In nome della serva

Alla luce del post di ieri sera, quello che fa luce sul rapporto, vero, tra la Scrittura e le donne, emerge un aspetto triste, perché ogni capolavoro, quale è il Vangelo di Luca, ha il suo anonimo, in questo caso, la sua anonima.

E’ un po’ come in certi film in cui l’anonimo, relegato in un ruolo marginale della trama, si rivela poi protagonista, perché il suo nome rivelerà la sua identità.

E’ il caso dell’emorroissa che, facente parte integrante della genealogia lucana, che si compone di nomi maschili e femminili, solo lei però non ha più un nome, sebbene in origine ce lo avesse, per il semplice fatto che tutti gli altri e tutte le altre ce l’hanno.

Dunque, se la condizione femminile sinora vissuta è dovuta alla Bibbia essa stessa “stuprata” (padre A. Maggi), sull’emorroissa è calata la mannaia di una censura che assurge a simbolo, perché con lei sono precipitate anche le donne nell’anonimato.

Il suo riscatto, quindi, significa il riscatto da una condizione di soggezione che i Vangeli, in particolare quello lucano, erano ben lungi dall’attribuire, ma ha fatto comodo un “sopra” e un “sotto” karmasutrico e di chiesa, cosicché l’ordine fosse legge, non Giustizia, non Scrittura.

Dare di nuovo un volto e un nome all’emorroissa, all’eroina della Scrittura, significherebbe, allora, fare Giustizia, non vendetta, a una donna e a un genere, quello femminile, che con lei ha sofferto di un anonimato ex cathedra.

Sarebbe davvero bello che io o altre sapessimo rivelare il volto e il nome della serva, cioè dell’emorroissa, affinché il capolavoro lucano ci riservi un finale da favola.

Tutte le donne di Luca

La condizione femminile nella Bibbia tutta si risolve, per lo più, in Genesi dove sta scritto che l’uomo soggiogherà la donna, sebbene come punizione piucché come condizione.

Poca influenza ha Maria che credo sia calata, e molto, anche nella frequenza del nome, forse perché proprio lei è assurta a icona di una condizione femminile di umile serva come recita il Magnficat.

Non è nelle nostre capacità far pace tra le parti, cioè tra la Scrittura e le donne, tuttavia possiamo offrire un compromesso, illustrando un caso alquanto singolare che trae origine dalla genealogia lucana, quella che solo il blog offre corretta e il post ne sarà un’ulteriore prova.

La genealogia lucana è questa e si snoda nei secoli seguendo metriche che abbiamo già illustrato e che sono riassunte nella tabella. Tuttavia essa non è esaurita, perché noi abbiamo contato tutte le donne che sono presenti, anche e proprio quelle che i Vangeli, censurati, omettono, in primis Maria, poi l’emorroissa e comprese, nell’Antico, le grandi madri.

Il totale che è emerso è 7 per 84 generazioni totali (nella tabella il conto si era fermato a Maria, poi abbiamo aggiunto Gesù e l’emorroissa per un totale da Davide all’emorroissa di 45 generazioni) che distribuiscono 12 generazioni per ogni donna (84:7=12).

Abbiamo, allora, 3 numeri (84-7-3) che non sono a caso perché:

il 7 è altamente simbolico e significa perfezione, nonché ricorrente nei vangeli (Giovanni e Apocalisse)

12 sono sì le tribù d’Israele, ma anche il numero del collegio apostolico

mentre 84 sono gli anni di Anna (Lc 2,36), l’ultima profetessa e la prima a riconoscere il Messia, cioè Gesù. Questa nota sugli anni di Anna, tra l’altro, è esclusivamente lucana e questo la inserisce ancor più nella sua genealogia.

Anche a primissima vista, dunque, le donne della Bibbia non sono in un angolo genealogico, anzi, hanno un ruolo di primissimo piano se distribuiscono gli ascendenti e discendenti maschili secondo una proporzione ferma al numero 12 vetero e neo testamentario (tribù e apostoli).

Le 84 generazioni su cui si distribuiscono le donne, invece, ci parlano di Anna, cioè della profezia messianica che fu vissuta nell’Antico Testamento come condizione femminile, tanto che è nel Nuovo, con l’emorroissa che diviene fertile, che tale condizione si compie perché esce dall’attesa dei profeti per concepire una città: Gerusalemme.

Mi rendo conto che l’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma noi rimandiamo alle categorie di Anna e a quella dell’emorroissa per ulteriori ragguagli, adesso invece ci preme far notare che il significato dei numeri simbolo non si esaurisce qui, perché a noi è venuta voglia di conoscere quale mese del calendario sacro sia il settimo se le donne sono 7 e riassumono in loro l’intera attesa messianica.

Quel mese è Tishri, ma chiamato i 1Re 8,2 Ethanim, quando cioè la promessa fatta a Davide di una “casa per il signore” si compie. Infatti l’intero capitolo 8 di 1Re è dedicato al trasporto e all’ingresso dell’arca dell’alleanza nel tempio.

