46, Il tempo, il tempio e il sommo sacerdozio.

Ci siamo già occupati del numero 46 biblico e abbiamo fatto notare che esso regge un intero impianto simbolico e cronologico. Partiamo da quest’ultimo riassumendo per sommi capi la questione della tempistica del secondo tempio che nasce da Gv 2,20-21 in cui leggiamo che occorsero 46 anni per la sua ricostruzione.

Infatti dal  nostro settimo anno di regno di Artaserse (464 a.C.), quando rientra Esdra con il compito di ristabilire il culto, passano esattamente 46 anni per raggiungere il 418 a.C. “sesto di Dario” secondo quando si ha notizia della fine dei lavori. Abbiamo affrontato tutto qui e chi vuole può approfondire.

Dunque quei 46 anni indicati da Giovanni sono cronologici, mentre tutta la simbologia (noi la definiamo così per brevità, ma vedremo che essi esprimono un profilo storico fondamentale) si concentra non solo nel valore ghematrico di לוי (Levi) cioè della classe sacerdotale; non solo nelle occorrenze di ναός (Sancta Sanctorum) che sono 46; non solo negli anni esatti di Gesù al momento del colloquio con i farisei al tempio, ma anche attraverso una nota che poteva emergere solo alla luce degli ultimi due post, dedicati alla fine del regno di Giuda, un regno che fu monarchia, ma che fu anche sacerdotale nella misura in cui il sommo sacerdozio era la carica più alta al pari della monarchia, tanto che il tempio non era solo il luogo di culto di elezione, ma il simbolo di un intero popolo che lì aveva il suo cuore pulsante.

Per questo abbiamo parlato, alla luce di quel 64/63 a.C. che vede nascere la nuova provincia di Siria e morire Giuda come monarchia e come classe sacerdotale, della fine di un regno e di un culto, una fine senza ritorno che ha lasciato spazio solo alla speranza. Tant’è che proprio nella ghematria di σαβαχθάνι (hai abbandonato) il dramma è espresso in tutte le sue tinte, perché tale ghematria è 874 quando gli anni dal primo sommo sacerdote che abbia officiato nel tempio consacrato (Zadok, 938/937 a.C.) a Giovanni Ircano II, primo sommo sacerdote del nuovo corso romano, cioè al 64/63 a.C. passano esattamente 874 anni, dicendoci che l’identità tra il valore ghematrico di σαβαχθάνι e lo 874 cronologico non è casuale, ma esprime tutta la storia, tutta.

Una storia che fu sommo sacerdotale tra Zadok e Giovanni Ircano e che conferma, nel numero esatto dei sommi sacerdoti che si sono succeduti, la simmetria del numero 46 biblico se, come mostra wiki, quei sommi sacerdoti furono esattamente 46, considerando  lo sfuggente sommo sacerdote dopo Alcimo.

Dunque il tempio (ναός) non “ha solo 46 anni” alla luce di Gv 2,20-21, perché esso fa ruotare tutta la sua storia, nella pietra che lo costruisce e nel sommo sacerdozio che vi officia, attorno a un numero, il 46, che disciplina il secolo (cronologia) e la fede (sommo sacerdozio), stabilendo una simmetria profondissima tra l’una e  l’altra, confermando a noi che la datazione attuale, ferma al 515 a.C.  per la dedicazione a fronte però di un editto di Ciro del 538 a.C., sarà pure quanto di più scientifico si possa leggere, ma niente ha di biblico, perché la Bibbia ha altri numeri, un’altra storia e, permettetemi, un’altra fede.

[table id=4 /]

Artaserse I, tra l’altare il tempio

artaserseQuesto post, nelle sua premessa, scommette su un valore ghematrico, quello che dovrebbe emergere dal lemma ebraico di Artaserse che non riportiamo, perché affidiamo il post a coloro che sono più capaci di noi.

Proponiamo, dunque, una ricerca, non solo del lemma nel suo valore ghematrico, ma anche di altri aspetti che appartengono alla genealogia lucana e al secondo tempio, come vedremo.

