I 46 Libri dell’Antico Testamento: un mondo sommerso

“La Bibbia si compone di 73 Libri, 46 appartengono all’Antico Testamento” è quasi un risposta da esame, quando il professore o vuole saggiare le basi o vuol metterti a tuo agio con una domandina facile, ma che tutto fuorché facile è.

Partiamo da quel 46 (vedi tabella) che compendia tutto l’AT. Esso è anche il 46 giovanneo (2,20), quello che si consuma all’ombra del tempio in cui Gesù lancia la sfida e gli altri replicano che dovrà passare sul loro cadavere, se per primi non lo faranno loro sul Suo, però.

Già diviene adrenalinico quel 46 e l’AT diviene un giallo: c’è di mezzo almeno un cadavere. Ma questo ci dice che c’è anche una dead line, perché quei 46 Libri vetero testamentari concludono l’Antico, come concludono la vicenda del secondo tempio, se Gesù invita distruggerlo perché Lui nuovo ναός.

Ecco la dead line dell’Antico Testamento che coincide con il tempio, luogo di elezione per la Torah, per la Legge quella che Gesù viene ad abrogare per una nuova Legge che supera quella precedente.

Dunque 46 Libri dell’AT non è domandina facile, tutt’altro, perché riassumono la Legge mosaica che conclude il suo ruolo all’ombra omicida del tempio, perché patrocinio di una casta che sente minata la sua autorità e diviene feroce.

Questo è il contesto in cui si cala l’informazione bibliografica secca, ma c’è anche un contenuto specifico che quei 46 numero di Libri esprimono sebbene velatamente.

Esso può emergere solo alla luce del blog che si è sempre fatto forte di un’anagrafe gesuana ferma a 50 anni, cioè al 15 a.C.-35 d.C., unica in assoluto cronologia possibile se si cerca la coerenza e l’intelligenza, cioè la comprensione e non il caos.

Quei 50 anni, allora, divengono la sintesi del Vecchio e Nuovo Testamento nella figura di Gesù, perché se l’Antico si compone di 46 Libri, i vangeli sono 4 per una somma di 50 che rivela la compiutezza, tanto che fa luce sul grido di Gesù : “Tutto è compiuto!” è compiuta, cioè, la Scrittura nella sua interezza: Antico e Nuovo per un’anagrafe di 50 anni e una nota bibliografica di altrettanto 50. In Gesù è riassunto tutto.

E infatti Genesi ci viene incontro quando ammonisce a non consumare i frutti dell’albero del bene e del male “altrimenti morirete”. Questo è intimato in Gn 3,3 per un 33 d.C. che infatti non solo nega un’anagrafe sensata a Gesù, ma fa carta straccia dell’Antico e del Nuovo Testamento se tutto si riassume in quel 46 che diviene inintellegibile solo ai fini del senso spiegato sopra, altrimenti è una nota che compone il numero dei Libri vetero testamentari della Bibbia.

Va, insomma, tutto fuori asse e Gesù lo sa, sa che quello è di nuovo il peccato originale neanche più tale ma recidivo: si è voluto nuovamente conoscere, cioè stabilire, ciò che è bene e ciò che è male esautorando Dio, perché questo significa quel 33 d.C.

Dio diviene, senza un senso cronologico chiaro, Deus absconditus: non lo vedi, insomma, per cui non c’è, o se c’è è idea e ognuno ha la sua e vattelapesca chi ha ragione, cioè chi è dalla parte della ragione se tutti siamo dalla parte della fides che non si comunica sul piano logico, ma solo intuitivo, quasi un afflato poetico da Buon Natale.

Per questo Gesù piange Lazzaro, e piange in 11,35, quando quel 35 è il 35 d.C. della sua anagrafe, cioè è Lui, documenti storici alla mano, ma che sono stati catalogati spam e lo si è ucciso o, in ogni caso, non varca la frontiera della scienza che esige documenti in regola, che poi neanche è vero e i clandestini li fa passare, eccome.