Questo significa che “il signore ha attuata la parola che aveva pronunziata” (1Re 8,20) cioè che l’attesa è finita e l’arca, come il Messia, hanno fatto ingresso nel Santissimo.

Non a caso, quindi, quell’attesa termina con Anna che fu la prima a riconoscere il Bambino, perché in Anna percola tutta quanta l’attesa messianica vissuta come condizione femminile che trae origine da Adamo per poi svilupparsi nel grembo della storia di Israele fino all’emorroissa che pone i presupposti del parto, cioè crea le condizioni per cui Gerusalemme possa riconoscerlo legalmente.

Un ultima nota importantissima sul numero 7 delle “donne di Luca”: Anna non a caso aveva “vissuto 7 anni dalla sua verginità” con il marito (Lc 2,36) perché quello stesso versetto c’istruisce sul numero delle generazioni lucane (84) dando il filo (7 anni per 7 donne nella genealogia) di una genealogia e di una operazione matematica che attribuisce non 12 donne a ciascun uomo, ma 12 uomini a ciascuna donna, forse per dirci quanto erano Grandi.

 che

Una storia di donne

Fra le tante o poche, dipende dai punti di vista, leggende nere che aleggiano sulla Scrittura ce n’è una particolare: essa è misogina, tanto che spesso si è sollevata una questione femminile all’interno della Bibbia, questione che nasce già in Genesi, sebbene conseguenza di un peccato al femminile, quello di Eva.

E’ tutta riassunta in un verbo, cioè ti “dominerà” (Gn 3,16) riferito all’uomo che rende la Bibbia maschile, se non maschilista. Certo, l’uomo, anche al di là di questo, la fa da padrone, quasi che Dio risenta del “tempo” e come la società è dell’uomo, così la donna.

Ma è così a ben guardare? o possiamo andare oltre un senso comune per comprendere quello che a prima vista è celato? Che ne è, ad esempio, dello spirito di Dio (rùakh) che aleggia sulle acque, quello stesso che genera l’universo? Perché il lemma è al femminile?

Penso che non possiamo dare una risposta o almeno io non ce l’ho, ma posso mettere a frutto la nota del genere, del genere femminile Creatore e vedere se sviluppa, all’interno della Scrittura, un tema biblico, affinché della misoginia se ne faccia un fascio che erba lo era già.

E’ Luca l’evangelista delle donne, Luca “il toro” stando all’antropomorfismo, quasi un rito della fertilità, se nel toro si compendia il mito e la divinità magari di regioni vicine e pagane, sebbene quel mito divenga in Luca, medico, Vangelo.

Egli, Luca, non a caso, allora, propone una genealogia, una discendenza frutto di quella fertilità che lo caratterizza già con l’episodio dell’emorroissa che guarisce, magari sotto i suoi occhi, dalla sterilità e che per questo assurge a simbolo di una Gerusalemme in attesa.

L’emorroissa era una città malata incapace di un Messia sinché non lo tocca, sinché la scienza non cede al miracolo; sinché la ragione non cede alla fede.

Quell’episodio è del 34 d.C. e informa un Vangelo atteso dal 23 d.C. per 11 anni di attesa messianica frenetica e angosciosa, ma poi αθα (è venuto) per una lettura ghematrica di un perfetto che è perfetto, un 11 che segna la gestazione avvenuta tra il 23 d.C. e il 34 d.C.

Per questo il taglio che Luca dà al suo Vangelo e centrato sull’ultimo anno di vita di Gesù: si era compiuta la promessa, l’emorroissa era guarita e Gerusalemme, divenuta fertile, finisce la sua attesa messianica che già era vissuta la femminile

Il 23 è un numero cardine in Luca e fa riferimento al salmo, il salmo del Divin pastore perché sino all’ora “pecore senza pastore”, cioè Gerusalemme senza Messia.

Ma 23, in Luca, è anche l’ammontare di una generazione nella sua genealogia da Davide in poi, come vedremo e questo significa che da Davide a Gesù tutte le generazioni che si succedono scalano di 23 anni, mentre prima procedevano per valori diversi rendendo oltremodo articolata -e complessa- la sua genealogia, che ha una logica ben distante dalla sola funzione sinora attribuita: la lista degli antenati di Gesù.

Infine 23 sono anche i “libri” che si succedono dai quattro vangeli in poi stando al Canone e questo è molto importante per noi che avevamo dubitato della legittimità di Paolo. No, ci ricrediamo e scusiamo sinceramente, perché Paolo è Vangelo, è 23, perché con lui si compone un canone neo testamentario che è metà di quello vetero (46, tenete bene a mente questo paragrafo: tenteremo di leggere il futuro) e che sta lì a dirci che se l’Antico e attesa, i Vangeli sono compimento, mentre da Atti in poi è predicazione, perché il Divin pastore è alla testa di un gregge “condotto fuori” (Gv 10) cioè nella Storia.