Noi ipotizziamo, per la ghematria ebraica di “Artaserse”, un valore di 1510, quando ce ne hanno consigliato uno di 1610 che potrebbe però dipendere dall’ebraico, che ha più forme di scrittura.

Se il valore esatto fosse 1510, sin da subito si capisce che esso si colloca nel primo altare elevato, quello di cui ci siamo occupati in un post precedente e questo è molto importante alla luce della genealogia lucana che colloca Aram in quel 1510 a.C.

Un Aram dalla cui generazione all’Anno Mundi segna 2413 anni (3923-1519=2413) che a sua volta è il valore ghematrico di υψωσητε che significa “avrete innalzato” (Gv 8,28), cosa che ordina, con “i loro altari” (מזבחתם) tutta la storia, anch’essa remota, che sarebbe stata scritta nei millenni a venire. Infatti

2020 d.C. -497 ?
1523 d.C. -497 Lutero pubblica come si debbano istruire i ministri

 

1026 d.C. -497 ? (magari chi conosce quel periodo è venuto a capo dell’interrogativo9
529 d.C. -497 Chiusura della dell’Accademia filosofica di Atene
32 d.C. -497 Inizio del ministero pubblico di Gesù. Hanno termine la Legge e i profeti (Lc 16,16)
465 a.C. Si gettano le fondamenta del secondo tempio
465 a.C.-515 a.C. +497 Esilio
 

1012 a.C.

 

+497 Davide uccide Golia. Spodestando Saul chiude l’epoca dei giudici inaugurando quella monarchica
1510 a.C. Aram, si eleva il primo altare

Aram, etimologicamente, significa “luogo elevato” come levati sono gli altari e si eleva agli altari, dunque ci parla del tempio e del suo altare, cioè della storia e della sua salvezza, del piano divino che essa descrive e anticipa.

Ecco allora che da Aram a Davide, il primo della lista genealogica lucana, passano 8 generazioni di 58 anni, come dimostra la tabella seguente:

[table id=17 /]

8 generazioni di 58 anni disegnano un arco di tempo di 464 anni cioè quegli stessi, in cifra, che vedono il getto delle fondamenta del secondo tempio (464 a.C.) secondo la nostra cronologia che ne ha fatto un caposaldo.

Ma quel 464 a.C. fu il settimo anno di regno di Artaserse, sempre secondo la nostra cronologia e questo riconduce alla ghematria proprio di Artaserse di cui parlavamo in apertura.

Crediamo, allora, che quella tranche cronologica e genealogica, descriva un’epoca nelle epoche, perché collega il primo altare al secondo tempio costruito in 46 anni, come scrive espressamente Gv 2,20.

Si deve assolutamente notare come, già al corrente delle grandi linee del calcolo, noi avevamo evidenziato il ruolo del ramo femminile, ruolo che appare fondamentale nel calcolo dell’intera genealogia lucana, perché senza di esso si perderebbe.

Tuttavia avevamo ipotizzato che tale ramo non necessariamente debba essere calcolato e infatti quelle 8 genearazioni di 58 anni considerate non lo includono ponendo di fronte alla ricerca un’interrogativo: perché?

Noi non sappiamo dare risposta, ma siamo certi che gli esperti delle questioni legate al tempio, magari al suo servizio, sapranno indicare perché Luca escluda, dalla sua genealogia, il ramo femminile, quando propone questa particolare cronologia che si sviluppa dal 1510, ghematria di Artaserse, fino al 464 a.C. seppur indicativo, nel senso che gli anni che passano dal 1510 sono collegati a Davide attraverso il 464 che fu anche il 464 a.C. segnante le fondamenta del secondo tempio nel settimo anno di regno proprio di Artaserse.

Insomma c’è del lavoro da svolgere per coloro che volessero venire a capo della questione, che crediamo interessante non solo alla luce di Luca e della sua genealogia, ma anche alla luce di una cronologia che indica il primo altare della storia e le fondamenta del secondo tempio di cui siamo davvero curiosi di conoscerne la relazione.

