impugnati si grida alla pseudoscienza non senza punte di sarcasmo che noi vorremmo però riservare anche a coloro che le riservano a noi.

Infatti, dal manovale all’architetto di grido, tutti sarebbero concordi su un fatto: 52 giorni letterali per ricostruire il recinto murario di Gerusalemme che aveva subito due anni di feroce assedio e quasi 150 di abbandono (586 a.C.-445 a.C.) sono una favola che farebbe rifiutare anche un contratto faraonico alle ditte impegnate nei colossali cantieri internazionali.

Tuttavia questo non ha aperto gli occhi alla scienza, ma li ha chiusi perché altrimenti tutto l’asse cronologico che prima, cioè a tavolino, si era disegnato va in scioc e si dovrebbe dare ragione di un assurdo cronologico, cioè come sia possibile

1 che dall’editto di Ciro del 538 a.C. si debba aspettare il 445 a.C. per mettere mano al cantiere, un cantiere che, conti alla mano, parte quasi un secolo dopo, tanto che alcuni studiosi di mente aperta hanno ipotizzate nuove ma sconosciute invasioni per giustificare quello che la ragione dimostra assurdo.

2 Inoltre si deve dimostrare perché Gerusalemme dedichi il suo secondo tempio nel 515 a.C. ma lo lasci totalmente incustodito per 70 anni circa, cosa che davvero appare folle perché il cuore di Gerusalemme era il tempio, un tempio, però, alla mercé di tutti

Ecco allora ciò che noi scrivemmo in maniera più estesa a suo tempo a cui adesso aggiungiamo una nota fondamentale che rende il tutto all’ombra di una malafede che non accomuna tutti, ma alcuni (tanti?) sì, perché vantano una sensibilità biblica agitata spesso come spauracchio di fronte agli occhi dei neofiti e degli autodidatti, ma che si rivela poi, nei fatti, o assente o in malafede.

Infatti, quando in Ne 1,3 leggiamo che Neemia trova nel 445 a.C. le mura diroccate e le porte incendiate, tutti hanno colto un senso letterale come per i 52 giorni che già di per sè sono assurdi, ma se aggiungiamo questa lettura miope se non cieca divengono comici perché se non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire, altrettanto fa il cieco se non vuol vedere, non vuol vedere, cioè, che le mura e le porte non facevano parte, rimanendo diroccate, di un progetto di ricostruzione che prevedeva tutte villette a schiera con giardino per Gerusalemme, la quale, però, aveva voluto conservata la memoria della devastazione lasciando inalterate, cioè diroccate e incendiate, le mura e le porte in nome di un anno della memoria, il 586 a.C., piucchè di un giorno.

Voler far apparire, dunque, Gerusalemme un paradiso a fronte delle sue mura e delle sue porte lasciate intatte dai tempi di Nabucodonsor, rivela non solo una scarsa logica, ma anche un talento naturale per la comicità, oltre che la completa assenza di quel senso biblico che si dice svilupparsi solo con anni e anni d’inteso studio, senza profitto, però, se stiamo ai risultati.

Infatti, appare paradossalmente sfuggito il simbolo che neanche è stato colto, ma ignorato di quelle mura e di quelle porte diroccate e incendiate, altrimenti subito si sarebbe compreso il paradosso di accoglienti villette a fronte della devastazione di mura e porte.

Neemia, allora, ben lungi dal paradosso altrui, ricorre in realtà a un linguaggio simbolico, a un’espressione idiomatica per riassumere l’intera questione: quella di una città ancora devastata nel 445 a.C., divenendo così davvero inspiegabile non solo il perché, ma anche il come coloro che erano rientrati nel 538 a.C. abbiano potuto sopravvivere tra i cumuli di macerie per quasi un secolo.

Questo è il pons asinorum e qui casca l’asino scientifico che o non ha visto; o non ha capito o ha chiuso e fatti chiudere gli occhi di fronte a un simbolo che riassumeva l’intera Gerusalemme come risulta dai Salmi in cui quelle mura e quelle porte sono spesso elevate a simbolo della città di Sion.

Tanto è vero che la prova del nove della simbolicità della locuzione è nel Nuovo Testamento che mutua appieno il simbolo e ne coglie tutto il significato con Giovanni e la sua Apocalisse, perché il capitolo 21 celebra il trionfo della Gerusalemme celeste di cui solo le mura e le porte sono citate simbolicamente per sintetizzarne la natura e lo scopo.

Il capitolo 21 di Giovanni, tanto quei due elementi architettonici sono importati, è dedicato esclusivamente ad essi in termini minuziosi perché essi sono Gerusalemme, quella storica e quella celeste che innalzano, entrambe, le loro mura e e le loro porte.

Come vedete appare davvero assurda non solo una tempistica che ogni cantiere giudicherebbe folle (52 giorni per un recinto chilometrico), ma anche una lettura che anche un neofita, un autodidatta giudicherebbe così miope, da essere cieca, ma solo laddove serve, mentre in tutti gli altri casi -e dico tutti- si sono visti simboli nelle più prosaiche umane vicende.