Ecco, tutto questo è l’ambito in cui si colloca la questione femminile, un ambito di spessore a cui la genealogia di Luca da solidità, come da solidità a una nostra e solo nostra datazione: l’Anno Mundi del 3923 che sviluppa, da lì, tutta la genealogia lucana che si muove per tranches diverse di epoca in epoca, affinché possiamo capire che un eventuale resto zero di un calcolo non è frutto del caso, ma di un ordine e di una logica, magari tutta femminile, se Dio è espresso in Genesi, nella Creazione, con
rùakh, femminile di genere.

Infatti da Dio (rùakh) si giunge a Maria. Vediamo come attraverso l’ausilio della nostra tabella generazionale lucana.

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Come potete vedere i valori delle generazioni cambiano. Luca non è Matteo che fissa a 35 anni ogni generazione. Luca varia di tema perché il tema, generazionale, varia e la storia che riassume è di volta in volta diversa, tanto che sarà opportuno, in futuro, occuparci di quella storia espressa ora con una generazione di 106 anni; ora di 74 anni; ora di 58 anni e infine di 23 anni perché laddove c’è un ordine c’è un senso, magari teologico se già questo emerge con gli estremi di quella genealogia: Dio (rùakh) e Maria che stanno li a dirci di uno spirito generante e di una rigenerazione: dello Spirito e di Maria o, se volete, dello Spirito di Maria (i teologi non sorridano per favore: sono digiuno di concetti e di parole, per cui invito proprio loro, in particolare i teologi mariani, a rivisitare la genealogia lucana sotto questo profilo).

Potrebbe apparire un discorso non campato in aria ma, come lo spirito, aleggiante sulle acque, cioè altamente instabile, ma che ne sarebbe se, alla luce della complessa articolazione della genealogia lucana, noi facessimo i conti? Se abbiamo scritto che da Dio (rùakh ) si giunge a Maria passando attraverso tutta una genealogia che varia di scala in scala, sarebbe possibile ottenere nel nostro calcolo addirittura un resto zero se già la teologia, magari, ci dava ragione? Insomma ottenere un risultato perfettamente in linea con un esegesi matematica che si pretende biblica?

Sì è possibile, alla luce dell’Anno Mundi che si colloca nel 3923 e della generazione di Maria nel 23 d.C. (vedi tabella sopra) per una differenza che è 3900 che noi divideremo per giubilei (50 anni) ottenendo l’agognato resto zero, laddove, per 3900 anni, era stato un trionfo di cifre che variavano nel tempo e nei valori.

Sono 78 (3900:50=78) i giubilei che separano l’Anno Mundi da Maria, perfettamente 78, anche se crediamo che forse a ben guardare potrebbero essere addirittura 77 per un simbolismo in cifre ancora più stringente nei calcoli e nei significati.

E’ quel resto zero che c’informa su un compimento di tempi e di generi (femminile) da l’Anno Mundi a Maria; da una generazione a una ri-generazione, cioè da un origine a un fine: Gesù, che ebbe una madre nello Spirito (rùakh ) e nella carne Maria, aprendo una questione femminile tutta nuova all’interno della Scrittura che si compone di 46 libri vetero testamentari: 4 Vangeli e 23 di “Atti”.

Sapendo però che l’Anno Muindi è del 3923 e che i vangeli narrano della predicazione successiva al ministero pubblico è giocoforza immaginare anche qui un calcolo, per altro facile sebbene proiettato nel futuro molto prossimo, cioè:

dall’Anno Mundi al ministero (3923+31)=3954 Anno Mundi per 46 Libri dell’Antico Testamento.

“Atti” cioè la predicazione, sotto la forma di Lettere e Apocalisse, degli apostoli, che ne è la metà (23 Libri).

Dunque 1977 (3954:2=1977) anni di Predicazione dal 35 d.C. scalando quindi quattro, cioè i quattro anni (3 anni e mezzo in realtà) di ministero.

Dunque 1977+35=2012

Leggendo, poi, quest’ultima data come 20 e 12, cioè 2020 e 12, quando cioè finiranno gli 8 (888 ghematria greca di Gesù) anni di torbidi (2012-2020) e si riunirà di nuovo il Collegio apostolico (12) sotto l’egida del Divin pastore.

Abbiamo letto il futuro, dunque, e secondo il nostro fondo di caffè manca un anno: portate pazienza: si promette tremendo, ma c’est la vie

La ragione e la fede di un’attesa

Nel post recedente abbiamo appena introdotto la diversa natura cronologica dell’Attesa messianica vista da Luca e da Giovanni, quando l’uno ferma il tempo al 34 d.C.; l’altro al 32 d.C.

Sono due diversi episodi che determinano la differenza, ma proprio perché diversi riflettono le due diverse nature dei rispettivi vangeli: storico quello di Luca che nasce dopo “un’accurata ricerca e un resoconto ordinato”; teologico quello di Giovanni che vive un’unica grande Pasqua.

Infatti se nel primo si referta la storia alla luce della guarigione dell’emorroissa, fatto medico, nel secondo quell’attesa messianica finisce con la resurrezione di Lazzaro che fa da pendant alla Resurrezione.

