Tutti al mare

Sai Pietro, ti voglio dedicare un post perché la tua nudità sulle sponde del lago abbia finalmente un senso che non quello alla moda, ma quello di Genesi, dove anche Adamo si “vide nudo”, ma solo dopo aver mangiato il frutto, dopo aver mangiato il fico e non lo fece più il fico.

Quella nudità, quindi, è frutto non del peccato, ma del Peccato, quello originale che ha voluto essere Dio, per cui non a caso solo tu sollevi una questione che si fa Primato, ma essa è solo l’introduzione alla tua Bibbia, quella che ha sfidato Dio falsandola.

Hai fatto in modo che la gente ammirasse il panorama religioso delle divinità a cui tu hai dato pari rango, affinché il denaro, il tuo denaro, fosse l’unico Dio che risponde alle preghiere e alle necessità.

C’è di buono che al Suo ritorno griderai : “Allontanati da me che sono sono peccatore”, cioè riconoscerai non tu, ma quello che la tua Chiesa ha fatto e ti getterai in un mare che non credere di “fresche e dolci acque”, perché è il mare di Apocalisse, cioè Smirne, ergo la Russia ortodossa che la lettera a lei indirizzata infatti giudica povera e tribolata, ma ricca.

Tu, invece, eleggi Laodicea come simbolo non solo della tua inquisizione (spagnola), ma anche del tuo bene essere che non ti manca nulla, ma tu stesso ti vedrai, al Suo ritorno, nudo cieco e raccontaballe.

Sai che io gioco con i versetti e le occorrenze che talvolta danno grandi soddisfazioni perché ti danno anche ragione. E allora ti suggerisco proprio l’occorrenze che ti è propria, cioè quella di “peccatore” (Lc 5,8) che è 46 per dirti che, vedi? ho ragione di Gesù: era un peccatore all’ombra del tempio quando si auto-minacciò di morte nell’impossibilità che altri lo facessero sebbene lo pensassero.

Aveva 46 anni Gesù ed era un peccatore e dunque la Legge, che è anche tua, ne andava di mezzo, sebbene la Giustizia trionfasse.

E’ tutto lì il gioco che si tenne all’ombra del tempio: “Qui crolla tutto! ed è bene che ne muoia uno solo per far salvo Israele” (Gv 11,49-50). Attento, quindi, c’è un precedente, illustre per di più, come c’è un mare per nudisti e come c’è un sito che (h)anomeRC (Ap 17,5) per una Chiesa dalle mille sorprese.

Do svidanija, Piter

Dal Libro di Enoch a Gv 2,19-21. Una prospettiva cronologica

Questo post vuole dare agli studiosi del Libro di Enoch alcune informazioni per valutarlo secondo un aspetto sinora sconosciuto, sebbene quel libro abbia già di per sé catturata l’attenzione, come dimostra la complessa pagina che gli dedica wiki.

Noi crediamo che la prima attestazione de “il figlio dell’uomo” appartenga al Libro di Enoc, è vero, ma fino a spingersi però a Enoch stesso, nella misura in cui Gv 3,14 ci parla della crocefissione di Gesù, Figlio dell’uomo per antonomasia.

La croce che Lo innalzerà, noi l’abbiamo riscritta secondo una logica ghematrica che vuole 777 per σαυρος e non σταυρός, cosicché potessimo ricavare una scala di perfezione che vede la croce al centro di due altri valori: il 666 dell’imperfezione animale, dato dal 666 di Apocalisse che ci parla del marchio, non a caso, della bestia; e l’888 ghematria di Ἰησοῦς (Gesù)

Dunque quel 777 fa parte di una metrica e forse lo esso stesso metrica, come a suo tempo, per esempio, lo furono il 480, il 486 e il 490 (vedi tabella). Non rimane, quindi, che provare quella metrica del 777 all’interno della cronologia biblica, quella però che segue il blog e che parte dal 3923 dell’Anno Mundi.

Sottraiamo, allora, 777 che immaginiamo anni e otteniamo 3146 inserito nella genealogia lucana alla generazione (106 anni) di Enoc, in particolare 35 anni dopo il suo inizio (3181-3146=35).

Adesso bisogna avere un po’ di memoria e ricordare quanto il blog sostiene circa l’anagrafe e la biografia di Gesù, cosicché da scomporre quel 3146 in 31 e 46, in maniera tale che appaia evidente che, partiti dalla ghematria di
σαυρος (777) siamo giunti al 31 d.C. quando Gesù aveva esattamente 46 anni se la sua anagrafe è il 15 a.C.-35 d.C.