Ecco, allora, la morte di Lazzaro che è passato dalla vita alla morte per aver ceduto al 33 d.C., per aver cioè creduto e ceduto alla lusinga di essere come Dio, dimenticando che poi “ne morirete”. Sicuro.

Da Genesi a Giovanni, ecco la Scrittura nella sua interezza e originalità e il resto è forse un di più, non nel senso d’inutile, ma solo qualcosa che si è sviluppato sul grande tronco scritturale, per un albero biblico che è forse quello della vita che cita Apocalisse.

All’interno di questo tronco, però, c’è la profondissima venatura vetero testamentaria che anche lei ha un inizio e una dead line che è possibile calcolare alla luce di quel 46, anagrafe e bibliografia, perché quel 46 (anni) cadono, grazie al blog, nel 31 d.C. quando però noi sappiamo che la Legge fu istituita nel 1423/1422 a.C., nel deserto mosaico e dunque essa conta 1454 anni di vita; poi, all’ombra del tempio, quella descritta da Gv 2, 20, essa conclude la sua parabola con il guanto di sfida che Gesù lancia ad essa.

Certo, occorreranno altre 3 anni affinché tutto sia compiuto, ma il sinedrio sa che la fine è nell’annuncio funebre: le esequie si terranno e a niente servirà gridare: “Prima Tu!” la corona di fiori Gesù l’aveva già esposta.

Un Gesù che spesso si equipara a Mosè: lui pastore, ma Gesù “quello grande” tuttavia entrambi responsabili del gregge, per una vita parallela che ne fa entrambi personaggi della Scrittura anche nel numero alla luce di quel 1454 se nel 1454 a.C., secondo il blog, Mosè rientra dall’Egitto a 30 anni, come Gesù esce da un Egitto sociale, uno straniero in patria, nel 15 d.C. a 30 anni pure Lui quando non inizia il Suo ministero, ma diviene
ἀρχόμενος (Lc 3,23) cioè famoso, magari rabbi famoso, come famoso lo divenne Mosè a 30 anni per un esodo annunciato, come lo annunciò Gesù.

Il più triste “primate”

In questi giorni delle altrui festività natalizie, ci è salito alla mente un quesito ozioso: quale animale cedé “spontaneamente” la pelle in Eden? Sì, perché tutti hanno soprasseduto al fatto: se Adamo e la sua donna vengono rivestiti di pelli, qualcuno ce l’ha rimessa. Ma chi?

Partiamo col dire una cosa importante: la promessa di Dio si è avverata, cioè quel “se ne mangerete morirete” (Gn 3,3 e qui a buon intenditor poche parole alla luce della numerazione del versetto) si è avverato, anche contro non l’evidenza, ma l’evidente: né Adamo, né Eva muoiono e dunque appare una minaccia andata a vuoto la morte; ma non è così: degli animali sono stati sacrificati e la morte, silenziosa e discreta com’è, ha fatto ingresso senza darlo a vedere in Eden, cioè nell’uomo e nella sua storia.

Nota sfuggita a tutti, ma non a noi, come non ci è sfuggito il quesito fondamentale: chi fu ucciso del regno animale? Uno qualsiasi o un gatto, nero magari, che porta iella (e tanta ce ne portò)?

La cosa migliore, in questi casi, è rivolgersi alla ghematria, unica chiave che apre gli insoluti e gli altrimenti insolubili quiz scritturali e calcolare quel χιτῶνας δερματίνους (Gn 3,21) al nominativo, come nostro solito e sommare, sommare cioè χιτών e δερμάτινος per un valore di 2346 (memorizzate alla perfezione il numero).

Quel valore, lo ridurremo a un calendario, in particolare a quello implicito della genealogia lucana che noi -e solo noi, mi pare- abbiamo ricalcolato datando tutte le generazioni, per cui ci è facile notare che 2346 (memorizzate) cade esattamente in Falek (2346/2345 a.C.) come potete controllare dalla tabella, non prima, però, di aver notato il versetto 3,21 quando il 21 si compone di 7 7 7 ghematria di σαυρός (croce) e non σταυρός come è stato falsato affinché capitoli biblici come questo non potessero essere compresi.