Luca, medico, fu pragmatico uomo di scienza e non indulse alla teologia; Giovanni si china sul petto di Gesù e ne sente il battito teologico facendo del Vangelo un resoconto “raffinato” piucchè accurato.

Questo però non significa che le due opere si contraddicano: tutt’altro. Le due opere, come abbiamo spiegato sopra, nascono diverse per natura e scopo e dunque quell’Attesa segna una fine che non coincide, sebbene in entrambi precisa cronologicamente, solo che l’uno guarda al taglio storico; l’altro a quello teologico.

Detto questo possiamo introdurre una tabella che sintetizza l’intero periodo, cioè da Mosè al 34 d.C., tabella che riassume tutto dimostrando che quell’Attesa nasce nel deserto e giunge all’Emorroissa rendendola ancor più donna se Anna la profetessa fu l’ultima della sua stirpe e il suo sguardo concluse quello profetico proiettato nel futuro.

Vorremmo dire che “la Legge e i profeti fino a Giovanni” (anche qui), ma quest’ultimo, per sua stessa ammissione, non fu Elia, non fu profeta, ma solo voce di quel deserto (Gv 1,21-23) che aveva concepito il Messia e dunque ciò che lo ha reso celebre, ciò che ne ha fatto The voice per antonomasia, si arricchisce di una sfumatura messianica che attinge all’esperienza esodale mosaica di cui fu sintesi e araldo, ma non profeta: lui stesso lo ammette facendo così di Anna l’ultima della stirpe.

 

CRONOLOGIA DELL’ATTESA MESSIANICA
 
Mosé Profeti  Luca Giovanni
1425 a.C. 1425 a.C. ”            “ ”            “
945 a.C. 945 a.C. ”            “ ”            “
465 a.C. 465 a.C. ”            “ ”            “
  63 a.C. ”            “ ”            “
15 a.C. 15 a.C. ”            “ ”            “
    15 d.C. ”            “
    23 d.C. ”            “
      32 d.C.
    34 d.C.  
       

Scorsa la tabella, che richiede la conoscenza cronologica del blog altrimenti mi sarebbe impossibile impostarla con i mezzi e le capacità di cui dispongo, passiamo a dire che sì, Luca e Giovanni sono diversi in quell’Attesa, ma confluiscono perché immissari del Lago di Tiberiade. l’uno per una lunghezza di 34 km; l’altro 32 km, si può dire

Confluiscono nel lago in virtù di Isaia 21,11 passo celebre che annuncia il giorno chiedendo l’ora della notte, una notte che gli apostoli hanno passata invano pescando niente (Gv 21). Dunque quella notte riassume quella messianica dell’attesa, quando però sarà il giorno fruttuoso, sarà la Resurrezione, il Cristo vivo sulla riva.

Infatti Is 21,11 riassume le cifre che caratterizzano Luca e Giovanni perché 11 sono gli anni che dal 34 d.C. permettono di raggiungere il 23 d.C. sintesi del salmo del Divin pastore.

Vero è che l’emorroissa soffriva, stando all’attuale Vangelo di Luca, da 12 anni ma più esatta è la nota di 11 anni quella che permette tutto quanto detto, linkando, nel paragrafo precedente, in particolare la nota del perfetto (è venuto).

Per quanto riguarda il 21 mi pare addirittura ovvio: 21 è il capitolo della Pesca miracolosa e deve leggersi 777 per un simbolismo che trae il suo più importante significato in croce avendo scritto che il Vangelo di Giovanni è una Grande passione.

Dunque il braccio lucano del lago si ferma al 34 d.C.; quello giovanneo al 32 d.C. ma entrambi confluiscono alimentando il Lago di Tiberiade di cui ci siamo occupati a suo tempo diffusamente (vedi categoria 153).

Ed è a Tiberiade che la notte finisce e quel pescato miracoloso, 153 grossi pesci, conduce ad Alcimo colui che distrusse il Cortile interno del tempio e così distrusse l’opera profetica (1Mac 9,54).

In Gesù e in quel pescato non c’è la stessa demolizione, ma il compiersi della voce dei profeti e la profezia lascia il posto alla Rivelazione che per primo Giovanni scorge, come la scorge per primo nei vangeli se ferma al 32 d.C. mentre Luca al 34 d.C.

Vorremmo anche brevemente accennare che Tiberiade è luogo d’elezione dopo il grande salto del Vangelo di Giovanni che abbiamo detto avere le caratteristiche di un fiume che nasce quieto, invisibile per poi, man mano, crescere d’intensità fino alla Passione dove s’immerge carsicamente riaffiorando sulle sponde del lago per una scena idilliaca di Resurrezione.

La distanza della barca dalla riva, cioè da Gesù, misura in metri 888,75 quando 888 è la ghematria greca di Gesù; stesso dicasi delle misure del cortile del tempio che se ridotte al cubito romano ammontano a 888 cm.

Come vedete siamo all’interno di un contesto storico e teologico con l’Attesa messianica vissuta da Luca e Giovanni, un’Attesa che fu quindi ratio e fides che ebbe la sua sintesi in una cornice idilliaca.