Appare chiaro, allora, un senso ulteriore del dialogo che Egli tenne con i farisei all’ombra del tempio, cioè quello descritto in Gv 2,19-21 quando quei 46 anni attribuiti al tempio divengono, in realtà, l’età di Gesù.

Un Gesù che invita, con la distruzione del tempio e la sua ricostruzione in tre giorni, a ucciderLo, cosa avvenuta per mezzo di quella stessa croce la cui ghematria (777) è il leitmotiv del nostro post, tanto che, adottata come metrica, l’abbiamo rintracciata nel termine ad quem, cioè il 3146, per una sintesi dell’intero discorso fatta con due cifre: il 31, che diviene il 31 d.C.: e il 46 che diviene l’età di Gesù in quell’anno, nell’anno cioè in cui si pensò di ucciderlo, mentre la pianificazione dell’omicidio avvenne dopo la resurrezione di Lazzaro.

In questo contesto, però, s’inseriscono anche i 35 anni che separano il 3146, trovato scalando di 777 anni dall’Anno Mundi (3923), dal 3181 inizio della generazione lucana di Enoch. Quei 35 anni, considerati all’interno di un discorso che verte sula ghematria di σαυρος (croce) e sulla presenza del Figlio dell’uomo (Libro di Enoch) “innalzato” seguendo Gv 3,14, ci parlano dell’anno della crocefissione che noi, forse con ragione, datiamo nel 35 d.C.

Insomma, ci pare che tutto concorra a spiegare la locuzione Figlio dell’uomo se la ghematria, un patriarca, una metrica e l’anno della crocefissione si muovono esattamente in un unico contesto che dà una luce nuova al Libro di Enoch, nella misura in cui il Patriarca usa quella locuzione, mentre i calcoli la spiegano avvalorandola.

Mi rendo conto che forse non è facile seguire il post, tuttavia è sufficiente comprenderne la logica per poi, magari, adottarla nello studio del Libro di Enoch e far emergere caratteristiche che crediamo sinora nascoste, come quella che lo vuole apocrifo e fuori canone, ma fino a un certo punto. Non oltre.

Luca, la genealogia di un tempio

Ieri abbiamo visto che la genealogia lucana e ben lungi dall’essere una lista di antenati di Gesù. Lista, tra l’altro, per noi sbagliata nel senso e nella natura, perché non esprime una primogenitura, cioè una discendenza di sangue, ma profetica, in cui il tempio ha un ruolo centrale che non sappiamo al momento se unico.

Questo ruolo è già emerso nel post linkato sopra, dove la generazione di Giuseppe si collega a quella di Gesù e da Lui a Salatiel nel 506 a.C. per un ambito generazionale che procede secondo una metrica di 161 anni esatti, cioè da Giuseppe a Gesù ne passano 161 e da Gesù a Salatiel altrettanti.

Tutto ciò ci dice che la somma di tutti quegli anni ha un multiplo di 7 ed è 46, un 46 assolutamente biblico (vedi tavola) se non fosse altro perché il dialogo tra i farisei e Gesù al tempio conosce quell’unica cifra che riassume gli anni necessari alla ricostruzione post esilica e l’anagrafe di Gesù stesso, nuovo ναός.

Dunque è una tempistica sabbatica quella che emerge e si colloca laddove deve essere: al tempio, un tempio che scandiva il “tempo”, talvolta la storia stessa di Gerusalemme, come abbiamo visto e come abbiamo illustrato quando ci siamo occupati della costruzione della porta superiore del tempio che di nuovo, adesso, entra in gioco perché essa fu dedicata nel 668/667 a.C. (datazione doppia, non approssimazione) laddove cioè si colloca (vedi tavola in calce) la generazione non a caso di Gesù, Lui porta del tempio, stando a Gv 10,9 tanto che noi a suo tempo scrivemmo che la pericope del Buon pastore non vede la sua location sotto il porticato di Salomone, ma alla porta superiore del tempio, per un falso, l’ennesimo.

Il tempio, però, emerge anche da un altro calcolo che riscrive totalmente il senso della genealogia lucana che abbiamo detto non essere primogenitura, non sangue, ma profetica illuminando il tempio. Essa, cioè la genealogia, si apre con Davide, è vero, ma a lui succede Natan indicato come “figlio”, ma in realtà, secondo noi, fu il profeta Natan che non a caso un artefice, perché latore della voluntas dei (2Sam 7,23) circa l’iniziativa di Davide di costruire il tempio.