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Siamo, con questa genealogia, in un range cronologico già studiato e di cui avevamo scritto che è ben lungi dall’essere compreso del tutto e avevamo ragione.

Infatti, da Falek al primo Gesù della crono-genealogia lucana passano 36 generazioni e questo è importantissimo, perché dal valore di χιτῶνας δερματίνους (nominativo) che individua il Patriarca post-diluviano Falek si giunge a Gesù dopo 36 generazioni e dunque dal sacrificio animale si passa a quello di Gesù nel 35/36 d.C. (sappiamo che l’ambivalenza non è approssimazione, ma il 35 d.C. ci parla del Cristo, condannato dal sinedrio, cui interessava la Torah, il Messia; mentre il 36 d.C. ci parla di Gesù, condannato dai codici della lex romana, cui interessava il criminale, seppur non trovato).

Adesso la teologia, che paolina in particolare, può sbizzarrirsi cifre alla mano, perché è semplicemente evidente che il peccato originale, che accomuna tutti (Rm 5,12-15), è stato riscattato dal sacrifico di Cristo, dal suo sangue versato, come versato fu quello degli animali, ma quali, ci chiedevamo in apertura?

Se avete memorizzato quel 2346 vi sarà facile comprendere quasi tutto, qualora crediate a una logica coerente nelle Scritture, le quali hanno un salmo ben preciso e famosissimo: il 23 quello de “Il signore è il mio pastore” e dunque siamo di fronte a un gregge, in particolare alle pecore e agli agnelli; come siamo in una scena adamitica all’apertura del salmo 23  (vv 1-2).

Ecco perché quel numero, che la matematica conoscerà e a cui avrà magari dato un nome, si compone di tre numeri uguali, cioè 23 e 23+23, perché 23 è iniziale, mentre il 46 è il suo multiplo, cioè 23×2.

Ma non solo: quel 46 conduce per mano a Gv 2,19-21 quando Gesù, all’ombra del tempio, sfida i farisei ad uccidere, di nuovo, affinché Egli possa vincere la morte e riscattare l’umanità.

Giovanni data esattamente quell’anno, fermo al Suo quarantaseiesimo anno di vita (Gv 2,20), cioè al 31 d.C. ed ecco che quel 46, che compone 2346, esprime una teologia profondissima, sebbene sintetizzata in un paio di cifre, anzi tre: 2346; 23 e 46 per una sintesi così perfetta che solo la Scrittura poteva offrire.

Tutto questo fa piena luce sull’animale magari sgozzato, come il Cristo Agnello lo fu: è la pecora, quella non a caso evangelica che apre la mattanza di una storia al macello.

Essa fu immolata per coprire la nostra vergogna, come Cristo fu immolato per riscattarla. In Eden, dunque, non furono solo pelli di chissà chi o cosa, ma furono dapprima di una pecora; poi di Gesù, Agnello Lui stesso per uno psicodramma ancora tutto da risolvere.

Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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La superbia, ciò che occorre per un delitto quasi perfetto

superbia

Ci dedicheremo a un post che accenna di nuovo a una questione già diffusamente affrontata: il numero 46 biblico che ricorre spesso nell’Antico e nel Nuovo testamento (la tavola in calce riassume i casi) sia come cronologia (gli anni della ricostruzione del secondo tempio); sia come occorrenza; sia come numero dei sommi sacerdoti dalla dedicazione del primo tempio (938/937 a.C.) alla nuova provincia di Siria istituita da Pompeo nel 64/63 a.C.; sia in diversi altri casi (vedi tavola).