Ps: chiedo scusa se il post da per scontato molto, persino troppo, ma se ogni volta dovessi spiegare punto per punto il blog entrerebbe in una logica esponenziale insostenibile.

Il giorno, il mese e l’anno

Dopo aver affrontato la pericope dell’emorroissa, mi è sorto un dubbio: come mai leggiamo che soffriva di perdite da 12 anni (Lc 8,43), ma i calcoli quadrano con 11?

La prima  cosa che ho pensata è che esista una logica di conto che ancora ci sfugge e può essere; poi ho pensato all’errore di un copista che in fondo 11 si memorizza, nell’attimo prima di scrivere, come 12 ed è facile, quindi, sbagliare; ma da ultimo mi sono ridotto a pensare il falso, perché tutto si presta a una falsificazione “di fino”, in nome del promoveatur ut amoveatur per cui si è fatta poesia e teologia laddove era calcolo secco.

“Così è migliore, è migliore 12 che rende onore agli apostoli!” cosa vera, ma rimane il fatto che getta fuori asse non un capitolo, non una pericope, ma un intero Vangelo, se esso s’ispira a una musa: l’emorroissa che è importante  non solo conoscere, ma ancor più rispettare -e alla lettera- come vedremo.

Il 12 truffaldino, salvo smentite, sostituisce l’11 lucano e impedisce di collegare il 23 d.C al 34 d.C. con esattezza, quando accadde di tutto a Gerusalemme e a Luca che, da Dottore, divenne apostolo e dai ferri passò alla penna, mettendo mano a un’opera che si rivelerà ciclopica: la conversione di Roma per una filiera scritturale che inizia dall’emorroissa, poi “tocca” Gesù; poi converte Luca; poi scrive un Vangelo; poi giunge a Erode e da lì a Pilato e, infine, è edita a Roma spaccando il mondo con un best seller.

Come vedete, il contesto è di primissima importanza e deve essere rispettato alla lettera, anzi, nel numero che è 11 e poco c’azzecca quel 12 teologico che onora gli Apostoli che, al contrario, ne hanno ricevuto danno sebbene promossi a 12 che già lo erano e per di più contenti, tranne uno (forse due).

23 d.C. e 34 d.C. sulla ruota di Gerusalemme, insomma, ambo secco sognato a causa della sterilità di una donna, che fece vincere a una città intera una fortuna, senza considerare gli 11 anni che li separano e che riassumono l’intera questione e l’intera attesa messianica, così lunga e tribolata che l’emorroissa ne è simbolo; ma poi  αθα “è venuto”, il Signore è venuto, venuto in un contesto, bene attenti, di “pecore senza pastore” (Mc 6,34) quando quel 23 d.C. richiamava già la metafora agreste con un salmo, il 23 appunto, che è quello del “Divin Pastore” per un trait d’union evangelico che solo la Scrittura sa offrire.

Sì, perché Mc 6,34 ha tutto scritto: ha scritto l’anno, il mese e il giorno dell’arrivo del pastore e dello sposo di Gerusalemme se il mese di Elul, sesto del calendario sacro, richiama, col suo etimo, Il Cantico, quando dell’anno già sappiamo ed è il 34 d.C. che infatti emerge da quel contesto disperso come un gregge con il versetto 34 del capitolo 6 di Marco.

Un 6 che è mese del calendario sacro, è Elul ma, di nuovo badate bene, Elul segue Ab/Av quando noi sappiamo che Egli allora è nato, cioè nel suo venticinquesimo giorno (il nostro 10 agosto).

Adesso noi vediamo una criptografia in quel 6 di Mc 6,34, vediamo riassunta, in germe, anzi in sperma trattandosi dell’emorroissa che poi concepisce, tutta una cronologia che istruisce quella filiera evangelica riassunta sopra e che collega l’emorroissa alla conversione di un impero, anzi, dell’Impero per eccellenza: quello romano.

Noi vediamo, infatti, sesto mese (primo giorno o secondo giorno se mese di 29 giorni) del 34 d.C. per una datazione che diviene 1-2/6 (Elul)/34 d.C., cioè 6 giorni dopo il giorno di nascita, avvenuta il 25/5(Ab)/ 15 a.C. che, se collocata, appunto, al venticinquesimo giorno di Ab/Av, colloca quel sesto giorno al primo o secondo giorno di Elul (mese di 29 giorni), quando accadde di tutto e l’emorroissa/Gerusalemme guarì per aver toccato con mano Gesù, uscendo da un’ansia messianica che aveva cercato di esorcizzare con le cure del caso, ma era mal d’amore e pure lei, come Giulietta, gridava “o Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?” e stentava a crederci, fino a che non giunse all’ombra del Suo manto uscendo dal cono d’ombra e di malaffare del sinedrio. 