Natan si colloca, all’interno della genealogia, nel 966 a.C., mentre la nostra tempistica del tempio, l’unica che permetta l’armonia che tra poco spiegheremo, vede le sue fondamenta gettate nel 945 a.C., mentre la sua dedicazione nel 938 a.C.

Tutte queste date non a caso si muovono secondo una simmetria a base di 7. Infatti dal 966 a.C. si giunge al 945 a.C. per un multiplo di 21 che è 777; mentre dal 966 si giunge alla dedicazione del 938 a.C. per u multiplo di 28 che è 7777 dicendoci che la perfezione del primo tempio fu profezia, come fu profezia la sua assoluta perfezione raggiunta nel 668/667 a.C. quando si dedicò la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale all’edificio cultuale da Salomone a Erode, perché essa doveva esprimere certamente Gesù, se la sua generazione si ferma lì, a quell’evento, ma doveva esprimere anche una profezia che, unico caso sinora incontrato, divenne architettonica, cioè una “gloria” che i sensi potevano mirare e toccare, insomma ciò che Giovanni scrive nel suo Prologo


E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Tutto questo ci dice che tra Luca e Giovanni corre un entente cordiale sinora sconosciuto, perché l’uno mappa generazionalmente ciò che l’altro rende teologico, per un “corpo” e “anima” di un Dio fatto carne, come a suo tempo si fece tempio, solo che quest’ultimo era pietra, cioè Legge: l’altro carne, cioè misericordia.

Il Prologo c’introduce, insomma, in quell’edificio; la genealogia di Luca invece spiega; mentre 2Sam 7,23 riassume, perché il 7 è il numero simbolo di quel tempio e di quella croce (σαυρός, 777 ghematrico) e il 23 la metrica di quelle generazioni che accolgono l’Emmanuele, il “Dio con noi”, prima tempio, poi Gesù.

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Una storia di donne

Fra le tante o poche, dipende dai punti di vista, leggende nere che aleggiano sulla Scrittura ce n’è una particolare: essa è misogina, tanto che spesso si è sollevata una questione femminile all’interno della Bibbia, questione che nasce già in Genesi, sebbene conseguenza di un peccato al femminile, quello di Eva.

E’ tutta riassunta in un verbo, cioè ti “dominerà” (Gn 3,16) riferito all’uomo che rende la Bibbia maschile, se non maschilista. Certo, l’uomo, anche al di là di questo, la fa da padrone, quasi che Dio risenta del “tempo” e come la società è dell’uomo, così la donna.

Ma è così a ben guardare? o possiamo andare oltre un senso comune per comprendere quello che a prima vista è celato? Che ne è, ad esempio, dello spirito di Dio (rùakh) che aleggia sulle acque, quello stesso che genera l’universo? Perché il lemma è al femminile?

Penso che non possiamo dare una risposta o almeno io non ce l’ho, ma posso mettere a frutto la nota del genere, del genere femminile Creatore e vedere se sviluppa, all’interno della Scrittura, un tema biblico, affinché della misoginia se ne faccia un fascio che erba lo era già.

E’ Luca l’evangelista delle donne, Luca “il toro” stando all’antropomorfismo, quasi un rito della fertilità, se nel toro si compendia il mito e la divinità magari di regioni vicine e pagane, sebbene quel mito divenga in Luca, medico, Vangelo.

Egli, Luca, non a caso, allora, propone una genealogia, una discendenza frutto di quella fertilità che lo caratterizza già con l’episodio dell’emorroissa che guarisce, magari sotto i suoi occhi, dalla sterilità e che per questo assurge a simbolo di una Gerusalemme in attesa.

L’emorroissa era una città malata incapace di un Messia sinché non lo tocca, sinché la scienza non cede al miracolo; sinché la ragione non cede alla fede.

Quell’episodio è del 34 d.C. e informa un Vangelo atteso dal 23 d.C. per 11 anni di attesa messianica frenetica e angosciosa, ma poi αθα (è venuto) per una lettura ghematrica di un perfetto che è perfetto, un 11 che segna la gestazione avvenuta tra il 23 d.C. e il 34 d.C.