Concludo dicendo che quel 515 a.C. come anno della dedicazione del tempio post esilico, appare, se abbiamo ragione circa la ghematria ebraica di “Artaserse”, in tutta la sua brutalità, perché corpo estraneo alla storia vera ed editto di un re fantoccio,Ciro, messo lì alla bisogna, incapace di qualsiasi ruolo nella storia, sua e di un popolo, gli Ebrei che, c’è poco da dire, hanno officiato in ben quattro altari su sette e sempre da soli.

L’ombra del tempio

ombraTorniamo ad occuparci delle occorrenze del numero 46 proponendo la nostra datazione del regno di Davide e la lettura ghematrica di לוי (Levi) capostipite, con Aronne, del sacerdozio e della omonima tribù.

Partiamo dalla prima occorrenza che si aggiunge agli altri casi presentati e riassunti in calce. La nostra datazione del regno di Davide si differenzia molto da quella attualmente adottata che lo vuole re a Ebron 7 anni e per quaranta a Gerusalemme.

Noi, segnando il primo anno di regno a Ebron nel 995 a.C.  e il primo anno di regno a Gerusalemme nel 989 a.C. contiamo 6 anni a Ebron e 40 a Gerusalemme senza neanche sostarsi molto da 2Sam 2,11 che indica un regno di 7 anni e mezzo a Ebron (infatti noi presumiamo 6 anni e mezzo).

Di per sé quasi nota insignificante quell’anno di differenza, ma a ben guardare fondamentale perché ci parla di un regno di Davide di 46 anni (995-46=949) e questo lo aggiunge alle occorrenze del numero 46 che sempre più appaiono non casuali, ma di assoluto rilievo tanto da giustificare un ricorso così frequente nella cronologia e nei lemmi.

L’altra importantissima considerazione è che quei 7 anni a Ebron e quei 33 a Gerusalemme canonici e accademici, sono un falso, un falso scritturale alla luce dell’evidente simmetria che quei 46 anni hanno con un contesto che ci parla di 46 anni come metrica neo e vetero testamentaria, come i 46 anni di Gesù riportati da Gv 2,20, le occorrenze di ναός (Sancta Sanctorum) e Σατανας (Satana) e da ultimo לוי (Levi, per tutte le altre vedi tavola in calce) .

Quei 46 anni complessivi di regno non sono, insomma, casuali nell’ottica di un Davide padre e di un Gesù “figlio di Davide” che come tale ne eredita il regno, un regno di 46 anni, sia stando alla cronologia dei Re, sia stando all’anagrafe di Gesù che contava 46 anni al momento del dialogo -meglio drammatico alterco, come vedremo- con i farisei al ναός (Gv 2,19-21).

Questo aspetto ci permette d’introdurre il secondo punto, cioè la ghematria di Levi (לוי) che è 46 e questo ci dice che nel 32 d.C. coesistevano in Gerusalemme, cioè in Israele, due 46, ossia due sacerdozi: l’uno era quello di Gesù, nuovo Melchisedec (Eb 7,17); l’altro sacerdotale, cioè la classe dei sacerdoti, i leviti che avevano il compito di sorvegliare il tabernacolo, dunque il ναός, all’ombra del quale non a caso si affrontarono.

Il dialogo che lì si tenne non fu tale, lo abbiamo accennato, ma si trattò di un redde rationem tra Lui, nuovo Mechisedec e la casta. L’impossibilità di un compromesso risulta evidente dai toni: “Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere”, cioè  “Uccidetemi, e io risorgerò”.

Insomma i toni sono più che accesi perché di mezzo ci sarà un omicidio e per di più rituale, cioè per mano di quegli stessi sacerdoti, perché così doveva compiersi la profezia e la promessa. Involontariamente, infatti, i sacerdoti si prestarono al compiersi della profezia di Daniele, quella delle 70 settimane, in cui l’unto senza colpa, l’agnello pasquale sarà ritualmente immolato.