Una musa evangelica

Avevamo scritto che il tema lucano è ben lungi dall’essere esaurito e infatti ai nostri occhi si presenta un argomento sinora solamente sorvolato, ma che è della massima importanza: il ruolo dell’emorroissa, che non fu solo malata, non fu solo paziente, ma costituì forse il caso più illustre di un detto che è verità: dietro a un grande uomo si scorge sempre la sagoma di una grande donna ed ella fu l’emorroissa.

Non ne conosciamo il nome, sebbene certi che non sia anonima, non sia  cioè una donna di popolo, se non fosse altro perché aveva speso tutti i suoi averi, quando mi sembra ovvio dire che li aveva spesi perché li possedeva. Dunque donna dell’alta borghesia, diremmo oggi, benestante economicamente, ma malata e nessuno riuscì a guarirla, tranne Gesù appena sfiorato in un ultima disperata speranza.

Già sappiamo da Luca che ella era malata da 12 anni, quando il suo Vangelo si occupa dell’ultimo anno, cioè del 34/35 d.C., anno in cui forse fu scritto il Vangelo lucano come cercheremo di spiegare.

Tale Vangelo pone la questione cristiana sul tavolo dell’élite gerosolomitana perché nasce in essa, nasce con l’emorroissa che apparteneva a quella classe, la quale conosceva il suo calvario, per cui la guarigione miracolosa non fu una delle tante vox populi, ma l’establishment fu sicuro: si tratta di un miracolo e dunque Gesù è il Cristo, il Messia.

Il clamore che la notizia suscitò fu enorme o almeno tale da coinvolgere in prima persona Luca che ad essa, all’upper class, apparteneva e forse aveva avuto in cura lui stesso la donna. E di Gesù si parlò tanto perché anche Erode s’interroga: “Chi è costui se il Battista l’ho fatto decapitare?” (Lc 9,9).

Ma come Erode tutti, tutti volevano sapere di Gesù ed ecco la necessità di un Vangelo che non sia “favola”, ma ricerca e resoconto ordinato (Lc 1,3) sia, cioè, scientifico, divulgabile e discutibile, sia pure nell’accezione più bassa, ma introdotta, però, nella classe sociale più alta, quella che conosce, frequenta ed è imparentata col sinedrio e dunque si forma quella vena di scollatura istituzionale su cui Luca prenderà la mira e dividerà il potere politico da quello religioso.

Questo è il necessario contesto alla nascita di un Vangelo, cioè alla nascita stessa del cristianesimo, perché fenomeno refertato storicamente da una ricerca e un resoconto ordinato che può giungere a Roma, all’olimpo sociale e culturale del mondo che sapeva tutto, ma non conosceva la Verità (Gv 18,38) la quale non prese le vesti di una delle tante novità partorite dall’impero, ma indossò i panni regali della scienza.

Se il 34/35 d.C. è il taglio di un Vangelo alla moda (un classico, però, essendo scritto quel Vangelo secondo i canoni scientifici della ricerca e dell’ordine) è facile calcolare quando l’emorroissa si ammalò, cioè 12 anni prima nel 23 d.C. e allora la ghematria ci di nuovo di grande aiuto se essa segna un
יגהה
 (Os 5,13)  che significa “né cura” cioè incurabile fermo lì, lo ripeto, a 23 come il 23 d.C. fu, lo abbiamo scritto, l’anno dell’insorgere della malattia della donna che presta il significato del simbolo a qualcosa di molto più profondo: Gerusalemme era, in realtà, malata.

Essa viveva un’attesa interminabile che aveva scaldato persino gli animi, facendone una delle capitali più turbolente. Ma quel Messia non veniva, come l’emorroissa  non concepiva, sebbene tutti gli sforzi profusi fisicamente, psicologicamente ed economicamente.

Ella era davvero Gerusalemme e il Vangelo di Luca la elegge a simbolo di una malata, disperata attesa messianica, finché all’ombra del tempio non si sostituì quella del manto di Gesù che bastò sfiorare.

Fu allora, cioè nel 34 d.C., che tutto fu chiaro alla luce di una guarigione del tutto insperata, anzi, impossibile e, grazie a lei, di Gerusalemme che poté gridare μαραν αθα “nostro signore è venuto” quando, però, è il perfetto del verbo che ci illumina è cioè “è venuto”, perché αθα ha un valore di 11 per cui dal 23 d.C. , insorgere della malattia, si aggiungono 11 anni per capire quando lo ha fatto, quando è venuto, cioè nel 34 d.C.

Noi abbiamo scritto ieri i motivi per cui lo reputiamo non solo l’anno del taglio lucano al suo Vangelo; non solo l’anno della guarigione, ma adesso anche l’anno in cui “nostro Signore è venuto”, perché tutta Gerusalemme cadde in preda al miracolo in virtù dell’emorroissa, certamente conosciuta da tutti come da tutti era conosciuto il suo calvario e non era una voce senza fondamenta quella che giunse alle orecchie di tutti: essa era fondata in cielo e per questo fondò una religione grazie a Luca e alla sua musa, non più paziente.

Ps: ricordo che 23 anni sono la scala cronologica della genealogia lucana da Gesù a Davide, come ricordo che numera il salmo 23 del “divin pastore” che “è venuto”. 