Per questo il taglio che Luca dà al suo Vangelo e centrato sull’ultimo anno di vita di Gesù: si era compiuta la promessa, l’emorroissa era guarita e Gerusalemme, divenuta fertile, finisce la sua attesa messianica che già era vissuta la femminile

Il 23 è un numero cardine in Luca e fa riferimento al salmo, il salmo del Divin pastore perché sino all’ora “pecore senza pastore”, cioè Gerusalemme senza Messia.

Ma 23, in Luca, è anche l’ammontare di una generazione nella sua genealogia da Davide in poi, come vedremo e questo significa che da Davide a Gesù tutte le generazioni che si succedono scalano di 23 anni, mentre prima procedevano per valori diversi rendendo oltremodo articolata -e complessa- la sua genealogia, che ha una logica ben distante dalla sola funzione sinora attribuita: la lista degli antenati di Gesù.

Infine 23 sono anche i “libri” che si succedono dai quattro vangeli in poi stando al Canone e questo è molto importante per noi che avevamo dubitato della legittimità di Paolo. No, ci ricrediamo e scusiamo sinceramente, perché Paolo è Vangelo, è 23, perché con lui si compone un canone neo testamentario che è metà di quello vetero (46, tenete bene a mente questo paragrafo: tenteremo di leggere il futuro) e che sta lì a dirci che se l’Antico e attesa, i Vangeli sono compimento, mentre da Atti in poi è predicazione, perché il Divin pastore è alla testa di un gregge “condotto fuori” (Gv 10) cioè nella Storia.

Ecco, tutto questo è l’ambito in cui si colloca la questione femminile, un ambito di spessore a cui la genealogia di Luca da solidità, come da solidità a una nostra e solo nostra datazione: l’Anno Mundi del 3923 che sviluppa, da lì, tutta la genealogia lucana che si muove per tranches diverse di epoca in epoca, affinché possiamo capire che un eventuale resto zero di un calcolo non è frutto del caso, ma di un ordine e di una logica, magari tutta femminile, se Dio è espresso in Genesi, nella Creazione, con
rùakh, femminile di genere.

Infatti da Dio (rùakh) si giunge a Maria. Vediamo come attraverso l’ausilio della nostra tabella generazionale lucana.

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Come potete vedere i valori delle generazioni cambiano. Luca non è Matteo che fissa a 35 anni ogni generazione. Luca varia di tema perché il tema, generazionale, varia e la storia che riassume è di volta in volta diversa, tanto che sarà opportuno, in futuro, occuparci di quella storia espressa ora con una generazione di 106 anni; ora di 74 anni; ora di 58 anni e infine di 23 anni perché laddove c’è un ordine c’è un senso, magari teologico se già questo emerge con gli estremi di quella genealogia: Dio (rùakh) e Maria che stanno li a dirci di uno spirito generante e di una rigenerazione: dello Spirito e di Maria o, se volete, dello Spirito di Maria (i teologi non sorridano per favore: sono digiuno di concetti e di parole, per cui invito proprio loro, in particolare i teologi mariani, a rivisitare la genealogia lucana sotto questo profilo).

Potrebbe apparire un discorso non campato in aria ma, come lo spirito, aleggiante sulle acque, cioè altamente instabile, ma che ne sarebbe se, alla luce della complessa articolazione della genealogia lucana, noi facessimo i conti? Se abbiamo scritto che da Dio (rùakh ) si giunge a Maria passando attraverso tutta una genealogia che varia di scala in scala, sarebbe possibile ottenere nel nostro calcolo addirittura un resto zero se già la teologia, magari, ci dava ragione? Insomma ottenere un risultato perfettamente in linea con un esegesi matematica che si pretende biblica?

Sì è possibile, alla luce dell’Anno Mundi che si colloca nel 3923 e della generazione di Maria nel 23 d.C. (vedi tabella sopra) per una differenza che è 3900 che noi divideremo per giubilei (50 anni) ottenendo l’agognato resto zero, laddove, per 3900 anni, era stato un trionfo di cifre che variavano nel tempo e nei valori.

Sono 78 (3900:50=78) i giubilei che separano l’Anno Mundi da Maria, perfettamente 78, anche se crediamo che forse a ben guardare potrebbero essere addirittura 77 per un simbolismo in cifre ancora più stringente nei calcoli e nei significati.