Quello di cui vogliamo parlare adesso fa riferimento alle occorrenze di un lemma fondamentale nel vocabolario biblico: superbia, quella che caratterizza certamente Satana e il serpente, ma anche quella che spesso è la causa dell’intervento divino che la punisce e in questo senso la superbia compare sin da Genesi, per poi costituire una costante biblica perché massima espressione del peccato, giungendo, come vedremo, a sfidare Dio.

Il sito conosciutissimo sito “La parola”, che molti più esperti di me  usano, scrive che il lemma superbia compare 46 volte in tutta la Scrittura e questo, alla luce dei casi contenuti nella tabella in calce, non è casuale perché mette in relazione un passo fondamentale del Vangelo di Giovanni con lo specifico del lemma, cioè il suo significato.

Infatti in Gv 2,20-21 si legge che i farisei, cioè i sacerdoti, obiettano a Gesù che ci sono voluti 46 anni per costruire il secondo tempio, per cui non è possibile ricostruirlo in tre giorni. Sappiamo già che Gesù parlava “del tempio del suo corpo” (Gv 2,21) per cui quel tempio è Lui, anche se nell’ottica insolita di un Cristo cinquantenne presentato solo da Giovanni, Policarpo e Ireneo; come sappiamo già che all’ombra del tempio si consuma la sfida che Gesù ha lanciata a tutta la classe sacerdotale che legittimava il suo ruolo in Aronne sin dal 1422 a.C. e in un sommo sacerdozio che per questo aveva conosciuto  il primo tempio e la sua dedicazione (938/937 a.C.), tant’è che il numero stesso dei sommi sacerdoti dalla dedicazione sino alla nuova provincia di Sira è proprio 46, dicendoci quanto fosse  forte l’identità tra l’istituzione templare e la classe sommo sacerdotale; tuttavia non sapevamo che la “superbia” coincidesse nel numero (occorrenze) e nella natura di una casta che non avrebbe ceduto il passo a neanche a Dio stesso tanto era divenuta orgogliosa del suo ruolo.

Ecco allora che quel diverbio all’ombra del tempio cela un insanabile conflitto istituzionale tra i “vicari di Dio” e suo Figlio che non a caso invita ad essere come Lui, cioè “mite e umile di cuore” (Mt 11,29), perché il suo antagonista era l’esatto contrario: superbo. Non costituisce, allora, fatto a sé che la ghematria di לוי (Levi) sia 46 per una identità sommo sacerdotale (46 sommi sacerdoti dalla dedicazione del tempio a Pompeo) che rivela tutta la sua enorme arroganza alla luce della superbia essa stessa ferma alle 46 occorrenze bibliche.

In Matteo (27,18) e Marco (7,22) si rivela la ragione del conflitto tra Gesù e i farisei: l’invidia di quest’ultimi, perché gli apostoli dicono chiaramente che per essa fu consegnato e condannato a morte. L’invidia, unita alla superbia, ha sempre come prima e forse unica risorsa la violenza: sa che sarebbe inevitabilmente sconfitta, per cui non gli rimane altro che disfarsi dell’avversario, che sfortunatamente in questo caso era colui che avrebbero chiamato “Il Risorto” e gli andò male, altrimenti, bisogna riconoscerlo, avrebbero inscenato il delitto perfetto, non per avidità, ma per un’invidia frutto esclusivo della loro superbia.

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l’attesa messianica: da uno spunto ghematrico a un approccio cronologico

eliaProporrò una curiosa simmetria che da sola forse è capace di dar ragione di molti punti che caratterizzano il blog e ricostruire un lemma fondamentale nella sua ortografia originale: il lemma è ναός (Sancta Sanctorum) passato nei Vangeli come un sostantivo alla pari di molti altri, sebbene fortemente evocativo alla luce di Gv 2,20-21, perchè lì Gesù ad esso si equipara. E non a caso direi alla luce di quanto stiamo per scrivere o riscrivere, che forse è meglio.