Luca? Troppo forte!

luca

Completeremo con questo post quello precedente dedicato alla cronologia del Vangelo di Giovanni che non procede per Pasque, o meglio, non solo procede grazie ad esse, ma dipana il Verbo seguendo anche una cronologia interna sinora sconosciuta riassunta da questo schema.

Per affrontare l’argomento, mi sono recato in camera di mio padre che sarebbe stato lusingato da una notizia del genere, sfuggita a lui e a tutti i parenti che hanno sangue Mucci, un’eredità che rende oltremodo responsabili attingendo i propri antenati a Luca, San Luca evangelista, tribù di Giuda, come abbiamo sommariamente introdotto in psychiatricred.

E’ un argomento complesso, dalle mille sfaccettature che necessariamente, quindi, necessita d’introdurlo nuovamente cercando il profilo di Luca, cioè chi fosse e cosa abbia fatto, prima di addentrarci nel suo ruolo di evangelista, a nostro parere assolutamente non compreso, perché fu lui il più grande evangelizzatore, in assoluto, perché se Paolo è l’evangelista delle genti, Luca lo fu del mondo, dell’impero romano e dunque della storia che spaccò a cornate, quasi fosse un Sansone neo-testamentario, tanto era “forte”, sì, forte, come diremmo oggi, quanto un top player.

La sua figura umana nasce prima di quella evangelica, perché sicuramente convertito, ma come e perché? Innanzi tutto dobbiamo ricordare che era medico e apparteneva all’ordine e questo vedremo che è molto importante.

Poi, sempre a fronte del titolo, noi gli attribuiamo l’episodio dell’emorroissa, per alcuni in modo arbitrario, per altri forse fatto accettabile, se si crede la Scrittura ispirata e dunque organizzata nella lettera (testo) e numero (capitoli e versetti) tutte cose che guidano l’esegesi del suo Vangelo.

L’episodio dell’emorroissa è al capitolo 8 e sempre in 8,43 si legge che ella soffriva di perdite da 12 anni. Questo blog ha dato un preciso taglio cronologico a Luca, scrivendo chiaramente che egli si occupa, sin dal capitolo 9, dell’ultimo anno di predicazione, in virtù di uno sguardo storico e scientifico dettato dalla sua forma mentis che sa cogliere i tratti salienti, se non altro perché rivolto, il suo Vangelo, all’illustre Teofilo e dunque senza una finalità meramente divulgativa.

Ma se l’ultimo anno è quello di cui si occupa Luca, è presto fatto il conto per chi volesse conoscere la datazione dell’episodio dell’emorroissa: 35-12=23 d.C. e questo lo colloca nel periodo in cui Gesù era “solo” un personaggio noto, forse un maestro famoso.

Αρχόμενος lo fu dal 15 d.C. e quindi tutto scivola in avanti di 8 anni, fino al 23 d.C., rispetto alla nascita della Sua stella pubblica, creando le basi per un’armonia tra il capitolo dell’emorroissa (8) e gli anni dalla sua ascesa, sempre 8 dicendoci indirettamente che quell’episodio è suo, suo perché la Scrittura “criptografata” glielo attribuisce inequivocabilmente (la stessa scala cronologica della sua genealogia si muove con 23 anni come 23 d.C. fu l’anno dell’episodio trattato) e casomai sono gli altri evangelisti che attingono a lui, lui Dottore, lui intellettuale, lui abile nella penna e nel conto.

Se l’emorroissa è sua, diventa chiara anche la vicenda personale di medico, magari di fama, che si converte, perché aveva avuto l’emorroissa come paziente, tanto che il suo Vangelo ne imposta il profilo del fatto con i conti della sua lunga malattia (12 anni) e la numerazione del capitolo (8) conferendo il primato a Luca, come abbiamo scritto.

Ovvio, allora, che Luca sia in possesso della cartella clinica e sappia che la scienza medica si è arresa nel suo caso e niente ha potuto, lasciando tutto nelle mani di Dio, anzi nella Sua veste che, se toccata, sprigiona potenza e guarisce, guarisce laddove i medici hanno fallito.

Luca, da uomo di scienza, comprende che è di fronte al miracolo: è la scienza che glielo dice e deve credere a lei e a se stesso: è innegabile come il caso era incurabile e sorge in lui il travaglio tra l’essere scienziato od avere di più, avere il miracolo, cioè ciò che va oltre la scienza superandola.

Egli sceglie il miracolo, sceglie Gesù e si converte ma, badate bene, non era uno scherzo: si veniva gettati fuori dalla sinagoga (Gv 9,22), scomunicati ipso facto, cioè, e si finiva sul lastrico.

Ma Luca ha trovato la perla e vende il suo campo (Mt 13,44 ), cioè fa carta straccia dei diplomi, ma non della sua cultura che ancora lo fa Dottore, un laureato diremmo oggi e magari a pieni voti.