E’ quel resto zero che c’informa su un compimento di tempi e di generi (femminile) da l’Anno Mundi a Maria; da una generazione a una ri-generazione, cioè da un origine a un fine: Gesù, che ebbe una madre nello Spirito (rùakh ) e nella carne Maria, aprendo una questione femminile tutta nuova all’interno della Scrittura che si compone di 46 libri vetero testamentari: 4 Vangeli e 23 di “Atti”.

Sapendo però che l’Anno Muindi è del 3923 e che i vangeli narrano della predicazione successiva al ministero pubblico è giocoforza immaginare anche qui un calcolo, per altro facile sebbene proiettato nel futuro molto prossimo, cioè:

dall’Anno Mundi al ministero (3923+31)=3954 Anno Mundi per 46 Libri dell’Antico Testamento.

“Atti” cioè la predicazione, sotto la forma di Lettere e Apocalisse, degli apostoli, che ne è la metà (23 Libri).

Dunque 1977 (3954:2=1977) anni di Predicazione dal 35 d.C. scalando quindi quattro, cioè i quattro anni (3 anni e mezzo in realtà) di ministero.

Dunque 1977+35=2012

Leggendo, poi, quest’ultima data come 20 e 12, cioè 2020 e 12, quando cioè finiranno gli 8 (888 ghematria greca di Gesù) anni di torbidi (2012-2020) e si riunirà di nuovo il Collegio apostolico (12) sotto l’egida del Divin pastore.

Abbiamo letto il futuro, dunque, e secondo il nostro fondo di caffè manca un anno: portate pazienza: si promette tremendo, ma c’est la vie

L’algoritmo del Messia

Quando si vuole giustificare la rivolta armata anti romana, ci si appella all’attesa messianica, urgenza sociale, religiosa e profetica, nonché storica poiché nel 63 a.C. Pompeo aveva ridotto Gerusalemme a una provincia romana.

Negli anni di Gesù, tutto questo raggiunse il suo apice, tanto che facilmente si colloca la figura di Barabba il “sedizioso” (Mc 15,7), cioè colui che aveva guidato una delle magari tante piccole e grosse sommosse.

Lo sappiamo, dalla sua aveva il sinedrio che lo aveva educato come Messia liberatore dal giogo straniero, mentre Gesù viene sì a liberare, magari pure dai romani, che conquisterà grazie a Luca, ma a liberare da una condizione esistenziale piucchè politica. Gesù, insomma, parla di Redenzione, Barabba di rivoluzione.

Fatto sta che il Messia, Barabba o il Cristo, perché entrambi si chiamavano Gesù per confondere ulteriormente le cose, era davvero atteso da tutti, compresa l’ultima profetessa: Anna.

Ma un fenomeno sociale e storico, se lo è, deve possedere due requisiti: un inizio e una fine e dunque questo ci costringe e parlare dell’Attesa messianica, cioè quando iniziò e quando finì.

Con Anna quell’attesa era finita, ma agli occhi dei profeti, mentre Gerusalemme ancora non sapeva nulla di preciso e infatti cade in imbarazzo quando deve scegliere tra il Cristo e Barabba.

Sarà il 32 d.C. a porre fine all’incubo e neanche agli occhi di tutti: lo abbiamo scritto che fu con l’emorroissa che Gerusalemme si decise del tutto (34 d.C.), perché già i prodromi di quella conversione di massa, si erano visti con la resurrezione di Lazzaro, a meno che cambiando Vangelo non cambi anche prospettiva e con essa anche l’episodio clou di quell’attesa.

Anche noi, quindi, cadiamo in imbarazzo e questo è indice del caos messianico di quell’attesa, ma è nozione risaputa che in quegli anni di Lui se ne fece un gran parlare.

Per questo noi, nella misura in cui un algoritmo è un procedimento sistematico di calcolo, ci affideremo proprio ad esso per venire a capo della cronologia messianica.

Metteremo a frutto il post di ieri sera, allora, e diremo che 46 sono i Libri dell’AT; 4 i vangeli e, i rimanenti Libri, 23 per un totale di 73. L’algoritmo che noi utilizzeremo si compone di 46 4 e 23 che leggeremo sia in recto che in verso.

46 rappresenta sì l’AT, ma anche Gv 2,20 in cui Gesù dice, senza mezzi termini, che butterà giù tutto e farà tutto nuovo riferendosi al tempio. Quel tempio, però, è la Torah, è la Legge ed è Mosè quindi è l’AT che finisce laddove comincia il Cristo ed è d’obbligo, quindi, una lieve zona d’ombra: il dialogo che Egli tenne con i Farisei, in cui Gesù “si lascia intendere” a loro, ma non a Gerusalemme.