Credo che solo alla luce di quel 46 Gv 2,19-21 assuma tutto lo spessore che merita, poiché non è solo un alterco, ma un violentissimo scontro, un faccia a faccia non con Dio, sulla scorta di Mosè, ma con chi si credeva Dio, cioè con una casta che non potendo risolvere il problema pensa sin da subito di eliminarLo, perché guardiana del tabernacolo cioè, metaforicamente,  dell’ortodossia ebraica.

Ecco, abbiamo aggiunte altre due occorrenze del numero 46 che risulta sempre più capace di far luce nella Scrittura con le sue occorrenze. Stavolta crediamo consigli anche il cinema, perché fa di Gesù uno solo contro tutti e dunque non più santino verginale e sofferente che, in preda a un delirio, si assume le colpe dell’umanità, ma eroe tragico che affronta il suo destino violento senza battere ciglio e pubblicamente, cioè all’ombra del tempio che assume tutti i contorni di un presagio.

[table id=4 /]

Gv 2,20 e il Ναός, tutto il tempo che occorre

Dedicherò un post veloce al nuovo argomento, confidando nell’esperienza che ormai il lettore magari si è fatta del contenuto del blog, in cui il numero 46 è una miniera, per altro forse lontana dall’essere esplorata del tutto.

In calce potrete consultare una veloce tabella sulle sue occorrenze, mentre adesso ci occuperemo di un’altra sua occorrenza neo testamentaria, quella di ναός, che viene segnata a 46 secondo NSBA e KJV Greek concordance .

Questo è molto importante alla luce di Gv 2,20 in cui Gesù sfida a distruggere il tempio che altro non è che il Suo corpo, un tempio e un corpo, quindi, che sono stati costruiti in 46 anni.

Dovremmo ripercorrere tutte le tappe percorse relative a quest’identità tra anagrafe di Gesù e cronologia del secondo tempio, ma linkeremo a questo post dove illustro la dinamica di quei 46 anni alla luce dell’anagrafe gesuana e alla luce della cronologia del secondo tempio che ne ripercorre le tracce, fermi entrambi a 46 anni.

Adesso dobbiamo far notare che il fatto che coincidano le occorrenze di ναός e gli anni di Gesù significa che nell’ottica neo testamentaria non solo quel ναός è Gesù come abbiamo sempre scritto, ma che entrambi avevano un’eta identica.

Gesù e il ναός sono la stessa cosa e ciò fa risultare falsa, quindi, anche alla luce delle occorrenze, sia la tempistica del tempio adottata dagli studiosi ferma su una ricostruzione del 537 a.C. e una dedicazione del 515 a.C. che non può in nessun modo far salvi i 46 anni; sia l’anagrafe di Gesù perchè quei 46 anni introducono al Cristo cinquantenne di Giovanni, Policarpo e Ireneo ben lontano da quello tradizionale che ha smarrito persino sè stesso non fornendo un’anagrafe certa dopo duemila anni di cristianesimo.

Tale anagrafe emerge sicura, invece, non solo alla luce dei nostri studi, ma anche alla luce delle occorrenze (46) che ci parlano di un’identità tra ναός e Gesù ferma ormai da molto tempo sui 46 anni, per cui i 6 post che sinora abbiamo dedicato alle occorrenze bibliche confermano non solo quanto il blog ha sempre sostenuto circa l’identità che si cela in Gv 2,20, ma anche che le occorrenze hanno aperto un nuovo filone d’indagine, se non di studio, nei Vangeli.

Siam agli inizi, insomma, e il gioco, mi pare, prometta bene se si assume la nostra cronologia, che avrà mille difetti ma mi pare l’unica che sappia proporre un’alternativa scritturale a un contesto cronologico imposto, talvolta addirittura oltre la ragione. Non paiano assurde, allora, le nostre occorrenze in chiave cronologica che spesso stabiliscono nei fatti relazioni interne al testo biblico non sbagliate, casomai mai esplorate.