Adesso inizia la parabola evangelica del Dottor Luca che scrive all’Illustre Teofilo, non a caso, e noi ci chiediamo chi fosse, domanda ancora aperta e considerata inutile, ma sbagliando, perché in quel personaggio c’è Luca e tutto il ruolo che ha avuto nella Scrittura e nella storia, perché lui convertì l’impero, convertì il mondo, spaccò la storia a cornate.

Per comprendere chi fosse “l’illustre” dobbiamo indagare il suo Vangelo e capire che lui solo riferisce il colloquio tra Gesù ed Erode, lui solo. Poi Erode spedisce Gesù a Pilato e questi divennero, da quel giorno, amici (si noti che il colloquio con Erode avviene al capitolo 23, come l’anno 23 d.C. è quello dell’emorroissa, per un’armonia già descritta sopra). Perché?

Gesù conosce Pilato anche nel Vangelo di Giovanni e lì l’alta teologia giovannea esprime uno dei suoi vertici quando riferisce che Pilato s’interroga sulla verità. “Che cos’è la verità?” anche se non è corretta, a nostro avviso, la traduzione, che ne richiederebbe una a senso e dovrebbe apparire “Già, cos’è la verità?”.

Questo perché l’impero era tutto lo scibile, l’umanità aveva raggiunto il mare e non poteva andare oltre: ciò che c’era da sapere era saputo, ma sfuggiva la verità. E’ nella completezza delle opinioni che l’impero aveva espressa che si comprende quell’interrogativo così sfuggente perché non opinione, ma verità.

Ecco allora una dinamica storica, piucché una predicazione. La cultura si veicola, il sapere si trasmette e questo cambia il mondo, cambia la storia. Erode ha conosciuto Gesù e gli è rimasto impresso, forse a causa del suo silenzio nonostante le domande a raffica di Erode.

Forse il monologo si concluse con un sorriso beffardo, quello che conferì a Gesù una splendida veste regale: “Toh, vuoi essere re? Eccoti la veste, pazzo che non sei altro!” ma non lo dimenticò e chiese, chiese a un suo pari, a un acculturato che la gente ne dice tante…

Chiese a Luca quel “resoconto ordinato” frutto di “accurate ricerche” e Luca lo fece e glielo presentò, ed ecco che la Storia prende forma, si veicola, si divulga perché quel Vangelo, resoconto accurato e frutto di ricerche, giunge anche nelle mani di Pilato, l’amico, un Pilato che aveva incontrato ciò che Roma mai aveva visto: la Verità.

Adesso c’era una risposta all’interrogativo e Roma poteva sapere, più di quanto essa stessa ritenesse possibile. E lo seppe, lo seppe grazie al ritorno in patria di Pilato stesso che, come governatore della Giudea, una delle regioni più turbolente dell’impero, era certamente uno dei migliori e come tale era l’upper class romana a cui fu data la notizia: la Verità esiste.

Questo spiega il paradosso romano: l’evangelizzazione non fu un fatto di popolo, ma dalle classi alte si propagò in basso, perché semplicemente il  Vangelo giunse “lassù” nell’Olimpo sociale e culturale, sconvolto alla notizia che fece clamore e certamente si allestirono tavole rotonde, come  avremmo fatto noi.

La storia, insomma, era già cambiata, avendo il Vangelo cambiato Roma. Il mondo non fu più come prima, adesso c’era un avanti Cristo e un dopo Cristo; c’erano le tenebre e c’era la luce; c’era la menzogna, ma c’era anche la Verità.

Luca ha fatto tutto questo, Luca il Toro, la cui forza intellettuale mutua il simbolismo sansoniano, perché se l’Antico Testamento è la Legge e la sua forza cogente, il Nuovo diviene Buona novella. Se Sansone è la forza fisica, quella stessa forza diviene in Luca intellettuale, ma non perde vigore, non perde potenza, anzi, la moltiplica fino a spaccare il mondo e la sua storia.

Non è Luca che si evolve divenendo cristiano, ma è l’uomo che dalla brutalità passa alla civiltà e questo Roma lo percepisce, perché essa stessa civile in un mondo barbaro. E’ la sensibilità della sua cultura che permette l’innesto per una “coltura” nuova: cristiana.

Questo è Luca, Luca non a caso il Toro, perché ci voleva la stessa forza per un’impresa del genere, mai riuscita a nessuno: convertire un impero con una “ricerca accurata e un resoconto ordinato”: un tesina, insomma.

A margine vorrei proporre, senza consultare internet, una ghematria che proverebbe tutto, proverebbe, cioè, l’opera di Luca e il ruolo di Erode se Erode fosse scritto Αρωδε per un valore ghematrico di 910 cioè il 910/909 a.C. anno in cui il regno davidico si divide secondo la nostra cronologia.

Noi lo abbiamo scritto: fu Erode a passare il Vangelo a Pilato e dunque a dividere Roma, a dividere, cioè, il mondo e la sua storia. Se quell’Αρωδε fosse attestato avremmo la prova che tutto quanto abbiamo scritto è vero e Luca sarebbe da-vero “troppo forte”, un top player, nel suo “campo”.