Dunque, come finisce l’AT all’ombra del tempio, finisce anche l’attesa, ma non per tutti, anche se certamente per la Gerusalemme che contava: quella del tempio, del sinedrio.

Ma perché era finita quell’attesa o cosa rappresenta la sua fine? E’ il numero 4 del nostro algoritmo perché il Vangelo pone fine all’AT essendoci,ora, il Nuovo, per cui come finisce l’attesa, inizia la nuova Legge, quella del Cristo.

Un Cristo che fu pastore stando al capitolo 10 di Giovanni, anzi, il “Buon pastore” o quello che Paolo chiamerà “quello Grande“. E infatti il 23 che segue il 4 è la numerazione del salmo del “Divin pastore” che nell’ottica messianica altro non può essere che il Messia, novello Davide Re pastore anch’egli.

Ecco dunque l’agoritmo che si compone di 46 4 e 23 per una logica e attesa messianica che svela la sua struttura cronologica, logica e teologica. Ma c’è anche il verso di 46 4 23, cioè 32 4 e 64 che sta lì a dirci che anche la sequenza a rovescio esprime contenuti di profilo, se quel 32 d.C. è l’anno dell’inizio del ministero pubblico, secondo noi; il 4 sono sempre i vangeli, mentre il 64 (63) è avanti Cristo, quando Gerusalemme divenne provincia.

Tutto quest ci dice -e conferma- che quell’attesa era iniziata nel 64(63) a.C. con Gerusalemme divenuta provincia dell’impero, ed era finita nel 32 d.C. quando l’inizio del ministero e, magari, la resurrezione di Lazzaro, pose fine all’interminabile notte messianica di Gerusalemme, aprendo l’epoca dei vangeli, cioè di un’epifania scritturale che chiude l’AT per il Nuovo Testamento.

Quell’attesa era durata, quindi, 96 anni e questo spiega come mai i nervi cominciavano a cedere e si voleva menare le mani. Lo si fece con Barabba e crocifiggendo Gesù, ma questo ha prolungato di molto l’attesa, tanto che molti ancora lo aspettano. Invano, lo dice l’algoritmo: è matematico.

I 46 Libri dell’Antico Testamento: un mondo sommerso

“La Bibbia si compone di 73 Libri, 46 appartengono all’Antico Testamento” è quasi un risposta da esame, quando il professore o vuole saggiare le basi o vuol metterti a tuo agio con una domandina facile, ma che tutto fuorché facile è.

Partiamo da quel 46 (vedi tabella) che compendia tutto l’AT. Esso è anche il 46 giovanneo (2,20), quello che si consuma all’ombra del tempio in cui Gesù lancia la sfida e gli altri replicano che dovrà passare sul loro cadavere, se per primi non lo faranno loro sul Suo, però.

Già diviene adrenalinico quel 46 e l’AT diviene un giallo: c’è di mezzo almeno un cadavere. Ma questo ci dice che c’è anche una dead line, perché quei 46 Libri vetero testamentari concludono l’Antico, come concludono la vicenda del secondo tempio, se Gesù invita distruggerlo perché Lui nuovo ναός.

Ecco la dead line dell’Antico Testamento che coincide con il tempio, luogo di elezione per la Torah, per la Legge quella che Gesù viene ad abrogare per una nuova Legge che supera quella precedente.

Dunque 46 Libri dell’AT non è domandina facile, tutt’altro, perché riassumono la Legge mosaica che conclude il suo ruolo all’ombra omicida del tempio, perché patrocinio di una casta che sente minata la sua autorità e diviene feroce.

Questo è il contesto in cui si cala l’informazione bibliografica secca, ma c’è anche un contenuto specifico che quei 46 numero di Libri esprimono sebbene velatamente.

Esso può emergere solo alla luce del blog che si è sempre fatto forte di un’anagrafe gesuana ferma a 50 anni, cioè al 15 a.C.-35 d.C., unica in assoluto cronologia possibile se si cerca la coerenza e l’intelligenza, cioè la comprensione e non il caos.

Quei 50 anni, allora, divengono la sintesi del Vecchio e Nuovo Testamento nella figura di Gesù, perché se l’Antico si compone di 46 Libri, i vangeli sono 4 per una somma di 50 che rivela la compiutezza, tanto che fa luce sul grido di Gesù : “Tutto è compiuto!” è compiuta, cioè, la Scrittura nella sua interezza: Antico e Nuovo per un’anagrafe di 50 anni e una nota bibliografica di altrettanto 50. In Gesù è riassunto tutto.