Infatti noi proporremo ναως, con l’omega, il cui valore ghematrico è 857 che collocheremo nella nostra, e solo nostra, cronologia dei Re per ottenere il trentaduesimo anno di regno di Asa che si colloca a 88 anni di distanza dalle fondamenta del tempio, gettate nel 945 a.C., sempre secondo noi.

La nostra società è solita ricorrere alle abbreviazioni che rimandano alla voce estesa, una voce che in questo caso diviene Ἰησοῦσ, il cui valore ghematrico è 888 perchè 88 è la sua abbreviazione. Questo ci fa drizzare le orecchie, perché introduce in una ghematria fondamentale che caratterizza Gesù stesso e da cui dipendono aspetti cronologici importanti, come dimostra la categoria dedicata al numero.

Ma se nel processo a ritroso, quello appena mostrato, la ghematria di ναως conduce all’abbreviazione della ghematria di Ἰησοῦσ , che ne è del processo che si genererebbe proiettando quella stessa ghematria nel futuro rispetto allo 857 a.C.?

Beh, stiamo parlando del ναως e dunque il termine ad quem non può che essere quello riferito da Gv 2,20-21 in cui Gesù si equipara al ναως, appunto. Qui bisogna prestare attenzione alle date, perché quel colloquio con i farisei si tenne quando Gesù aveva 46 anni, come si legge, per cui se noi consideriamo il battesimo come avvenuto nel 32 d.C. (si noti che lo 857 a.C. è il trentaduesimo anno di regno di Asa), anno sabbatico e giubilare assieme, e consideriamo le 3 forse 4 pasque di Giovanni, che conducono al Cristo cinquantenne che caratterizza il blog, otteniamo che quei 46 anni cadono nell’anno 31/32 d.C. e questo permette di fare un calcolo, cioè di conoscere quanti anni passino da quello 857 a.C. che genera l’abbreviazione ghematrica di Ἰησοῦσ (945-857=88, lo ricordiamo)  e il Gesù “per esteso”, cioè manifesto, lì di fronte al tempio e ai farisei.

Il conto è facile: 857+31=888 ed ecco che quell’abbreviazione diviene scritta per esteso e conduce al Cristo, cioè a Ἰησοῦσ che abbiamo scritto avere una ghematria di 888. Mi verrebbe da ipotizzare, allora, che l’attesa messianica nasca nel IX secolo, forse addirittura ed esattamente nello 857 a.C., laddove si colloca Elia, un’attesa messianica che fa il suo ingresso nella sua incompletezza proprio perché attesa e questo senso appare evidente non solo dalla ghematria di ναως che conduce allo 857 a.C., ma anche e più dagli anni che separano quella data dalle fondamenta del tempio, gettate nel 945 a.C. Quegli 88 anni che separano le due date appaiono, allora, veramente l’abbreviazione del nome proprio di Gesù, un’abbreviazione che ci parla dell’attesa, un’attesa messianica che nasce con Elia, il cui lemma greco Ελια ed ebraico אֵלֶ֚יהָ, sebbene riveduti come ναως, hanno una ghematria di 46, come 46 sono gli anni del Cristo che si manifesta nel 31/32 d.C. a Gerusalemme e che è separato da quello 857 a.C. da 888 anni, quando 888 è la Sua ghematria.

Difficilmente tutto ciò è imputabile al caso, se non altro perché c’è di mezzo una cronologia dei Re che niente a che fare con la ghematria: è storica per cui inserire alla perfezione un intarsio ghematrico così complesso e veder quadrare i conti non può che dipendere dal fatto che i conti siano quelli, sebbene siano storia e sebbene siano ghematria, talvolta facce della stessa medaglia, cioè della stessa storia sebbene vissuta come attesa.

Ps: chiediamo scusa se il lemma ebraico אֵלֶ֚יהָ (Elia) non dovesse essere perfetto, Ci muoviamo un po’ nel greco, per nulla nell’ebraico. Tuttavia ci affidiamo ai numeri e alle loro simmetrie per capire se la nostra ricostruzione possa essere esatta. E in questo caso ci pare proprio che lo sia.