A questa luce l’intera questione appare diversa: Gerusalemme non era ancora stata ricostruita nel 445 a.C., come non era stato dedicato il tempio. Tutto scivola, rispettivamente nel 399 a.C. per le mura; nel 418 a.C. per il tempio a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. per una assurdo senza soluzione di continuità perchè è dal 586 a.C. al 399 a.C. che va in onda Oggi le comiche

Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

Un cielo, una terra e una storia nuovi

Isaia ci parla di nuovi cieli e nuova terra che accoglieranno la giustizia eterna, stando a Pietro, e il versetto ben si presta non solo a una fama meritata, ma anche a una profonda lettura teologica e simbolica, mentre sembra sfuggire del tutto il senso storico, cioè quando ciò avverrà o sia avvenuto.

Sfugge anche se assumiamo il senso più ovvio, l’Incarnazione o la crocefissione, in ogni caso una data cardine di un Cristo che però ha persa la sua immagine storica nel dedalo delle ipotesi, tanto che di lui non si conosce un’anagrafe certa, stando al panorama degli studi attuali.

Dunque, se quel senso storico ci fosse, rimarrebbe confinato nell’alveo delle ipotesi, in attesa di una piena di studi che rimuova i detriti di un’esegesi che ci parla di Gesù ovunque, ma non sa dire esattamente dove si collochi esattamente nella storia.

Diversamente, noi lo sappiamo calare in contesto che parte anagrafico, si fa storico e diviene profetico se nasce nel 15 a.C., muore nel 35 d.C. e conclude la sua parabola profetica nelle 70 settimane di Daniele, cioè nel 39 d.C., quando Caligola pone la sua immagine nell’ala tempio, cioè nella Galleria reale, stando alla descrizione che Flavio fa del tempio, profanando l’istituzione e mettendo fine al ciclo mosaico, perché si è insediato il nuovo Melchisedec, cioè Gesù.

Il 15 d.C. potrebbe essere discusso e discutibile, ma il 39 d.C. è storia e dunque, oltre a offrire un caposaldo profetico permettendo il termine ad quem della profezia delle 70 settimane, mette noi in condizioni di fissare il termine a quo e procedere, a ritroso, nei calcoli che giungeranno all’Anno Mundi, cioè quando quegli stessi cieli e quella terra, furono creati per poi essere rigenerati in Cristo.

Dobbiamo, però, fissare una metrica che non sia nostro capriccio, ma metrica che Israele, cioè la Scrittura, stesso accetti perché sua, e questa, alla luce proprio delle 70 settimane di Daniele, non può che essere il calendario sacerdotale delle settimane, metrica non solo nota (il blog ha tracciato grazie ad essa molti capisaldi cronologici vedi il menù in home), ma che si applica anche al 39 d.C. termine ad quem della profezia di Daniele basata sulle settimane come a suggerire un senso profetico e cronologico, per un quadro che appaia sin da subito unito nel concetto e nel calcolo.

Il blog colloca l’Anno Mundi nel 3923 e dunque non rimane che sommarlo al 39 d.C. per ottenere la tranche temporale cercata che è 3923 + 39 = 3962. che noi divideremo dapprima per il ciclo lungo del calendario delle settimane, cioè 294 anni, poi calcoleremo di volta in volta scalando di 6 anni, cioè dello stesso ammontare di anni del ciclo breve per ottenere due insiemi cronologici:

quello lungo di 13 divisori che si ferma al 180 a.C.

quello breve di 30 divisori che giunge, a resto zero, al 39 d.C.

lasciando che il lettore comprenda da solo che non abbiamo fatto tornare i calcoli secondo un nostro divisore, ma seguendo alla lettera il calendario sacerdotale delle settimane, quando Gesù lo fu sacerdote, alla maniera di Mechisedec, afferma la Scrittura, per cui la perfezione che affiora da quel resto zero in una tranche che vede sì il nostro Anno Mundi, ma anche il dato storico e profetico del 39 d.C., non è casuale.

E in ogni caso non lo potrebbe essere, perché la giustizia (2Pt 3,13) eterna promessa da Daniele 9,24 e Isaia 65,17 ci parlano di Dio e non di un sacerdote che per quanto santo mai potrebbe avere prerogative divine tali da incarnare la Giustizia.

Insomma Onia III non ha nessun ruolo, mentre Gesù, confermando la profezia di Daniele, ha tutte le carte in regola affinché noi possiamo comprendere che il calcolo eseguito non solo è esatto nel numero, ma anche nella profezia, come nel simbolo.

Infatti simbolicamente quello stesso calcolo si presta a una lettura che fonde gli altri due aspetti. E’ quel 13 dei cicli lunghi e quel 30 di quelli brevi che ci parlano di un tradimento, che riconducono tutto ai vangeli dove il tredicesimo apostolo, Giuda, così lo indica la tradizione, tradisce per 30 denari profanando egli stesso il tempio, perché ne apre le porte vendendone la Giustizia, esponendosi non solo al giudizio divino, ma anche e più al castigo di Caligola, che sfregia ciò che non era più santo, cioè che non era più Legge, ma era divenuto ingiustizia, cioè l’opposto di quella eterna instaurata da Gesù e che Isaia, assieme a Daniele, avevano profetizzato.

I nuovi cieli e la nuova terra, quindi, appaiono anche nella loro storicità e non sono l’immancabile “orizzonte più alto” dell’esegesi di spicco attuale (Ravasi), ma sono a tutti gli effetti un profilo storico ben preciso che si staglia nell’orizzonte scritturale a partire dal 39 d.C. quando si alzò il sole dell’avvenire che illuminò un’altra storia: quella cristiana.