E infatti Genesi ci viene incontro quando ammonisce a non consumare i frutti dell’albero del bene e del male “altrimenti morirete”. Questo è intimato in Gn 3,3 per un 33 d.C. che infatti non solo nega un’anagrafe sensata a Gesù, ma fa carta straccia dell’Antico e del Nuovo Testamento se tutto si riassume in quel 46 che diviene inintellegibile solo ai fini del senso spiegato sopra, altrimenti è una nota che compone il numero dei Libri vetero testamentari della Bibbia.

Va, insomma, tutto fuori asse e Gesù lo sa, sa che quello è di nuovo il peccato originale neanche più tale ma recidivo: si è voluto nuovamente conoscere, cioè stabilire, ciò che è bene e ciò che è male esautorando Dio, perché questo significa quel 33 d.C.

Dio diviene, senza un senso cronologico chiaro, Deus absconditus: non lo vedi, insomma, per cui non c’è, o se c’è è idea e ognuno ha la sua e vattelapesca chi ha ragione, cioè chi è dalla parte della ragione se tutti siamo dalla parte della fides che non si comunica sul piano logico, ma solo intuitivo, quasi un afflato poetico da Buon Natale.

Per questo Gesù piange Lazzaro, e piange in 11,35, quando quel 35 è il 35 d.C. della sua anagrafe, cioè è Lui, documenti storici alla mano, ma che sono stati catalogati spam e lo si è ucciso o, in ogni caso, non varca la frontiera della scienza che esige documenti in regola, che poi neanche è vero e i clandestini li fa passare, eccome.

Ecco, allora, la morte di Lazzaro che è passato dalla vita alla morte per aver ceduto al 33 d.C., per aver cioè creduto e ceduto alla lusinga di essere come Dio, dimenticando che poi “ne morirete”. Sicuro.

Da Genesi a Giovanni, ecco la Scrittura nella sua interezza e originalità e il resto è forse un di più, non nel senso d’inutile, ma solo qualcosa che si è sviluppato sul grande tronco scritturale, per un albero biblico che è forse quello della vita che cita Apocalisse.

All’interno di questo tronco, però, c’è la profondissima venatura vetero testamentaria che anche lei ha un inizio e una dead line che è possibile calcolare alla luce di quel 46, anagrafe e bibliografia, perché quel 46 (anni) cadono, grazie al blog, nel 31 d.C. quando però noi sappiamo che la Legge fu istituita nel 1423/1422 a.C., nel deserto mosaico e dunque essa conta 1454 anni di vita; poi, all’ombra del tempio, quella descritta da Gv 2, 20, essa conclude la sua parabola con il guanto di sfida che Gesù lancia ad essa.

Certo, occorreranno altre 3 anni affinché tutto sia compiuto, ma il sinedrio sa che la fine è nell’annuncio funebre: le esequie si terranno e a niente servirà gridare: “Prima Tu!” la corona di fiori Gesù l’aveva già esposta.

Un Gesù che spesso si equipara a Mosè: lui pastore, ma Gesù “quello grande” tuttavia entrambi responsabili del gregge, per una vita parallela che ne fa entrambi personaggi della Scrittura anche nel numero alla luce di quel 1454 se nel 1454 a.C., secondo il blog, Mosè rientra dall’Egitto a 30 anni, come Gesù esce da un Egitto sociale, uno straniero in patria, nel 15 d.C. a 30 anni pure Lui quando non inizia il Suo ministero, ma diviene
ἀρχόμενος (Lc 3,23) cioè famoso, magari rabbi famoso, come famoso lo divenne Mosè a 30 anni per un esodo annunciato, come lo annunciò Gesù.

Il più triste “primate”

In questi giorni delle altrui festività natalizie, ci è salito alla mente un quesito ozioso: quale animale cedé “spontaneamente” la pelle in Eden? Sì, perché tutti hanno soprasseduto al fatto: se Adamo e la sua donna vengono rivestiti di pelli, qualcuno ce l’ha rimessa. Ma chi?