 

46

 

 

Gv 2,20

Gli anni necessari alla ricostruzione del secondo tempio
Gli anni di Gesù al momento del dialogo con i farisei presso il ναός
Le occorrenze di ναός nei Vangeli
Acrostico Ἀδάμ (Adamo, S. Agostino)
Ghematria di Ελια
Ghematria ebraica di אֵלֶ֚יהָ י (Elia)
I libri dell’Antico Testamento
Le occorrenze di Σατανας nella Bibbia (Nuova Riveduta)

Satana e le sue occorrenze bibliche

paneriniE’ di stamattina il post in cui abbiamo introdotto l’indagine sulle occorrenze dei lemmi vetero e neo testamentari. Crediamo di aver fornito se non due prove almeno due validi indizi per una ricerca sistematica. Adesso ce n’è un terzo e illumina l’antagonista di Gesù, se i primi due post erano concentrati su Gesù e la sua sorte, cioè la crocefissione (vedi categoria “occorrenze” nel menu).

Satana, infatti, ricorre 46 o 47 volte dipendentemente dall’edizione. La Riveduta indica 46 volte ed è l’edizione che già ci era stata d’aiuto quando dovemmo fa luce su Azaria sommo sacerdote che nessuno vuole tale. Per cui la assumeremo di nuovo dandogli ragione: 46 volte è citato Satana nella Bibbia.

Il numero 46 lo abbiamo già incontrato ed è fondamentale, tanto che ne proporremo uno schema in calce, ma per adesso è necessario ricordare che esso ricorre in Gv 2,20 quando si narra della tempistica del tempio, per altro con toni accesi, perché Gesù svela le intenzioni dei farisei minacciando la Sua resurrezione.

Sta di fatto che in quel passo satana esce dall’immaginario biblico per assumere connotati umani, cioè si fa persona nel rapporto organico che lo lega allo spirito del male, che come tale non è imputabile, mentre è imputabile la persona fisica che mette in atto la sua volontà.

La lotta fra Gesù e satana non si consuma solo nel passo giovanneo, ma abbiamo notizia dai sinottici delle tentazioni, mentre in altri passi si confonde addirittura persona accusando Gesù stesso di esserlo, il male (Mc 3,22).

Dunque è una lotta che si trascina per l’intero Vangelo, ma come abbiamo scritto è in Gv 2,20 che lo scontro è frontale perché Gesù dà inizio al Suo ministero e satana si presenta con nome e cognome di fronte a Gesù, che ne smaschera il piano invitando alla distruzione del tempio che altro non era che il Suo corpo.

Dunque l’occorrenza in numero di 46 del nome proprio satana non è un caso che sposi alla perfezione l’occorrenza del verbo σταρόω (mettere in croce) anch’essa ferma sul 46, perché nell’ultima cena satana tenta Giuda al tradimento entrando in lui e permettendo l’arresto di Gesù a cui segue il processo e la crocefissione.

Questo significa che quel 46 fa luce sul mandante, perché dà ragione della condanna e della sua motivazione, tutte cose che sono risapute, ma che mai erano emerse così chiaramente da un aspetto che fonde tutto il dramma in un numero: il 46 simbolo della croce (σταρόω) e dell’assassino: satana, con una location di rispetto: il tempio e non c’è da meravigliarsi, perché Satana [spesso, se non sempre] si trasforma in angelo di luce” (2Cor 11,14).

TAVOLA RIASSUNTIVA DEI SIGNIFICATI DEL NUMERO 46

46

Gli anni necessari alla ricostruzione del secondo tempio
Gli anni di Gesù al momento del dialogo con i farisei presso il ναός
Acrostico Ἀδάμ (Adamo, S. Agostino)
Ghematria di Ελια
Ghematria ebraica di אֵלֶ֚יהָ י (Elia)
I libri dell’Antico Testamento
Le occorrenze di satana nella Bibbia (Nuova Riveduta)