Partiamo col dire una cosa importante: la promessa di Dio si è avverata, cioè quel “se ne mangerete morirete” (Gn 3,3 e qui a buon intenditor poche parole alla luce della numerazione del versetto) si è avverato, anche contro non l’evidenza, ma l’evidente: né Adamo, né Eva muoiono e dunque appare una minaccia andata a vuoto la morte; ma non è così: degli animali sono stati sacrificati e la morte, silenziosa e discreta com’è, ha fatto ingresso senza darlo a vedere in Eden, cioè nell’uomo e nella sua storia.

Nota sfuggita a tutti, ma non a noi, come non ci è sfuggito il quesito fondamentale: chi fu ucciso del regno animale? Uno qualsiasi o un gatto, nero magari, che porta iella (e tanta ce ne portò)?

La cosa migliore, in questi casi, è rivolgersi alla ghematria, unica chiave che apre gli insoluti e gli altrimenti insolubili quiz scritturali e calcolare quel χιτῶνας δερματίνους (Gn 3,21) al nominativo, come nostro solito e sommare, sommare cioè χιτών e δερμάτινος per un valore di 2346 (memorizzate alla perfezione il numero).

Quel valore, lo ridurremo a un calendario, in particolare a quello implicito della genealogia lucana che noi -e solo noi, mi pare- abbiamo ricalcolato datando tutte le generazioni, per cui ci è facile notare che 2346 (memorizzate) cade esattamente in Falek (2346/2345 a.C.) come potete controllare dalla tabella, non prima, però, di aver notato il versetto 3,21 quando il 21 si compone di 7 7 7 ghematria di σαυρός (croce) e non σταυρός come è stato falsato affinché capitoli biblici come questo non potessero essere compresi.

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Siamo, con questa genealogia, in un range cronologico già studiato e di cui avevamo scritto che è ben lungi dall’essere compreso del tutto e avevamo ragione.

Infatti, da Falek al primo Gesù della crono-genealogia lucana passano 36 generazioni e questo è importantissimo, perché dal valore di χιτῶνας δερματίνους (nominativo) che individua il Patriarca post-diluviano Falek si giunge a Gesù dopo 36 generazioni e dunque dal sacrificio animale si passa a quello di Gesù nel 35/36 d.C. (sappiamo che l’ambivalenza non è approssimazione, ma il 35 d.C. ci parla del Cristo, condannato dal sinedrio, cui interessava la Torah, il Messia; mentre il 36 d.C. ci parla di Gesù, condannato dai codici della lex romana, cui interessava il criminale, seppur non trovato).

Adesso la teologia, che paolina in particolare, può sbizzarrirsi cifre alla mano, perché è semplicemente evidente che il peccato originale, che accomuna tutti (Rm 5,12-15), è stato riscattato dal sacrifico di Cristo, dal suo sangue versato, come versato fu quello degli animali, ma quali, ci chiedevamo in apertura?

Se avete memorizzato quel 2346 vi sarà facile comprendere quasi tutto, qualora crediate a una logica coerente nelle Scritture, le quali hanno un salmo ben preciso e famosissimo: il 23 quello de “Il signore è il mio pastore” e dunque siamo di fronte a un gregge, in particolare alle pecore e agli agnelli; come siamo in una scena adamitica all’apertura del salmo 23  (vv 1-2).

Ecco perché quel numero, che la matematica conoscerà e a cui avrà magari dato un nome, si compone di tre numeri uguali, cioè 23 e 23+23, perché 23 è iniziale, mentre il 46 è il suo multiplo, cioè 23×2.

Ma non solo: quel 46 conduce per mano a Gv 2,19-21 quando Gesù, all’ombra del tempio, sfida i farisei ad uccidere, di nuovo, affinché Egli possa vincere la morte e riscattare l’umanità.

Giovanni data esattamente quell’anno, fermo al Suo quarantaseiesimo anno di vita (Gv 2,20), cioè al 31 d.C. ed ecco che quel 46, che compone 2346, esprime una teologia profondissima, sebbene sintetizzata in un paio di cifre, anzi tre: 2346; 23 e 46 per una sintesi così perfetta che solo la Scrittura poteva offrire.

Tutto questo fa piena luce sull’animale magari sgozzato, come il Cristo Agnello lo fu: è la pecora, quella non a caso evangelica che apre la mattanza di una storia al macello.

Essa fu immolata per coprire la nostra vergogna, come Cristo fu immolato per riscattarla. In Eden, dunque, non furono solo pelli di chissà chi o cosa, ma furono dapprima di una pecora; poi di Gesù, Agnello Lui stesso per uno psicodramma ancora tutto da risolvere.